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Full text of "Miti, leggende e superstizioni del medio evo"

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MITI, LEGGENDE E SUPERSTIZIONI 



DEL 



MEDIO EVO 



ARTURO GRAF 



Miti , Leggende e Superstizioni 



DEL 



MEDIO EVO 



VOLUME IL 

LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

DEMONOLOGIA DI DANTE - UN MONTE DI PILATO IN ITALIA 

FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 

SAN GIULIANO NEL tt DECAMERONE „ E ALTROVE 

IL RIFIUTO DI CELESTINO V - LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

ARTÙ NELL'ETNA - UN MITO GEOGRAFICO 




- j 

S f 



■J J a t J 



TORINO 

ERMANNO LOESCHER 



FIRENZE 
Via Tornabuoni, 20 



1893 



ROMA 

Via del Corto, 307 






MITI, LEGGENDE E SUPERSTIZIONI 



DEL 



MEDIO EVO 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

(Silvestro II) 



I. 



Sembra a molti che Dante, col parlare dei mali pontefici 
come in più luoghi notissimi della Commedia ne parla, 
con lo sprofondarne un buon numero nell'Inferno, col porre 
in bocca allo stesso principe degli apostoli quella terribile 
sfuriata del 27° canto del Paradiso, abbia dato una sin- 
goiar prova di arditezza e libertà di giudizio, abbia fatto 
cosa mirabile e nuova, in pien contrasto con le usanze, 
le opinioni, lo spirito dell'età che fu sua. 

È questo un errore. 

Il medio evo, se ebbe (come Dante, del resto) viva e 
salda la fede, e sincera 

La riverenza delle somme chiavi, 

del papato quale istituzione divina, intesa a procacciare 
il trionfo della verità e la salute delle anime, ebbe pure, 
stimolato a ciò dalla stessa indole del suo sentimento re- 
ligioso, pronta la mente e spedita la lingua a condannare 
e vituperare i troppo umani traviamenti di quella istitu- 
zione, e usò sempre parlando dei reggitori spirituali suoi, 
così maggiori come minori, non velati giudizii e libere 
ed acute parole. Di ciò fanno fede certe Bibbie satiriche, 



4 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

certi trattati del pianto e della corruzion della Chiesa» 
molte poesie di goliardi, molte narrazioni di storici e di 
novellatori, e alcune leggende meravigliose, le quali, per 
avere avuto divulgazione larghissima, ed essere state cre- 
dute vere universalmente, hanno anche più significato e 
fanno vie più valida testimonianza. Tale la leggenda che 
dice Giovanni XII accoppato dal diavolo ; tale l'altra che 
manda all'Inferno e libera poi Benedetto IX ; tale quella 
che narra della magia e della mala fine di Silvestro II: 
anzi questa, essendo per molta parte ingiusta, come or 
ora si vedrà ; non avendo, cioè, nella vita di quel pon- 
tefice ragion sufficiente e giustificazione opportuna, riesce 
più significativa e più notabile delle altre. 

La cornice storica, se così posso esprimermi, dentro a 
cui essa s'inquadra, è, in breve, la seguente. 

Gerberto x , che poi fu papa col nome di Silvestro II, 
nacque di umile famiglia in Aurillac, o ivi presso, nel- 
l'Àlvernia, non si sa precisamente in quale anno, ma verso 
il mezzo del secolo X. Rimasto orfano, fu accolto, fanciullo 
ancora, nel monastero di San Geroldo, ove fece i primi 
suoi studii, e d'onde, in compagnia di Borei, conte d'Urgel, 
passò in lspagna a seguitarli, sotto la disciplina del ve- 
scovo Àttone. In lspagna dimorò alcuni anni, poi, essendo 
già versatissimo nella matematica, nell'astronomia, nella 
musica, se ne venne, insieme col vescovo e il conte, in 
Roma. In Roma il pontefice, ch'era allora Giovanni XIII, 
gli pose amore, e dopo alcun tempo lo mandò all'impe- 
ratore Ottone II, che a sua volta lo mandò a studiar lo- 
gica con un arcidiacono di Reims. Nel 972 Gerberto 
insegna in quella stessa città con grande onore, e la fama 
del suo mirabil sapere cresce rapidamente ; ma Ottone, 
credendo di fargli bene, lo toglie di là per preporlo al- 
l'abazia di Bobbio. Quivi Gerberto si attira molte inimi- 
cizie e cade in disgrazia così del papa, come dell'impe- 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 5 

ratore. Fa ritorno a Reims, si getta in mezzo alle contese 
politiche, coopera efficacemente alla deposizione di quel- 
l'arcivescovo Arnulfo, accusato d'aver tradito Ugo Capeto 
suo signore, e ne usurpa il luogo ; ma noi tiene a lungo, 
e condannato da un concilio, si ritrae. Nel 999 lo tro- 
viamo arcivescovo di Kavenna, e in quell'anno medesimo, 
il 2 di aprile, è fatto papa. Governa la Chiesa quattr'anni, 
con fermezza e rettitudine, e muore il 12 di maggio 
del 1003. 

Questi, in succinto, i fatti storicamente accertati, da 
cui prende argomento, e tra cui s'insinua e si dilata la 
leggenda che mi accingo ad esporre. Essi hanno, senza 
dubbio, dello straordinario, ma nulla di portentoso, nulla 
di arcano, e non eccedono in nessunissima guisa i termini 
naturali delle cose umane e delle umane operazioni. La 
fortuna di Gerberto, salito per gradi e lentamente dal- 
l'umile condizione di monaco alla suprema dignità di 
papa, non dà nemmen luogo a uno di quei problemi sto- 
rici indeterminati e involuti, intorno a' quali il critico, 
che vede ogni po' dileguarsi o confondersi le cause pre- 
sunte dei fatti, o diventarne perplesso il significato, si 
affatica inutilmente. Data la condizione generale dei tempi 
in cui Gerberto ebbe a vivere, date le qualità dell'ingegno 
e dell'animo di lui, dato il favore di cui, a tacere d'altri, 
gli furono larghi gli Ottoni, quella fortuna appar natu- 
rale e spiegabilissima. 

Appar tale a noi; ma tale non doveva facilmente ap- 
parire agli uomini che la videro, o a quelli che, per più 
secoli di poi, ne udirono il racconto. E però nacque la 
leggenda, frutto della ignoranza, congiunta, per una parte, 
con l'ammirazione, per l'altra, col malvolere, stimolata 
senza posa e riscaldata dalla fantasia. 

Dove e quando appajono le prime vestigia di essa, e 
quali sono le sue prime sembianze? Ogni leggenda, si- 



6 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

mile in questo a una pianta, nasce di certi germi, cresce, 
fiorisce, prolifera, e dopo un tempo più o meno lungo, 
secondo l'indole dei popoli, le condizioni della civiltà, le 
vicissitudini storiche, svigorisce e muore. Come quell'al- 
bero meraviglioso dei tropici, che abbarbicando a mano 
a mano i suoi rami alla terra, forma intere foreste, la 
leggenda, sin che dura nel suo rigoglio e nella sua fe- 
condità, copre di sé province e reami; ma negli inizii 
suoi, e poi nella fine, si raccoglie in poco spazio, e facil- 
mente si occulta ; e chi ne vuol dar contezza, non sempre 
riesce a dire se ci sia. o non ci sia, se sia già nata, se 
sia già morta. E ciò perchè la leggenda è bensì un fatto 
psicologico e storico alla produzione del quale concorrono 
cause insistenti, molteplici, generalissime ; ma è altresì 
un fatto che si produce e si determina a poco a poco, in 
certi spiriti da prima, in uno anziché in un altro luogo, 
irresolutamente, con manifestazioni scarse e leggiere, che 
sfuggono all'occhio e facilmente dileguano. 
. Così per l'appunto seguì della leggenda di Gerberto. 
Diffusissima nei tre secoli che seguiron l'undecimo, essa, 
negli anni più prossimi alla morte di colui che le porge 
argomento, appena dà qualche segno del suo formarsi. Nei 
cronisti più antichi, coetanei di Gerberto, o a lui di poco 
posteriori, non se ne vede pur l'orma. Un monaco di San 
Bemigio, Bicherio, grande amico ed ammirator di Ger- 
berto, cui dedicò quattro libri di storie, narra con molte 
lodi la vita di lui, descrive gli studii, esalta l'ingegno e 
il sapere, celebra le opere, ma non ha nemmeno una pa- 
rola che accenni a leggenda 2 . Vero è che Bicherio, ap- 
punto perchè amico, avrebbe potuto tacere, per deliberato 
proposito, ciò che da molti, non amici, si mormorava ; ma 
non mancano altri cronisti, antichi egualmente, o poco 
meno, sui quali non può cadere un sospetto così fatto. 
Ditmaro di Merseburgo, Ademaro Cabannense, o Campa- 



LA. LEGGENDA DI UN PONTEFICE 7 

nense, Elgaldo, Radulfo Glaber, Ermanno Contratto, o di 
Reichenau, Lamberto di Hersfeld, Mariano Scoto, Ber- 
noldo, Ugo Floriacense, tutti fioriti tra il finire del X e 
il principiare del XII secolo, nulla narrano che s'accosti 
od alluda alla posteriore leggenda, e par più che proba- 
bile, conoscendo l'indole, il gusto e i costumi di quei 
semplici narratori, e dei più semplici lettori loro, che 
nessuna leggenda, propriamente detta, fosse ancora lor 
giunta all'orecchio 8 . Ma ciò non vuol proprio dire che 
la leggenda non fosse già nata; vuol dire solo che essa 
era appena fuor di terra, e aveva poca radice, e non mo- 
strava altrui né fiori né fronde. Anzi è probabile che essa 
avesse cominciato a germogliare mentre Gerberto era an- 
cora vivo, forse nell'ultimo tempo del suo breve papato, 
forse anche (nessuno potrebbe né affermarlo, né negarlo) 
qualche anno innanzi. 

Vediamone un primo germoglio, a dir vero assai debole, 
e appena formato, ma che potrebbe pure esser venuto dopo 
altri parecchi, e lascia forse vedere più che non mostri. 

Per molti anni, dal 977 al 1030, fu vescovo di Laon 
un uomo ambizioso e iracondo, Adalberone, detto anche 
Ascelino, mescolato a molte brighe e fazioni del tempo 
suo, gran nemico dei Cluniacensi e dei monaci in gene- 
rale, cattivo poeta, risoluto di animo e sciolto di lingua. 
Costui, nel 1006, secondo è da credere, compose, in forma 
di un dialogo col re Roberto di Francia, un lungo poema 
latino, nel quale diede libero sfogo alle ire che gli co- 
vavan nell'anima, pigliandosi quella miglior vendetta che 
poteva. In certo luogo egli fa che il re alle sue minacce 
risponda : 

Crede mihi, non me tua verba minantia terrent; 
Plurima me docuit Neptanabus ille magister 4 . 

A primo aspetto questi due versi sciagurati non pajono 



8 LA LEGGENDA DI UN* PONTEFICE 

avere con Gerberto e la sua leggenda relazione alcuna ; 
ma se si riflette che il re, nella cui bocca son posti, era 
stato, in Beims, discepolo di Gerberto, e se si bada a quel 
Neptanabus, il quale altro non è che il famoso mago 
Nectanebus, secondo antiche e divulgatissime finzioni re 
dell'Egitto e padre adulterino di Alessandro Magno, la 
relazione si scopre, e si sente il veleno dell'argomento. 
Roberto dice di non temere le minacce del suo avversario, 
perchè dal maestro mago apprese a difendersi. Con poco 
o punto pericolo di errare, noi possiamo vedere in quei 
versi un'allusione a Gerberto, e un'accusa di magia, per 
nessun modo larvata ai lettori di quel tempo. Ecco dunque 
apparire, sino dal 1006, tre anni dopo la morte del pon- 
tefice, la leggenda della sua magia ; la stessa risolutezza 
e recisione dell'accenno lasciano ragionevolmente supporre 
che non fosse quella la sua prima apparizione. 

Teniamole dietro, e vediamola crescere a vista d'occhio. 

Negli ultimi anni del secolo XI, un tedesco, fatto car- 
dinale da un antipapa, Benone, compose col titolo di Vita 
et gesta Hildebrandi, un rabbioso libello, dove con Gre- 
gorio VII, suo capitale nemico, sono calunniati e vitupe- 
rati parecchi dei pontefici che lo precedettero. Benone 
narra una lunga e tenebrosa istoria, di cui non manca- 
rono di menar vanto e giovarsi, ai tempi della Riforma, 
gli oppositori più ardenti ed astiosi della Chiesa di Roma; 
e se molte delle cose ch'ei narra sono frutto della sua 
fantasia invelenita, altre, e non poche, sono probabilmente 
(potrei anche osare di dir certamente) frutto dello spirito 
dei tempi, della comune ignoranza, e del maltalento, non 
sempre irragionevole e ingiusto, di molti. 

A dir di Benone, Gregorio VII, l'amico della contessa 
Matilde, il trionfatore di Arrigo IV, il più formidabile 
e potente dei papi, fu uno sceleratissimo mago, discepolo, 
nelle arti maledette, di Teofilatto, il quale fu pontefice 



LA. LEGGENDA DI UN PONTEFICE 9 

col nome di Benedetto IX, di Lorenzo, vescovo di Amalfi, 
di Giovanni Graziano, che fu pontefice anch'egli, e si 
chiamò Gregorio VI. Teofilatto sacrificava ai demonii, in- 
namorava, con le sue arti, le donne, e come cagne se le 
traeva dietro per selve e per monti. Di ciò fanno fede i 
libri che gli si trovarono in casa quand'egli finì misera- 
mente la vita, e tale storia è (dice Benone) cognitissima 
in Roma, al volgo. Grande amico e fautore di Teofilatto 
era Lorenzo, principe dei malefìzii, il quale intendeva il 
linguaggio degli uccelli, profetava, e destava, coi vaticinii 
e gli augurii, l'ammirazione della plebe, dei senatori, del 
clero. Giovanni ospitava in sua casa Lorenzo, e imparava 
da lui il diabolico magistero. Ildebrando fu degno in tutto 
de' suoi maestri. Scotendo le maniche, egli spargeva nel- 
l'aria un nugolo di faville, e Benone racconta di lui, d'un 
suo libro magico, e di due suoi familiari, una paurosa 
novella, che, con poca diversità, ricorre nelle storie di 
altri maghi famosi, tra' quali Virgilio. Ma la malvagia 
tradizione e l'esecrando esercizio avevano più antica la 
origine. Teofilatto e Lorenzo, prima d'esser essi maestri, 
erano, stati discepoli, e il maestro loro aveva avuto nome 
Gerberto. Benone parla chiaro e preciso : « Essendo ancor 
giovani Teofilatto e Lorenzo, ammorbò la città co' suoi 
malefizii quel Gerberto di cui fu detto : 

Transit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R. 

« Questo Gerberto, ascendendo, poco dopo compiuto il 
millennio, dall'abisso della permissione divina, fu papa 
quattr'anni, mutato il nome in Silvestro secondo ; il quale, 
per divino giudizio, morì di morte repentina, colto al 
laccio di quegli stessi responsi diabolici co' quali tante 
volte già aveva ingannato altrui. Eragli stato detto da 
un suo demonio ch'e' non morrebbe sino a tanto che non 
celebrasse messa in Gerusalemme. Illuso dalla equivoca- 



10 LA LEGGENDA. DI UN PONTEFICE 

zione del nome, pensando si dovesse intendere di Geru- 
salemme in Palestina, andò a celebrare messa il dì della 
stazione in quella chiesa di Roma che appunto si chiama 
Gerusalemme, dove, sentendosi venire addosso la morte, 
supplicò gli fossero tronche le mani e la lingua, con le 
quali, sacrificando ai diavoli, aveva disonorato Iddio. E 
così ebbe fine condegna a' suoi meriti » 5 . 

Ecco Roma fatta un covo di pessimi incantatori, i quali, 
per colmo di danno e di sceleratezza, sono quegli stessi 
pastori che più gelosamente dovrebbero custodire e difen- 
dere la greggia dei fedeli contro le insidie e le offese del 
lupo diabolico. Credere che tutte quelle accuse sieno mere 
invenzioni di Benone non mi par ragionevole, soprattutto 
per quanto spetta a Gerberto. Il nemico di Benone era, 
non Gerberto, morto oramai da un secolo, ma Ildebrando, 
e la pensata e voluta denigrazione d'Ildebrando sarebbe 
riuscita, panni, tanto più efficace e più piena, quanto più 
circoscritta e appropriata a lui solo. Benone avrebbe, con 
minor fatica, reso assai più iniquo Ildebrando, e saziato 
il suo odio, se invece di far di costui un discepolo, ne 
avesse fatto un caposcuola ; se a lui, anzi che a Gerberto, 
avesse dato colpa della prima infezion di magia ond'era 
stato contaminato l'ovile di Pietro. Assai più probabile 
dunque mi sembra che Benone non inventasse di pianta, 
ma raccogliesse in uno, forse esagerando, forse travolgendo, 
credenze, accuse, lembi di leggende, già formate, o in via 
di formarsi. Lo stesso modo succinto ed elittico usato da 
lui in parlar di Gerberto mi pare che sia come un accen- 
nare a cose note, sottintese, fatte oramai di pubblica ra- 
gione. E non si dimentichi che l'accusa di magia pesò 
anche su altri papi parecchi. 

Nel poema di Adalberone abbiamo un cenno allusivo 
e non più ; nel libello di Benone abbiamo già uno schema 
di racconto. Un cronista di poco posteriore a Benone, Ugo 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE li 

di Flavigny, nato Del 1065, morto non si sa quando, ma 
dopo il 1102, parla di Gerberto con manifesto dispetto, 
dice che per l'insolenza sua fu espulso dal convento ov'era 
stato accolto fanciullo, e che usando di certi prestigi, 
quibusdam praestigiis, si fece fare arcivescovo, prima di 
Eeims, poi di Ravenna 6 . Non dice altro di notabile ; ma 
mi par da credere che con la parola praestigiis egli abbia 
voluto intendere arti magiche, e riferirsi, senza altrimenti 
esporla, a una leggenda già cognita 7 . E la leggenda fa 
di bel nuovo capolino nell'opera di un monaco belga, la 
celebratissima Chronographia di Sigeberto di Gembloux, 
nato circa il 1030, morto il 1111. Quivi si legge che 
alcuni, taciuto il nome di Silvestro II, il quale fu per 
dottrina chiaro tra' chiari, ponevano in suo luogo Agapito, 
né ciò senza qualche ragione. Dicesi (così Sigeberto) che 
questo Silvestro non entrò per l'uscio, e ci è chi lo ac- 
cusa di necromanzia, e più cose strane si narrano della 
sua morte, e vogliono alcuni che egli morisse percosso 
dal diavolo, le quali cose io non affermo e non nego, ma 
lascio in dubbio 8 . Come si vede, quando Sigeberto scri- 
veva, la leggenda era ancor titubante, mal definita, male 
compaginata, e si reggeva con le grucce dei si dice e dei 
si crede, che escludono la fede piena, incontrastata ed 
universale. Tale carattere essa serba nel racconto di un 
altro monaco, Orderico Vital, inglese, che fra il 1124 e 
il 1142 compose la sua Historia ecclesiastica. Fatte lodi 
grandissime di Gerberto e de' suoi numerosi discepoli 
Orderico nota : « Di lui si narra che conversasse col dia- 
volo mentre era maestro, e che avendo chiesto di cono- 
scere il proprio avvenire, il diavolo gli rispondesse col 
verso : 

Transit ab R. Gerbertus ad R., post papa vigens R. 

Tale oracolo fu allora abbastanza oscuro a intendere, che 



12 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

poi si vide manifestamente adempiuto; dacché Gerberto 
passò dall'arcivescovado di Reims a quello di Ravenna, 
e fu da ultimo papa in Roma » 9 . Questo verso l'abbiam 
già trovato nello scritto di Benone, e ci tornerà più d'una 
volta sott'occhio. Il primo che lo rechi è il già citato 
Elgaldo, il quale nulla sa della sua diabolica origine, ma 
dice che lo stesso Gerberto il compose, lietamente scher- 
zando sulla lettera R dopo essere stato assunto al ponti- 
ficato 10 . 

Col cenno di Orderico si chiude, per noi, il periodo 
iniziale della leggenda di Gerberto mago, il periodo delle 
formazioni embrioniche, dei primi nuclei staccati, a cui 
tien dietro il periodo delle esplicazioni e delle forme com- 
paginate ed intere. Un terzo ed ultimo periodo è quello 
dello svigorimento progressivo e della obliterazione finale. 
Prima d'andar più oltre, soffermiamoci alquanto, e inda- 
ghiamo un po' meglio le ragioni, appena accennate sin 
qui, della leggenda, e le condizioni in mezzo alle quali 
essa prendeva nascimento. 



IL 



La ragione prima e principale è da cercare nella ripu- 
tazione grandissima che Gerberto ebbe di dotto. A noi, 
che ne abbiamo i frutti tra mani, il sapere di lui non 
sembra un gran che, ma fu, pei tempi in cui egli visse, 
straordinario davvero, e a quegli uomini doveva sembrare 
meraviglioso, e ai più ignoranti inesplicabile e sovrumano. 
Il già ricordato Richerio parla con entusiasmo del grande 
ingegno e del mirabile eloquio di Gerberto ; celebra la 
dottrina di lui, egualmente versato nell'aritmetica, nella 
dialettica, nell'astronomia, nella musica; discorre dell'a- 
baco da lui inventato; ricorda alcune sfere celesti da lui 



LA. LEGGENDA DI UN PONTEFICE 13 

con mirabile artificio costruite. Ditmaro narra che Ger- 
berto fu, sin da fanciullo, ammaestrato nelle arti liberali ; 
che ebbe ottima conoscenza del corso degli astri ; che su- 
però in dottrina tutti gli uomini del suo tempo ; che nella 
città di Magdeburgo costruì un orologio solare, spiando 
a traverso a una canna, la stella che guida i marinai, 
cioè la polare n . Ademaro Cabannense dice che Gerberto 
fu fatto papa dall'imperatore in grazia del suo sapere, 
propter philosophiae gratiam 12 . 

Ma quel sapere appunto, così fuor del comune, ai più 
doveva riuscire sospetto, e a molti, che pur non ci sospet- 
tavan nulla di soprannaturale, doveva tornare increscioso 
e non in tutto scevro di colpa. Non si dimentichi che 
siamo in tempi di fede viva ed angusta, e in mezzo ad 
uomini superstiziosi, i quali facilmente nel sapere umano 
scorgono come una presunzione audace di contrapporsi al 
sapere divino, e negli studii profani un esercizio pien di 
pericolo, assai più atto a trarre gli spiriti in giù, verso 
Satana, che a sollevarli in alto, verso Dio. E Gerberto 
attese con troppo ardore agli studii profani, e non celò 
la sua passione per essi. Non giunge egli a dire, in una 
lettera ad Arnulfo vescovo di Reims: « A questa fede 
noi annodiamo la scienza, poiché non hanno fede gli 
stolti ?» In queste parole facilmente altri avrebbe potuto 
trovare il germe di una falsa dottrina, contraria agl'in- 
segnamenti dell'Evangelo. Nessuna meraviglia dunque se 
due cronisti, già più sopra citati, Lamberto di Hersfeld 
e Bernoldo, pur non facendo il più piccolo accenno ad 
origini o collegamenti soprannaturali, dicono risolutamente 
che Gerberto fu troppo dedito agli studii profani. 

Ma le cose non potevano fermarsi lì. Durante tutto il 
medio evo gli uomini più celebrati per ingegno e per 
dottrina, i filosofi e i poeti più illustri, così degli antichi 
come dei nuovi tempi, furono tenuti generalmente in conto 



14 LA. LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

di maghi, da Aristotile ad Alberto Magno e Ruggero 
Bacone, da Virgilio a Cecco d'Ascoli. Bastava a Gerberto 
la fama di dotto per mutarsi, nella opinione d'infiniti, di 
vescovo in mago; ma tale mutazione era in lui favorita 
da più altre ragioni. Si sapeva del suo viaggio in Ispagna; 
si sapeva che in Ispagna egli aveva atteso con sommo 
profitto agli studii ; e non ci voleva un grande sforzo di 
fantasia per porlo in relazione con gli Arabi, per far di 
lui il discepolo di qualche dottore saraceno, avverso, come 
tutta la sua gente, ai cristiani, e naturale amico del dia- 
volo. La critica del secol nostro provò che Gerberto de- 
riva il suo sapere principalmente da Boezio, del quale 
fece in versi un fiorito elogio, e che nulla egli deve agli 
Arabi 13 : ma chi ai tempi di lui, avrebbe potuto provare 
o affermare altrettanto e troncar dalla radice un sospetto 
che sorgeva spontaneo e irresistibile nelle menti? Ade- 
maro, che pur gli è tanto benevolo, dice (né si sa donde 
tragga cotal notizia) che Gerberto fu a Cordova per amor 
di studio, causa sophiae u . Ora, Cordova era in mano 
degli Arabi, e se non aveva, come Toledo, fama di essere 
una scuola massima di magia, e un covo di necromanti, 
doveva pur sembrare a cristiani un asilo e un propugna- 
colo dell'Inferno, dove s'insegnava una scienza perigliosa 
e diabolica. Perciò sarebbe da meravigliare se Gerberto 
avesse potuto sottrarsi a quella accusa di magia che av- 
volse tanti altri, i quali forse meno di lui sembravano 
meritarla. 

Ma a procacciargliela, quell'accusa, un'altra ragione 
cooperò, non meno efficace delle notate : l'odio. Gerberto 
ebbe amici molti e potenti ; ma ebbe anche molti nemici, 
de' quali fa spesso ricordo nelle sue epistole. Ne ebbe a 
Bobbio, d'onde gli fu forza partirsi ; ne ebbe a Reims pei 
fatti che ho detto; ne ebbe in tutta la Francia, e in Ger- 
mania ancora, a cagione della parte presa negli avveni- 



LA LEGGENDA. DI UN PONTEFICE 15 

menti politici ; ne ebbe in Roma dove gli odii che sempre 
bollivano contro l'imperatore si riversavano naturalmente 
sopra i suoi protetti. E quegli odii Gerberto ricambiava. 
A Stefano, diacono di Roma, scriveva, piena l'anima di 
livore : « Tutta Italia m'è sembrata una Roma. Il mondo 
ha in esecrazione i costumi dei Romani » 15 . 

Nemici dunque molti, e di varia condizione, e per più 
ragioni ; alcuni mossi solo dalla gelosia e dall'invidia, 
altri da legittimo risentimento : giacché non è da tacere 
che se Gerberto ebbe grandi virtù, e parecchie, ebbe anche 
gran mancamenti ; e se attese fedelmente, con zelo e ca- 
rità, come vescovo e come papa, all'officio ecclesiastico, 
nei maneggi e nelle gare della vita si diportò più di una 
volta in modo degno di biasimo. Certo egli fu poco aperto 
all'amicizia e agli affetti in genere, non ischivo dell'adu- 
lazione, non sempre alieno dall'intrigo e dall'inganno ; 
soprattutto fu ambiziosissimo ; e se la tristizia dei tempi 
in parte lo scusa, non lo scusa però interamente. Aggiun- 
gasi che gli Atti del concilio di San Basolo, da lui com- 
pilati, potevano anche far nascere qualche dubbio circa la 
sua ortodossia. Per quella brutta faccenda dell'arcivescovo 
Arnulfo gli si dichiararono avversi gli stessi pontefici, 
Giovanni XV prima, Gregorio V poi. 

Qual che si fosse, del resto, la ragion della inimicizia, 
ben si vede che i nemici dovevano adoperarsi con tutte 
le forze ad oscurare la fama di lui, e che l'accusa di 
scelerati commerci con lo spirito delle tenebre doveva 
essere da loro, se non immaginata e prodotta, almeno 
accolta e promossa. Quanti poi, ed erano molti, sparsi pel 
mondo, avevano in odio la curia di Roma, le sue preva- 
ricazioni e le sue frodi, dovevano favorire il sorgere e il 
divulgarsi di una leggenda che poneva sulla cattedra di 
San Pietro una creatura del diavolo. Quel medesimo odio 
suscitò più tardi la leggenda famosa della Papessa Gio- 



16 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

vanna. Perciò gli è assai probabile che le prime voci, 
timide e fuggevoli, dell'accusa òominciassero a levarsi e 
andare attorno mentre Gerberto era ancor vivo. Il non 
trovarsi cenno della leggenda nei cronisti più antichi non 
prova punto, come a taluni sembra, il contrario, giacché 
le leggende, di solito, compajono nelle scritture un pezzo 
dopo che sono nate, e quando già hanno cominciato a 
esplicarsi e assodarsi : prima vivono nella fantasia dei 
molti o dei pochi, e nelle scucite narrazioni orali. 

Il Doellinger crede che la leggenda nascesse in Roma, 
e che quivi la raccogliesse Benone 16 . Le sue ragioni, a 
dir vero, non mi pajono di gran peso, e stimo assai più 
probabile che nascesse un po' qua e un po' là, dove tro- 
vava le suggestioni più acconce e le condizioni più favo- 
revoli. Certo gli esplicamenti ulteriori della leggenda non 
si produssero in Roma. 



III. 



Lo storico inglese Guglielmo di Malmesbury, accingen- 
dosi, nella prima metà del secolo XII, a narrare la storia 
di Gerberto, diceva: « Non sarà assurdo, credo, se po- 
niamo in iscrittura ciò che vola per le bocche di tutti » ; 
e sul finire di quel medesimo secolo, un altro inglese, 
Gualtiero Map, accingendosi anch'egli a quel racconto, 
esclamava: « Chi ignora la illusione del famoso Ger- 
berto? ».La leggenda, che nel secolo precedente sembra 
nota a pochi, ha fatto molto cammino, ed è ora cognita 
a tutti. Non solo è cognita a tutti, ma s'è ampliata, ha 
preso rilievo e colore, ha ricevuto numerosi innesti. Non 
è più uno schema di racconto, mal composto e reticente, 
è addirittura un romanzo. 

Ascoltiamo Guglielmo di Malmesbury, gran raccogli- 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 17 

tore, gran narratore, caloroso, efficace e credulo, di storie 
incredibili 17 . 

Gerberto nacque in Gallia, e fu monaco, sin da fan- 
ciullo, nel monastero di Fleury. Giunto al bivio pitago- 
rico (così si esprime l'autore) sia che gli venisse tedio 
del monacato, sia che il vincesse cupidigia di gloria, 
fuggì di notte tempo in Ispagna con proposito di appren- 
dere l'astrologia, ed altre arti sì fatte, dai Saraceni, i 
quali vi attendono e ne sono maestri. Giunto fra loro, 
potè appagare il suo desiderio, e vinse Tolomeo e Alan- 
dreo (?) nella scienza degli astri, Giulio Finnico nella 
divinazione del fato. Quivi imparò ad intendere e inter- 
pretare il canto e il volo degli uccelli ; quivi a suscitar 
dall'Inferno tenui figure ; quivi finalmente quanto di buono 
e di reo può comprendere la umana curiosità. Nulla è a 
dire delle arti lecite, aritmetica, musica, astronomia, geo- 
metria, le quali per tal modo esaurì da farle parere mi- 
nori del suo ingegno, e con industria grande poi fece ri- 
vivere in Francia, ov' erano quasi perdute. Sottraendo, egli 
primo, l'abaco ai Saraceni, diede regole che a mala pena 
s'intendono dai sudanti abacisti. L'ospitava in sua casa 
un filosofo di quella setta, cui egli rimunerò, con molto 
oro da prima, e con promesse da poi. Né mancava il Sa- 
raceno di vendere la propria scienza, e spesse volte invi- 
tava l'ospite a colloquio, ragionando seco lui quando di 
cose serie e quando di sollazzevoli, e gli dava de' suoi 
libri da trascrivere. Aveva tra gli altri, il Saraceno, un 
volume, che contenea tutta l'arte, e questo, Gerberto, seb- 
bene ardesse della voglia di farlo suo, non potè mai trargli 
di mano. Riuscite vane le preghiere, le promesse, le of- 
ferte, egli finalmente diede opera alle insidie, e ubria- 
cato, con l'ajuto della figliuola di lui, il Saraceno, tolse 
il volume, che quegli teneva custodito sotto il capezzale, 
e via se ne fuggì. Destatosi il Saraceno dal sonno, leg- 

Gra7, Miti, leggende ecc., v. II. 2 



18 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

gendo nelle stelle, della cai scienza era maestro, si diede 
a inseguire il fuggiasco ; ma questi, usando della scienza 
medesima, conobbe il pericolo, e si celò sotto un ponte 
di legno, ch'era ivi presso, aggrappandovisi con le mani, 
per modo che, penzolando, non toccava né la terra né 
l'acqua. Così deluso, il Saraceno ebbe a tornarsene a casa, 
e Gerberto, accelerando il cammino, giunse al mare. Colà 
evocato con gl'incantesimi il diavolo, pattuì di darglisi in 
perpetuo, se, difendendolo da colui che l'inseguiva, lo por- 
tava oltre l'acqua. 11 che fu fatto. 

Qui Guglielmo entra a discorrere dell'insegnamento di 
Gerberto, de' suoi compagni di studio e de' discepoli il- 
lustri ; ricorda un orologio meccanico (trasformazione del- 
l'orologio solare di Magdeburgo) e un organo idraulico, 
in cui l'opera dei mantici era supplita dall'acqua bollente, 
fabbricati l'uno e l'altro da Gerberto per la cattedrale di 
Beims ; dice come Gerberto diventasse arcivescovo di questa 
città, arcivescovo di Bavenna e finalmente pontefice ; poi 
soggiunge: Fautore il diavolo, Gerberto procacciò la propria 
ventura per modo che nulla mai di quant'ebbe immagi- 
nato lasciò imperfetto, e da ultimo fece segno della propria 
cupidità i tesori delle antiche genti, da lui per arte ne- 
oromantica ritrovati. 

E qui un'altra storia, che ebbe ancor essa divulgazione 
grandissima, e che Guglielmo sembra sia stato il primo 
a narrare. 

Era in Campo Marzio, presso Boma (così dice il nostro 
cronista), una statua, non so se di bronzo o di ferro, che 
mostrava disteso l'indice della mano destra, e recava 
scritto in fronte : Percuoti qui ; Hic perente. Gli uomini 
del tempo andato, credendo di trovarvi dentro un tesoro, 
avevano, con molti colpi di scure, squarciata la statua 
innocente ; ma Gerberto corresse l'error loro, intendendo 
in tutt'altro modo le ambigue parole. Epperò, notato di 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 19 

pien meriggio il luogo ove giungeva l'ombra del dito, ivi 
infisse un palo, e sopravvenuta la notte, fatto colà ritorno 
con la sola scorta di un suo cameriere, che recava una 
lucerna accesa, fece con suoi incanti spalancare la terra. 
Ed ecco apparire agli sguardi loro una grandissima reggia, 
auree pareti, aurei lacunari, e cavalieri d'oro giocanti con 
aurei dadi, e un aureo re, sedente con la sua regina a 
mensa apparecchiata, con intorno i ministri e sulla mensa 
vasellame di gran peso e pregio, ove l'arte vincea la na- 
tura. Nella più interna parte del palazzo, un carbonchio, 
gemma fra tutte nobilissima e rara, fugava col suo splen- 
dore le tenebre, e aveva di contro, nell'angolo opposto, un 
fanciullo con l'arco teso, incoccata la freccia. Ma nessuna 
di quelle cose, che con l'arte preziosa rapivano gli occhi, 
poteva esser tocca, perchè come l'uno degli intrusi vi 
appressava la mano, subito quelle immagini tutte pare- 
vano balzargli incontro e voler far impeto nel temerario. 
Vinto dal timore, Gerberto represse la sua cupidigia ; ma 
il cameriere ghermì un coltello di mirabile valore, che 
era sul desco, pensando così picciolo furto dovesse rima- 
nere occulto fra tanta preda. Incontanente insorsero le 
immagini tutte fremendo, e il fanciullo, scoccata nel car- 
bonchio la freccia, empiè di tenebre il luogo ; e se il ca- 
meriere, ammonito dal suo signore, non si fosse affrettato 
a deporre il coltello, avrebbero entrambi pagata la pena 
della lor petulanza. Così inappagata la loro bramosia, 
guidati dalla lucerna, se ne tornarono addietro. — Erano 
quelli i tesori di Ottaviano Augusto imperatore, a propo- 
sito dei quali Guglielmo narra altre avventure e altre 
meraviglie. 

Segue un terzo racconto, col quale il romanzo si chiude. 

Gerberto, osservati gli astri, compose una testa artifi- 
ziata, la quale rispondeva per sì e per no alle domande 
che le si facevano. Così se Gerberto chiedeva: Diventerò 



20 LA LEGGENDA. DI UN PONTEFICE 

io papa? — la testa rispondeva: Sì. — E se Gerberto 
domandava: Morrò io prima che canti messa in Gerusa- 
lemme ? — la testa rispondeva: No. E vogliono che dall'am- 
biguità di questa seconda risposta egli sia stato tratto 
in inganno, perchè non pensò esservi in Koma una chiesa 
che appunto è detta Gerusalemme, dove suol cantar messa 
il papa le tre domeniche cui dassi il titolo di Sfatto ad 
Jerusalem. Ora avvenne che in uno di quei giorni Ger- 
berto, mentre si parava per la messa, ammalò, e cre- 
scendogli il male, consultata la testa, conobbe l'inganno 
e la morte imminente. Chiamati pertanto i cardinali, 
pianse a lungo i suoi malefizii, e mentre quelli per lo 
stupore non sapean che si fare, egli, perduto per l'an- 
goscia il senno, ordinò lo tagliassero a pezzi, e così ne 
lo gittassero fuori, dicendo: Abbia le membra chi ebbe 
l'omaggio, perchè l'anima mia sempre detestò quel sa- 
cramento, anzi sacrilegio. 

Due sarebbero state principalmente, secondo la narra- 
zione di Guglielmo, le ragioni che indussero Gerberto a 
studiare la magia e legarsi col demonio: il desiderio di 
sapere e l'amor della gloria; la cupidigia appare solo 
più tardi. In un poema latino anonimo, di cui non è ac- 
certato se appartenga al secolo XII o al XIII 18 , narrasi 
che Gerberto si diede al diavolo perchè non era buono 
d'imparar nulla, ed ebbe il diavolo stesso a maestro, e 
da lui apprese a compor l'abaco; ma nel già ricordato 
racconto di Gualtiero Map vengono fuori altri fatti, altre 
ragioni, altre meraviglie. 

Dice quest'uom dabbene, con torturata e torturante 
eleganza di concetti e di stile, che Gerberto, essendo in 
Eeims, s'innamorò perdutamente della figliuola di quel 
preposto, bellissima, ammiratissima, desideratissima. Per 
amor di lei Gerberto si diede a spendere e spandere, si 
caricò di debiti, cascò in mano agli usurai, e in poco 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 21 

tempo, abbandonato da servi ed amici, toccò il fondo della 
miseria. Un giorno, lacerato dalla fame e fuor di sé, nel- 
l'ora del meriggio, si cacciò in un bosco, e vagando a 
caso, capitò in un luogo dove improvvisamente gli si 
offerse alla vista una donna d'inaudita bellezza, seduta 
sopra un gran drappo di seta, con innanzi a sé un mucchio 
grandissimo di monete. Gerberto volge il pie per fuggire ; 
ma la donna il chiama per nome, e come mossa a com- 
passione del suo stato, gli offre quante ricchezze possa 
mai desiderare, a patto solo che rinunzii alla figlia del 
preposto, la quale non si curò punto di lui, e voglia lei, 
che gli parla, per compagna ed amica. Ella soggiunge : 
Meridiana è il mio nome, e sono, come tu sei, creatura 
dell'Ai tissimo, e a te, come al più degno fra gli uomini, 
ho serbata la mia verginità. Non sospettar d'inganno e 
d'insidia; non credere che io sia un qualche demone suc- 
cubo; io tutto ti offro, e non ti chiedo promessa o patto 
alcuno. Gerberto, rimosso dall'animo ogni timore, offre la 
propria fede, bacia l'amica (salvo, dice il buon Gualtiero, 
il pudore), prende quant'oro può portare, torna in città, 
paga i suoi creditori, e ajutato dalla sua Meridiana (o 
Marianna), la quale gli è non meno maestra che amante, 
e gl'insegna la notte che cosa abbia da fare il giorno, 
ristora tutto il perduto, agguaglia la magnificenza di 
Salomone, vince quanti hanno fama di dotti, diventa il 
soccorritore dei bisognosi, il redentor degli oppressi, e 
non è città nel mondo che per amòre di lui non porti 
invidia a Reims. La figliuola del preposto, ciò vedendo, 
arde a sua volta di amore e di gelosia, e si strugge del 
desiderio di aver tra le braccia colui che tanto avea di- 
sprezzato. Con l'ajuto di una vecchia, vicina di Gerberto, 
appaga il suo desiderio, un giorno che quegli, dopo lauto 
desinare, s'era addormentato nell'orto. Meridiana si sdegna, 
e da prima respinge il pentito, poi gli perdona, a patto 



22 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

che si leghi a lei con formale promessa e indissolubile 
nodo. Muore intanto l'arcivesco di Reims, e Gerberto, 
per la fama de' suoi meriti, è chiamato a succedergli ; 
poi, in Roma, è dal papa fatto cardinale e arcivescovo 
di Ravenna; poi, morto il papa, è, per universale suf- 
fragio, coronato della tiara. Ma durante tutto il tempo 
del suo sacerdozio, egli più non si cibò del corpo e del 
sangue di Cristo, solo simulando con frode il sacramento. 
L'ultimo anno del suo pontificato gli apparve Meridiana, 
e gli annunziò ch'ei non morrebbe .finché non celebrasse 
messa in Gerusalemme, ed egli, dimorando in Roma, e 
facendo pensiero di non girsene mai in Terra Santa, si 
tenne sicuro. Se non che, andato un giorno a celebrare 
messa nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, si 
vide improvvisamente innanzi Meridiana, che rapplaudiva t 
come fosse lieta del suo prossimo venire a lei. La qual 
cosa veduta, e conosciuto il nome del luogo, egli, convo- 
cati i cardinali, e tutto il clero e il popolo, si confessò 
pubblicamente, e fatta acerbissima penitenza, morì. Fu 
sepolto nella chiesa di San Giovanni Laterano, dentro a 
un'arca marmorea, dalla quale trasuda acqua; e dicono 
che quando sta per morire il papa, di quell'acqua si 
forma un rigagnolo che scorre in terra, e quando muore 
alcun altro grande, se ne aduna più o meno, secondo il 
grado e la dignità di ciascuno. Gerberto, sebbene per 
avarizia sia stato gran tempo impigliato nel vischio del 
diavolo, pure con forte mano e magnificamente resse la 
Chiesa 19 . 

Il racconto di Gualtiero ha una intonazione gaja che 
manca al racconto di Guglielmo e degli altri : l'orror del 
diabolico è in esso raggentilito dall'amore e dalla bel- 
lezza. Quella Meridiana, o Marianna, non è se non l'an- 
tichissima Diana trasformata in diavolo, e più propria- 
mente nel diavolo meridiano, che soleva lasciarsi vedere 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 23 

sull'ora del meriggio, e di cui è frequente ricordo negli 
scrittori del medio evo 20 . Essa ha nel romanzo di Ger- 
berto, quale Gualtiero lo narra, una parte molto simile 
a quella che certe fate hanno nei romanzi cavallereschi, 
e la storia degli amori appartiene al divulgatissimo tema 
degli amori d'uomini d'ossa e di polpe con donne sopran- 
naturali 2l . 

D'onde attingeva Gualtiero? Dalla propria fantasia, o 
da una tradizione scioperata e caduca, nata forse e morta 
in Inghilterra, prima che giungesse a valicar lo stretto 
e a propagarsi nel continente? Propendo per questa se- 
conda soluzione del dubbio, ma senza poterla provare. 
Certo si è che un altro scrittore inglese, di poco ante- 
riore a Gualtiero, e non noto per nome, di Meridiana 
non fa parola: dice che Gerberto si diede al diavolo per 
avidità di onori e di ricchezze; che fu dallo stesso de- 
monio ingannato con quell'ambiguo responso della messa 
da celebrare in Gerusalemme, e fatto un cenno della pe- 
nitenza, chiude il racconto, annunziando la salvazione del 
pentito, e riferendo il miracolo del sepolcro 22 . 

Così abbiam veduto variare le ragioni assegnate al 
diabolico patto : amor del sapere, inettitudine allo studio, 
cupidigia di onori e di potere, avidità di ricchezze; più 
che non se ne sieno addotte per Fausto. Un poeta e cro- 
nista alquanto più tardo, il viennese Enenkel, il quale, 
circa il mezzo del secolo XIII, compose una specie di 
storia universale in versi, narra che Gerberto, uomo di 
gran sapere, ma giocatore sfrenato, per torsi alla miseria 
cui s'era ridotto, si legò col diavolo, pattuendo d'esser 
suo il giorno in cui celebrerebbe messa in Gerusalemme. 
Ajutato dal suo diavolo, Gerberto seguita a giocare a dadi, 
vince quanti si cimentano con lui, diventa segretario del 
vescovo, poi vescovo, poi papa. Segue il racconto della 
messa fatale e della penitenza: le membra tronche sono 



24 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

gettate ai diavoli congregati, che giocano con esse alla 
palla 2S . 

Ma non corriamo tropp'oltre, e prima di seguitare, 
soffermiamoci un poco a considerar più da presso alcuna 
delle finzioni che ci si sono parate dinanzi. 



IV. 
Il verso: 

Scandit ab R Gerbertus in R, post papa viget R, 

riferito la prima volta, come ho detto, da Elgaldo, ripe- 
tuto poi, con leggiere variazioni, da Benone e da molti 
altri, può benissimo, come lo stesso Elgaldo afferma, es- 
sere stato composto da Gerberto dopo la sua esaltazione 
al pontificato; ma mi par più probabile sia fattura di 
qualche scolastico di quei tempi. Comunque sia, più tardi 
esso diventa una specie di vaticinio posto in bocca al dia- 
volo. Il cronista inglese, che andava sotto il nome di 
Guglielmo Godell, ne fece un epitafio inscritto sulla 
tomba di Gerberto 24 . 

Ditmaro parla di un orologio solare. L'anonimo autore 
di certi Gesta episcoporum Halberstadensiurn, il quale 
scriveva nei primi anni del secolo XIII, si contenta di 
dire che Gerberto costruì in Magdeburgo un orologio ab- 
bastanza ammodo (orologium quotidiani honestum satis) 25 ; 
ma Guglielmo di Malmesbury vuole fosse un orologio 
meccanico, e Sant'Antonino dice molto più tardi, nelle 
sue Istorie, che Gerberto fece un orologio meccanico mi- 
rabile. Gli è così appunto che la leggenda lavora. 

La storia della statua, che indica misteriosamente un 
luogo nascosto, ha molti riscontri, ed è certamente, al- 
meno in parte, più antica di Gerberto cui Guglielmo 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 25 

l'appropria. In un libro arabico, intitolato II libro del 
secreto della creatura del saggio Belinus (il quale Be- 
linus si crede con buon fondamento essere Apollonio 
Tianeo) 26 , si narra che nella città di Tuaya (probabilmente 
Tiana) c'era una statua di Ermete, sul cui capo leggevasi 
scritto: Se alcuno desidera conoscere il secreto della 
creazione degli esseri, e come fu formata la natura, 
guardi sotto a! miei piedi. Nessuno aveva mai saputo 
scoprirci nulla; ma Belinus scavò sotto i pie della statua, 
e trovò un sotterraneo, e nel sotterraneo un vecchio se- 
duto sopra un trono d'oro, con innanzi un libro aperto. 
Belinus tolse il libro, e acquistò per esso la cognizione 
di tutte le. cose 27 . Similmente la storia dei tesori trovati 
nel sotterraneo fu narrata, prima che di Gerberto, di altri. 
11 già citato cronista Sigeberto di Gembloux racconta, 
all'anno 1039, che in Sicilia era una statua marmorea, 
la quale recava scritto intorno al capo : Alle colende di 
maggio, nascente il sole, avrò il capo d'oro. Un Saraceno, 
fatto prigione da Boberto Guiscardo, intendendo il signi- 
ficato di quelle parole, il dì primo di maggio, al nascer 
del sole, notò diligentemente il luogo ove giungeva l'ombra 
della statua, e quivi, scavata la terra, trovò un infinito 
tesoro, col quale potè riscattarsi. Di questo caso fa ri- 
cordo anche il Petrarca nel suo libro delle cose memo- 
rabili 28 . L'avventura non ebbe così buon fine per un 
chierico innominato, di cui si narra la storia nei Gesta 
Bomanorum. Costui, penetrato, come Gerberto, in luogo 
sotterraneo, ov'era accolto un inestimabile tesoro, non 
seppe frenare la voglia, e tolse un coltello: immediata- 
mente un sagittario scoccò la freccia nel carbonchio che 
illuminava la caverna, e il temerario chierico, non po- 
tendo più, fra le tenebre, rinvenir la via dell'uscita, morì 
miseramente. Quel sagittario, o uno che assai gli somiglia, 
appare anche in altri racconti : nella leggenda di Virgilio 



26 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

mago, nella Image du monde, nella Eneide del tedesco 
Enrico di Weldeke 29 . 

Veniamo alla testa artifiziata che dà responsi. Teste 
così fatte, o anche intere statue favellatoci, o androidi, 
furono pure attribuite ad Alberto Magno, a Ruggero Ba- 
cone, ad Arnaldo di Villanuova, a Enrico di Villena, a 
un rabbino per nome Lflw. Di una si parlò nel famoso 
processo dei Templari, e Guglielmo di Newbury, storico 
inglese morto il 1208, racconta di un procuratore di 
Andegavia, per nome Stefano, ingannato, come Gerberto, 
da una testa magica 30 ; e chi non ricorda la gherminella 
fatta con una testa presunta magica al povero Don Chi- 
sciotte? Se Gerberto sia stato il primo ad averne una 
dalla generosità della leggenda è difficile dire, e non è 
gran fatto probabile; ma certo il fallace responso ch'egli 
ebbe da essa, o dal diavolo, altri ebbero assai prima di 
lui, come altri ebbero dopo. Di responsi ambigui e fal- 
laci è assai spesso ricordo negli scrittori dell'antichità 81 . 
Di un responso, o, a dir meglio, di un avvertimento, non 
diabolico, ma divino, nel quale, come nella risposta data 
a Gerberto, si ha una equivocazione sul nome di Geru- 
salemme, narra Giovanni Villani riferendola a Roberto 
Guiscardo. « Questo Ruberto Guiscardo, dopo molte no- 
bili opere e cose fatte in Puglia, per cagione di devozione 
si dispose d'andare in Gerusalemme in peregrinaggio, e 
detto li fu in visione che morrebbe in Gerusalemme. 
Adunque accomandato il regno a Ruggieri suo figliuolo, 
prese per mare viaggio verso Gerusalemme. E pervenendo 
in Grecia al porto che si chiamò poi per lui porto Gui- 
scardo, cominciò a gravare di malattia. E confidandosi 
nella revelazione a lui fatta, in nullo modo temeo di mo- 
rire. Era incontro al detto porto una isola, alla quale, 
per cagione di prendere riposo e forza, vi si fece portare, 
e là portato non migliorava, anzi più aggravava. Allora 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 27 

dimandoe come si chiamava quella isola : fu risposto per 
li marinari che per antico si chiamava Gerusalemme. La 
qual cosa udita, incontanente certificato di sua morte, 
divotamente di tutte le cose che a salute dell'anima si 
appartengono sì si ordinò, e divotamente si acconciò e 
morio nella grazia d'Iddio nelli anni di Cristo 1090 » 32 . 
Nella leggenda di Cecco d'Ascoli si ha, come in quella 
di Gerberto un inganno diabolico. Il diavolo aveva annun- 
ziato a Cecco ch'e' non morrebbe se non tra Africa e Campo 
de' Fiori. Condotto al supplizio, l'infelice non dava segno 
di timore alcuno, aspettando che quegli venisse a libe- 
rarlo ; ma saputo allora come Africo fosse il nome di un 
fiumicello che scorreva ivi presso, intese sotto il nome di 
Campo de' Fiori celarsi Firenze, e si conobbe perduto. 
Il mago polacco Twardowsky fu, dice la leggenda, in- 
gannato dal diavolo con una equivocazione sul nome di 
Roma, che aveva pure uà piccolo villaggio in Polonia 8S ; 
Enrico IV d'Inghilterra, nel dramma dello Shakespeare 
che da lui s'intitola, è ancor egli ingannato col nome 
di Gerusalemme 34 . 

Per ciò che spetta alla terribile penitenza con cui Ger- 
berto espiò le sue colpe e si liberò dalle mani del dia- 
volo, la tradizione è certo assai antica, perchè si trova 
già, come abbiam veduto, nello scrìtto di Benone, seb- 
bene poi Sigeberto di Gembloux ne taccia. Il medio evo 
è pieno di così fatti racconti di penitenze spaventose, in- 
tesi a mostrare l'efficacia appunto della penitenza, e come 
non siavi peccato, per quanto grande e mostruoso, che 
non possa ottenere il perdono di Dio: si direbbe che 
quella età abbia a bella posta inventati peccatori scele- 
ratissimi, per poi farli pentire, e renderli degni del Pa- 
radiso. Anche la penitenza di Gerberto ha non pochi ri- 
scontri. Guglielmo di Malmesbury ne racconta una in 
tutto simile di un mago Palumbo 35 , e Tommaso Can- 



28 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

tipratense reca l'esempio di un malvagio pentito, che, 
condannato a morte, chiede in grazia d'essere tagliato a 
pezzi 36 . Taluno di tali racconti è ancor vivo nelle lette- 
rature popolari 37 . 

In relazione con la notizia data da Gualtiero Map, che 
Gerberto più non comunicò durante tutto il tempo del 
suo sacerdozio, è quanto dice un altro scrittore inglese 
del secolo XIII, Giraldo Cambrense, il quale, ricordato 
quel caso, soggiunge: « onde fu statuito nella Chiesa Ro- 
mana che i sommi pontefici, nel momento della comunione, 
dovessero voltarsi verso il popolo » 38 ; precauzione che ri- 
corda quella secondo altri racconti usata per accertarsi 
del sesso dei pontefici dopo la scandalosa avventura della 
papessa Giovanna. 

Finalmente la favola del sepolcro che suda acqua. Il 
primo a farne cenno sembra essere un diacono Giovanni, 
che in Roma, ai tempi di Alessandro III (1159-1181) 
compose un Liber de ecclesia Lateranensi. Egli dice che 
il sepolcro di Gerberto, sebbene non fosse in luogo umido, 
mandava fuori, anche quando l'aria era in tutto serena, 
gocce d'acqua, e che ciò era agli uomini cagione d'am- 
mirazione 89 . Di presagi non fa parola; ma gli è assai 
probabile che qualche immaginazione simile a quella che 
in proposito riferisce Gualtiero, fosse già nata in Roma 
fra il popolo. 

La leggenda di Gerberto faceva ciò che sempre fanno 
le leggende maggiori, congiunte ad alcuna persona illustre, 
o ad alcun memorabile avvenimento: come un rivo nato 
di picciola fonte, il quale ingrossa di sempre nuove acque 
trovate per via, essa ingrossava di quante finzioni le si 
paravano innanzi consentanee al suo spirito e conformi 
al suo tema. 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 29 



V. 



Guglielmo di Malmesbury e Gualtiero Map ci danno 
la leggenda nella sua forma più piena e colorita, quale 
sembra siasi foggiata, per ragioni che ci sfuggono, in 
Inghilterra. Da indi in poi essa si diffonde sempre più, 
ma accrescimenti nuovi, di molto rilievo, più non ne ri- 
ceve ; anzi si assottiglia alquanto caromin facendo, e ciò 
assai prima d'essere pervenuta all'età della declinazione 
e dell'esaurimento. La storia della figlia del preposto e 
della bella Meridiana, benché tale da dover necessaria- 
mente piacere alle fantasie di quei tempi, si perde, né 
é possibile dire perchè : rimangono al loro posto, ma non 
tutte salde egualmente, le altre parti, il patto col diavolo, 
la testa magica, il responso ingannevole, l'ultima messa, 
la penitenza, il miracolo del sepolcro. Talvolta, dell'antica 
leggenda, tramenata* di qua e di là, strappata fuori da 
tanti libri e cacciata dentro a tanti altri, rinarrata spesso 
da chi non l'aveva più se non imperfettamente nella me- 
moria, si lascia vedere solo un membro divelto, come un 
rottame di nave perduta che galleggi a fior d'acqua. 

Ma l'opinione della veracità sua, l'opinione che fosse 
non favola, ma storia, per lungo tempo sempre più si 
rafferma. Sigeberto di Gembloux, Guglielmo di Malme- 
sbury e alcun'altro, avevano espresso un dubbio in pro- 
posito, dubbio proprio o d'altrui. Sigeberto, narrate le 
cose che abbiamo udite, soggiungeva: « Ciò udii da altri; 
se vero o falso, lascio giudicare al lettore >. Guglielmo 
accennava al dubbio che da taluno si sarebbe potuto 
muovere; ma, diceva, a farlo dileguare basta la prova 
della morte; né gli veniva in mente che anche la storia 



30 LA LEGGENDA IH UX PONTEFICE 

della morte potesse esser farcia. Nel secolo successivo 
ogni dubbio si tace. 

Chi volesse ricordare tutto le scritture in cui, per lo 
spazio di quattro secoli, dal XIII al XYI, ricomparisce 
la leggenda di Gerberto, dorrebbe recitare una litania 
non più finita. Io mi contenterò di ricordare le più im- 
portanti, notando certe Tariazioni che, per esse, si anda- 
vano introducendo nella leggenda- 
La fonte principalissima, quando diretta e quando in- 
diretta, dei nuovi, o, per dir meglio, rinnovati racconti, 
è Gaglielmo, la cui opera fu assai nota nel continente, 
e usufruita e saccheggiata da molti. Da lui attinse, negli 
anni intorno al 1230, Alberico dalle Tre Fontane 40 , e 
da lui attinse, circa quel medesimo tempo, Vincenzo Bel- 
lovacense, il cui Speeulum historxale procacciò, con la 
grande sua diffusione, nuova celebrità alla leggenda, e 
divenne a sua volta una fonte a cui attinsero molti 41 . 
In quello stesso secolo la leggenda è narrata, ma sola- 
mente in parte, da Filippo Mousket (il quale non visse 
oltre il 1244) in una sua fastidiosissima cronica rimata 42 , 
e dal celebre Martino Polono, il quale morì nel 1279 43 . 
11 Chronicon di Martino fu, per tutto il rimanente medio 
evo, il libro di storia più letto e più frequentemente ci- 
tato, e accrebbe di molto, se pur era possibile, la diffu- 
sione e il credito della leggenda. In esso è per la prima 
volta ricordata una particolarità curiosa circa il seppel- 
limento di Gerberto. Fattosi troncare le membra, il con- 
trito pontefice ordinò che il suo tronco fosse posto sopra 
una biga, e sepolto nel luogo ove lo traessero e si fer- 
massero gli animali aggiogati: questi lo trassero a San 
Giovanni Laterano, e quivi fu sepolto. Della biga molti 
poi ebbero a ricordarsi, facendola tirare da buoi, da bu- 
fali, da cavalli indomiti, rinnovando il tema di altre leg- 
gende, così sacre, come profane. Quando Martino scriveva, 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 31 

nessuno più dubitava della veracità di quei racconti, i 
quali erano stati accolti e condensati in apposita iscri- 
zione, incisa sul sepolcro del pontefice mago. À tale iscri- 
zione accenna chiaramente Martino in fine della sua nar- 
razione. Parve duro a taluno credere che la Chiesa stessa 
volesse, con l'autorità che le è propria, in luogo saero, 
farsi mallevadrice di tante e così ingiuriose (àvole; ma 
la iscrizione ci fu veramente; anzi ce ne furono due, di 
consimil carattere, l'una in San Giovanni, e l'altra in Santa 
Croce, vedute entrambe da Michele Montaigne, che ne 
fa espresso ricordo **. Quella di Santa Croce era, dice 
Eaimondo Besozzi nella storia che scrisse di tale basi- 
lica 45 , nel lato diritto della cordonata che conduce alla 
cappella di San Gregorio, e ci fu conservata da Lorenzo 
Schrader nell'opera sua intitolata Monumenta Italiae 46 , 
dove si legge del tenore seguente: Anno domini MI1I 
tempore Otthonis III Sylvester Papa Secundus qui 
fuerat ante Otthonis praeceptor, non satis rite forsan 
Pontificatimi adeptus, a spiritu praemonitus qua die 
Hierusalem aecederet se fore moriturum, nesciens forte 
hoc sacellum esse Hierusalem secundum, sui Pontificatus 
anno quinto, statata die rem hic divinam faciens, ipsa 
die moritur. Eo tamen divina gratia ante communionem, 
cum se jam tunc moriturum intéllexisset, propter dìgnam 
poenitudinem et lacrymas ac loci sanctitatem ad statum 
verisimilem salutis reducto: reseratis enim post divina 
popolo criminibus suis et ordinatione praemissa, ut in 
criminum ultionem exanime corpus suum ab indomitis 
equis per urbem quaqua versum discurrentibus traheretur, 
et inhumatum dimitteretur, nisi Deus sua pietate aliud 
disponeret, equisque post longiorem cursum intra Late- 
ranam aedem moratis, istich ab Otthone tumulatur. Ser- 
giusque III1 successor mausoleum deinde expolitius red- 
didit. 



32 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

Ma qui nasce un dubbio. Sergio IV, uno dei primi 
successori di Gerberto (10091012), compose, o fece com- 
porre, per il predecessore suo un lungo e pomposo epi- 
tafio in distici, che tuttora esiste, sebbene non esista più 
il sepolcro a cui appartenne 47 . In esso molte e magni- 
fiche lodi, e non un minimo cenno di leggenda ingiuriosa. 
Non è egli dunque da credere che abbia errato Martino 
Polono, ricordando come incisa sul sepolcro una iscrizione 
ispirata dalla leggenda, e che abbia traveduto il Mon- 
taigne, credendo di leggere in San Giovanni Laterano 
una iscrizione simile a quella di Santa Croce in Gerusa- 
lemme? L'epitafio di Sergio, epitafio che appunto leggevasi 
in San Giovanni, non escludeva, con la sua presenza, 
ogni iscrizione di carattere leggendario ed ingiurioso? 
Non panni; e mostrerebbe di conoscere assai malamente 
il medio evo chi, per affermarlo, si fondasse sulla con- 
traddizione palese e violenta. A ben altre contraddizioni 
quella età si acconciava, senza addarsene punto, o senza 
torsene briga. L'affermazione di Martino, il quale (si noti) 
fa lunghi anni in Roma cappellano e penitenziario pa- 
pale, è categorica e degna in tutto di fede, com'è cate- 
gorica e degna di fede l'affermazione di Michele Mon- 
taigne, ed entrambe sono avvalorate dalle parole di un 
devotissimo tedesco, del quale sarà fatto ricordo più oltre. 
Ben più strana della notata sarebbe a ogni modo l'altra 
contraddizione, che la leggenda si potesse veder descritta 
in Santa Croce, e, poco di là discosto, in San Giovanni, 
sulla tomba del Pontefice, non se n'avesse traccia. Noi 
possiamo dunque tener per fermo che una iscrizione di 
carattere leggendario sulla tomba ci fosse: a canto ad 
essa il panegirico del buon papa Sergio si reggeva come 
poteva. 

Insieme con quella della biga vengono fuori qua e là, 
altre particolarità curiose. Dice Martino che, in segno 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 33 

della ottenuta misericordia, il sepolcro di Gerberto, così 
per l'agitazione e il rumore delle ossa che vi son dentro, 
come pel trasudare dell'acqua, annunzia la imminente 
morte dei pontefici. Di quel tumultuar delle ossa molti 
parlano di poi 48 ; al qual proposito è da osservare che 
l'agitarsi dei morti nelle tombe, è, di solito, considerato 
quale un segno, non di salvazione, ma di dannazione. 

L'acqua, in certi racconti, si muta in olio 49 , e si parla 
di una indulgenza accordata a quanti si recano a visi- 
tare la tomba e vi recitano un Pater noster 50 . 

Nei racconti più antichi, Gerberto, pentito, si fa ta- 
gliare a pezzi, e la cosa finisce lì; racconti posteriori 
accolgono il fatto, ma ci mettono un po' di frasca intorno. 
Filippo Mousket, nella già citata sua cronaca, insiste 
molto, e con manifesto compiacimento, sopra quella ma- 
cellazione finale. Le membra del malcapitato pontefice 
sono date a mangiare ai cani. I diavoli, che, sotto forma 
di nerissimi corvi e di orribili avvoltoi, erano accorsi in 
gran numero (più di 536, dice il cronista tirato dalla 
rima), le contendono ai cani, e se le contendono fra loro, 
menando un chiasso veramente indiavolato. Enenkel fa, 
come si è veduto, che i diavoli giuochino con quelle po- 
vere membra alla palla. Tali racconti, intesi ad accre- 
scere l'orrore e l'efficacità dell'esempio, trovano ripetitori 
e rimaneggiatori: due secoli dopo Sant'Antonino, sente il 
bisogno di mitigare alquanto le feroci immaginazioni de' 
suoi predecessori, e con lodevole accorgimento vuole che 
il papa si faccia tagliare a pezzi dopo morto 51 . Circa il 
1260, il così detto Minorità Erfordiense narra, con pa- 
role di santa esecrazione, che nella cappella dove seguì 
l'orribil fatto, nessun papa volle più mettere il piede 52 . 

E la leggenda sempre più si diffonde, passando di se- 
colo in secolo e di gente in gente. Sin qui non abbiamo 
trovato scrittori italiani che la narrassero. Eomualdo Sa- 

Gbaf, Jft'tf, leggende, ecc., v. II. 3 



•ICE 

ignorasse affatto; 

ritrtn Tirimi "Rij*_ 






34 LA LE3GENDA DI DN PONTEFICE 

lernitano, morto nel 1181, sembra che la 
ma nel secolo XIV molti Italiani la narrano, primi Ric- 
cobaldo da Ferrara 53 e Leone d'Orvieto **. Con essi la 
leggenda penetra nelle storie speciali dei pontefici, d'onde 
non uscirà più, se non molto tardi. Narrano quasi con 
le stesse parole, succintamente, e nulla recano di nuovo. 
Ad essi tengono dietro Tolomeo da Lucca 5S il quale cita 
Vincenzo Bellovacense e Martino Polono; Giovanni Co- 
lonna 66 , il quale attinge da Guglielmo di Malmesbury 
Domenico Cavalca, nel Pungilingua, il quale, del resto, 
6 poco più che traduzione di un libro 
Frutti della Lingua 01 ; Andrea Dandolo, che parla della 
statua e dell'ambiguo responso 59 . Fuori d'Italia ripetono 
la leggenda Matteo di Westminster fl9 , Bernardo Gui- 
donis fl ", Roberto Holkot ei , Pietro Bersnire (o Bercborio) 6a , 
Amaury d'Augier 63 , Enrico di Ervordia M , Giovanni 
d'Outremeuse 85 , l'autore del Chronicon Veeeliacense 96 , 
ed altri parecchi. A forza di viaggiare, la leggenda era 
giunta, già nella prima metà di quel secolo, se non anche 
prima, sino in Islanda 61 . 

Nel secolo seguente, l'antica favola, non punto scemata 
di credito, riappare nelle già citate Istorie di Sant'An- 
tonino, il quale altro quasi non fa se non copiare Gio- 
vanni Colonna; nelle Vite dei Pontefici del Platina; nella 
Fìeur des histoires di Giovanni Mansel ; nelle Rapsodiae 
historiarum di Marc'Antonio Sabellico; nelle Novissimae 
historiarum omnium repcrcussiones di Jacopo Filippo da 
Bergamo; negli Annaìes silesiaci compilati, ecc.; e nel 
secolo XVI la riferiscono, Giovanni Wier nel libro suo 
De praestigiis daemonum; Hans Sachs in una delle in- 
numerevoli sue poesie; Giovanni Guglielmo Kirchhof nel 
Wendunmutk; i così detti Centuriatori di Magdeburgo 
nella loro Historìa ecclesiastica, e parecchi altri scrittori 
della Riforma, ai quali stava molto a cuore di narrar le 







LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 35 

gesta di un papa che s'era venduto al diavolo. Nel 1599 
Giorgio Kodolfo Widmann introduceva la novella di Santa 
Croce in Gerusalemme nella sua Storia di Fausto. 

Ben s'intende come alla longeva e vagabonda leggenda 
dovesse far codazzo un popolo di errori, che la leggenda, 
veramente, non chiedeva, alcuni dei quali, anzi, essa vo- 
lentieri avrebbe respinti, ma che in sua compagnia non 
facevano poi troppo brutta figura. Ne additerò alcuni. 

Gualtiero Map, forse più per proposito che per errore, 
fa nascere Gerberto di nobile prosapia; ma molto prima 
di lui, in un Catalogo di pontefici, attribuito, non so con 
quanta ragione, a Mariano Scoto, il quale visse fino al 
1086, Gerberto era stato fatto a dirittura figliuolo dell'im- 
peratore Ottone (di quale?) 68 . In alcuni, come nell'autore 
della cronaca che andava sotto il nome di Guglielmo 
Godell, nasce un dubbio, se, cioè, Gerberto e Silvestro II 
sieno una sola e stessa persona, e in certi Annaìes re- 
menses et colonienses si dice risolutamente che Silvestro II 
fece deporre Gerberto, il quale aveva usurpato il luogo 
di Arnulfo, arcivescovo di Eeims, e sospendere i vescovi 
che avevano consentita la sua consacrazione 69 . Altri, a 
cominciare da Guglielmo di Malmesbury, confondono Sil- 
vestro II con Giovanni XVI, l'antipapa che da Crescenzio 
fu opposto a Gregorio V, e a questo Gregorio Ugo di Fla- 
vigny fa precedere Silvestro, che invece fu suo successore, 
H nome stesso di Gerberto si altera in varii modi : Gui- 
berto, Gilberto, Giriberto, Goberto, Uberto, e talvolta, 
come or ora vedremo, si muta in nomi di tutt' altro suono. 
Gli anni della esaltazione e della morte oscillano molto, 
e per solo citare due esempii estremi, mentre, nel secolo XI, 
l'autore di una parte di certi Annales Formosélenses 70 
pone l'esaltazione all'anno 895, con errore di più che 
cent'anni, Giovanni d'Outremeuse, nel secolo XIV, fa che 
Gerberto riceva dal diavolo il fallace responso il 7 di 



36 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

giugno del 1022. Gli anni del papato variano da meno di 
uno a sette. Qui pure sono da ricordare certe affermazioni 
di storici, le quali contraddicono, o poco, o molto, alla 
leggenda diabolica. Più cronisti asseverano, quando già 
la leggenda è larghissimamente diffusa, che fu il popolo 
romano tutto intero quello che acclamò pontefice Ger- 
berto 71 ; e più altri ricordano una santa visione che Ger- 
berto ebbe concernente il conferimento della corona d'Un- 
gheria 72 . 

Ci riman da vedere come la leggenda traviasse, e come 
da ultimo si perdesse, simile a un fiume, che, dopo 
lungo corso, dilegui, bevuto dalle sabbie del deserto e 
dal sole. 

Un poemetto inglese del secolo XIII narra la meravi- 
gliosa istoria di Silvestro II, ma riferendola a un papa 
Celestino, il quale, evidentemente, non può aver nulla di 
comune con Celestino IL Esso ricorda in principio, per 
le cose che narra, il poemetto latino che ho già citato, 
ma poi se ne scosta molto nel séguito. Celestino, perduto 
assai tempo nelle scuole senza apprendere nulla, si dà al 
diavolo, e il diavolo l'ammaestra, e nel corso di pochi 
anni lo fa arcidiacono, poi arcivescovo, poi cardinale, poi 
papa. Divenuto papa, Celestino predica, per dodici mesi 
consecutivi, contro la fede, poi un bel giorno gli viene in 
mente che ha pur da morire, e vuol sapere quando morrà. 
Il diavolo, appositamente evocato, lo inganna con quel- 
l'ambiguo responso della messa da celebrare in Gerusa- 
lemme. Venuto il dì fatale, e scoperta la frode, il papa 
si pente, e invoca l'ajuto di Gesù. Vengono mille diavoli, 
urlando, strepitando, schizzando fuoco, e fanno ressa alla 
porta della cappella, gridando a gran voci: Il papa è 
nostro; il papa è nostro! 11 povero papa si confessa da- 
vanti al popolo adunato, disputa e contrasta con i sette 
peccati capitali, che sono poi altrettanti diavoli, e non 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 37 

cessa di raccomandarsi a Cristo redentore e alla Vergine 
Maria. I diavoli traggono innanzi un orribile cavallo alato, 
per portare il papa in Inferno, e menano intorno alla 
cappella una scorribanda furiosa. Celestino fa testamento, 
e lascia agli avversarii le vesti, e le membra, che si fa 
troncar dal carnefice. Quando costui s'appresta a tagliare 
il capo, ecco scende di cielo la Vergine, con una schiera 
di angeli e consola il pentito, e gli promette l'eterna 
salute. Il carnefice compie allora il suo officio, e getta 
il capo del papa al diavolo Avarizia, che subito lo acciuffa 
e lo divora. Le altre membra sono trasportate nella basi- 
lica di San Pietro, e lo stesso principe degli apostoli 
scende con cento angioli dal cielo, per assistere alla se- 
poltura del suo successore, e per dire che il trono di lui 
è in Paradiso, accanto al suo proprio 73 . 

Nel racconto molto più tardo di un buon tedesco, cit- 
tadino cospicuo di Norimberga, Niccolò Muffel, che nel- 
l'anno 1452 venne in Eoma per l'incoronazione dell'im- 
peratore Federico III, e ivi comperò, a buon mercato 
(così egli dice), una notabile indulgenza, Celestino si tra- 
muta in Istefano. E perchè non rimanga alcun dubbio, 
Niccolò narra la storia due volte. Quando il papa Stefano 
vide venire i diavoli in figura di corvi e di cornacchie 
innumerevoli, subito si confessò, e si fece tagliare a pezzi, 
e gli uccelli diabolici ne portarono via i lacerti e le 
viscere, meno il cuore che fu sepolto in San Giovanni 
Laterano. Niccolò avverte espressamente che il ricordo di 
questi fatti si leggeva nella chiesa di San Giovanni 74 . 

Finalmente, ai tempi di Francesco I re di Francia, la 
vecchia leggenda riappare in una novella di Niccolò di 
Troyes; ma, come una moneta, che a forza di correre 
per le mani degli uomini abbia perduto l'impronta del 
conio, essa ha perduto l'effigie di Gerberto e non poco 
di ciò che v'era scritto intorno: pur nondimeno gli è fa- 



38 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

die riconoscerla. Un cardinale di Roma desiderava ar- 
dentemente di diventar papa. Gli viene innanzi il diavolo, 
e gli promette dieci anni di papato, e di non porgli le 
mani addosso se non in sancia civitas (sic). Trascorso il 
termine, il papa va a celebrar messa in una chiesa di 
Roma, e come appena v'è entrato, ecco più di dieci mila 
corvi calar d'ogni banda e posarsi sul tetto. La chiesa 
è detta appunto in sancia civitas. D papa non si perde 
di animo: celebra la messa con gran devozione, chiede 
a Dio perdono de' suoi peccati, e ottenutolo, vive ancora 
molt'anni senza paura e senza pericolo 75 . 
La leggenda, sfinita, si perde. 



VI. 



A mezzo il secolo XV, in pien concilio di Basilea, 
Tommaso de Corsellis, uomo, dice Enea Silvio Piccolo- 
mini, storico del concilio stesso, di mirabile dottrina, 
amabilità e modestia, usciva dinanzi ai padri assembrati, 
in queste parole: « Voi non ignorate che Marcellino, per 
comando dell'imperatore, incensò gl'idoli, e che un altro 
pontefice, cosa ben più grave ed orribile, salì al pontifi- 
cato con l'ajuto del diavolo » 76 . Egli non nominava Sil- 
vestro II, e non aveva bisogno di nominarlo : tutti a quel 
cenno intendevano di chi si parlava. 

Ma i tempi erano già molto mutati, e sempre più si 
venivano mutando. Era nata la critica, e innanzi a lei, 
sotto il suo sguardo scrutatore, le grandi e immaginose 
leggende venute su di mezzo alle caligini del medio evo, 
cominciavano a vacillare, a diradarsi, a smarrirsi, e non 
molto dopo dovevano dileguarsi affatto, come nubi leg- 
giere in un cielo caldo d'estate. Il secolo XVI vide sor- 
gere i primi difensori di Gerberto, i primi restauratori 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 39 

della sua fama, da tanti secoli offesa. Un domenicano 
spagnuolo, Alfonso Chacon (Ciaconio), morto in Eoma 
verso il 1600, inseriva nelle sue Vitae et gesta roma- 
norum pontificum et cardinalium un epigramma latino, 
in cui la imputazione di magia fatta a Gerberto era 
ascritta alla inerzia ed ignoranza del volgo 77 . Due car- 
dinali celebri, il Baronio e il Bellarmino, sgravarono l'an- 
tico pontefice di un'accusa che a molti oramai sembrava 
assurda, e lo stesso fece il dotto medico francese Gabriele 
Naudé nella sua Apologie pour tous les grands persoti- 
nages qui ont été faussement soupqonnez de magie, stam- 
pata la prima volta nel 1625. Finalmente un domenicano 
polacco, Abramo Bzovio, nato nel 1567, morto nel 1637, 
compose in onor di Gerberto, e in trentotto capitoli, un 
vero panegirico, che vide la luce in Eoma nel 1629, e 
diede alla tenebrosa leggenda il colpo di grazia. Peccato 
che alle favole antiche egli, di suo capo, sostituisse una 
favola nuova, facendo di Gerberto un discendente della 
gente Cesia, di Temono re d'Argo e di Ercole. Gli stessi 
protestanti rinunziarono a usare della leggenda come di 
un'arma contro la Chiesa di Eoma, e alcuni di essi ri- 
solutamente la confutarono. 

Del resto, una smentita, per dir così, materiale, non 
si fece aspettar troppo a lungo. L'anno 1648, rifacendosi 
per ordine d'Innocenzo X le fondamenta alla basilica di 
San Giovanni, fu aperta l'arca marmorea di Silvestro II, 
e il pontefice scelerato, che s'era fatto tagliare a pezzi, 
e le cui membra erano state involate e divorate da corvi, 
da cani e da diavoli, apparve, dice il canonico Cesare 
Basponi, intero ed illeso, vestito degli abiti pontificali, 
con le braccia in croce, e la tiara in capo; ma appena 
sentì l'aria si sciolse in polvere 78 . 

Così finiva, dopo quasi sei secoli di vita, una delle più 
curiose e celebri leggende del medio evo, meravigliosa 



40 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

per le finzioni di cui è tessuta, notabile pel senso che 
racchiude. Nessuno la stimi una immaginazione scioperata, 
fatta solo di sogno e di nebbia. Storia essa non è, ma 
della storia è come un corollario e un commento. Anzi, 
in certo senso, al pari d'altre leggende senza numero, è 
storia più generale e più recondita, perchè se non narra 
singoli fatti veri, esprime ragioni e condizioni di fatti, 
desiderii e terrori di popoli, spirito, grandezza e miseria 
di secoli. 



NOTE 



NOTE 



1 Veggasi intorno a Gerberto : Hock, Gerbert oder Papst Syl- 
vester II und sein Jahrhundert, Vienna, 1837; Olleris, Oeuvres 
de Gerbert, Clermont, 1867, Introduzione; Werner, Gerbert von 
Aurillac, die Kircke und Wissenschaft seiner Zeit, Vienna, 1878. 
Questi autori discorrono della leggenda in modo affatto insuf- 
ficiente, e così ancora il Doellinger, Die Papst-Fabeln des 
Mittelalters, edizione curata da I. Friedrich, Stoccarda, 1890, 
pp. 184-8. In questi ultimi anni molto si scrisse intorno a Ger- 
berto, considerato nella politica, nella scienza, nell'insegnamento, 
nel ministero ecclesiastico. Meritano particolar menzione due 
pubblicazioni recenti che hanno per oggetto le lettere di lui, 
cioè la fonte principale per la sua biografia : Niccolò Bubnow, 
Le lettere di Gerberto considerate come fonte storica (in russo), 
Pietroburgo, 1888 sgg. : Lettres de Gerbert publiées avec une in- 
troduction et des notes par Julien Havet, Parigi, 1889. 

8 Magni ingenii ac vivi éloquii vir, quo postmodum tota Gallia 
acri lucerna ardente, vibrabunda refulsit età, etc. Historiarum 
1. IV, ap. Pertz, Mon. Germ. hist, SS., t III, pp. 616-21, 648-53. 

3 Ai citati aggiungansi gli anonimi compilatori degli Annales 
Hildesheimenses, degli Annales Pragenses, degli Annales Augu- 
stani, degli Annales Sancti Vincentii Mettensis, ecc. 

4 Bouquet, Recueil des historiens des Gaules et de la France, 
t. X, p. 67, vv. 166-7. Cf. le note di Adriano Valesio, pp. 82-3. 
La data del 1006 è resa più che probabile dal Mabillon. 

5 Ho dinanzi, non potendo averne altro, il testo dato da Gio- 
vanni Wolp, Lectionum memorabilium et reconditarum cente- 
narii XVI, Lavingae, 1600, t. I, pp. 292-5. 

8 Chronicon, 1. I, ap. Pertz, SS., t. VIII, pp. 366-7. 

7 II Doellinger (op. cit., p. 185) è d'altra opinione. Egli crede 
che Ugo abbia inteso parlare di sole arti cortigianesche, di 



44 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

lenocinli. Certo, nel latino classico, il vocabolo praestigia ebbe 
anche quel significato; ma nel latino medievale prevalse l'altro 
di artifizio magico. 

8 Ap. Pebtz, SS, t. VI, p. 353. 

9 L. I, ap. Pertz, SS, t. XXVI, pp. 11-2. 

10 Nella Vita che, dopo il 1042, scrisse di Roberto il Pio; 
ap. Bouquet, Ree, t. X, p. 99. 

11 Chronicon, 1. VI, cap. 61, ap. Pertz, SS., t. Ili, p. 835. 

12 Historiarum 1. Ili, ap. Pertz, SS., t. IV, p. 130. 

13 Vedi Chasles, Explication des traités de VAbacus, et parti- 
culièrement du Traité de Gerbert, Comptes rendus des séances de 
VAcadémie des sciences, t. XVI, 1843, pp. 156 sgg.; Martin, Re- 
cherches nouvelles concernant les origines de notre système de nu~ 
mération écrite, Revue archéologique, t. XIII, parte 2 a , pp. 509 
sgg., 588 sgg. 

14 Loc. cit. 

15 Ep. XVI, ediz. Olleris. 

16 Op. cit., pp. 186. 

17 De gestis regum anglorum, 1. II, capp. 167, 168, 169, 172, 
ap. Pertz, SS., t. X, pp. 461-4. Non traduco alla lettera; anzi 
in più luoghi do solamente la sostanza del racconto del bene- 
dettino inglese. 

18 Pubblicato dal Mone, in Anzeiger fiir Kunde des deutschen 
Mittelalters, anno 1833, coli. 188-9. 

19 De nugis curialium, dist. IV, cap. 11, ap. Pertz, SS., t. XXVII, 
pp. 70-2. 

20 Vedi, in questo volume, lo scritto intitolato Demonologia 
di Dante, e Liebrecht, Zur Volkskunde, Heilbronn, 1879, p. 28. 

21 Vedi in proposito J. W. Wolf, Beitràge zur deutschen My- 
thologie, Gottinga, 1857, parte 2 a , pp. 235 sgg. 

22 Cronaca detta di Guglielmo Godell, 1. Ili, ap. Pertz, jSSI, 
t. XXVI, p. 196. 

23 Weltbuch, in Von der Hagen, Gesammtabenteuer, Stoccarda 
e Tubinga 1850, voi. Il, pp. 553-62. 



NOTE 45 

24 Negli Annales Parchenses (ap. Pebtz, SS., t. XVI, p. 601), 
il verso si trova ridotto a metà. Ottone fa Gerberto, prima ar- 
civescovo di Ravenna, poi papa: unde dicttim est: Scandit ab 
B. Gerbertus ad B. 

25 Ap. Pertz, SS., t. XXH1, p. 89. 

26 Vedi Steinschneider, Apollonius von Thyana (oder Balinas) 
bei den Arabern, Zeitschrift der Deutschen Morgenldndischen Ge- 
sellschaft, voi. XLV (1891), pp. 439-46. 

27 Notices et extraits dee manuscrits de la Bibliothègue Natio- 
naie, t. IV, pp. 118-20. Il libro è analizzato da Silvestro de Sacy. 

28 Berum memorandarum 1. IV (Becentiores, Innominatus) , Opera, 
Basilea, 1521, p. 436. 

29 Gesta Bomanorum, ed. Oesterley, Berlino, 1872, cap. 107; 
Comparetti, Virgilio nel medio evo, Livorno, 1872, voi. II, pp. 183-5; 
Die Eneide, ediz. di Lipsia 1852, col. 255; Graf, Boma nella 
memoria e nelle immaginazioni del medio evo, Torino, 1882-3, 
voi. I, pp. 161-70; voi. II, p. 241. 

30 De rebus anglicis sui temporis, ediz. di Parigi 1610, 1. V, 
cap. 6, p. 562. 

31 Vedi le note del Berneccer alle Istorie di Giustino, 1. XII, e. 2. 

32 Istorie fiorentine, 1. IV, e. 18. Vedi pure ciò che il Villani 
(1. VI, cap. 73) e l'autore degli Annales mediólanenses (ap. Mu- 
ratori, Scriptores, t. XIV, coli. 661-2) narrano di Ezzelino da 
Romano morente, e cf. A. Bonardi, Leggende e storielle su Eze- 
lino da Bomano, Padova e Verona, 1892, pp. 70-1. 

33 Scheible, Dos Kloster, t. XI, Stoccarda, 1849, p. 529. 

34 LlEBRECHT, Op. CU., p. 48. 

35 Op. cit. t p. 472. 

36 Bonum universale de apibus, Duaci, 1627, 1. II, cap. 51, 
num. 5. 

37 Vedi per esempio Luzel, Légendes chrétiennes de la Basse- 
Bretagne, Parigi, 1881, voi. I, pp. 161, 175. 

38 Gemma ecclesiastica, ap. Pertz, SS., t. XXVII, p. 412. 

39 Ap. Mabillon, Museum italicum, t. II, p. 568. 

40 Chronica Albrici monachi Trium Fontium a monacho novi 
monasterii Hoiensis interpolata, ap. Pertz, SS., t. XXIII, pp. 774, 778. 



4G LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

41 Speculum historiale, 1. XXV, capp. 98-101. 

42 Chronique rimée, ap. Pebtz, SS., t. XXVI, pp. 727-9. 

43 Chronicon pontificum et imperatorum, ap. Pebtz, SS., t. XXII, 
p. 432. 

44 Je ne sgai pourquoi aucuns se scandalisent de voir Ubrement 
accuser la vie de quelque particulier prelat, quand il est connu 
et publicq; car ce jour là, et à S. Jean de Latran, et d Véglise 
Sainte Croix en Jerusalem, je vis Vhistoire escrite au long en lieti 
tres apparanty du Pape Silvestre second, qui est la plus injurieuse 
qui se puisse imaginer. D'Ancona , L' Italia alla -fine del se- 
cólo XVI. Giornale del viaggio di Michele de Montaigne in Italia 
nel 1580 e 1581, Città di Castello, 1889, p. 297. 

45 Roma, 1750, p. 73. 

48 Helmstadii, 1592, f. 128 r. 

47 Lo reca, fra gli altri, il Gbegobovius, Le tombe dei papi 
(trad. dal tedesco), Roma, 1879, pp. 203-4. 

48 Secondo l'autore di certi Flores temporum, composti negli 
ultimi anni del secolo XIII, il sepolcro suda o rumoreggia 
quando il pontefice è morto. Ap. Pebtz, SS., t. XXIV, p. 245. 

49 Vedi, per esempio, gli Annales Marbacenses del secolo XIII, 
ap. Pebtz, SS., t. XVII, p. 154. 

50 Alberico delle Tbe Fontane, Op. cit., p. 778. 

51 Historiarum P. II, tit. XVI, cap. I, § 18. 

52 Chronicon minor, ap. Pebtz, SS., t. XXIV, p. 187. 

53 Historia pontificum romanorum, ap. Muratori, SS. t. IX, 
coli. 172-3. 

84 Chronica romanorum pontificum, ap. Lami, Deliciae erudilorum, 
v. II, pp. 162-3. 

55 Historia ecclesiastica, 1. XVIII, capp. 6-8, ap. Muratori, SS., 
t. XI, coli. 1049-50. 

56 Mare historiarum (in massima parte ancora inedito), 1. Vili, 
cap. 27. Ebbi copia del capitolo ove la leggenda è narrata dalla 
cortesia del signor A. Salmon, che la trasse dal cod. 4914 della 
Nazionale di Parigi. 



NOTE 47 

57 B Pungilingua, ediz. di Milano 1837, cap. XXX, pp. 264-5; 
I Frutti della lingua, ediz. di Milano, 1837, cap. XXXVII, 
pp. 343-4. 

58 Chronicon venetum, lib. IX, cap. I, part. XXXIV, ap. Mura- 
tori, SS., t. XII, col. 231. 

59 Flores historiarum, Londra, 1570, pp. 383-5. 

60 Catalogus pontificum romanorum, ap. Mai, Spicilegium ro- 
manum, t. VI, Roma, 1841, pp. 244-5. Il Mai non riferisce il 
racconto per intero. 

S1 Opus super sapientiam Salomonis, Iect. CLXXXIX, ediz. di 
Basilea, 1506, f. 172 v. 

62 Reductorium morale, Parigi, 1521, 1. XIV, cap. 62. 

83 Ap. Muratori, SS., t. Ili, P. 2% col. 336. 

** Liber de rebus memorabilioribus, Gottinga, 1859, pp. 86, 91-3. 

65 Ly myreur des histors, Bruxelles, 1869-80, t. IV, p. 205-6. 

86 Ap. Labbe, Nova Bibliotheca manuscriptorum librorum, t. I, 
p. 395. 

87 Islendzk Aeventyri. Islàndische Legenden Novellen und Mftr- 
chen herausgegeben voti Hugo Gtering, Halle a. S., 1882-4, v. I, 
pp. 47-9; v. II, pp. 32-3. 

68 Catalogus pontificum Mariani ut videtur, ap. Pertz, SS., 

t. xni, p. 78. 

69 In una parte scritta probabilmente prima del 1150; ap. 
Pertz, SS., t. XVI, p. 731. 

70 Ap. Pertz, SS, t. V, p. 35. 

71 Romualdo Salernitano, già cit. ; Historia Francorum seno- 
nensis, ap. Pertz, SS., t. IX, p. 368 ; Historia regum Francorum 
monasterii Sancti Dionysii, ibid., p. 403, ecc. 

72 Annales Kamenzenses, ap. Pertz, SS., t. XIX, p. 581; An- 
nales Cracovienses compilati, ibid., p. 586; Annales Polonorum, 
ibid., pp. 618, 619; Annales Sanctae Crucis polonici, ibid., p. 678. 

73 Pubblicato da C. Horstmann néiV Anglia, v. I, 1878, pp. 67-85. 

74 Nikolaus Muffels Beschreibung der Stadt Bom. Bibliothek 
des litterarischen Vereins in Stuttgart, CXXVIII, Tubinga, 1876, 
pp. 12-3, 35-6. 



48 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

75 Le grand parangon des nourellea nourelles, nov. 37, ediz. di 
E. Mabille, Parigi, 1869, pp. 161-3. 

74 Aeneae Sylvii postea Pu 11 pontificis romani, commenta- 
riorum historicorum libri III de Concilio Basileensi, Cattopoli, 
1667, p. 15. 

77 Eccolo: 

Ne mirare Magura fatai quod inerti a vulgi 

Ma (veri minime gnara) fuisse putat, 
Archimedis studium quod eram sophiaequa secatus 

Tum cum magna fuit gloria scire nihil. 
Credebat magicutn esse rudes sed busta loquuntur 

Quam pi us, integer et religiosus eram. 

Qui si allude alla iscrizione posta da Sergio IV. 

78 De basilica et patriarchio Lateranensi, Roma, 1656, pp. 75-6. 



APPENDICE 



Graf, Miti, leggmdé, ecc., ▼. U. 



APPENDICE 



ALCUNI TESTI DELLA LEGGENDA DI SILVESTRO IL 



1. 

Benone (m. 1098), Vita et gesta Hildébrandi, ap. Wolf, 
Lectiones mernorabiles, LaviDgae, 1600, t. I, p. 295. 

Theophilacto autem et Laurentio adhuc juvenibus, infecerat 
urbem iis maleficiis Gerbertus ille, de quo dictum est: 

Traosit ab R. Gerbertus ad R. post Papa viget R. 

Et iste Gerbertus quidem paulo post completum millenarium, 
ascendens de abysso permissionis divinae, quatuor annis sedit, 
mutato nomine dictus Sylvester secundus. At per quae multos 
decepit, per eadem daemonum responsa deceptus, morte impro- 
visa, Dei judicio, est interceptus. Hic responsum a suo daemone 
acceperat, se non moriturum nisi prius in Hierusalem missa ab 
eo celebrata. Hac ambage, hac nominis aequivocatione delusus, 
dum Palestinae civitatem Hierusalem praedictam sibi credit, 
Romae in ecclesia, quae vocatur Hierusalem missam faciens in 
die 8tationis, ibidem miserabili et horrida morte praeventus, 
inter ipsas mortis angustiai supplicat, manus et linguam sibi 
abscindi, per quas sacrificando daemonibus, Deum inhonoravit. 

2. 

Sigeberto Gemblacense (m. 1112), Chronographia, ad 
a. 995 (ap. Pertz, Mori. Germ., Script, t. VI, p. 353). 

Gerbertus, qui et Silvester, Romanae ecclesiae 140 08 presidet, 
qui et ipse inter scientia litterarum claros egregie claruit. 



52 LA. LEGGENDA DI DN PONTEFICE 

Quidam transito Silvestro Agapitoni papam hoc in loco ponunt; 
quod non otiose factum esse creditur. Quia cairn ia Silvester 
non per oatiuni infranse dicitur; — quippe qui a quibusdam 
etiam nicbroiuantiac arguìtur; de morte quoque eius non recte 
tractatur; a diabolo enim percusaus dicitur obisse: quam rem 
noa in medio relinquimiiB; — a numero paparum eiclumis vì- 
detur. Unde lector quaeso, ut et hi e et alibi. ~i qua dissonantia 
te offenderit de nominibus vel annis vel temporibus paparum, 
non mini imputes, qui non viea, sed audita vel lecta. ucriljo. 



Orderico Vital, Historia ecclesiastica, I. I (ap. Pertz, 
Mon. Germ., Script., t. XXVI, pp. 11-12). Orderico 
scrisse la Eistoria fra il 1124 e il 1142. 

Gerbertua in divinia et aecularil.m- libri» crudi Ussinius fuit, 
et in sua acola famoso s et sullimi;* dìsdpiiloa habnit. Rodbertum 
acilicet regem et Leo the ri cum Senouensem archiepiscopum, Re- 
migium presulem Autisiodorensium. Eaimonem atque Huboldum 
aliosque plurimos fulgentes in choro sophyatarum. Reuvìgiua 
pontifex lueulentain exposilioneni super miwani edidit et artem 
vel editionem Donati grnmatu'i ut ili ter exposuit. Haimo [p. 12] 
quoque saneti Pauli apostoli epistoln* laudaMliter explanavit 
et alia multa de evantfidii.s aliiMpi'.' «acri* script «ris apiritualiter 
tractavit. Huboldus autem musicae artìs peritus ad laudem 
Creatoria in ecclesia peraonuit et de saucta Trinitate dulcem 
historiam eecinit aliosque multos delectabiles oantus de Deo et 
aanctia eius composuit. Hos aliosque plures Gerbertus erudivit, 
quorum uiultiplcx seguenti tempere scientia ''cclesiae Dei plu- 
rimum prnfuit. Qui postquam de thiono Remensi, quem illicite 
usurpaverat, depositus est, cum rubore et Lndignatione Galliam 
relinquens, ad nttonriii i nini 'rat 'in.' ni profi'ctus est; et tam ab 
ipso quam a populo ad l'rai'-iulatvun IviivcmiLie ■■lectus est. Inde 
post aliquot il ni] ii- ad srilcni apostoli r, ini tran-lai us est, annoque 
dominicae incarnai ioni- it'Jt). tìlw-tcr papa i-allimatua est. 

Fertur de ilio, quod dum RCOlasticaa esset, cum demone lo- 
cutus fuerit et quid sibi futura m immineret inquisierit; a quo 
protinus ambiguum monadicon audivit : 

TroDiit ab R Gerbarlus ad R, posi papa vigons R 



APPENDICE 



53 



Versipelli? oraculum tunc quidem ad intelligendum natia fuit 
obacurum, quod tmiien postmodum masii f'.'.-li' vidrnius impletum. 
Gerbertus eniui de Remensi kntlieil tu iransivit ad p requisitimi 
Ravennae ne postmodum papa l'uetii* est Roniae. 



QUGL 



lielmo Di Malmesburv (m. 1141), De gesUs regmn 
anglorum, 1. II, capp. 167-72 (ap. Pertz, Moti. Gemi., 
Script, t. X, pp. 4614). 

167. De Gerberto. 

Decedente hoc Iohanne, aucceasit Gregoriua. Ei itera lohannes 
sextus deeimus. De hoc sane Iohanne, qui et Gerbertua dictus 
est, non abaurdum erit, ut opinor. ai littoria mandemus quae 
per omnium ora volitant. Ex Gallia natua, monachus a puero 
apud Floriacum adolevit; inox cnm Pitagoricum bivium ntti- 
gisset, seu tuertio monachi! tus se» glorine cu pi di fa te eaptus, nocte 
profugit Hiapaniam, animo precipue intendens ut aatrologiaiu 
et ceteraa id genus artes a Sarraccnis ediseeret. Ifispania, olini 
multia annis a Roinanis possesso, tempore Sonori] imperatoria 
in ius Gothorum co ne esse rat, (lothi usque ad tempora beati Gre- 
gorii Arrisili, tunc per Leandruui episcopimi Hispalis et per Ri- 
,'an.duni regeiu. fra treni Henninijrildi. quein pater nocte paschali 
prò fidei confessione inierfeeerat, eatholico clioro uniti aunt. 
Suceessit Leandro Isidoro*, dottrina et sauctilate nobilia, ouius 
corpus nostra, aetate Aldelon*us rei tialatiae Toletum transtulit, 
ad pondns auro comparatali!. Sarraeeni enim, qui Gothos sub- 
iugarant, ipei quoque a Karolo Magno vieti, Galatiam et Lu- 
sitaniam, maxima» Hispanine provincia?, amieerunt. Poasident 
usque hodie superiore? regione?. Et aicut Christian! Toletum, 
ita ipai Hispalim, quam Sibiliam vulgariter voeant, caput regni 
habent, divinationibus et incanta tionibu e more gentia familiari 
atudentes. Ad boa igitur, ut dixi, Gerbertus pervenien?, desi- 
derio aatisfeeit. Ibi vieit seientia Pfholomeum in astrolabio, 
Alandraeum in astrorum interstitio, lulium Fìrmieum in fato. 
Ibi quid eantna et volatus avium portendant dìdicit, ibi excire 
tenues ex inferno figuras, ibi postremo rjnicquid vel noxium, 



nC; 



54 LA LEGGENDA DI TJN PONTEFICE 

vel salubre curiosità*! hnraana deprehendit. Nam de licitis a 
tibuB, arithmetiea, musica et astronomia et geometria, nihil 
attinet dicere; quaa ita ebiliit, ut interiore» ingenio suo oaten- 
deret et maglia, industria revocaret in Galliam omnino ibi iam 
pridem obaoletaa. Almcum certe primus a Sarracenia rapiens, 
regulfts dedit quae a sudanfcibuB abaeiatia vii intelliguntur. 
I lospilalvatur apiul queinlaiii ni-ctae illitis phiìnsophum, quein 
multis primo ex]>L'iisÌ!J, post etiam promissis. ik'inerebatur. Nec 
deerat Sarrawiius qui Ji/ientiam vemlilaivi; assidi' re fVequi-iifr-r. 
nunc de seriia, nunc de nugia colloqui, libros ad acribendum 
praebere. Unua erat eodex. totius urtis con-i-his, quem nullo 
modo elicere poterat. Ardebat lontra lìerlu-rtus librimi quoquo 
modo ancillari. Semper enint in relitiim nifimur, et qtiicquid ne- 
gatur pretiosìus putatur. Ad preces ergo cuiiversus. orare per 
Deum, per amicitiam, multa oflerre, pluni polliceli. Ubi iti 
parum procedit, nocturnas insidia* teiiiptat. Ita hominem, con- 
nivente etiam lilla, r.- li in qua as*idiiilns fu miliari tatem paraverat, 
vino invadens, volumen Bub cervicali positura abripait, et l'ugit. 
[Ile sonino excussu*. indirlo .-teli ani ni, qua pcritus erat arte, 
inaequitur fugitantem. Profugus quoque respieiena, cademque 
scientia periculum conrperienn, siili ponte ligneo, qui proximus, 
se occulit; pendutati et pontem ampleotens, ut nec aquam nee 
terram tangeret. Ita fp. 4(>2J quiLer.-iiti* avidità» frustrata, domani 
revertit. Tu ni tìerbertua viam celerans, devenit ad mare. Ibi 
per incantatìoncs diabolo accersito, perpetuimi paciscitur ho- 
minium, ai ae, ab ilio qui denuo inseqiifl.atur rleknaatum, ultra 
pelagua eveheret. Et factum est Sed haec vulgariter Seta cre- 
diderit aliquis, ijuod aoleat populus litieratorum famam laedere, 
dicens illum loqui eum demone quem in aliquo vìderint eicel- 
lentem opere. Unde Boetius in libro de Consolatione Philoso- 
phiae queritur, ae propter stndium sapientiae de talibus no- 
tatum, quasi conacientiam suani sacrik'gio poltui*et ob ambitimi 
dignitatia. Non conveniebat, inquit, vilixximontni me. xpirituum 
praenidia captare, quem tu in liane exeédmtkm componebas, ut 
consùnìlem Dea facerec Atqui hoc ipso viiiemur affine» maleficio, 
quod tuia imbuii tìixriplinix, itti» inxtìtitti moribiin Mintile. Haec 

Boetiua. Mihi vero fidem facit do isti»* -acri logie inaudita mortis 
escogitatio. Cur enim ae moriena, ut postea dìeemus, excarni- 
flcaret ipse sui corporis horrendus lanista, nisi novi sceleris 



are 



APPENDICE 55 

s esset? Unde in vetusto volumine, quod in manus meaa 
incidi!, ubi omnium apostolicoruni nomina contiuebantur et 
anni, ita scriptum vidi: " Johannes qui et Gerbertus, mense» 
decem. Hic turpiter vitiim auam finisit „. 



. Dt dimeipuli.' Gerberti. 



Gerbertua Galliiun rimpatri a ih. publii'a.vqup. scinda* profusa uh. 
arcem niagiaterii attigit. Habebat conpliiloaoplio.» et studiormn 
Conatantinuui abbatem iii'itinsli-rii - ;i 11 ■ ■ t i Maxiiuini, quod 
est iurta Aurelianis. ad quem edidit regulaa de abaco; Adel- 
boldum epiacopum, ut dicunt. Winterburgensem. qui et ipse 
ingenii sui monimenta dedit in epìstola quam facit ad Ger- 
bertum de quae-tiuni.' diametri -N|n-r Mairobium et in nonnullis 
aliia. Habuit discipulos praedicandae iiuLolìa et proaapiae no- 
bilis, Bodbertuiii fìlimii llui_"iii- l'iignomi-rit-o Capet, Otonem 
filium imperatoria Otoni». Rodbertua. poatea rex l'ranciae, ma- 
giatro vicem reddìdit . et archiepiscopum Remeiisem fecit. 
Extant apud illuni eivlesium doi-triuae ipniii.- documenta: ho- 
rologium arte iiiedinnn.a compi aitimi, orgiimi bydraulica, ubi 
mirum in modum per aquae ealefactae violentiam ventus 
emergens impiet concavitatem barbiti et per multiforatiles 
t.ructus aereae tistulae modulato* clamoro c-inittnnt. Et erat 
ipae rex in ecclesiuatiei-' cauti! jiik non mediocri ter doetus; et 
tum in his tum in ceteria multum eccleaiae profnit. Denique 
pulcherrimam sequentium Siinrl-i Spii-Itii* unsi! nubi* yratia, et 
responsorium O Inda ci leritmUm coiitexuit, et alia plura, quae 
non me pigerei dicere, à non alios pigeret audire. Otho, post 
patrem imperator Italiac, Gerbertum arebiepiscopurn Raven- 
natem et inox papam Roman uni creu-vit. Urgebat ipse fortunos 
auas, fautore diabolo, ut nihil quod cernei escogitasaot imper- 
t'ectum relinqueret. Denique iIii'hiuiuh olini a gì- riti bua defoasoa, 
arte nigromantiae molibus erudemtis inventoa, cupiditatibus 
suia implicuit. Adtio irnproborum vilis in Deum aft'ectus et eius 
abutuntur patientia, quos ipae mal Jet redire quam perire. Sed 
roperit tandem ubi magiater suus haereret, et, ut dici solet, 
quaai coraix cornicisi oeulos effodcret, dum pari arte tempta- 
mentis eius occurreret. 




56 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 



169. Quomodo Gerbertus thesaurus Octoviani inventi. 

Erat iuxta Romani in Campo Martio statua, aerea an ferrea 
incertum mihi, dextrae manus indicem digitum extentum habens, 
scriptum quoque in capite : Hic perente. Quod superiora aevi 
homines ita intelligendum rati quasi ibi thesaurum invenirent, 
multis securium ictibus innocentem statuam laniaverant. Sed 
illorum Gerbertus redarguit errorem, longe aliter ambiguitate 
absoluta. Namque meridie, sole in centro esistente, notans quo 
protenderete umbra digiti, ibi palum figit. Mox superveniente 
nocte, solo cubiculario laternam portante comitatus, eo con- 
tendit. Ibi terra solitis artibus dehiscens, latum ingredientibus 
patefecit introitum. Conspicantur ingentem regiam, aureos pa- 
rietes, aurea lacunaria, aurea omnia, milites aureos aureis tes- 
seris quasi animum oblectantes, regem metallicum cum regina 
discumbentem, apposita obsonia, astantes ministros, pateras 
multi ponderis [p. 463] et pretii, ubi naturam vincebat opus. 
In interiori parte domus carbunculus, lapis inprimis nobilis et 
parvus inventu tenebras noctis fugabat. In contrario angulo 
stabat puer, arcum tenens, extento nervo et harundine intenta. 
Ita in omnibus, cum culo 8 spectantium ars pretiosa raptaret, 
nihil erat quod posset tangi etsi posset videri. Continuo enim 
ut quis manum ad contingendum aptaret, videbantur omnes illae 
imagines prosilire et impetum in praesumptorem facere. Quo 
timore pressus Gerbertus, ambitum suum fregit. Sed non ab- 
stinuit cubicularius, quin mirabilia artificii cultellum, quem 
mensae impositum videret, abriperet, arbitratus scilicet in tanta 
praeda parvum latrocinium posse latere. Verum mox omnibus 
imaginibus cum fremitu exsurgentibus, puer quoque, emissa 
harundine in carbunculum, tenebras induxit. Et nisi ille monitu 
domini cultellum reicere accelerasset, graves ambo poenas de- 
dissent. Sic insatiata cupiditatis voragine, laterna gressus du- 
cente, discessum. Talia illum adversis praestigiis machinatum 
fuis8e, constans vulgi opinio est. Veruntamen si quis verum 
diligenter exsculpat, videbit nec Salomonem, cui Deus ipse de- 
derit sapientiam, huiusce inscium commenti fuisse — ut enim 
Iosephus auctor est, thesauros multos cum patre defodit in lo- 
culis, qui erant, inquit, medianico modo reconditi sub terra — 



APPENDICE 57 

nec Hircanum, propheli,) i'l lorLìItidiiii 1 r-hirum, qui, ut obsi- 
dionia levare! inumani, de David -ifpi.ilf.li ri i trìn milia talenta 
auri arte medianica cruil, ut nbaessori partem fiiuuif rarft, parte 
xenodochia eonstruerft. Al vere Herodes, qui magia presuinp- 
tione quam Consilio ideai aggredì vomeri t, multe- ex sa teli iti bus, 
igne ex interiori parte prodi'unfe, «miserit. Praeterea eum audio 
dominimi lei-uni dieentem: Pater meu-s u.-que modo opera tur, 
et ego operor. creilo quivi qui deileii! Sulniii'uii virtutem super 
demone*, ut idem liistorioyraphua testatur, adeti ut dioat etiam 
suo tempore fuisse viro» qui illos ab oìmeams oorporibiu eipel- 
lerent, apposito naribua patìentis amilo Inibente sigillura a Sa- 
lomone monstratum : credo, inquara. quod et isti liane scientiam 
dare potuerit, nec tamen affi mio quod dederit. 

170. Quo/nodo quidam ihi-sanron Octvvhini t/iiaeaierunt. 
[p. 464] 171. De aniciifis quae iuvenem asinum videri fecerunt. 

172. De rapile aluttute loquentil. 

Haec A qui tannici verini ideo inaerai, ne cui mirum videatur 
quod de Gerberto fama disperai t : fudisse aibi slatuae caput, 
certa inspectione ayderum. cum videlicet umnes planetiie exordia 
cursus aui meditarentur, quod non nisi interrogatilo) loqueretur, 
aed veruni vel al'fimiative vel lievitivi.' pn.niuiifiaret. Vi? ibi grati a 
dieeret (ìerbertus: Ero apostolieus '? residuile rei statuii : Etiam — : 
Moriar anteqnam cantem missam in -Terusalem ? Non. Quo illuni 
ambiguo deeeptum ferunt. ut nibil exfr filarci poeiiitentiae, qui 
animo blandiretur suo de longo tempore vitae. Quando enim 
Ierosolymam ire deliberare), ut morteti» stimularet ? Nee pro- 
ridit quod est Bomae ecclesia Ierus&lem dieta, id est Viaio 
pacia ; quìa quieumque illuc eonfiigerit, cuiuscuraque criminia 
obnoxius, subsidium invenìt. Hanc in ipaius Urbis rudimentia 
Aa/lum accepimus dietam, quod ibi K.onmlus, ut auyeret civium 
numerum, slatuisset omnium reorum rei'ugium. Ibi cantat missam 
papa tribus dominicis quibus praetilulatur -Slatto ad lerusaleni. 






08 LA LEGGENDA I)[ UN PONTEFICE 

Quocirca cum uno illoruin dierum lìerbertus ad misaam se pa- 
raret, invaleiudmis ictus ingemmi, eadeinque crescente de cubnit 
consulta statuii. deccptioiiRiu et mortem «nani cognovit. Advo- 
catis igitur cani inali bua, din faeinora sua deploravit. Quibna 
inopinato stupore ne e aliquid referre vnlentìbns, ille inaaniena 
et prae dolore mlione li e botata, minutatilo se dilaniar! et mem- 
bratim foras proici iussit : Bàbtat, inquieti*, mtmi nn un officiti"' 
qui eoritm quttesivtt nominino!; namque animus wt'ux nunguam 
Muti iithtmarìt Siifruuii'utuw, inailo xticrìlegium. 



Cronaca della di Guglielmo Gouell, 1. Ili (ap. Pertz, 
Mon. Germ., Script, t. XXVI, p. 190). L'autore, ignoto, 
era, per sua stessa dichiarazione, assai giovane nel 1144: 
visse sin dopo il 1173. 

Iohannca vero XVI. papa Komunus post 10 mense* Incrini 
biliter satia vitain finivit. Succedit ei Silveater papa annia 
et raensìbua 5. Hunc diurni quidam (•erbt'rtuio fuisae ; quod 
u troni veruni sit, certum noe lialteo. Fertur enim de Gerberto 
hoc, quod fuerit primo monaehiis Kaucti Henedicli Floriacenais; 
sed quia nimis BUpidus honoris et temporali» proprietatia, ut 
dieunt, fuit, deceptus a demone adeo fertur, ut hosti antiquo 
homonagium faceret, quatinus per eiiis potestatem ad libitum 
siium voti sui couipos effimere tur. Loquebatur etenim cum eo 
hostis ipae, et ìlle eius obsequiis insistere non verebatur. 
Huinamodi pessimo l'edere initu. .'xplevit ei prò voto qne po- 
scebat ; et licet exterius parerei, intro quam aublimis efficìe- 
batur, videlicet quia regibus servienti et ab eia talem gratiam 
fuerat nactus, pernii ti' m te tuiuen Domino, qui de nostris nialis 
solus novit operari melloni. L'eterniti adeo faotus est miaer ille, 
ut ab hoste expeteret et boati ascriKeret, quod, etsi hoatiB sug- 
geatione et placiti! inimitate ìicceloratmu est, non tamen nìai 
Dei voluntate voi permissione illi ;ni etfeetnm porti uetum. Primo 
itaque Remenaia archiepiacopus. secundo Ravennensis archi- 
presul, postremo urbìa Rome papa effettua eat. Inter hec in- 
terrogane hoatem do fino auo. responsum ab eo accepit, quod 
non easet moriturus, doneo in Ieruaalem celebrare! mysteria 
divina. Quod codi- papa audions. yavitus est, reputans apud 






APPENDICE 59 

se, tam longe se esse a fine suo, quam se senti ebat longe ab 
huiusmodi peregrinationis voto ac voluntate. Post hec proxima 
mediante quadragesima ex more pape missam celebrane in pa- 
latio Constantini, in capella que dicitur Ierusalem, subito intra 
sacra mysteria sibi adesse sentiens mortem. suspiravit et in- 
gemuit; et licet nequissimus et scel erati ssimus, seram non 
credens in vita hac penitentiam, speravit et promeruit veniam. 
Precepitque, ut dicunt, se particulatim detruncari, ut temporali 
supplicio extingueret dolores eternos. Factum est ut imperavit, 
et Deus, ut promiserat penitenti veraciter veniam non negavit. 
Sepultus ergo Rome est, et super eum huiusmodi epitaphium 
inditum : 

Scandit ab R Gerbertus ad R po*t papa vigms R. 

Huiu8 vero nunc antistitis sepulcrum fertur tale indicium de 
Romani pontificis morte conferre, ut paululum, antequam ipsius 
instet finis, tantam de se humoris inundantiam effundat, ut in 
circuitu sui lutum faciat. Si vero cardinalis aliquis vel persona 
quelibet magna in cetu clericorum summe sedis migrare per 
mortem debet, super se sepulchrum tantum aque emittat, ut 
irrigari videatur. Hec de prefato Gerberto papa ab aliis audivi ; 
utrum vero sint subnixa ventate, lectoris arbitrio inquirenda 
derelinquo. 



6. 



Anonimo (XII o XIII secolo). Testo pubblicato dal Mone di 
su un codice di Heidelberg, negli Anzeiger far Kunde 
des deutschen Mittelalters, anno 1833, coli. 188-9. 

Surgit ab R. Gerbertus ai i£-, fit papa potens R. 

Ortus Remensis praeclaris moenibus urbis 
illic Gerbertus libris datur erudiendus ; 
discere non potuit et ob hoc trepidando refugit. 
Ut silvas iniit, Sathanas huic obvius ivit : 
5 " quid Gerberte fugis? vel quo tam concite vadis? fl 
" Discere non possum „, dixit, " fugioque magistrum „► 



I LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

" Heus. ait ìlle, mini ai via tantum modo «ubili, 
ne quia Gerberto ait doetior en ego faxo ,. 
Annuii hia ille, aecum subit abilita Bilvae, 
aedulo quein docuit, cunctoa preeellere fecit. 
Silvaa linquentem post haec acolas repetentem 
dottor deriBit: " rufiia ea, hinc perfidila! inquit „. 
Ille refert : " nigruni simulaa tu valde tyrannum „. 
Respondet: " magro ainiilem te vinco tyranno r . 
Diaceptant ambo de libria tempore longo, 
oonfimdit victum Gerbertua et ipae magiatrum; 
mox urbem lìquit, Sathanan oonaultat et ìnSt : 
" Heua pedagoga, virum mihi nunc oatende peritnm, 
cum quo scripturia poaaìm configgere divis ,. 
Dixit daemon : * ini Ravennani concite, fili, 
I mnti lieo in clanini libri* cerne» ibi gnarum „. 
Pergit et aggreditili- conflictu deniqne juatum, 
qui cito tìerbcrtum .jnaait diacedere victum. 
Hinc rediit moeatua. buio narrat et haec furibundus. 
Tuni docuit talem, qimi* dieifur abacua iirtem, 
in tabulam seripsit Ravennani t'erreque juBsit. 
Haec cum legisaet, neacire pudebat et inquit: 

* ait inibi quae.ju tviniii dilatici, poaco, dierum „. 
Ibat Gerbertus, ancer tot, dominumque precatur : 
" ai venit de te mihi rea, deua optime. pande, 

sin autein, mniqnam Gcrbert.um fac rogo eernam „. 
Praeaul misrravit. (ierbertua dum remeavit, 
sodi-m Kiiveiiiiat' inox praosnl -incipit ille. 
Poat haec Knnnimmi posm.'iLit papa cathedram. 
Uebeat liir Z-.iljiikim '-oiisiillat vivere quniitniii. 

* Ut cantea inibì. So limimi veniea, „ ait illi. 
Kst ntìitio Siiljminn viiL'iit lume populusque. 
In xlmae medio ìiii.saam celebrante 
Gerberto dirum dùcine ferunt i 

* nolia aive velia, Gerberte, cito r 
bÌc veniea ad me tua te inereea manet ex I 

* Frana tua jam magna, Gerbertua ait, patet. illa, 
qua genus hu inanimi capiebaa et proto pi aa tu m ; 
dum Solimam dire me disiati priua ire, 
daemon adea vere nequaquam falleria a me „. 



► 



Advocat hic populum cunctum vel in ordine elei 
i pandit eunctis v emani deposcit ab illis. 



Gualtiero Map, De Nwjis Ottrialium, dist. IV, cap. 11 
(ap. Pebtz, Moti. Gena., Script., t, XXVU, pp. 70-2). 
Gualtiero nacque, sembra, fra il 1135 e il 1140; mori 
tei primi anni del sec. XIII. 



De fantastica decepciane Gerbtrti. 

Quia fantasticaiii famuli niiscii ìIIiwijik-iu Gei-l.iortL? (.Jerbertue, 
a Burgundia, puer genere, moribus et fama nobilis, Remis id 
agebat intentus , ut tam indigenas quam adventìcios pectore 
vinceret et ore scolaree, et obtmuit. Erat autem ea tempestate 
Elia prepositi Reniensis quasi speculimi et a timi ratio civitatis, 
in quam omnium intende bau t sus|iiria, votis hominum et desi- 
derio dives. Egreditur, videt, admiratur, cupit, et alloquitur; 
audit et allicitur; haurit ab apoiheca Soille furo rem, et a matre 
Morphoseos edoctus, oblìviati morena suo non abnegat veneno, 
cuius virtute degenerai in asinum, ad onera forti», ad verbera 
durus, ad opera deses, ad operas ineptus, in omni semper mi- 
seria petulcua. Non ei sentitur inflicta calamitas. non eum ca- 
Btigationum flagella movi' ut. i or] "'tini ad stivimi! a te*, impromptus 
ad arguti as ; incircuiiisiier.'te iugìtur inhiut impetigini, suppli- 
citer petit, acri ter instai, obstinale perdurat, et obtuso per 
improbitatem mentis acumine, certa desrje ratio ne torquetur. et 
ab animi tranquillitate deeidens, conturbato se et extra modum 
posilo, rem moderali vel statili suo provider! non potest. De- 
pereunt igitur rea; oneratur debitis, subicitar uouris, derelin- 
quitur a servis , vitatur ab amicis , et substantia denique 
penitus direpta, domi solus residet, sui negligami, hirtua et squa- 
lidua , horridus et incultus , una tainen felix miseria , ultima 
scilicet egestate, que ipsum a principe iniseriarum absoluit 
amore, que sui memoria non sìnit eiiis reminisci. Hec tua sunt, 
Dyane, tam dolorosa quam dolosa dispendi*, que prò tue mi- 
litie stipendila tuìs impendi.s iquitibus , ut a te circa finem 
i reddantur palamque confusi, sive tuia dolùribus cunctis 








d'i LA LEGGENDA. DI US PONTEFICE 

liabeantur ostentai. Miser hie, de quo nobis senno, paupertate 
magistra., solutus nb htimo Veneri», ingratus est ei, que sol vi t, 
quia que preterii 'limi una'usti? faciles vidontur comparate pre- 
sentibus, dìgnamque dieifc inediam mercede leonis, qui damuiam 
iupis aufert, ut eam devoret. 

Exit una dierum Gorbertus cintatola bora meridiana quasi 
apaciatum, et fame torquebatur ad luctum , et totua extra si 
pedetentini lun#e defertur in nemus, et in saltum deveniens, 
feininam ibi reperit inaudite pulcritudinis, inuximo insedentem 
panno serico, habentem eoram positura maximum denariorum 
iieervum. Subtrahit MgO pedem fortini , ut effugiat, fantasma 
aive prestigitim timens. At illa, ipsura e 
fidere iubet et, quasi miseria eitu, peeiiniam ei presentem et 
quantam desiderare potest divif.iariim eopiaui spondet, dum- 
modo filiam prepositi , que ipsum tam insolenter spreverat, 
dedignetur et sibi non tanquam domine vel maiori, sed tan- 
quam pari et amice velit ailherere. adiciens: " Meridiana vocor, 
et generosissimi! prodiu.-tii stemmate . iil semper sunimopere 
curavi, ut miehi parerà omnimodi invenirem, qui mee virgini- 
tatis primos decerpere flores ilignus haberetur, nec quemquam 
repperi, qui non in aliquo micbi dissideret, usque ad te. Unde 
quìa michì per omnia piaces. ne ditt'eraa orar 
«itatem, quam tibi de celo pluit Altisaimus, < 
sura ut tu. Quoiiiaiii. nisi iu-tas extorseris ìi 
omni rerum et «tatua opulentia, tantum cum 
plenum diligentia, eadem ipsam superbia 
ipsa raiserabilem tccit . Scio euim, quod penitebit et 
tetur ad spreta , si liceat. Si tuoa odisset iiistinctu castitatis 
amores , in tua meruisset gratìam Victoria. Sed id solum in 
causa fuit, ut, te, qui omnium iudicio super omnes era* ama- 
bilis, insolenter abiecto, sine suspicione t'averet aliis, falsoque 
Minerve peplo velavit Att'roditem, et aub tue pretextu repulse 
in suani alìi divaricatiouem appulcrmit. Proli dolor! espulsa 
Pallade, tegitur sub egide Gorgon, et tua manifesta confusio 
dedit umbraculum lupe spurcìciis , quam sì digne semper di- 
xeria tuia indignimi iiiiLplexibiis, proci'lnuiu Le faciali) in omnibus 
excelais terre. Times foraitan illudi et succubi demonis in me 
vitare tendis argutias. frustra. Nani illi , quos metuis, cavent 
similiter bominum fallacias et, non, nisi data [p. 71] fide vel 



s ego creatura 

a me, beatus es 

mea retlorueris ad 

repellas , quae te 



APPENDICE 63 

alia securitate, se credunt alicui et nichil preter peccatimi ab 
eis referunt, qui falluntur. Nam si quando , quod raro fit, vel 
succe8sus vel opes afferunt, aut tam inutiliter et tam vane 
transeunte ut nichil sint aut in cruciatum cedunt et perniciem 
deceptorum. Ego autem nullam a te expecto securitatem, mores 
tue 8Ìnceritatis edocta pienissime. Nec secura contendo fieri, 
sed te securum facere. Ego tibi cuncta libens expono et volo 
tecum hec deferas antequam coeamus; et sepe revertaris ad 
plura tollenda, donec universo debito soluto, probaveris, fan- 
tasticam non esse pecuniam, et non timeas veri amoris impen- 
diis iustas rependere vices. Amaii cupio , non dominari nec 
etiam tibi parificari, sed ancilla fieri. Nichil in me reperies, 
quod non sentias amorem sapere. Nullum adversitatis in me 
signum deprehendere poterunt vera indicta „. Hec et similia 
multa Marianna, cum non oporteret. Avidus enim oblatorum, 
Gerbertus fere mediis eam rapit sermonibus ad annuendum, 
anxius paupertatis evadere copiosus et velox venustissimum 
Veneris periculum inire. Supplex igitur omnia spondet, fidera 
offert et, quod non petitur, iuramentum , oscula iungit , salvo 
pudoris reliquo tactu. 

Redit honustus Gerbertus , nuncios advenisse credi toribus 
fìngit et lente, ne thesauros invenisse videatur, se debitis exho- 
nerat. Porro iam liber et Marianne muneribus habundus, su- 
pellectile ditatur , familia crescit , vestium mutatoriis et ere 
cumulatur, cibariis et potu stabilitur, ut sit eius in Remis copia 
similis glorie Salomonis in Ierusalem et lecti secura letitia non 
minor, licet ille fuit multarum, hic unius amator. Singulis ab 
ipsa, que preteritorum habebat scientiam, docetur noctibus quid 
in die sit agendum. Hec sunt noctes admiratissimi Nume, quibus 
Romani fingebant sacrifìcia fieri, colloquia deorum ascisci, cum 
unicam coleret, cui nocturno studio sudabat occulte sapientiam. 
Duplici proficit doctrina Gerbertus, thori et scole, et ad summa 
fame propugnaci^ a triumphat in gloria; nec minus eum pro- 
movet lectio lectoris in studio quam lectricis in lecto. Huius 
in rebus agendis ad summam gloriam , illius adiuventis ex 
artibus ad illuminationem in modico fit impar omnibus, uni- 
versos excedit, fit panis esurientium, vestis egentium et omnis 
oppressionis prompta redempcio; et non est civitas, cui non sit 
invidiosa Remis. 



» 



LA LEGGENTE M UN PONTEFICE 

Andiens b*c et rideai fili* Babilonie misera» qoe per super- 
bia» ipeam i» nOan re4egent , aaaaetoe eipectat auribus 
miratsr et argnit . et se tandem 
fastidiosi repnlerat, tum primo cou- 
eipit ignee Uni rivit lutisi et cuitius incedit et ipsi verecun- 
dine obvìat et reverenti»* loquitnr, et se per omnia delapaaut 
in viteperium sentiena et abiecttooem, eo bibit cifo rancorem 
animi, quo propinaverat amatori suo fbrorem. Frenum igitur 
arripit amena et. qno loro fleetaat ant retrahant, non curata sei! 
quibus impetitur calcaribus , toto fai il ubc dientiani carsu et, 
quibiiscunque modis ipsain il le tenta verat , id est omnibus, 
ipEum aduncare conator. Sed frustra fiunt insidie , tenduntur 
retia. i&ciuntur homi. Nani odii retai ia ultor et novi adulator 
amori s ei quicquid dare solet dilectio negat . quicquid odium 
infligere iaculatur. Eiinanitis ergo conatibus . augmentatur 
in atnentìiuii amor, sen=umque dolori? excedit aeerbitas et, 
sìcut ntedicinam membrorum sta por non admittat, sic animus 
exhauate apei solatia non sentii. Eicitat eam tandem . quasi 
inortuam suscitat nnus vicina Gerberti et ipsnm a tugurio suo 
per foramen osteudit de ambulante m in medio modico pomerio 
in fervore diei post eenam solum , quem etiain post puaillum 
decumbere sub umbra vident escali tortulose sopitumque quie- 
scere. At nou illa quieacit. sed. palìio reiecto, soia camiaia ve- 
stita , sub ipsius se elamide totam toti coni ungi t capiteqne 
velato ipsum osculis et amplexibus excitat. A vinolento et sa- 
turo levi ter optinet quod quesierat : in unum eniin Veneris 
estum convenerant iuventutiri et temporis , ciborum et vini 
fervor. Sic nimirum semper aesurgunt Veneri Phebus et Pan, 
Cere» et Baeus, a quorum ubique conventu celebri Pallas exclu- 
ditur. Inatat illa complexibus et osculis et tacita verborum 
adulari blanditi e. donec illc Murinone memor, pudore confusus 
et non modini timore trepido* , tum tameii vereeunde vitare 
volens, sub redeundi promisso recedit et in nemore solito a 
pedibus Meridiane veniain petit erratui. Illa diu despicit iuao- 
lenter et tandem eìus hominium ad xecm-itatetn, quia deliquerat, 
poscit et optinet et in eius perse ve rat tu tua obsequio. 

Contigit interea archiepìacopum Rcmeusetn in fata cedere et 
Uerbertum fame aue merititi iii'.-iitln-.lniii. Di'iiieiqis etiara bu- 
scepti negotiuiii li onori.- pxsirquriiH, dum Home moram faeeret, 



APPENDICE 65 

fìt a domino papa cardìnalis et archiepiscopus Ravennas et 
post pauca, defuncto papa [p. 72], sedis illius electione publica 
gradum ascendit. Et toto sacerdotii sui tempore confecto sa- 
cramento corporis et sanguinis dominici non gustabat ob timo- 
rem vel ob reverentiam et cautissimo furto, quod non agebatur 
simulabat. Apparuit autem ei Meridiana anno sui papatus ultimo, 
designans ei vite securitatem , donec Ierosolimis missam cele- 
brasset, quod Rome commorans prò voto suo cavere putabat. 
Contigit autem ipsum ibi celebrare, ubi asserem illum aiunt 
depositum, quem Pilatus summitati crucis dominice titulo sue 
passionis inscriptum affixerat , que quidem ecclesia usque in 
hodiernum diem Ierusalem dicitur, et ecce! sibi ex opposito 
applaudebat Meridiana quasi de adventu suo proximo ad ipsam 
gavisura. Qua visa et intellecta, nomenque loci edoctus, car- 
dinales omnes, clerum et populum convocat, publice confìtetur 
nec aliquem totius vite sue nevum irrelevatum observat. Statuit 
etiam, ut deinceps contra clerum et populum in facie omnium 
fieret consecratio. Unde multi altari celebrant interposito, do- 
minus autem papa percipit facie ad faciem omnium sedens. Ger- 
bertus modicum vite sue residuum assidua et acerrima penitentia 
sincere beavit et in bona confessione decessit. Sepultus est 
autem in ecclesia beati Iohannis Laterani in mausoleo mar- 
moreo, quod igitur sudat, sed non adunantur in rivum gutte, 
nisi mortem alicuius divitis Romani prophetantes. Aiunt enim, 
quod , cum imminet domino pape migratio , rivus in terram 
defluit; cum alicui magnatum, usque ad tertiam vel quartana 
vel quintam partem emanat, quasi cuiusque dignitatem arto 
designans vel ampliori fluento. Licet autem Gerbertus avaricie 
causa giù tino diaboli diutissime detentus fuerit, magniti ce tamen 
in manu forti Romanam rexit ecclesiam , a cuius , ut dicitur, 
possessionibus omnium successorum suorum temporibus aliquit 
defluxit. 

8. 

Ghronica Albrici monachi Trium Fontium a monacho 
novi monasterii Hoiensis interpolata (ap. Pertz, Moti. 
Gerrn., Script, t. XXIII, pp. 774, 778.) Alberico scri- 
veva negli anni intorno al 1230; l'interpolatore (che 
poche cose aggiunse) prima del 1295. 

Gbaf, Miti, leggende ecc., v. II. 5 



(30 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

Guido: Bis igitur in regno Francie iam mutata regali serie, 
fit regum tertio nova successio de Hugonis Magni progenie. 
Nam Glodovei primo Pipinus Earoli Magni pater a sceptris 
amovit heredes. Secundo dux Hugo Earoli Magni sobolem extir- 
pavit a regni solio, quod sibi suoque generi confirmavit. Ve- 
nerat et gratiam magnam apud ipsum invenerat ille peritus 
artium et famosus ingenii subtilitate Gerbertus, qui in Gallia 
Remi» ut dicitur natus , monachila a puero apud Floriacum 
adolevit, mox in Hyspaniam profugiens, ut astrologiam a Sar- 
racenis disceret, et desiderio satisfecit. Ibi liberales artes ita 
ebibit, quod eas industria magna revocar et in Galliam, omnino 
ibidem pridem obsoletas. Abbacum certe primus a Sarracenis 
rapuit, et regulas dedit que a sudantibus abbacistis vix intel- 
liguntur. Ibi quid cantus et volatus avium portendat edidicit, 
ibi etiam excire tenues ex inferno figuras, ibi quidquid noxium 
vel salubre curiositas humana scrutabatur, deprehendit. Unus 
erat codex magistri sui totius artis conscius, quem sub eius 
cervicali positum nocte rapuit et aufugit. Profugus ergo re- 
spiciens eadem peritia, qua persequebatur eum magister suus, 
sub ponte ligneo, qui proximus erat, se pendulus occulit, pontem 
amplectens, ut nec aquam nec terrain tangeret. Ita querentis 
aviditate frustrata devenit ad mare. Ibi per incantationem dya- 
bolo accersito perpetuum illi paciscitur hominium, si se a per- 
sequente ultra pelagus eveheret defensatum ; et ita factum est. 
Inde cum redisset in Franciam et arcem in doctrina teneret 
artium, quia regis Hugonis filium Robertum liberalibus disci- 
plinis instruxit ; idem rex eum in sedein Remensis ecclesie irre- 
verenter, ut postea dicetur, intrusit [p. 774]. 

Ex relatione Guidonis et Guilelmi : Gerbertus, qui et Silvester 
papa, de quo premisimus, fuderat sibi caput certa inspectione 
siderum, quod non nisi interrogatum loqueretur, sed verum vel 
affirmative vel negative. Verbi gratia diceret Gerbertus : Ero 
apostol icus ? responderet statua: Etiam. Moriar, antequam cantem 
misxam in lerwtalem ? Non. Quo illuni ambiguo deceptum ferunt. 
Nec enim providit. quod est Rome ecclesia Ierusalem dieta, ad 
quani quicumque reus criminis contugerit, subsidium pacis in- 
venit. Hanc torunt fuisse Romuli asilum. In hac ergo, cum ex 
more cantassct. invaletudinis ictus ingemuit consultaque statua 



APPENDICE 



67 



deceptionem et mortem suam cognovit. Advocatis igitur cardi- 
nalibus, cum facinora sua deplorasset, dilaniari se membratim 
et foras proiici iussit : Hàbeat inquiens membrorum officium, qui 
eorum quesivit hominium. 

De hoc ergo in quodam libello, ubi agitur de sanctuario 
Lateranensis ecclesie, ita scriptum reperitur : In dextro latere 
ecclesie Lateranensis prope altare sanctorum Vincentii et Ana- 
stasii martirum iacet Gerbertus Remorum archiepiscopi, qui 
papa effectus Silvester fuit appellatus. Quod autem tumba eius 
guttas quasi lacrimarum emittat, quando aliquis papa vel aliquis 
cardinalis magnus mortuus est, satis probatum est et satis vul- 
gatum. Dicitur etiam, quod quicumque tumbam eius visitaverit 
et Pater noster ibi dixerit, quotiens hoc fecerit, indulgentiam 
obtineat aliquot dierum a summis pontificibus statutam [p. 778], 



9. 



Filippo Mousket, Ghronique rimée, vv. 15434-15599 
(ap. Pertz, Mon. Gerrn., Script, t. XXVI, pp. 727-9). 
Filippo non visse oltre il 1244. 

Kapès, cil rois, bien m'en sai ciert, 
15435 Fist faire arcevesque Gerbiert 

A Rains, et puis fu desposés. 

Si s'en est a Othon alés, 

Qui de Roume estoit emperere, 

Et la mellour de son empere 
15440 Arcevesquié lues li dona, 

C'est Ravenne, u il l'asena. 

Et tout cou fu par l'anemi, 

Dont Gerbiers ot fait son ami 

Puis l'ama il si durement, 
15445 Qu'il le fist aukes fausement 

Apostole sacrer a Roume, 

Dont l'escriture cest vier nomme : 

Scandii ab er Gerbertus ad er, 

FU papa vigens vigens er. 
15450 C'est a dire que d'er monta 

Gerbiers a er, point n'i douta, 



68 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 



Et apriès si refii d'er pappe, 

Ki Rain8, Ravenne et Rome atrape. 

Car par R comence Rains, 

15455 Et de Ravenne premerains, 
Est R li mos ; ausi de Rome 
Li mos premiers est R. c'ori nomme. 
Mais cou d'ient li anciien, 
Que cil papes Gerbiers sans bien 

15460 Siervi son signour le deable, 

Tant qu'il en vint a tele estable 
Qu'en la tiere de Belleem 
Quida canter en Jhursalem. 
S'a defors Rome une capiele, 

15465 Jursalem a non, moult est biele. 
Gerbiers ot demandé un jour 
Al deable, le sien signour, 
K'il li desist quant il morroit. 
Et il li dist qu'il feniroit, 

15470 Quant canteroit en Jhursalem. 
Li pape entendi Belleem 
Et Jheru8alein en Surie, 
Si pensa que la n'iroit m'ie, 
Et dont ne morroit il ja mais, 

15475 Si durroit sa joie et ses mais. 
A la capiele dont jou di, 
Defors Romme vint un marcii. 
La se vot Gei-biers pour canter, 
De l'autre Jursalem oster. 

15480 Et il comenca le sierviche 

De male pensee et faintiche, 
Ensi com il ot fait maint jor 
EI despit de nostre signor. 
Mais pour faillir ne pour trecier 

15485 Ne pooit il point empirier 
Le siervice k'il devoit l'aire, 
Coment qu'il fust en mal afaire, 
Ne ausi ne puet autres om 
Del comencement jusqu'a som. 

15490 Car Dameldieux si l'a fait tei, 



APPENDICE 69 



Pour ke priestres vient a l'autel 
Pour le siervice comenchier, 
N'acroistre ne apetichier 
Nel puet il ; mais s'il i quiert mal, 

15495 Lui mèismes met en traval, 
En painne et en dampnation 
Par sa male devotion ; 
Et comment qu'il soit fel ne faus, 
S'est li core Dieu sacrés et saus. 

15500 Si con pappe Gerbiers cantoit, 
Ki del cors Dieu ne s'i gaitoit, 
Es vous d'infier les anemia, 
Tous a guise de corbous mis, 
Par l'air volant, et de woltoirs 

15505 Grant noisse faissant, lais et noirs ; 
Sour la capiele sont asis 
Plus de cine cens et trente sis ; 
Quar pour son desloial peciet 
Li avoient cel jor ficiet. 

15510 Et quant li pappe mious s'envoisse, 
Si demenerent si grant noisse 
Que li peules et li clergiés 
S'en est forment esmiervilliés : 
Quar moult s'aloient deferant. 

15515 Gerbiers s'i reconnut esrant; 
Quar dit li ot li anemis, 
Ki ses sire iert et ses amis, 
Et il ses om et ses siergans, 
Si Tot mis a ces honors grans, 

15520 Dont il estoit en cel perii 

Que jusqu'a tant ne morroit il 
K'en Jerusalem canteroit; 
Et il, qui garder s'en quidoit, 
Ot canté en cele capiele, 

15525 Pour quoi li anemis l'apiele, 

Quar ses tiermes iert acomplis. 
Gerbiers en fu moult asoplis ; 
Ses viestemens a desviestus, 
S'en est al ventaile venus. 



70 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 



15530 De cuer moult tristre et nonjoiant 
Regehi tout, la gent oiant, 
Comment le diable ot siervi, 
Par quoi il ot cou desiervi, 
Qu'il l'avoit mis en tele honor 

15535 K'il ne pooit avoir grignor. 

Et dist : ' Signour, pour Dieu mierci, 

Si m'a diables avanchi ' . 

Lors apiela un sien siergant 

Et fist prendre un coutiel trencant 

15540 Que il a son keus demanda, 

Et puis al siergant commanda, 
En remission dea peeiés 
Dont il estoit plus enteciés, 
Et pour Jhesu Crist autresi, 

15545 Ki li avoit souffiert ensi, 

Que maintenant, voiant tamains, 
Li trencast les pies et les mains, 
Dont il estoit devenus om 
Al diable jusques a som, 

15550 Et sa langue trencast apriès, 
Dont il fu de parler engriès ; 
Et les pies ans deus li trencast. 
Si que ja mais viers lui n'alast, 
Qu'il fist premiers et maintes fois. 

15555 A cou faire n'ot nul defois : 

Mains et langue et pies li trenca, 
Les pieches fors en balancha, 
Et li corbiel les em portoient, 
Voiant tous caus ki la estoient. 

15560 Et dont fist il ses ious ere ver, 
Pour l'afaire mious aciever, 
Dont le diable avoit véu, 
Ki tant li avoit pourvéu. 
Et puis fist ses levres coper, 

15565 Pour s'arme plus a descouper, 
Dont il ot l'anemi baissié, 
Ki si l'avoit mal aaissié. 
Les gens en orent grans miervelles, 



APPENDICE 

Quar il fit trencier ses orelles, 

15570 Dont il ot òis les mesdis 
Que li sathanas li ot dis. 
Voians tous, non mie sos cape, 
Fist decoper Gerbiers li pappe 
Trestous ses menbres un et un 

15575 Et fors gieter as cans cascini, 

Pour 90U qu'en lieu desconvenable 
En avoit siervi le diable. 
Et li corbou et li woutoir, 
Ki diable ierent lait et noir, 

15580 Les pieces entr'aus devoroient. 

Et moult grant noisse demenoient 
Pour rarnie k'il orent pierdùe, 
Dont fait orent longe atendùe. 
Tout ensi cil pappe Gerbiers 

15585 Ne fa pas en la fin bobiers, 
Mais del tout a Dieu s'asenti, 
Si que pour mort vie senti. 
Et Dieux ne voloit perdre mie 
L'arme qu'il li avoit carg'ie. 

15590 Si fait savoir, qui de cuer fin 

Se doune a Dieu devant sa fin ; 
Quar, puis que faire le savra, 
Ja tant de peciés fais n'avrà 
Que Dameldieux n'en ait mierci. 

15595 Pappe Gerbiers s'adevanci, 
Car point ne se desespera : 
Se li cors son mal compera, 
L'arme fu sauve, ce croit Fon, 
A quanque savoir en puet l'on. 



71 



10. 

Ohronica minor auctore minorità JErphordiensi (ap. Pertz, 
Mon. Gemi., Script, t. XXIV, pp. 186-7). L'ignoto 
autore compose la sua cronica negli anni 1261-6. 

Post hunc papam Johannem 149, qui sedit menses 10, et 
ìltimo excecatum et precipitatum, Silvester papa 150 ordinatur, 



72 LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 

sedit annis 4, mens. 5. Iste vocabatur Gerbertus. Iste dicitur 
fuisse in papatu magus et nigromanticus et dyabolum prò di- 
viciis adorasse, et ei a dyabolo fuisse promissum, quod nunquam 
moreretur, nisi prius veniret in Ierusalem. Hoc intellexit papa 
de Ierusalem ultra mare et quomodo voluit vixit. Set cum hic 
papa quadam die Rome in capella, quam construxit Constan- 
tinus et Helena, ubi et plurimas [p. 187] reliquias recondiderunt, 
que vocatur Ierusalem, missarum sollempnia celebrasset, dixit 
ei suus dominus dyabolus : ' Ecce in Ierusalem fuisti, nunc 
morieris tu et non vives ,. Quo audito, Silvester qui et Ger- 
bertus male sibi conscius, ostendens magna signa compunccionis, 
in quadam capella,. que Rome sita est inter Lateranum et Co- 
liseum, iussit se ipsum, amputatis manibus et pedibus suis ac 
aliis membris, enormiter et crudeliter mutilari, et sic vitam 
Gerbertus in ipsa capella finivit. Unde in eandem capellam, 
que Gerberti appellatur, nullus papa in detestacionem illius 
facti postea intrare voluit nec curavit. 

11. 

Martino Polono (m. 1279), Ghronicon (ap. Pertz, Moh. 
Gemi., Script, t. XXII, p. 432). 

Silvester IL sedit annis 4, mense 1, diebus 8, et cessavit 
episcopatus diebus 23. Iste nacione Gallicus nomine Gilbertus 
mortuus fuit ad Sanctam crucem in Iherusalem. Hic primum 
iuveni8 Floriacensis cenobii in Aurelianensi diocesi monachus 
fuit, sed dimisso monasterio homagium diabolo fecit, ut sibi 
omnia succederent ad votum, quod diabolus promisit adimplere. 
Ipse obsequiis diaboli frequenter insistens, super desideriis suis 
cum eo loquebatur. Veniens autem in Hyspalim Hispaniae causa 
discendi in tantum profecit, quod sua doctrina etiam maximis 
placuit. Habuit enim discipulos Ottonem imperatorem et Ro- 
bertum regem Francie, qui inter alia sequenciam Sancti spiritus 
adsit nobis gratta composuit, et Leothericum, qui post fuit 
archiepiscopus Senonensis. Sed quia idem Gilbertus quam plu- 
rimum honores ambiebat, diabolus ea quae petebat ad votum 
implevit. Fuit enim primo Remensis archiepiscopus, post Ra- 
vennas, tandem papa, et tunc quaesivit a diabolo, quamdiu 



APPENDICE 73 

viveret in papatu. Responsum habuit, quamdiu non celebraret 
in Iherusalem. Gavisus fuit valde, sperans se longe esse a fine, 
sicut fuit longe a voluntate peregrinacionis in Iherusalem ultra 
mare. Et cum in quadragesima ad ecclesiam que dicitur Ihe- 
rusalem in Laterano celebraret, ex strepitu demonum sensit 
sibi mortem adesse. Su spirane ingemuit; licet autem sceleratis- 
simus esset, de misericordia Dei non desperans, revelando coram 
omnibus peccatum, menbra omnia, quibus obsequium diabolo 
prestiterat, iussit precidi et demum truncum mortuum super 
bigam poni, et ut ubicumque ammalia perducerent et subsi- 
sterent, ibi sepeliretur. Quod et factum est. Sepultusque est in 
ecclesia Lateranensi, et in signum misericordie consecute se- 
pulchrum ipsius tam ex tumultu ossium, quam ex sudore pre- 
sagium est morituri pape, sicut in eodem sepulchro est Iitteris 
-exaraturn. 



12. 



Flores temporum auctore fratte ordinis minorimi (ap. 
Pertz, Mon. Gemi., Script, t. XXIV, p. 245). Furono 
scritti negli ultimi anni del secolo XIII. 

Silvester II anno Domini 997, sedit annos 4, mensem unum. 
De cuius vita pessima et morte bona breviter est dicendum. 
Gilbertus antea vocabatur, apostata nigromanticus se dyabolo 
sub iuramento tradens, ut daret sibi divicias, sciencias et ho- 
nores magnos. Igitur discipulos congregavit, scilicet Ottonem 
imperatorem, Rupertum regem Francie, Leotonium archiepi- 
scopum Senensem, adhuc pueros. Quorum auxilio tres archiepisco- 
patus adeptus est, Remensem, Ravennensem et papatum. Cui 
dyabolus promisit vitam, donec in Ierusalem missam celebraret. 
Sic autem vocatur capella [in Roma], quam fecit Helena. Ubi 
dum celebraret, ex demonum strepitu mortem timens, publice 
confessus est; et pedibus ac manibus amputatis, super bigam 
cum equo indomito positus, ad Lateranensem ecclesiam est de- 
vectus. Cuius sepulchrum insudat vel strepit, quando papa 
mortuus est; et hoc [est] in signum misericordie consecute. 



LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE 



Leone d'Orvieto, Ghnmica SumiHoriim Pontificum (ap. 
Lami, Dclictae enuUtomm, voi. II, pp. 162-3). Leone 
sua Cronica sino al 1314. 



Silvester, natione Gallicus, nomine (iilbertuH, qui mortnua 
fuit a,d aanctam Crucem in lerusalem, sedit annis trillila, mense 
uno. Hic primum iuvenia Ploriaeensis coenobìi in Aurelianenst 
dioeceai Monacbus fuit, sed (lini isso Monasti'rio, boraagium dia- 
bolo fecit, ut aibi omnia ad votimi snecederent, quod diabolus 
promisU implere. lpse obsequiia diaboli intdslena, frequenter 
super desiderila loia euin eo loquebatur. Venienti autem Hìapalim 
Hiapaniae, eausa discendi, in tantum prò fecit., quod sua doctrina 
etiam maximia placidi ; babuit enim discipulos, Mthonem Im- 
peratorem, et KoKcrliim Ki^eiii Kriiiw-iae (qui inier alia Se- 
quentiam [p, lfi3|. Suhi-iì Spiritii* mìaff uolii-t unititi, oompoauitl 
et Leoteringum, qui post fuit Episcoptti tìenonensia. Sed idem 
Gilbertus quia plumnum honoros amliiebal, .lialiolus, ea quae 
petebat, ad Totum implevit; fuit enim post Rcmenais Archie- 
piscopus; post Ravennensis, vel Ravennaa; tandem Papa: et 
tunc quaesivit a diabolo, quantum viveret in Papati) : reaponsum 
habuit, quamdiu non uelebnu-et in It'ru.-alem. Gìivìsub fuit valde, 
sperans se longe vivere, et longe esse a Hne, siout longe fuit 
a voi untate peregrinationis in leruaalem ultra mare. Et quum 
in Quadragesima ni Hccji'siii, quai: ■ lii.-itn.ir leni-ulcm, celebraret, 
ex et.repìtu due 11101111 ni, pr.iesensit sibi mortem imminere, et 
suspirans ingi'iiiuit. I.in't Miteni sceleratisaimns esset. de mi- 
sericordia Dei non desperans, corani omnibus revelando pec- 
catomi ranni, membra omnia, quibns diabolo obsequium praesti- 
terat, iussit praocidi, et demmo truncum mortuum super bigam 
poni, ut ubieuuique ammalia peidncerent, et subsisterent, ibi 
aepelirent ; sepultusque est in Lalcr, mend rr-t-lii.-ia. et in signutn 
misericordiue L'onscqHutti! 1 , sppulerum ìp-rius, tam es tumultu 
oasium. quam ex sudore, prai.'s.a;mim t*st morituri Papae, sicut 
in eodera sepulcro est in litteria exaratum. 



APPENDICE 75 



u. 



Bicobàldo da Ferrara, Historia pontìficum romanorum 
(ap. Muratori, Scriptores, t. IX, coli. 172-3). Ricobaldo 
fioriva nei primi anni del secolo XIV. 

Silvester Secundus sedit ann. IV mens. I. dies Vili, et ces- 
savit diebus XXIII. imperante Ottone III. et post Henrico Primo. 
Hic natione Gallicus nomine proprio Gilbertus, mortuus fuit 
Romae ad Sanctam Crucem in Jerusalem. Hic primum juvenis 
Coenobii Floriacensis Monachus fuit, mox omisso Monachatu 
Diabolo fecit homagium, ut voti sui compos a Diabolo fieret, 
et Diaboli familiaris alloquio multum per ipsum obtinuit. Studuit 
itaque in Hispali Hispaniae, et in tantum profecit in Nigro- 
mantia, quod sua doctrina maximis placuit. Habuit quoque 
Ottonem Imperatorem discipulum et Robertum Regem Franciae, 
qui inter alia composuit sequentiam : Sancti Spiritus adsit nobis 
gratta, etc. et Neothericum, qui mox fuit archiepiscopus Seno- 
nensis. Ceterum idem Gilbertus nimium honores ambiebat. Dia- 
bolus vero eum voti compotem fecit. Fuit enim primo Archie- 
piscopus Remensis, post Ravennas, et tandem Urbis Episcopus. 
Et Papatu fungens quaesivit a Diabolo, quamdiu viveret in 
Papatu? responsum habuit; quamdiu non celebraret in Jeru- 
salem. Tunc valde gavisus, sperans multum a morte abesse, 
sicut multum longe aberat a voluntate peregrinationis in Jeru- 
salem ultra mare. Cum autem in Quadragesima ad Ecclesiam 
[col. 173] quae dicitur in Jerusalem apud Lateranum celebraret, 
per strepitum Daemonum sensit mortem adesse. Suspirans igitur 
ingemuit ; et licet esset sceleratissimus, de Dei misericordia non 
desperans coram omnibus peccatum suum confessus est, et 
membra omnia, quibus Diabolo obsequium fecit, sibi jussit 
praecidi, et demum truncum corporis sui exanimem super biga 
poni, et quocumque ammalia illud perducerent, ibi sisterent, 
atque ibi sepeliretur; quod factum est. Sepultus est igitur in 
Lateranensi Ecclesia in misericordiae signum, cum ad transe- 
untes sepulchrum ipsius, tam ex tumultu ossium, quam ex su- 
dore praesagium est morituri Papae ; sicut eodem sepulchro 
est literis exaratum. 



DEMONOLOGIA DI DANTE 



DEMONOLOGIA DI DANTE 



Una dottrina demonologica ordinata e compiuta negli 
scritti di Dante non si trova, e nemmeno poteva esserci; 
ma da molti luoghi della Commedia , e più particolar- 
mente dell' Inferno, nei quali o sono introdotti demonii, 
o si parla di demonii, e da alcuni altri sparsi qua e là 
per le rimanenti opere, confrontati fra loro e aggruppati 
opportunamente, si ricava un certo numero di credenze e 
di opinioni che giova esaminare congiuntamente e cono- 
scere. E come appena siensi esaminate alquanto, una cosa 
anzi tutto si rileva, ed è che la demonologia del poeta, in 
parte è dottrinale e dommatica, si rannoda cioè alla specu- 
lazione e alla disquisizione teologica, in parte è popolare, 
conforme cioè a certe immaginazioni comuni ai credenti 
del tempo ; senza che manchino per altro qua e là, dentro 
di essa, vestigia di un pensar proprio e personale. Per 
ciò che riguarda la parte dottrinale, il poeta l'ha senza 
dubbio attinta dalla teologia scolastica , di cui egli si 
mostra, come tutti sanno, assai ampio conoscitore, e più 
particolarmente dalle opere di S. Bonaventura, di Alberto 
Magno, di S. Tommaso dAquino, il suo dottor prediletto. 
Non è improbabile tuttavia che egli abbia udito in una 
od altra Università d'Italia, forse anche di fuori, lezioni 
e dispute sopra un argomento di tanta importanza quale 
si era nel medio evo la dottrina dei demonii, intimamente 



80 DEMONOLOGIA DI DANTE 

congiunta con quella degli eterni castighi, e intorno a cui 
s'erano sino dai primi tempi della Chiesa esercitati gl'in- 
gegni più acuti e più alacri. Se non che sono così scarse 
ed incerte le notizie tramandateci degli studii e delle pe- 
regrinazioni di Dante, che nulla si può affermare in pro- 
posito. Se fosse vero quanto afferma Giovanni Villani, e- 
infiniti ripeterono dopo lui, che Dante, sbandito di Firenze, 
se ne andò allo studio di Bologna ; quivi avrebbe potuto- 
il poeta apprendere di molte cose circa Tessere e le ope- 
razioni di Satana e degli angeli suoi. Una ragione per 
crederlo si ha in quelle parole che egli pone in bocca a 
frate Catalano de' Malavolti : 

Io udi' già dire a Bologna 
Del diavol vizii assai, tra i quali udi' 
Ch'egli è bugiardo, e padre di menzogna 1 . 

Ma comunque se la procacciasse, il poeta del mondo invi- 
sibile non poteva non avere una dottrina demonologica r 
senza curarci d'altro, vediamo qual sia 2 . 



I. 



Gli è noto che il mito della ribellione e della caduta 
degli angeli si fonda sopra alcuni luoghi del Nuovo Te- 
stamento, i quali non sono di troppo sicura significazione. 
Un mito parallelo, e che ha radice nel Testamento Antico, 
narra di angeli, che avendo avuto commercio con le figlie 
degli uomini furono cacciati dal cielo. Entrambi i miti 
trovarono credito fra i Padri dei primi secoli; ma poi il 
primo soperchiò e fece in qualche modo dimenticare il 
secondo. Dante osserva su questo punto la comune cre- 
denza del tempo suo. Nel Convivio egli chiama in gene- 
rale i demonii intélligenzie che sono in esilio della su- 



DEMONOLOGIA DI DANTE 81 

perna patria 3 , e piovuti dal cielo li dice nel e. Vili 
ieìY Inferno 4 ; di Lucifero, 

Che fu la somma d'ogni creatura, 

dice nel XIX del Paradiso, che 

Per non aspettar lume cadde acerbo 3 ; 

ma nel VII della prima cantica allude alla parte più 
drammatica del mitico racconto, alla cacciata dei ribelli, 
vinti dall'arcangelo Michele, che 

Fé' la vendetta del superbo strupo*; 

e cacciati dal del, gente dispetta li chiama nel IX 7 . 
Essi corsero in colpa immediatamente dopo la loro crea- 
zione : 

Ne giungeriesi, numerando, al venti 
Sì tosto, come degli angeli parte 
Turbò il suggetto dei vostri elementi 8 ; 

e ciò avvenne fuori della intenzione divina, benché non 
fuori della divina prescienza 9 . Cagione della colpa fu la 
superbia ; e invidia e superbia sono, secondo S. Tommaso, 
i due soli peccati, che possano propriamente capire nella 
diabolica natura 10 . 

Principio del cader fu il maledetto 
Superbir di colui che tu vedesti 
Da tutti i pesi del mondo costretto, 

dice Beatrice al poeta u ; di colui che fu primo suberbo 12 , e 

Contra il suo Fattore alzò le ciglia 13 . 

Di tutti gli ordini degli angeli si perderono alquanti 
tosto che furono creati, forse in numero della decima 

Gbaf, Miti, leggende ecc., v. II. 6 



DSHOKOl.OOU TU DANTE 



parte; alla quale restaurare fa f umana natura poi 
creata 1 *. 1 cacciati dal cielo furono precipitati sopra la 
terra: Lucifero cadde folgoreggiando™, dalla parte del- 
l'emisfero australe, 



E la terra, che pria di qua si sporse. 
Per paura di luì fé' del mar velo, 
E venne all'enuBperio nostro ; e forse 
Per fuggir lui lasciò qui il loca voto 
Quella che appar di qua e su ricorse l *. 






Questa mirabile immagi nazione è, per quanto io so, tutta 
propria di Dante, e dà luogo ad alcune difficoltà sulle 
quali io non intendo di trattenermi". Ma Don tutti gli 
angeli tristi peccarono egualmente: alcuni di essi sì ser- 
barono neutrali; 

non furon ribelli, 
Ne fùr fedeli a Dio, ma per afe foro. 

Cacciati dal eielo, e rifiutati dal profondo Inferno 
scontano la loro pena nel vestibolo, insieme con 



essi 



» 



Che rissi 

Dicono i commentatori, ultimo lo Seartazzini, tal elasse 
di angeli neutrali non trovarsi nella Bibbia, ed esser forse 
invenzione di Dante. Che nella Bibbia non si trovi è ve- 
rissimo 19 ; ma non così che Dante ne sia l'inventore. Nella 
leggenda del Viaggio di S. Brandano, la cui redazione 
latina risale, per lo meno, all' XI secolo, si legge che, nel 
eorso della sua avventurosa navigazione, il santo, co' suoi 
compagni, giunse ad un' isola, dove trovò un albero mera- 
viglioso, popolato di uccelli candidissimi, i quali erano 
appunto angeli caduti, ma non però malvagi 20 . Essi non 



DEM0N0L0U1A DI DANTE 83 

soifroii castigo, ma sono fuori dell'eterna beatitudine. Certo, 
la finzione della ingenua leggenda si acosta per più ra- 
gioni da quella del poeta , ma ha con essa un concetto 
comune, il concetto di una schiera di angeli che, travolti 
nella mina, perdettero i] cielo, senza diventar propria- 
mente ospiti dell'Inferno. La leggenda di S. Brandano fu 
una delle più diffuse nel medio evo, e passò dalle redazioni 
latine, di cui rimangono ancora innumerevoli manoscritti, 
nelle volgari, dove ebbe spesso a soffrire alterazioni di più 
maniere. Si può tenere per certo che Dante la conobbe. Del 
resto quella finzione non ricorre soltanto nella leggenda 
di S. Brandano. Ugone di Alvernia, eroe di uno strano 
romanzo, del quale, perdutasi la redazione francese ori- 
ginale, non rimangono se non rifacimenti franco italiani 
e italiani, viaggiando alla volta dell'Inferno, trova, in 
prossimità del Paradiso terrestre, e in forma di uccelli 
neri, demonii d'intermedia natura, ì quali han riposo la 
domenica 21 . Ora, sebbene nella descrizione dell'Inferno, 
quale si ha nei rifacimenti nostri, sieno evidenti gl'in- 
flussi danteschi, molto nulìadimeno è in essa cbe va esente 
da tali influssi e che certamente appartiene a immagina- 
zioni e tradizioni predantesche, accolte nel poema primi- 
tt» M . E al poema primitivo tengo per fermo che spetti 
quanto si dice di quei demonii intermedii, la cui condi- 
zione è non poco disforrae dalla condizione che Dante 
attribuisce agli angeli del cattiva coro. Assai probabil- 
mente la intera finzione passò nelY Ugone d' Alvernia dalla 
leggenda di S. Brandano. Né questo basta. Una finzione 
consimile si trova in un altro poema, di un buon secolo 
anteriore alla Divina Commedia. Wolfram von Eschen- 
bach (m. e. il 1220) fa dire a Trevrìzent, nel suo Par- 
zìval, che i primi custodi del Santo Orai furono gli angeli 
che nella battaglia fra Lucifero e Dio si mantenner neu- 
trali 23 . 



[iKMONOI iKtlA 1)1 DANTE 



II. 



I detnonii che Dante pone nel suo Interno si possono, 
avuto riguardo ai luoghi di loro provenienza, dividere in 
due classi, demonii biblici e demonii mitologici, secon- 
doehè sono tolti alla tradizione scritturale e patristica, a 
al mito pagano. Così è che insieme con Satana, o Beel- 
zebun, o Lucifero 24 , troviamo nel doloroso regno Caronte. 
Minosse, Cerbero, Plutone, Flegias , le Furie, Medusa. 
Proserpina- 5 , il Minotauro, i Centauri, le Arpie, Gerione, 
Caco, i Giganti. E non solo il poeta ricorda molti piti 
demonii mitologici che non biblici; ma assegna inoltre a 
quelli, fatta eccezione pel solo Lucifero, offici! assai più 
importanti che a questi: infatti, mentre agli altri demonii 
è solo commesso di tormentare alcune classi di dannati, 
il che è pure commesso ai Centauri e alle Arpie, Caronte 
traghetta le anime, Minosse le giudica, Cerbero e Plu- 
tone stanno a guardia, l'uno del terzo, l'altro del qui 
cerchio, e via discorrendo. Ma qui c'è argomento 
recchie osservazioni. 

Più volte fu Dante ripreso per aver mescolato insieme 
cose appartenenti al mito pagano e cose appartenenti alla 
credenza cristiana ; e chi lo riprese in nome di questa 
credenza medesima , contaminata, in qualche modo, per 
tale immistione; chi in nome di certe convenienze este- 
tiche, quanto evidenti e necessarie a chi le propugna, 
tanto ignote ai tempi di Dante e un gran tratto ancora 
prima e dopo dì lui. Considerare poi quella mescolanza 
come l'effetto anticipato di certe tendenze e di certe usanze 
dell'umanesimo, se non è erroneo in tutto, è erroneo in 
gran parte, e bisogna a questo proposito distinguere una 
doppia tradizione, letteraria e popolare. 



Plu- 
tartti 



IH-:M"\OI.uu|\ JiI DANTE 



85 



Echi e riflessi del mito pagano si trovano in molte 
descrizioni dell'Inferno cristiano, a cominciare dai primi se- 
coli della Chiesa e a venir giù giìi sino ai tempi che imme- 
diatamente precedono Dante. Il Tartaro, l' Averne, il Flegc- 
tonte e gli altri fiumi infernali, la palude Stigia, Caronte, 
Cerbero, ricorrono frequentissimi M . L'Inferno descritto nel 
Roman de la Rose ha tra' suoi abitatori Iasione, Tan- 
talo, Sisifo, le Dauaidi, Tizio 27 : e Alano de Insulis pone 
a dominare nelle tartaree sedi le Furie as . 

Qui noi ci troviamo di fronte a una tradizione lette- 
raria; ma questa non è la sola, che insieme con essa va 
anche una tradizione popolare. 

È noto che la Chiesa cristiana non giunse a far ciò, 
che a un certo punto della loro storia religiosa (ma a un 
certo punto solamente) fecero gli Ebrei: negare cioè in 
modo reciso e assoluto l'esistenza degli dei delle genti. 
La Chiesa cristiana, qual che ne fosse la ragione, che a 
noi ora non tocca indagare, non negò l'esistenza delle 
deità pagane, ma la divinità, e con lo stesso giudizio le 
converti in demonii. Non è cosa su cui gli apologeti e 
i Padri della Chiesa primitiva insistano con più vigore: 
ne il fatto è tale da doverne stupire se si pensa che in 
molte altre religioni avvenne per appunto il medesimo * tì . 
Cosi si trasformarono in diavoli, non solamente gli dei 
maggiori e minori, ma ancora i semidei, e degli dei quelli 
più facilmente, come ben s'intende, cui già i pagani attri- 
buivano qualità paurose e maligne: inoltre le Lamie, le 
Empuse, le Arpie, le Chimere, i Gerioni, non furono spenti, 
ma diventarono ospiti dell'Inferno, sudditi e aiutatori di 



Si potrebbe tessere di questa trasformazione un'assai 
lunga e curiosa istoria. I nomi delle antiche divinità, o 
almeno di alcune di esse, continuarono a vivere nella 
memoria dei popoli bene o male convertiti, e intorno a 



86 DEMONOLOGIA. DI DANTE 

quei nomi nacquero superstizioni, leggende e fantasie. 
Sant'Antonio incontrava nel deserto un centauro, e San 
Gerolamo non sa risolvere se fosse apparizione diabolica, o 
mostro naturale 30 . Incontrava anche un satiro che parlava 
e lodava Dio, ma per eccezione certamente, giacché quella 
del satiro fu una delle forme che più di spesso sì diedero 
al diavolo 3I . Ai tempi dì Gervasio da Tilbury (XII e 
XIII sec.) si parlava ancora di fauni, di satiri, di silvani, 
di Pani, e molti affermavano averli veduti 3 *: i fauni s'in- 
vocavano ancora nella diocesi di Lione ai tempi di Stefano 
di Borbone (m. verso il 1262) 3S . 

Mercurio diventa un diavolo nella leggenda di Giu- 
liano l'Apostata; Venere un diavolo in parecchie leggende, 
di cui la più famosa è quella del cavaliere Tanhauser 34 ; 
un diavolo, com'è del resto assai naturale, Vulcano. Si- 
geberto Gemblacense ricorda che certe bocche vulcaniche 
in Sicilia, le quali si credevano essere spiracoli dell'In- 
ferno, si chiamavano da quegli abitanti col nome di Ollae 
Vulcani ss . C'erano diavoli acquatici che si chiamavano 
Nettuni, pericolosi a chi si trovava in prossimità di acque 
profonde, e infesti, pare, alle donne 38 ; c'erano le sirene 
che, come in antico, traevano a perdizione col canto gl'in- 
cauti navigatori w . 

Demonio di molta importanza diventò Diana, certamente 
in grazia della identificazione sua con Ecate e con Pro- 
serpina. Di Diana demonio si discorre nella leggenda di 
S. Niccolò S8 , mentre altre leggende la designano più pro- 
priamente come il demonio meridiano 3 ". In una Vita di 
S. Cesario, vescovo di Arles (m. 542) si fa menzione di 
un demonio chiamato Dianum dai campagnuoli w . Un 
canone, indebitamente attribuito al sinodo di Ancira del- 
l'anno 314, ma riportato da Keginone, abate'di Pruni 
(in. 915)", da Burcardo di Worms (m. 1024) « da Gra- 
ziano (m. 1204?)* 3 , fa menzione di donne le quali s'imma- 



DEMONOLOGIA DI DANTE 87 

giiiavano di andare in giro la notte, a cavallo di varìi ani- 
mali, in compagnia dì Diana e di Erodiade; e a questa stessa 
superstiziosa credenza alludono, un Capitolare di Lodo- 
vico II imperatore, dell'anno 867 M , il già citato Stefano 
di Borbone *, Giovanni Herolt (m. 1418) 40 , e altri. Anzi 
è da notare che il nome di Diana e la credenza accen- 
nata non sono per anche in tutto dileguati dalla memoria 
di alcuni popoli cristiani 41 . Sant' Mligio, morto poco oltre 
il mezzo del settimo secolo, dice in un sermone famoso, 
combattendo certi avanzi di credenze pagane: Nullus no- 
mina daemonum, aut Neptunum, aut Orcum, aut Dianam 
invocare praesumat iB . Il pessimo pontefice Giovanni XII 
fu, nel sinodo romano del 963 , accusato d'aver bevuto 
alla salute del diavolo, diaboli in amorem, e di avere, 
giocando a dadi, invocato l'ajuto di Giove, di Venere, 
ceterorumque demonum 4 ". 

Se, dunque, le antiche divinità s'erano tramutate in 
demonii, era, non pure lecito, ma necessario, porle con gli 
altri demonii in Inferno. Gli autori delle Ckansons de 
geste ricordano spesso quali diavoli Giove ed Apollo, tal- 
volta i Nettuni rammentati di sopra e Cerbero 50 . Cerbero 
apparisce inoltre come cane infernale in alcun documento 
di poesia medievale tedesca 51 , e in molti di poesia la- 
tina 52 . Nella Visione dì Tundalo, Vulcano e i suoi mi- 
nistri arroventano nel fuoco le anime, le martellano sulle 
incudini 53 ; nella Kaìserehronik si racconta che l'anima 
di Teodorico fu portata dai demonii nel monte, a Vul- 
cano, in den bere se Vuikàn 5 *. Dante anche in ciò non 
fece se non seguire la tradizione e il costume, salvo che 
egli si contentò di porre Dell' Inferno cristiano divinità 
pagane infernali, e lasciò in pace Giove, Apollo e gli altri ; 
anzi il nome di sommo Giove diede a Cristo. Forse non 
gli bastò l'animo di abbassare alla condizione di diavoli 

alvagi e deformi le divinità luminose di cui la fantasia 




88 DEMONOLOGIA DI DANTE 

di lai doveva pure essersi innamorata leggendo Virgilio 
e gli altri poeti latini 55 . 

Ma i diavoli mitologici dell'Inferno dantesco porgono 
argomento a più altre considerazioni. 

Dante ricorda parecchi giganti tolti al mito pagano 
(Efialte, Briareo, Anteo, Tizio, Tifeo) e uno tolto al mito 
biblico (Nembrot): sono essi demonii nel concetto del 
poeta? Credo che sieno a quel modo che i Centauri, ed 
anche perchè, quelli del mito pagano almeno, sono, non 
uomini, ma dei. Quanto a Nembrot si può osservare che, 
sonando il corno, e poi con le inintelligibili e orrende 
parole , egli sembra , o volere spaventare i poeti che si 
avvicinano, o avvertire Lucifero di loro venuta 56 , e così 
fa presso a poco ciò che già prima avevano fatto Caronte, 
Minosse, Cerbero, Plutone. Perciò non si può dire che i 
giganti sieno in luogo a loro non conveniente, laggiù nel 
pozzo dell'ottavo cerchio. Demonii appunto erano, secondo 
un'antica opinione, i giganti nati dal commercio degli 
angeli e delle figlie degli uomini 57 ; giganti nerissimi 
trova Carlo il Grosso 58 nell'Inferno da lui veduto, intesi 
ad accendere ogni maniera di fuochi 59 ; nelle Ghansons 
de gesie i giganti sono spesso considerati come diavoli 
venuti fuor dall'Inferno, o come figli di diavoli 60 , e Tun- 
dalo vede due enormi giganti tenere aperta la voraginosa 
bocca del mostro Acheronte, la quale capere poterai novem 
milia hominum artnatorum 61 . 

Minosse e Flegias sono due semidei, figlio di Giove 
l'uno, di Ares o Marte l'altro. A prima giunta sembra 
che se ciò che in essi era di divino doveva rendere pos- 
sibile e provocare la trasformazione in demonii, ciò che 
era di umano doveva impedirla, se non per Minosse, il 
quale aveva già trovato pasto, come giudice, nell'Inferno 
pagano, almeno per Flegias 62 . Ma, in verità, questo im- 
pedimento non c'era. Nei demonii Giuseppe Flavio ricono- 



riKM'lNOLOfllA 0] DANTE 



SU 



Esc 



sceva le anime degli uomini malvagi {avSptùrrwv novripuJv 
nveunam) " 3 : nelle Chansuns de geste appaiono spesso 
come demonii Nerone, Maometto, Pilato 04 ; e come de- 
monio appare Maometto nel poema di Giacomino da Ve- 
rona , De Babilònia civitate infernali w . Dante stesso 
riconosce una grande affinità fra lo spirito dell'uomo 
malvagio e il demonio, quando col nome di demonio ap 
punto chiama l'anima dannata 06 , e Demonio dice Maghi 
nardo Pagani". Come Dante di Minosse, Wolfram von 
Esclienbach fa un diavolo di Radamauto" 8 . 



111. 



Dante dà ud corpo ai demonii, seguendo ir, ciò la opi- 
nione di molti Padri e Dottori della Chiesa e la vulgata 
credenza 011 : ma di che natura è desso? Sia che il poeta 
non avesse in proposito concetti ben definiti, sia che la 
materia del suo poema e certe convenienze di trattazione 
non gli permettessero di sempre osservarli, fatto sta che 
in quanto egli dice o accenna a tale riguardo si nota 
incertezza e contraddizione. Le opinioni stesse dei Padri 
non sono troppo concordi. Fra quella di Gregorio Magno, 
che voleva i diavoli al tutto incorporei ™, e quella di Ta- 
ziano, che volentieri esagerava ia materialità loro ", alcuna 
ve n'e più temperata; ma si ammetteva quasi general- 
mente che i demonii avessero un corpo formato d'aria o 
di fuoco; anzi un corpo si attribuiva anche agli angeli, 
e si diceva che, dopo la caduta, quello dei demonii era 
divenuto più grossolano e più spesso. Dante ha gli angeli 
in conto di forme pure, di sus tati se separate da materia 7ì , 
e nulla dice del modo onde i demonii acquistarono un 
corpo; ma forse ci può dar qualche lume in proposito, 

into egli dice del modo che tengon le anime uscite di 




l DI DANTE 

questa vita nel formarsene uno d'aria condensata 7 *. E 
badisi che qui si discorre del corpo che i demonii hanno 
in proprio, e non di quello onde possono rivestirsi acci- 
dentalmente, per loro particolari propositi. 

Ho accennato a incertezze e contraddizioni di Dante in 
sì fatto argomento. Il corpo di cui è provveduto il demonio 
Flegias è certo un corpo sottilissimo , non più pesante 
dell'aria entro a cui si muove, e in tutto simile all'ombra 
di Virgilio, giacché la barca con cui egli fa passare ai 
due poeti la palude degli iracondi sembra corca solo 
quando Dante vi entra 7i . 11 corpo di Lucifero per contro 
dev'essere assai più denso e grave, non solo per quel suo 
essersi sprofondato sino al punto 

Al qual si traggor. d'ogni parte i pesi; 

e perchè la ghiaccia lo stringe tutto intorno e ritiene, 
come solo può fare solido con solido; ma ancora perchè i 
due poeti, e specialmente Dante, che è d'ossa e di polpe, 
possono scendere e arrampicarsi sopra di esso non altri- 
menti che se fossa una rupe 7S . Può darsi che Dante abbia 
con pensato proposito dato un corpo più grossolano e più 
denso al più malvagio degli angeli ribelli, a colui che è 

Da tutti i pesi del mondo costretto"; 

ma vuoisi notare che qualche incertezza egli lascia scor- 
gere anche riguardo ai nuovi corpi rivestiti dalle anime 
dannate o purganti. Neil' Antipurgatorio il poeta vuole 
abbracciare Casella e non può: 

ombre vane, fuor che nell'aspetto! 
Tre volte dietro a lei le mani avvinsi, 
E tante mi tornai con esse sii petto"; 

e pure trova poco più oltre le anime dei superbi che si 
accasciano sotto i ponderosi massi ' 8 . Nel terzo cerchio 



DBIiONOLOGIA DI DANTE 91 

dell'Inferno i poeti passano su per l'ombre che aiìona In 
greve pioggia, e pongono le piante 

Sopra lor vanità che par persona""; 

ma nel nono Dante forte percote il pie nel viso ad una 
delle anime triste dell'Antenore *"■ Virgilio non isparge 
ombra in terra 8 '; ma è ìn grado di sollevare e portar 
Dante 83 . 

Quanto alla forma e all'aspetto de' suoi demonii Dante 
non dice gran che, fatta eccezion per Lucifero. Caronte è 
da lui dipinto* 3 quale già il dipinse Virgilio. Minosse lia 
più del bestiale e del diabolico: sta orribilmente, ringhia, 
agita una lunga coda, con cui può cingersi ben nove volte 
il corpo, quanti sono i cerchi dell'Inferno u . Plutone, che 
Virgilio chiama maladctto lupo , mostra altrui un volto 
gonfio d'ira (enfiata labbia), una sembianza di fiera cru 
fiele, ha la voce chioccia K . Gerione, mutato l'aspetto che 
già ebbe nel mito, ha faccia d'uom giusto, il resto di 
serpe, due branche pelose, coda aguzza, il dorso, il petto, 
le coste simbolicamente dipinti di nodi e di rotelle w . 
Cerbero 87 , le Furie 38 , il Minotauro M , i Centauri w , le 
Arpie BI , serbano invariate le forme tradizionali ; e così 
dicasi dei Giganti, dei quali non si descrive se non la 
smisurata statura " 2 . 

Ma non mancano nell'Inferno dantesco diavoli in cui 
più propriamente si scorge l'aspetto che ai nemici del- 
l'uman genere attribuì la turbata fantasia dei credenti. 
specie nel medio evo. Questi diavoli sono neri (angeli 
neri™, neri cherubini) ot , quali già s'immaginavano nel 
IV secolo 9S , e con forma umana, la forma che in quel 
medesimo tempo si attribuì loro 9 *. I demonii che sferzano 
i mezzani nella prima bolgia dell' ottavo cerchio , sono 
; Ciriatto è sannuto *': Cagnazzo mostra, non ini 




92 DEMONOLOGIA DI DANTE 

volto, ma un miao w ; ed essi e ì compagni loro sono armati 
di artigli ■*• Il demonio cbe butta giù Della pegola spessa 
dei barattieri no d&ih anziani dì Santa Zita è dipìnto 
quale infinite opere d'arte del medio evo appunto cel mo- 
strano : 



Ahi. quanto egli e» nell'aspetto fiero? 

E quanto mi pare* nell'atto acerbo. 

Con l'ale aperte e sm» i pie leggiero! 
L'omero suo, ch'era acuto e superbo, 

Carcava un pecca t or con ambo l'anche, 
Òhi il nerbo ,u 






Se non che bisogna dire cbe Dante, trattenuto forse da 
un delicato sentimento d'arte , non diede a nessuno dei 
demonìi suoi, nemmeno a Lucifero, la deformità abbonii - 
nevole che spesso hanno ì demonii descritti nelle leggende, 
ritratti da pittori e scultori nel medio evo 10ì . 
Lucifero, il principe dei demoni!, 



La creatura ch'ebbe il bel sembiante 10 



è da Dante rappresentato di smisurata grandezza, brutto 
quanto già fu bello, e forse più, con tre facce alla sua testa, 
l'una vermiglia, tra bianca e gialla l'altra, nera la terza, 
sei enormi ali di pipistrello, corpo peloso ,04 . Quelle tre 
facce diedero assai da pensare ai coni menta tori, parecchi 
dei quali attribuirono loro significati, cui non sarebbero 
certo andati a rintracciare, se invece di stimarle una imma- 
ginazione propria di Dante, avessero saputo che assai prima 
di Dante si trovano. I commentatori più antiehi, i quali 
dovevano saperlo, ne diedero, in generale, interpretazione 
assai più giusta che non i moderni, e non si smarrirono 
dietro a sogni, come il Lombardi, che nelle tre facce vide 
simboleggiate le tre parti del mondo onde Satana ha tri- 






DEMONOLOGIA DI DANTE 93 

buto di anime, e come il Rossetti che vi riconobbe ltoma, 
Firenze, la Francia. 

Questo Lucifero con tre facce non balza fuori per la 
prima volta dall'accesa fantasia di Dante; già innanzi 
la coscienza religiosa l'aveva immaginato e scorto, già 
le arti l'avevano raffigurato. Esso è come l'antitesi della 
Trinità, o come il suo rovescio. La Trinità fu qualche 
volta nel medio evo rappresentata sotto specie di un uomo 
eon tre volti; e poiché il concetto della Trinità divina 
suggerisce il concetto di una Trinità diabolica, e poiché 
inoltre nello spirito del male si supponeva essere tre fa- 
coltà o attributi opposti e contraddienti a quelli che si 
spartiscono fra le tre persone divine, cosi era naturale che 
si ricorresse per rappresentare il principe de' demonii a 
una figurazione atta a far riscontro a quella coti che si 
rappresentava il Dio uno e trino. Lucifero appare con tre 
facce in iscolture , in pitture su vetro , in miniature di 
manoscritti, quando cinto il capo di corona, quando sor- 
montato di corna, tenente fra le mani talvolta uno scettro, 
talvolta una spada, o anche due ll)S . Quanto tal figurazione 
sia antica è difficile dire. Un manoscritto anglo-sassone 
del Museo britannico, appartenente alla prima metà del 
secolo XI, reca una immagine di Satana, nella quale si 
vede, dietro l'orecchio sinistro (la figura è di profilo), spun- 
tare di traverso una seconda faccia ,0tt . Più tardi il corpo 
dei demonii ebbe spesso a coprirsi di facce, significative 
di malvagi istinti. Senza dubbio Dante volle con le tre 
che dà al suo Lucifero, conformemente a una usanza già 
antica, rappresentare gli attributi diabolici opposti ai di- 
vini; e poiché, per lo stesso Dante, come per S. Tommaso, 
il Padre è potestà, il Figliuolo è sapienza, lo Spirito Santo 
è amore 107 , le tre fac<;e non possono simboleggiare se non 
impotenza, ignoranza, oiio, come rettamente giudicarono 
alcuni dei commentatori pili antichi. 



94 DEMONOLOGIA DI DANTE 

Non solo Dante non immaginò, egli primo, il Lucifero 
con tre facce; ma nemmen primo immaginò di porre in 
ciascuna delle tre bocche immani un peccatore non degno 
di minor pena. Nella chiesa di Sant'Angelo in Formis, 
presso Capua, una grande pittura, stimata opera del se- 
colo XI, rappresenta Lucifero in atto di maciullar Giuda 108 . 
Nella chiesa di S. Basilio, in Étampes, una scultura 
del XII rappresenta appunto Lucifero che maciulla tre 
peccatori, e rappresentazioni sì fatte erano, sembra, fre- 
quenti in Francia 109 . Il Boccaccio ricorda il Lucifero da 
San Gallo no , e il Sansovino dice che nella chiesa di San 
Gallo, in Firenze, era dipinto un diavolo con più bocche 111 . 

Dante parla del terror che lo colse alla vista di Lu- 
cifero : 

Com'io divenni allor gelato e fioco, 

Noi dimandar, lettor, ch'io non lo scrivo, 
Però ch'ogni parlar sarebbe poco. 

Io non morii e non rimasi vivo. 
Pensa oramai per te, s'hai fior d'ingegno, 
Qual io divenni d'uno e d'altro privo lta . 

Non è forse da tacere, a tale proposito, che la vista del 
diavolo si credeva potesse essere perniciosa e letale. Cesario 
di Heisterbach narra di due giovani che languirono gran 
tempo per aver veduto il diavolo in forma di donna 113 ; 
Tommaso Cantipratense dice che la vista del diavolo fa 
ammutolire 1H . 

Dante non dice nulla delle forme varie che i demonii 
possono assumere a lor piacimento. Egli fa ricordo di 
cagne bramose e correnti che lacerano i violenti contro 
a se stessi 115 ; di serpenti che tormentano i ladri 118 ; di 
un drago , che stando sulle spalle di Caco , affoca qua- 
lunque s'intoppa U1 ; ma non dice che sieno demonii, e 
noi non possiamo indovinare con sicurezza il pensier suo 



DEMONOLOGIA [![ DANTE tìu 

a tale riguardo, Animali diabolici s'incontrano nelle Vi- 
sioni: in quella di Alberico si fa espressa menzione di due 
demonii che hanno forma, l'uno di cane, l'altro di leone lls ; 
ma, da altra banda è da ricordare che serpenti e scorpioni 
smisurati e lupi e leoni sono nell'Inferno di Maometto, e 
che molte lìere selvagge e voraci sono nell' Inferno in- 



diano llfl . 



IV. 



Circa la natura morale dei demonii Dante non ha, e 
non poteva avere cose nuove da dire: conosciuti erano gli 
atti e portamenti loro; la loro riputazione era fatta. 

Lucifero fu creato più nobile d'ogni altra creatura '*"; 
ma il peccato, il superbo arrapo 1 * 1 , cancellò in lui, come 
ne' seguaci suoi, ogni natia nobiltà. La superbia fu il suo 
primo peccato 1K ; fu il secondo l'invidia, e questa trasse 
a perdizione i primi parenti, e con essi tutto il genere 
umano 1 ". Egli è il nemico antico ed implacabile dell'u- 
mana prosperità 1 -' 1 , V antico awersaro 1 ^' dì tutti gli 
uomini, ma più di quelli che non vanno per le sue vie, 
e cui egli tenta trarre a peccato e a mina; il verino reo 
che il mondo fora > 28 . Perciò egli con amo invescato attira 
le anime 121 , e tenta insidiarle persino in Purgatorio, donde 
lo cacciano gli angeli 12P . Egli, il perverso i2n kot' éEoxftv, 
è bugiardo e padre di menzogna 130 . Il mal voler, che 
pur mal chiede lsl , è fatto natura sua e degli angeli suoi: 
Dante, con tutti i teologi del suo tempo, rifiuta e con- 
danna la opinion di Origene e di alcuni seguaci di lui, 
che i demonii possano ravvedersi e trovar grazia. L'ira e 
la rabbia sono passioni principali dei maledetti in . Ca- 
ronte parla iracondo, si cruccia, batte col remo qualunque 
anima si adagia 133 ; Minosse si morde per gran rabbia la 






!>6 DEMONOLOGIA Dr D^NTE 

coda "* ; Plutone consuma dentro se con la sua rabbia n '"\ 
Flegias, conosciuti il proprio inganno, se ne rammarca 
nell'ira accolta i:ie ; i demonii che stanno a custodia della 
citta di Dite parlati tra loro stizzosamente l37 ; il Mino- 
tauro morde se stesso, 

Sì come quei cui l'ira dentro fiacca 13 '; 

e non parliam delle Furie e d'altri demonii che con atti 
o con parole fan manifesta la rabbia che li divora. Quelli 
della quinta bolgia dell'ottavo cerchio digrignano i denti 
e con le ciglia minacciati duoli 139 . Opportuna perciò la 
comparazione che più di una volta Dante fa de' suoi de- 
monii con mastini sciolti, con cani furibondi e crudeli l4 ". 
Se Hubicante è pazzo, come Malacoda lo chiama 1 * 1 , la 
sua è certo pazzìa furiosa. 

1 demonii sono gelosi del loro regno, e malvolentieri 
vedono altri penetrarvi e aggiratisi, se non è condotto 
da loro e in lor servitù. Come già si opposero alla discesa 
di Cristo 14S , così si oppongono al viaggio di Dante. Ca- 
lante, Minosse, Cerbero, Plutone, i demonii della citta di 
Dite, le Furie, forse anche Nerabrot, cercano in variì triodi 
e con varii argomenti di farlo retrocedere l43 . Allo stesso 
modo, nella leggenda del Pozzo di S. Patrizio, i demonii 
tentano ripetutamente di far tornare addietro il cavaliere 
Owen. La tracotanza e l'insolenza sono proprie qualità dei 
superbi caduti, a umiliare le quali è talvolta necessario 
l'intervento divino '". E anche quando sanno non essere 
senza l'espresso volere dì Dio l'andata dei due poeti, Ì 
demonti più protervi si studiano di nuocer loro, minaccian 
Dante coi raffii 14S , ingannano Virgilio con falso informa- 
zioni ua , inseguoiio l'uno e l'altro per prenderli, dopo averli 
lasciati andare H7 . Nella Visione di Curio il Grosso ap- 
paiono nigerrimi demones advolantes ctim uncis igneis, i 






TiEIIOMtLOfilA M DANTE 



97 



quali tentano di uncinare Carlo, e ne sono impediti dal- 
l'angelo che Io guida 148 ; nella Visione di un uomo di 
Nortumbria, narrata da Beda, demoiiii minacciano di affer- 
rare con ignee tenaglie l'intruso IM ; anche Alberico è mi- 
nacciato da un diavolo e difeso da S. Pietro 1M . Giunto 
in prossimità dell'Inferno, il Mandaville si vide contra- 
stare il passo da un nugolo d'avversarii, ed ebbe da uno 
di loro una mala percossa, di cui portò il segno per ben 
diciott'anni. Che con un naturale sì fatto i diavoli non 
possano amarsi tra loro s'intende facilmente. Come Ali- 
enino e Calcabrina fanno, là, nella bolgia dei barattieri 161 , 
così debbono gli altri azzuffarsi quando l'occasione se ne 
porga. Vero è che Barbariccia, co' suoi, tiran poi fuori de! 
bollente stagno, in cui eran caduti, i due combattenti. 

Quest'opera di fraterno soccorso ci lascia pensare che 
anche nei diavoli possa talvolta essere alcun che di men 
tristo. Minosse, il conoscitor delle peccata, ha da avere, 
se non altro, un sicuro sentimento di giustizia, senza di 
che non potrebbe assegnare a ciascun peccatore la pena 
che gli si conviene. Chirone dà una scorta fida ai poeti J5ì : 
Gerione concede loro il suo dorso lsa ; Anteo li posa sul- 
l'ultimo fondo d'Inferno 15 *. 

È opinione comune dei teologi che l'intelletto dei de- 
monii siasi ottenebrato dopo la caduta, di maniera che, 
se vince ancora, e dì molto, l'umano, è di gran lunga 
inferiore all'angelico. Essi non conoscono il futuro se non 
in quanto Dio lo fa loro palese, o in quanto possono argo- 
mentarlo da indizii e da fenomeni naturali; similmente 
non penetrano l'animo umano, ma da segni esteriori argo- 
mentano ciò che in esso si muove 155 . Dante non pare abbia 
pensato altrimenti, sebbene, sul conto del saper loro, mostri 
di essere incorso in qualche contraddizione. A suo giu- 
dizio i deraonii cori possono filosofare, perocché amore è 
in loro del tutto spento, e a filosofare è necessario 

Gur, Miti, Ui/'jewle ecc., t. II. 1 



DEMONOLOGIA DI DANTE 

amore 1H ; ciò nondimeno, il demonio che se ne porta 
l'anima di Guido da Montefeltro può vantarsi d'esser 
laico, e de' buoni '■". Caronte conosce essere Dante un'a- 
nima buona l5B : da che? non sappiamo. Flegias, per contro, 
crede vedere in Virgilio un'anima rea 15;1 . Del resto ne 
Caronte, ne Minosse, né Plutone, né Ì demonii della cittì 
di Dite, sanno la ragione del viaggio di Dante e il divino 
patrocinio sotto cui esso si compie, e Virgilio a più riprese 
deve far ciò manifesto. Ora tale ignoranza può parere un 
po' strana, se si pensa che Danto stesso afferma non avere 
i demonii bisogno della parola per conoscere l'uno i pen- 
samenti dell'altro 160 . Dato dunque che non potessero pe- 
netrare nella mente di Virgilio e di Dante, essi avrebbero 
dovuto aver cognizione del fatto come prima uno dei loro 
l'avesse avuta. Ma i demonii, che Dante trova in Inferno, 
usano della parola anche quando conversan tra loro lfll . 

Della potenza diabolica Dante non dice gran che; ma 
si conforma in tutto alla comune opinione quando attri- 
buisce ai demonii potestà sugli elementi, e narra della 
procella da essi suscitata, che travolse con le sue acque 
il corpo di Buonconte da Montefeltro 1 **. 

Il demonio può invadere il corpo umano e produrre in 
esso turnazioni simili a quelle che arrecano certi morbi 16;! ; 
può inoltre animare i corpi morti e dar loro tutte le appa- 
renze e gli atti della vita. I traditori della Tolomea hanno, 
secondo dice frate Alberigo a Dante, questa sorte, che 
l'anima loro piomba in Inferno e pena, mentre il corpo, 
governato da un demonio, si rimane, in apparenza ancor 
vivo, nel mondo: 

Co tal vantaggio ha questa Tolomea, 

Che spesse volte l'anima ci cade 

Innanzi ch'Atropi.* mossa le dea. 
E perchè tu più volentier mi rade 

Le invetriate lagrime dal volto, 



DEMONOLOGIA DI DANTE 99 

Sappi che tosto che l'anima trade, 
Come fec'io, il corpo suo l'è tolto 
Da un dimonio, che poscia il governa 
Mentre che il tempo suo tutto sia vòlto 184 . 

Nella medesima condizione si trovano Branca d'Oria, che 

In anima in Oocito già si bagna, 
Ed in corpo par vivo ancor di sopra, 

ed un suo prossimano 165 . 

Ora questa ingegnosa invenzione non è, come sembra 
allo Scartazzini 166 , una invenzione di Dante , suggerita 
da quanto nell'Evangelo di Giovanni (XIII, 27) si dice 
di Giuda: Et post bucellam introivit in eum Satanas; 
perchè con tali parole l'Evangelista non vuole dir altro 
se non che da indi in poi Giuda fu in potestà di Satana, 
e come invasato del maligno spirito. In fatti Giuda non 
muore allora, ma, dopo consumato il tradimento, da se 
stesso si uccide. La invenzione, o, meglio, la immagina- 
zione, Dante la trovò già bella e formata, e le citate parole 
dell'Evangelista poterono tutto il più suggerirgli l'idea di 
applicarla a pessimi peccatori, traditori come Giuda. Ce- 
sario di Heisterbach racconta la storia di un chierico 
cuitcs corpus diàbolus loco animae vegetabat. Questo 
chierico cantava con voce soavissima e incomparabile; ma 
un bel giorno un sant'uomo uditolo, disse : Questa non è 
voce d'uomo, anzi è di demonio; e fatti suoi esorcismi 
costrinse il diavolo a venir fuori, e il cadavere cadde a 
terra 167 . Tommaso Cantipratense racconta come un dia- 
volo entrò nel corpo di un morto, che era deposto in una 
chiesa, e tentò di spaventare una santa vergine che pre- 
gava; ma la santa vergine, datogli un buon picchio sul 
capo, lo fece chetare 168 . Di un diavolo, che, per tentare 
un recluso, assunse il corpo di una donna morta, narra 
Giacomo da Voragine 169 . Ma la immaginazione è assai 



100 DBHOMOLOOU DI DANTE 

più antica. Di un diavolo, che, entrato nel corpo di ni 
dannato, traghettava a un fiume i viandanti, con isperanza 
di poter loro nuocere, ai legge nella Vita di San Gil- 
duino no ; di un altro, che teneva vivo il corpo di un mal- 
vagio uomo, si legge nella Vita di Sant'Odrano U1 . Se e 
come in quei corpi dei traditori animati dai demonii si 
compiessero le funzioni vitali, Dante non dice: la opinione 
che non ai compiessero se non in apparenza doveva essere 
la piti diffusa. Nei racconti teste citati di Cesano e dì 
Giacomo, i cadaveri, appena abbandonati dagli spiriti ma- 
ligni, presentano tatti i caratteri di una inoltrata putre- 
fazione, e ciò conformemente ad altre opinioni e credenze, 
delle quali non mi dilungo a discorrere. 



V. 



re- 
ze, 



I demonii avevano due sedi, l'Inferno, per punizione 
loro e dei dannati, e l'aria, per esercitazione degli uomini, 
sino al dì del Giudizio na . Della sede aerea Dante non 
dice nulla di proposito ; ma la suppone evidentemente 
quando accenna a tentazioni diaboliche, quando parla della 
potestà che hanno i demonii di suscitar procelle 
demonii che contendono agli angeli le anime dei morti. 

In Purgatorio Dante non pone demonii : l'antico avv< 
sario tenta di penetrarvi in forma di biscia, 

Forse ri»al diede ad Eva il cibo am&H 
ma gli angeli, gli asior celestiali, lo volgono in fuga ir '. 
I teologi sono comunemente d'accordo nel ritenere che in 
Purgatorio non ci siano demonii a tormentare le anime; 
ma moltissime Visioni rappresentano il Purgatorio pieno 
anch'esso di diavoli, intesi a farvi il consueto officio di 
tormentatori. La Chiesa, che solo nel 1439, nel concilio 



Illa 



DEMONOLOGIA DI DANTE 101 

di Firenze, fermò il dogma del Purgatorio, la cui dottrina 
era stata innanzi svolta da S. Gregorio e da S. Tommaso, 
non si pronunziò sopra questo punto particolare IM , Dante, 
che, quanto alla situazione e alla struttura del Purgatorio 
ha immaginazioni e concetti propri i, quanto alla relazion 
di esso coi demonii tiene la opinion dei teologi, rifiutando 
quella dei mistici. 

Della situazione dell'Inferno, erano state, ed erano tut- 
tavia, molte svariate opinioni 175 ; la più accreditata e 
diffusa lo poneva nel centro della terra, e questa è appunto 
l'opinione seguita da Dante. Neil' Inferno dantesco Ì de- 
monii sono variamente distribuiti, conforme al concetto 
che il poeta s'era formato della gravità delle colpe e della 
conseguente gravità dei castighi. Che demonii non deb- 
bano essere nel limbo, dove sono gli spiriti magni, solo 
esclusi dal cielo perchè non ebber battesmo, e i fanciulli 
morti prima di averlo, s'intende facilmente; e mezzi de- 
monii si possono dire quelli che nel vestibolo scontano lor 
pena insieme con gli sciaurati che mai non far vivi. 11 
primo vero demonio che Dante incontri è Caronte, ed è 
strano abbastanza che egli non ne abbia posto alcuno a 
guardia della porta su cui sono le parole dì colore oscuro, 
e che, forzata da Cristo, trovasi ancora, a dir di Virgilio, 
senza serrarne m . Nel secondo cerchio e Minosse, solo no- 
minato; ma debbono pure esservi altri demonii esecutori 
delle sentenze di lui, quelli per le cui mani le anime 
giudicate son r/ìù vòlte 177 . I diavoli appajono per la prima 
volta numerosi (più di mille) sulle porte della città di 
Dite 178 . Possono i diavoli che sono in Inferno , e cui è 
commesso di tormentare le anime, uscir di là entro? Dante 
noi dice, ma per alcuni espressamente lo nega. Lucifero 
è confitto nel ghiaccio, né si può muovere, suggerita Benza 
dubbio la immaginazione da quel luogo dell'Apocalissi, 
detta di S. Giovanni, ove si narra che l'arcangelo Michele 



102 DEMONOLOGIA DI DANTE 

prese il dragone e lo legò per mille anni n ". Lucifero 
legato nell'ultimo fondo dell'Inferno appare anche in alcune 
Visioni ,s * Elialte e legato lal , mentre Anteo è sciolto 182 . 
1 diavoli della quinta bolgia del cerchio ottavo, non pos- 
sono uscire di là. 

Che l'alta provvidenza che lor volle 
Porre ministri della ib«sa quinta, 
Poder di partirei indi a tutti tolle isa . 

Ed è assai probabile che Dante abbia inteso il medesimo 
dei diavoli che nell'altre bolge e negli altri cerchi hanno 
ufficio di punitori. 

S. Tommaso, al pari di molti altri teologi, e conforme- 
mente a quanto è accennato nel Nuovo Testamento, am- 
mette che fra i demoni! come fra gli angeli rimasti fedeli, 
ci sìeno varii ordini e una gerarchia, a capo della quale 
è Beelzebub lM , Dante non esprime a tale riguardo una 
opinione categorica; ma presenta Lucifero quale re del- 
l'Inferno e principe dei demonii 1S5 , cui forse Plutone in- 
voca nel suo inintelligibile linguaggio 18fl . Quanto agli 
altri demonii si può notare qua e là qualche indizio di 
primazia e di soggezione. Abbiamo già veduto che Minosse 
deve avere altri demonii sotto di sé, esecutori delle sue 
sentenze. Chirone sembra essere il duee dei Centauri 187 : 
Malacoda sembra avere alcuna signoria sui diavoli che 
tormentano i barattieri 188 . Forse Dante ebbe anche a ricor- 
darsi dell'antica opinione di Erma, di Clemente Alessan- 
drino, di Origene e di altri, che ordinavano i demonii 
secondo le varie specie di peccati a promuovere i quali 
più specialmente attendevano: questo dubbio nasce quando 
si vede l'iracondo Flegias fatto navicellaio della palude 
degli iracondi 188 ; il ladro Caco perseguitare i ladri ,w ; 
Lucifero, il primo traditore, dirompere coi denti i tre 
grandi traditori ,w , 



DEMONOLOGIA DI DANTE 103 

Dante considera l'Inferno quale un regno opposto e con- 
trario al regno de' cieli, e come Dio è Vimperador che 
lassù regna, Volto sire del regno della beatitudine, così 
Lucifero è 

Lo imperador del doloroso regno tM , 

e le Furie sono 

le meschine 



Della regina dell'eterno pianto 



193 



Questo concetto di un regno satanico si trova già negli 
Evangeli m e in Padri della Chiesa, onde si trasse argo- 
mento, nelle rappresentazioni dell'arte, a dare a Lucifero, 
quali insegne della sua potestà, scettro e corona. Con tali 
insegne, o seduto sopra un trono, comparve anche Satana 
fuori dell'Inferno, in molte leggende 195 . Giacomino da 
Verona chiama anch'egli Lucifero re dell'Inferno 196 ; ma, 
come Dante, gli nega ogni segno e fregio di signoria. 



VI. 



Vediamo ora i demonii di Dante in relazione coi dan- 
nati, nell'ufficio loro di giustizieri e tormentatori infernali. 

Quando muore Guido da Montefeltro, resosi, dopo una 
vita tutta piena di colpe, cordigliero, S. Francesco viene 
per raccorne l'anima; ma un de' neri Cherubini gli dice: 

Noi portar; non mi far torto. 

Venir se ne dee giù tra' miei meschini, 
Perchè diede il consiglio frodolente, 
Dal quale in qua stato gli sono a 1 crini ; 

Ch'assolver non si può chi non si pente, 
Né péntere e volere insieme puossi 
Per la contradizion che noi consente 197 . 



104 DEMONOLOGIA DI DASTE 

Quando invece muore Buonconte, sinceramente pentito, 
e col nome di Maria sulle labbra , tiene l'angel di Dio 
« De prende l'anima; ma quel d'Inferno snida: 

fai dal eie!, perchè mi privi ? 
Tn te ne porti di costui l'eterno 

Per una lacrime tta che il mi toglie : 
Ma io farò dell'altro altro governo lM . 

Qui abbiamo, se non isvolti, indicati due contrasti, del 
demonio e d'un santo l'uno , del demonio e dell' angelo 
l'altro: nel primo vince il demonio; nel secondo l'angelo. 
È noto che contrasti sì fatti furono popolarissimi nel 
medio evo, e varie letterature di quella età ne serbano 
numerosi documenti 199 . Il concetto che li inspira scatu- 
risce del resto dall'intimo della credenza cristiana e non 
è d'indole popolare soltanto. La lotta fra il divino e il 
diabolico e in essa iniziale, immanente. Prima Lucifero 
si ribella al suo fattore, poi perverte i primi parenti e 
tutta l'umana generazione; Cristo vince Lucifero e spoglia 
l'Inferno; Maria calpesta l'antico serpente; l'Anticristo, 
campione di Satana, rinnoverà la pugna. Se oggetto del- 
l'interminabile contesa è l'umanità, gli è giusto che per 
ogni singola anima le contrarie potestà combattano. La 
credenza che ciascun uomo sia, lungo il corso di tutta la 
vita, accompagnato, a destra da un angelo, da un demonio 
a sinistra, b tanto antica quanto ovvia 200 , e poiché, mentre 
dura la vita di quello, i due spiriti avversarli tentano di 
sopraffarsi a vicenda, l'uno persuadendo il bene, l'altro 
istigando al male, ragion vuole che il contrasto non cessi, 
anzi si faccia più vivo in quel supremo momento in cui 
sì decide il destino immutabile delle anime e si suggella 
sopr' esse l'eternità. In una lettera che i vescovi Reraensi 
e Rotomagensi scrissero nell'858 a Luigi il Germanico 
dice che i diavoli sono sempre presenti alla morte degl: 



DEMONOLOGIA DI DANTE 105 

uomini, così dei malvagi, come dei giusti 201 ; e poiché, 
da altra banda, son pur presenti gli angeli, il contrasto 
è inevitabile. Un tale, di cui narra la Visione S. Boni- 
fazio, apostolo della Germania (683-755), assistè a una 
specie di contrasto generale delle milizie celesti e infernali 
Innumerabilem quoque malignorum spirituum turbam 
nec non et clarìssimum chorum supemorum angelorum 
adfuisse, narravit. Et maximam Inter se miserrimos spi- 
ritus et sanctos angelos de anitnabus egredìentibus de 
carpare dìsputatìonem habuisse , daemones accusando et 
peccatorum pondus gravando , angelos vero relevando et 
excusando **. Nel Muspilli è detto che ogni qual volta 
un'anima esce dal corpo angeli e diavoli s'azzuffan tra loro. 

L'immaginazione di sì fatti contrasti è assai antica. 
Bella epistola cattolica di Giuda, tenuta ora generalmente 
apocrifa dai critici , ma che si trova già ricordata nel 
secondo secolo, sì accenna (v. 9) ad un alterco che l'ar- 
cangelo Michele ebbe co! diavolo pel corpo dì Mosè m . 
Di Sant'Antonio racconta Sant'Atanasio, che una volta fu 
rapito in ispirito, e levato dagli angeli in cielo. 1 diavoli, 
ciò vedendo, cominciarono a contrastare, e gli angeli a 
chiedere perchè il facessero, non essendo in Antonio mac- 
chia di peccato. I diavoli allora presero a ricordare tutti 
i peccati che egli aveva commessi prima di abbracciare 
la vita solitaria, sin dalla nascita, e ad aggiungerne mol- 
t' altri, da loro calunniosamente inventati. Finalmente, 
non riuscendo loro la cosa, sgombrarono il passo 20 *. 1 
Mongoli credono che ogni anima d'uomo che muore giunga 
in presenza del supremo giudice accompagnata da uno 
spirito buono e da un spirito malvagio, i quali, con sas- 
solini bianchi e neri fanno il novero delle sue buone e 
cattive azioni. 

n contrasto è più spesso tra demonit e angeli; talvolta 
; tra demonii e santi, come si vede nella lettera apocrifa 











106 DEMONOLOGIA DI DANTE 

che si volle scritta da S. Cirillo, arcivescovo di Gerusalemme 
a Sant' Agostino, e nella Visione che un sant'uomo ebbe 
della liberazione dell'anima di re Dagoberto ÌM . Talvolta 
pure è tra i demordi e la Vergine, e ne' varii casi assume 
varia forma e vario carattere, secondo tempi, luoghi, e con- 
dizioni di persone. Come s'è veduto, Dante accenna appena 
ad un diverbio: anzi diverbio propriamente non pone, giacché 
S. Francesco nulla risponde alle ragioni del diavolo laico, 
e nulla risponde l'angelo ai rimproveri del vinto avver- 
sario. Ma di forme così parche e temperate non avrebbe 
potuto appagarsi né la fantasia dei mistici, né la fantasia 
popolare, e per esse il contrasto doveva, facendosi sempre 
più grossolano, accogliere in sé tutti i possibili modi della 
contestazione e della contesa. Il libro dove sono notate 
tutte le buone azioni, e il libro, di solito molte maggiore, 
dove tutti i peccati son registrati, l'uno recato dagli angeli, 
l'altro dai diavoli, figurano già nella storia di un malvagio 
cavaliere del re Ooenredo, narrata da Beda - 05 , ripetuta 
dal Passavanti. Essi trovansi del resto anche in altre mi- 
tologie. I Mongoli credono che il dio della morte ha un 
libro dove nota tutte le azioni degli uomini. In altre leg- 
gende cristiane si ha la bilancia con cui angeli e diavoli 
pesano azioni buone e cattive 20 '. In una delle Visioni di 
S. Purseo, i demonii disputano assai dottamente con gli 
angeli di peccati e di penitenza, citano le Scritture, e 
non si mostrano meo buoni dialettici del diavolo che se 
ne porta l'anima di Guido 208 . Per l'anima di Baronte 
contrastano due demonii e l'arcangelo Raffaele. Disputano 
un giorno intero , senza venire a nessuna conclusione : 
allora l'arcangelo, spazientito, tenta di levar senz'altro 
l'anima in cielo; ma invano, perché l'uno dei demonii 
l'acchiappa dal lato sinistro, l'altro, da tergo, la tempesta 
di calci. La battaglia dura un pezzo, si fa più aspra. So- 
praggiungono altri quattro demonii in ajuto de' compagni. 






» 



liEUONt'H.Oi.il A DI [(ANTE 



107 



altri due angeli in ajuto di Raffaele. Dagli e picchia, final- 
mente le potesti celesti trionfano 209 . Notevole esempio di 
antropomorfismo anche questo, da aggiungersi agl'intinti 
onde è piena ìa storia di tutte le religioni. Con certe forme 
di tali contrasti ha stretta relazione quello che fu chia- 
mato il processo di Satana, di cui io qui non mi curo a, °. 
Noterò solo che in Dante il contrasto non passa oltre ad 
un grado, che si potrehbe chiamare, sebbene impropria- 
mente, di prima istanza. Ne S. Francesco per l'anima di 
Guido, né il demonio per l'anima di Buoneonte, si richia- 
mano di quanto nel primo caso risolve il diavolo loico, 
di quanto nel secondo pare abbia già risoluto l'angelo. 
Così non avviene in molti altri contrasti. Nella Visione 
di S. Furseo angelo e demonio, non potendo accordarsi 
circa il possesso di un'anima, si appellano a Dio. Giacomo 
da Vitry narra di un gran peccatore che, in punto di morte 
si contesso al diavolo, credendo confessarsi a un prete. 
Morto il peccatore, angeli e demonii furono, contrastando, 
intorno all'anima, e quelli dicevano che la confessione era 
valida, perchè fatta in buona fede, e questi gridavano che 
non poteva valere, perchè fatta al demonio. Per giudizio 
di Dio il peccatore risuscitò e potè rifare la confessione. 
Questa storia è ripetuta dal Cavalca 2 ". 

Degno di attenzione nel secondo contrasto narrato da 
Dante è il mal governo che il demonio, non potendo avere 
l'anima, fa del corpo di Buonconte 2, ~; giacché, di solito, 
non è data ai demonii potestà di offendere i corpi di chi 
muore riconciliato con Dio. Bensì sono spesso dati loro 
in balìa i corpi degli scelerati le cui anime vanno in In- 
ferno ; e molte storie spaventevoli si raccontano di corpi 
che furono strappati a furia fuor delle chiese, bruciati 
negli avelli, o fatti a pezzi. Le peripezie del corpo di Pilato 
sono note abbastanza. 

Ma qui viene in taglio un'altra osservazione. II diavolo 






108 DEMONOLOGIA DI DANTE 

loico prende l'anima di Guido da Monte feltro, e la porfc 
a Minosse, che la giudica e la manda fra i rei del f 
furo ìia . Come ciò? Dice Virgilio che le anime di coloro 
che muojon nell'ira di Dio convengnon d'ogni paese alla 
triste riviera d'Acheronte, e che son pronte a passare il 
fiume, così spronandole la divina giustizia che la tema 
si volge in desio m . Se esse convengono di per sé al fiume ; 
se Caronte è quegli che le traghetta ; se per tal via giun- 
gono in cospetto del giudice infernale, come va che l'anima 
di Guido è portata al giudizio da un diavolo? Si può 
rispondere che Dante, narrando il passaggio delle anime 
oltre il fiume ebbe in mente il mito pagano, e che nar- 
rando poi di Guido, si scordò quel mito, e si sovvenne 
della comune credenza de' tempi suoi, secondo la quale 
le anime malvage erano portate via dai diavoli, e non le 
anime soltanto, ma qualche volta anche i corpi. Né Dante 
ebbe a sovvenirsene in questo caso soltanto. Il diavolo che 
porta nella bolgia dei barattieri l'anziano di santa Zita, 
dice: 

Mettete! sotto, ch'io torno per anche 
A quella terra che n'ho ben fornita "°. 

Anche nell'Inferno dantesco i diavoli hanno per ufficio 
eli tormentare i dannati ; ma bisogna subito dire che tale 
officio essi non adempiono con la frequenza , il furore, 
l'atrocità di cui porgono tanti esempii le altre Visioni. 
Caronte si contenta di battere col remo qualunque sì 
adagia 216 ; poi, per tutto il primo e secondo cerchio, come 
già innanzi nel vestibolo dove sono i vigliacchi Uì , non è 
più cenno di diavoli tormentatori, fino a Cerbero, che 

Graffia gli spirti. i;li si.'iiujìi ni isquatra"". 

Minosse assegna soltanto a ciascun' anima la pena ade- 
guata. Dante volle, non senza un concetto profondo, che 



DEMONf'iI.nGU I>1 DANTE 



10(1 



i dannati trovassero lor castigo, almeno nella più parte 
dei casi, in una condizione prestabilita, in un ordinamento 
fisso e costante di pene, nelle quali i demonii non han 
troppa ingerenza, e volle ancora sovente che i dannati 
stessi fossero gli imi contro gli altri esecutori e strumenti 
del meritato castigo. Così gli avari e i prodighi del quarto 
cerchio percotonsi coi pesi che vati voltando per fona di 
poppa- 13 ; così le fangose (/enti fanno strazio di Filippo 
Argenti Sì0 ; così il conte Ugolino rode il teschio dell'ar- 
civescovo Ruggieri con denti come d'un can forti' 211 . Però 
nou vediamo nell'Inferno di Dante demonii far bollire le 
anime in pentole affocate, arrostirle infisse in lunghi spiedi, 
struggerle in padelle roventi, segarle per lungo e per tra- 
verso, come in tante Visioni e rappresentazioni dell'In- 
ferno interviene. L'orribile cuoco dell' Inferno di Giaco- 
mino da Verona 2iS non ha luogo nell'Inferno di Dante, 
dove l'opera dei diavoli tormentatori comincia propriamente 
solo nel primo girone del settimo cerchio. Quivi i Cen- 
tauri vanno a mille a mille intorno al fosso, saettando le 
anime che alcuna parte di sé Ievan fuori dal sangue bol- 
lente 2iA . Ora, col settimo cerchio comincia quella parte 
dell'Inferno nella quale sono puniti i più malvagi, secondo 
dice Virgilio 8 "*. Da indi in poi troviamo, per non parlare 
delle cagne nere, bramose e correnti che inseguono e lace- 
rano i violenti contro a se stessi Ì2S , e dei serpi che mor- 
dono i ladri * M , le Arpie, !e quali si pascono delle fronde 
degli arbusti in che pure le anime dei violenti contro a 
se stessi son prigioniere 2Ì1 ; i diavoli cornuti, che con 
grandi sferze battono di dietro i mezzani 228 ; quelli che 
coi raffii arroncigl iano i barattieri 223 ; il diavolo che 
accisma i seminatori di scandalo e di scisma 2Z "\ Lucifero, 
che maciulla i tre massimi peccatori, e col vento delle 
grandi ale aggela Oocito M1 . 

i demonii cui è commesso l'ufficio di tormentarci 




110 DEMONOLOGIA DI DANTE 

dannati soffrono essi pure una qualche pena, oltre a quelli 
cui soggiacciono per la esclusione dal regno dei cieli, 
per l'avvilimento di lor natura, conseguenza della caduta? 
Non mancano scrittori i quali dicono che dei tormenti 
infernali essi non soffrono, perchè, se ne soffrissero, a3saì 
di mala voglia attenderebbero a quel loro officio, e all'altro 
di tentare i cristiani ; e spesso nelle rappresentazioni del- 
l'arte i diavoli tormentatori mostrano in viso il compia- 
cimento che provano di quel loro esercizio. Del solo Lu- 
cifero Dante accenna, più che non narri, l'intimo crucio, 
quando dice che 



Con sei occhi piangeva, e per tre menti 
Gocciava il pianto e sanguinosa bava*" 8 . 



Il Lucifero di Dante è confitto nel ghiaccio , né 
muovere: altrove siedo tra le fiamme, o è dagli 
demoni! suoi arrostito a fuoco vivo. Ad ogni modo le tor- 
ture dei demonii non sono senza refrigerio, se è vero, come 
gli scrittori affermano, che essi godono del commesso pec- 
cato, dell'ingiuria fatta a Dio e ai santi, dell'anima che 
piomba in Inferno, dei mali infiniti che affliggono la misera 
umanità. Dante dice che Lucifero nel suo fondo si placa, 
vedendo le brutture e le nefandita della Curia di Roma 33 *. 



.tessi 



VII. 



> 



1 diavoli che Dante trova nella quinta bolgia del cerchio 
ottavo , se hauno del terribile , hanno anche del comico. 
Essi stringono la lingua coi denti per far cenno al lor 
duce, come è usanza dei monelli, e il lor duce fa trom- 
betta di ciò che non occorre rammentare 2;t4 . Si lasciano 
ingannare da Ciampolo, o chi altri si sia il famiglio del 
buon re Tebaldo' 2 *, e due di loro, Alienino e Oalcahrina, 



: 



DEMONOLOGIA DI DANTE ili 

si azzuffano per ciò, e cadono nel bel mezzo del bollente 
stagno 236 . 

Diavoli così fatti, se possono incutere terrore (e molto 
ne incutono a Dante), possono anche muovere a riso, ed 
hanno grande somiglianza con quelli che si vedono tre- 
scare per entro ai Misteri e alle Moralità del medio evo. 
Io non ho a ricercare qui come la fantasia popolare , e 
anche la non popolare , pure ingombre come erano dei 
terrori dell'Inferno, giungessero a ideare il demonio bur- 
lesco, sciocco, ridicolo. Molti elementi concorrono in sì 
fatto concetto, a sceverare i quali sarebbe necessaria un'ac- 
curata analisi. Ricorderò solo che il diavolo appar ridicolo 
in numerose leggende 237 , e che viene un tempo in cui 
l'officio principale suo sulla scena è quello di far ridere 
gli spettatori 238 . 

Se fu in Francia , il che è assai dubbio , Dante può 
avervi veduto, in certe rappresentazioni di sacro argomento, 
diavoli molto simili a quelli ch'ei pone nella bolgia dei 
barattieri, poiché, già nel XII secolo, alla rappresenta- 
zione del Mistère d'Adam, si vedevano demonii correre 
per la piazza, tra il popolo 239 : ma è da credere che anche 
in Italia Dante potesse vedere così fatti demonii, sebbene 
sia vero ciò che nota il D'Ancona, non avere, cioè, più 
tardi, nelle Sacre Rappresentazioni nostre, il diavolo rag- 
giunto mai quel grado di ridicolo che raggiunse in Fran- 
cia 240 . La rappresentazione dell'Inferno, fattasi in Firenze 
nel 1304, e nella quale erano, secondo narra Giovanni 
Villani 241 , diavoli orribili a vedere , è possibile non si 
facesse in quell'anno la prima volta. In una sua costitu- 
zione, del 1210, Innocenzo III parla di monstra larvarum, 
che ^introducevano nelle chiese, ed è assai probabile che 
tra esse ce ne fossero di diaboliche. 

Anche i nomi che Dante dà a que' suoi demonii riman- 
dano a Misteri e a Sacre rappresentazioni , dove nomi 



112 DEMONOLOGIA DI DANTE 

consimili occorrono frequenti. Tali Misteri e tali Sacra 
Rappresentazioni sono, gli è vero, posteriori alla Divina 
Commedia; ma nulla vieta di credere che essi occorres- 
sero già in drammi più antichi, non pervenuti sino a noi 242 . 



NOTE 



G»ap, Miti, leggende, ecc., r. II. 



NOTE 



1 Inf, XXIII, 142-4. 

3 Non so che il tema da me preso a trattare in questo scritto 
sia stato già trattato da altri, ordinatamente e in modo com- 
piuto. I commentatori non troppo se ne impacciarono, e nel 
toccarlo errarono spesso. Coloro che di proposito discorsero della 
teologia di Dante, come Gian Lorenzo Berti, Melchiorre Missi- 
rini, A. F. Ozanam, Antonio Fischer, Ferdinando Piper, Fr. Het- 
tinger, altri, nemmeno essi se ne curarono gran che, quasi fosse 
argomento di poca importanza trattandosi del poeta che de- 
scrive fondo a tutto l'universo. Fr. Hettinger, l'ultimo venuto, 
se ne sbriga in un pajo di pagine. (Die Theologie der gdttlichen 
Komodie des Dante Alighieri in ihren GrundzUgen. Erste Verein- 
schrift der Gdrres-Geséllschaft fUr 1879, Colonia, 1879, pp. 37-9). 
Gli scritti seguenti concernono in particolar modo questo o 
quello dei demonii danteschi, ma sono per la più parte con- 
dotti con criterii puramente letterarii ed estetici, o hanno spe- 
ciale riguardo alla significazione allegorica, della quale io non 
mi curo : F. Lanci, Della forma di Gerione e di molti particolari 
ad esso demone attenenti, in Giornale arcadico, nuova serie, t. VII; 
L. C. Februcci, Sul Cerbero di Dante, in Giornale arcadico, t. XXII ; 
G. Franciosi, Il Satana dantesco in Scritti danteschi, Firenze, 1876 ; 
2* ediz., Parma, 1889 ; P. G. Giozza, Iddio e Satana nel poema di 
Dante, Palermo (s. a.); V. Miagostovich, Lucifero nella Divina 
Commedia di Dante (Programm der Stàdtischen Ober-Realschule 
in Triest), Trieste, 1878; R. Foenaciaei, Il mito delle Furie in 
Dante, in Nuova Antologia, 15 agosto, 1879 ; inserito poi nel 
volume Studi su Dante, Milano, 1883, pp. 47-93. V. Duina, L'ira 
e i mostri delV Inferno dantesco, Commentari dell'Ateneo di Brescia 
per l'anno 1886. Cf. nel voi. VI, p te l a , della Storia della lette- 
ratura italiana di Adolfo Baetoli, Firenze, 1887, uscito in luco 



IMMUNOLOGIA Di DANTE 



116 

dopo la primii pubblicazione del i^'^scut i- scritto, il capitolo 
intitolato I Demolii, gli Angeli, le Persone Divini: Senza NApei'C 
l'uno degli studii dell'altro sopra questo speciale argomento, 
il ciottissimo mio amico ed io ci trovammo concordi 
opinioni e conclusioni. 
3 Tratt. in, o. 18. 

* V. 88. Cfr. De mdg. el., I, 2. 
s Vv. 46-8. 

* vv. ina 

1 V. 91. 

B Farad., XXIX, 49-51. Cfr. S. Tommaso, Stimma theol, P. I, 

■in. XLIII, art. 6. 

9 Comi., Ili, 12. Punto delicato intorno a cui i teologi anna- 



itte 



,xra. 

■itto: 



10 Summa theol, P. I, qu. LXIII, art. 2. 

11 Farad., XXIX, 55-7. 
11 Parad., XIX, 46, 
11 Inf., XXXrV, 35. 
11 Cohv,, II, 6. Cfr. Alhehto Maiìno, Stimma theol. 

tratt. IV, qu. 20, m. 1; S. Tommaso, Summa theol., P. I, qu. U. 
art. 7, 9. 

,s Purgai., XII, 27. Nell'evangelo di Luca, X, 18, 
Videbam Satanam ••■-ieut ficigur ile coeìo cadentem. 

,fl Inf., XXXIV, 122-6. 

17 Vedi le giuste osservazioni che a questo luogo appunto fa 
lo Scart azzini nel suo commento. 

18 Inf., Ut, 34-42. 

18 11 solo p'.issd delle Scritture che, volendo, si potrebbe in 
qualche modo adattare alla condizione e al castigo degli angeli 
neutrali, è nell'Apitealissi, ili. IO. 1 K> : Scio opera tua : Quia neque 
frigidus es, neqi'.e ridilla* : l' ti man frit/idus esses, a ut calidus: 
— Sed quia tepidus es, et nee fn)ti<lit.~, m-e ealidim, incìpiam te 



' Uno di quegli strani uccelli dice t 



i antiqui hostis ; set non peccando 



NOTE 117 

* aut consentiendo sumus lapsi ; set Dei pietate predestinati, 
" nam ubi sumus creati, per lapsum istius cum suis satellitibus 
" contigit nostra mina. Deus autem omnipotens, qui justus est 

* et verax, suo judicio misit nos in istum locum. Penas non 

* sustinemu8. Presentiam Dei ex parte non videre possumus, 
" tantum alienavit nos consorcium illorum, qui steterunt. Va- 
tf gamur per diversas partes hujus seculi, aeris et firmamenti 
tf et terrarum sicut et alii spiritus qui mittuntur. Set in sanctis 

* diebus dominicÌ8, accipimus corpora talia que tu videa, et 
per Dei dispensacionem commoramur hic et laudamus crea- 

" torem nostrum „. (Jubinal, La legende latine de S. Brandaines, 
Parigi, 1836, p. 16). La ragione del cadere, oscura, a dir vero, 
un po' più del bisogno, non fu troppo bene intesa da rifacitori 
e da trascrittori, e non è nelle varie redazioni espressa sempre 
a un modo ; ma il concetto fondamentale passa in quasi tutte. 
Vedi Jubinal, Op. cit. f pp. 70-71, 121 ; Schboeder, Sanct Br andati. 
Ein lateinischer und drei deutsche Texte, Erlangen, 1871, pp. 12, 78; 
Francisque Michel, Les voyages merveilleux de Saint Brandan, 
Parigi, 1878, pp. 26-7; Villasi, Alcune leggende e tradizioni che 
illustrano la Divina Commedia, in Annali delle Università toscane, 
t. VILI, Pisa, 1866, p. 143 ; ecc. Nel testo italiano pubblicato dal 
Villari di su un codice Magliabechiano del secolo XIV, l'uccello 
dice al santo : " servo di Dio, noi siamo di quella grande 
K compagnia che caddono di cielo con quello agnolo Lucifero, 
" lo quale è nimico dell'umana generazione. Noi non peccammo 

* per noi, ma per consentimento ; e per questo non siamo dove 
" noi fummo creati, anzi siamo cacciati di fuori con quelli che 
tt peccarono gravemente ,. Cfr. Alberto Macho, Summa theol., 
P. II, tratt IV, qu. 20, m. 2. Il riscontro fu, del resto, già no- 
tato dall'OzANAM, Dante et la philosophie cathólique au treizième 
siècie, nuova ediz., Parigi, 1845, p. 343, e dal D'Axcoha, I pre- 
cursori di Dante, Firenze, 1874, p. 52. 

21 Ecco in che modo uno di quegli uccelli informa Ugone di 
loro caduta e di loro stato. I versi che seguono, e di cui debbo 
comunicazione alla grande gentilezza del prof. Tobler, sono tolti 
dalla redazione più antica giunta sino a noi, e contenuta in un 
codice del Museo Regio di Berlino, già Hamilton, codice finito 
di scrivere nel 1341, e identificato con quello che si registra 
nel noto catalogo dei libri posseduti da Federico Gonzaga 



118 




DEMONOLOGIA DI DANTE 


oel 


1+07 (Vedi Toblee, Die Berliner HancUchrìft dei Huon 


(FAuccrgne, in Sitzatujsb. d. k. preugs. Akad. d. Wiss,, phil.-faist. 


CI., 

1 




XXVII, 1884): 

Ed l'auerD&ua tengale le deaptie: 

Conoia odouqe qe sona de cel regaie, 
Que deualla in l'ahia parfondia, 

Angle et arenante, et tot le monarchie, 

Sol a la voi; dea per, quaot ol parlile. 
Tot li mailer ilueeh si demoslrie : 
Tant defendreot toni aureat uigoris: 
yniot duo porent il plus, aual soni Irabiicbie; 
Autre remi* eo aer, autre ìd lerre icle, 

Vaaal, dit li dlable rt, forme d'oiselona, 
Noi, qa ci souies, ne bieo, ai inai feiaens j 
Mea pur il ere la Destro entaucioua 

D'alar auont uenlmes a eie non?, 

Vne uos eo dirov, les aulres laiserons, 

Ea air al eo mer facon noa peschesons, 

Pescìi er li. unnica et nullo lieo prenrlrona : 

Va ior da la santini! une remedie suona; 

Ca «loit li ooatre paratia, qui ciamona ; 
CI «urons bottai*?, auuit uercorerona 1 

Mentre qe uos ci sunna auoos ivpciseaona ; 
Kuforcon aoatre nolo al bian dir qe polsons, 





NOTE 








'ar toj, n 
PO. qe , 


emedia da 


deu r. 


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l'tem 


«; 


E dao so 




«grani 








D'uno au 






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Si uoa ri. 


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J'sn sai 


tant, lit il, 












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leuino poi' 










Mta bien 


plait a dt 


U, «1 : 


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ausile! 












Mei ausi 


it qo cìl auiegae 






lille ai 


Non ttj 


plus do ce 










Si l'amai; da bon qi 










Qui ea la fla ert eh 


udrai 


i la n 


is qui 


e loca 














E ga Tea 


oroj Irap 


bien, 


mapon 


d li q 


uuens 



Lo stesso si ha, su per giù, nel testo .lolla Nazionale di Torino , 
coi N, IH, 19, f. 116 r. a 117 r., e nel romanzo in prosa (Andrea 
da Babbkhino, Storia di Ugone d'Alvernia, Bologna, 1882, Svelta 
di eur. Itti., disp. 188, 190, voi. II, p. 38). Nel testo della Bi- 
blioteca del Seminario in Padova, cod, 32, questa parte manca, 
oome il prof. Crescia! mi avverte, e come può anche rilevarsi 
dall'analisi che egli ne diede {Qrlnmfa mila Cluui'on de Roland 

e nei fiorini- del Boiardo e dell' 'Arìvlv. Sri/ur min typjiend'ft *nl 
poema franco-tt'iit'n Ugo d'Altmtìv, osti-atto ila] Propugnatore, 
voi. XIII, 1880, p. 96). 

a Vedi quanto osserva in proposito il Renieu, La discenti di 
Ugo d'Alvernia allo Inferno, Bologna, 1883 {Scelta di cur. lett., 
disp. 194), pp. cslv-cliv. La imitazione di Dante è del resto già 
penetrata nella redazione più antica, del codice di Berlino. 

83 Ediz. di C. Bartech, Lipsia, 1870-1, !. IX, vv. 1155-65. Lo 
stesso Trevrizent, per altro, confessa poi a Punsi vai che quanto 
disse in proposito è favola (1. XVI, vv. 341-60). Cfr. B:bch- 
HiEscnFELD, Die Smje vum Orni, ihre Eiitwi<-kiun<i imd dichterÌHche 
Ansbildiing in Frankreich und Di-iii'chinnd im 12. nnd 13. Jahr- 
hundert, Lipsia, 1877, p. 250. 

u Satana, Beelzebub, Lucifero, sono per Dante tre nomi dello 
stesso prìncipe dei demonii. 

* Che Proserpina sia tra i demonii si argomenta, sebbene 
il poeta non dica altro di lei, dai vv. 43-4 del e. IX AeW Inferno, 
e da quelle parole di Farinata degli Uberti, X, 79-81 : 




f 



DEMONOLOGIA IJI DANTE 
III non cinquantA volta 111 rAiwtsa 



" Per esempio, nelV ilo iiftrtigrnia ili I'hudenzio, nei Commen- 
tarii in Genesim di Claudio Maiìio Vittore, in un inno di Ra- 
bano Maubo, nel De imagi** mwuU di Omcmo o'Atmnr, ecc., ecc. 
Cfr. Macdv, La magie et Vafttroloyie tlanx l'antiquité et aumoym- 
dge, Parigi, 1877, pp. 168-9. San Giovasi*) Cribobtomo biasimò 
(Adv. oppugnai, vitae monastica^, II, 10), quest'assimilazione 
dell'Inferno cristiano all'Inferno pacano, ma senza frutto. 

81 Ediz. di Francisque Michel, Parigi, 1884, tv. 2021240. 

18 Antielaudianus, Vili, 3. 

58 Cfr. Roskoff, GeschicMe des Tei/fels, Lipsia, 1869, voi. II, 
pp. 2-3. 

30 San Gerolamo, Ih- vitti H. l'indi ei-nmt'ir. Nella Vita che dì 
Sant'Antonio scrisse Sai il," Atanasio di Alessandria, si dice che 
quel santo vide una volta un mostro, che, sino al pube, aveva 
figura d'uomo, il resto d'asino : a un segno di croce sparì. 

31 Cfr. Pifeb, MytJlologie dei- christlichen Kttnst, Weimar, 1847-51, 
voi. I, pp. 405-6. 

3S Otta imperiatiti, in einer Auswahl neu herauxyegeben ron 
Felix Liehhkcht, Hannover, 1856, prima decis., XVIII; tòrti» 
decÌB., LXXVI. Tale credenza era assai antica : cfr. Giovassi 
Cabsiano, Coli ut ione* patrum, collat. Vili, e. 82. 

33 Anecdote-i liiulvrii/iff", l'^ieiidea et ti/ioìotittex firés du reeneil 
inédit ti' /-.'tifimi' di: Bmtrbun. ptddié.* por A. Lecci? de la MAHcnE. 
Parigi, 1877. p. 827. Satiri e fauni si confondevano coi dusiL 
ricordati dallo stesso Gervasio e da altri. Vedi Olia imperiano, 
ed. cit., p. 145, e Giacomo (ìiuuu, Deuta>-he ìli/litologie, 4* ediz., 
Berlino, 1875-8, voi. I, p. 398. 

31 Per la leggenda di Giuliano l'Apostata e per le varie leg- 
gende in cui comparisce la Venere diabolica, vedi il mio libro, 
Roma nella memoria e nelle immaginazioni ilei medio ero, To- 
rino, 1882-3, voi. II, pp. 121-52, 382-406. Giovanni NyderOh. 1438) 
racconta ancora nel suo Formici! ritta la storia di un cavaliere 
che, addormentatosi pensando dì penetrare nel Monte di Ve- 
nere, si trov;.i, ullci svegliarsi, in un pantano. 

I 



NOTE 121 

35 Chronographia, ad a. 998. 

36 Gervasio da Tilbury, Op. cit.y tertia decis., LXI; Tommaso 
Cantipratense, Bonum universale de apibus, Duaci, 1627, 1. II, 
e. 57, num. 5. 

37 Gebyasio da Tilbury, Op. cit., tertia decis., LXIV. Anche 
S. Brandano incontra sirene in certe redazioni della leggenda ; 
Brunetto Latini alle sirene classiche (ricordate con certa fre- 
quenza dai lirici nostri delle origini) non crede più, e anche 
Dante sembra ricordarle solo come un mito (Purg., XIX, 19 ; 
XXXI, 45 ; Parad.j XII, 8). Cfr. Berger de Xivrey, Traditions 
tératologiques, Parigi, 1836, pp. 25-7, 539 ; Piper, Op. cit., pp. 383 
sgg. Il diavolo fu spesso rappresentato in figura di sirena. 

38 Giacomo da Voragine, Legenda aurea, ediz. di Th. Grasse, 
Dresda e Lipsia, 1846; e. Ili, 5, p. 24 ; Vincenzo Belloyacense, 
Speculum historiale, 1. XIII, e. 71. 

39 Vedi Passio S. Symphoriani in Ruinart, Ada marti/rum 
sincera, Verona, 1731, p. 71, col. l a . Circa il diavolo meridiano, 
vedi Gregorio di Todrs, Historia Francorum, 1. Vili, e. 33, e 
De miraculis S. Martini, 1. IV, e. 36 ; Vita S. Rusticulae in Ma- 
billon, Ada sanctorum ordinis S. Benedidi, saec. II, p. 135, n. e; 
Cesario di Heisterbach, Dialogus miraculorum, ed. dello Strange, 
1851, dist. V, cap. 2. Meridiana (o Marianna) chiamavasi il dia- 
volo succubo con cui, secondo la leggenda, ebbe commercio 
Gerberto. 

40 Du Cange, Qlossarium, s. v. Dianum. 

41 Libri duo de sinodalibus caussis et disciplinis ecclesiasticis, 
ediz. di Lipsia, 1840, 1. II, e. 37. 

42 Libri decretorum colled., 1. X, ci. 

43 Decretum, II, 26, quaest. 5, 12, § 1. 

44 XIII, De sortilegis d sortiariis, ap. Baluze, Capitularia 
regum Francorum, t. II, col. 365. 

45 Op. cit., pp. 323-4. 

48 Sertnones discipuli de tempore et de sanctis, serm. 11, Cfr. 
Soldan, Geschichte der Hexenprozesse, ediz. rifatta da Enrico 
Heppe, Stoccarda, 1880, voi. I, pp. 130-1. 

47 Vedi G. Grimm, Op. cit., voi. II, p. 778, n. 2; voi. Ili, p. 282. 



122 



IiivMON Oi.oo U IH DANTE 



*' In D'Acherv, Sjikilaiiam rttrrum aliijuot ucriptorum et'.'.. 
1* edii., t. V, p. 215. Cfr. Carfari, Eìne. Awjustin fSlschlich bei- 
trgtt Homilia de sacrilegio, Cristiania. 1886, pp. 18-9. 

45 Vedi I. reo franco. Liba- de rebus gmtil OllOnis Magai ìm- 
jieratorin, ap. I'i.hiz. .I/oh. Orni:., Script., t. III. p. 348. Cfr. Vooel, 
Ratheriux non Verona unii das zehnte Jnhrhiindert, Jena, 1854, 
voi. I, p. 284. 

ro Vedi StnBUEDEn, Glaube und Aberglaube in dea. ttltfratizS- 
aittchm Dichtungcn, Erlangen, 1886, pp. 63 agg. 

a Dheter, Der Teufel in der deai-'ihmi Dkhtumj dm Mittetalttra, 
P. I* Roatock, 1884, p. 18. 

"* Per ea., wA Ithijtmtta de pittivi fontauetica, ilp. Dcekmi.ee, 
Poetai latini atei Carolini, t. II, Berlino, 1888-84, p. 138 ; nel 
Liber de fonie vitae di Akdbado Modico, id., t. Ili, P. 1*, 
p. 78, ecc., ecc. 

a Visio Tritìi/dati, ediz. Schade, Halis Saxonum, 1869. 
Wagner, rigi'o Tnuijdali, Interniseli ttnd nltdeutsch, Erianj 
1882, p. 31. Così pure nelle versioni. 

* Kaiserchronik, edia. Maaamann, Quedlimburgo e Lipi 
1849-54, r. 14191. 

55 In un luogo del Conricio, II, 5, Danto assimila le divinità 
dei gentili alle idee di Platone ; ma tale assimilazione mal si 
conviene agli dei falsi e bugiardi ricordati nel I déìY Inferno, 
i quali non posaono essere se non demonii. 

M Ittf., XXXI, 12-8, 67-75. Cf. uno studio di M. Sckebillo, 
Accidia, invidili e xuperbhi ed ì giganti nella Divina Commedia, 
Nuova Antologia, serie 8", voi. XVIII (1888). 

111 Vedi Dillxakn, Das Bach Henoch, Lipaia, 1853, p. sui ; 
Geechirhtn de* L'rchrisUiithutWf, .Stoccarda, 18158, voi. I, 
p. 885. 

68 Meglio Carlo IU ; il soprannome di Grosso viene in uso 
solamente nel XII secolo. Vedi Duemmler, Ge«ehichtc des oet- 
frank-itchen Jteichs, Berlino, 1862-5, voi. II, p. 292. 

M Ap. Pertx, Moti. Germ., Script., t. V, p. 458. 

*° Vedi SciiHOEbER, Ghiaie ami AlargUntbe, ecc., p. 102. 



1886. 

P .i„. 




NOTE 123 

61 Edizioni citate, e. 7. I due giganti si chiamano Fergusius 
e Conallus, et suis temporibus in seda ipsorum tam fideles sicut 
ipsi non sunt inventi : quorum nomina, dice l'angelo a Tundalo, 
tu bene noeti. Fergusius è probabilmente il Ferracutus, che nella 
Cronica dello Pseudo Turpino disputa di teologia con Orlando 
ed è vinto da lui. (Turpini, Historia Karóli Magni et Rotholandi, 
ediz. Castets, Montpellier e Parigi, 1880, e. XVII, pp. 27 sgg., 
e nota ivi pp. 27-28). Esso comparisce anche, in condizioni del 
tutto simili, nell'Entrée de Spagne, dove è detto espressamente 
che l'anima di lui è portata via dai diavoli. Notisi che Fer- 
gusius riproduce, non la forma latina del nome, ma la francese» 
Fergus. Quel Conallus non so chi sia. I nomi dei due giganti 
suonano Conallus e Ferguncius nel poema latino (ediz. Wagner, 
v. 985) ; ma mancano nel racconto che Vincenzo Bello vacensk 
introduce nel suo Speculum historiale, 1. XXVIII, e. 91, e che 
staccatosene, riappare da sé, come redazione abbreviata, in 
molti manoscritti. (Non altro è il testo latino ripubblicato dal 
Villari, Op. cit., pp. 55-74. Vedi Mdssafia, Sulla Visione di 
Tundalo, in Sitzungsb. d. k. AJcad. d. Wiss., philos.-hist. Ci., 
t. LXVII, 1871, p. 162). La redazione italiana riprodotta dal 
Villari, e che è tutt'uno con quella inserita in alcune stampe 
antiche delle Vite dei Santi Padri, reca (Op. cit., p. 81) Feragudo 
e Chinelaco ; quella pubblicata da F. Corazzini ( Visione di 
Tugdalo, Bologna, 1872, Se. di cur. lett., disp. 128, p. 29) ha 
Fergugi e Conali ; ma i nomi mancano nell'altra, pubblicata 
dal Gtiuliari (Il libro di Theodolo o vero la Visione di Tantalo, 
Bologna, 1870, Se. di cur. lett., disp. 112, p. 25). I nomi mancano 
del pari nel poema tedesco di Alber (ediz. Wagner, vv. 681-2). 
Nella versione catalana pubblicata dal Baist (Zeitschrift filr 
romanische Philologie, voi. IV, pp. 313 sgg.) suonano Sergus e 
Tonalt. Non ho agio di riscontrare la versione francese, la pro- 
venzale ecc., né alcune pubblicazioni, come quelle del Turnbull 
{The Vision of Tundale, Londra, 1843) e dello Sprenger (Albers 
Tundàlus, Halle, 1875) dove questo punto potrebbe essere esa- 
minato. Nella Passion del Gresban, edita da G. Paris, si ha, 
v. 33476, un demonio Fergalus. 

88 Federigo Frezzi, il quale più di una volta, nel suo poema, 
si arroga di corregger Dante, restituisce Flegias alla sua prima 
e naturai condizione (Il Quadriregio, 1. II, e. 12). 



r. 



124 DEMONOLOGIA DI DANTE 

M De bello judaico, VII, 6, 3. 

** Vedi iJciiii<'i;iiEH. Gl'i'ifir ioni Atnrglaube, ecc., p|). 63 sgg. 
Per Nerone demonio vedi più particolarmente il già citato 
mio libro, Soma ecc., voi. II, pp. 356-7. 

85 V. 46, in Muesakia, Monumenti di antichi dialetti italiani, 
Sitz. d. k. Akad. d. Witi. i» Wien, phil.-biat. CI., voi. XLVI, 1864. 
Insieme con Maometto, Giacomino ricorda Trifon, Barachin e 
Sathan. Bar&ohm potrebbe eisere il Baratron dei poemi fran- 
cesi, il quale, ora lignifica opportunamente l'abisso infernale, 
ora è nome di demonio : non ho che dire di quel Trifon, nome 
di parecchi santi. 

'" Inf., XXX, 117. 11 verso non mi pare di dubbia interpre- 
tazione. 

" Purgai., XIV, 118. Fra Filippo da Siena racconta {Gli as- 
nempri, Siena, 1864, cap. 25) di certo Ber Giontìno da Monte 
Luccio, notajo, il fjnalo diventò, dopo morto, notajo dell'Inferno 
divento, cioè, uno degli officiali del regno di Satanasso. 

,a Purzival, 1. IX, v. 911, ediz. cit, 

BB Vedi Rosboff, Op. cit., voi. I, pp. 233, 268, 290, 300-1, e il 
mio libro fi Diavolo, Milano, 1889, pp, 39 sgg. San Tommaso, 
nella XVI delle sue Qwu^lioiirs dispittatae de potentìa Dei (De 
ilaeinonibus, art, 1) recate in mezzo le contrarie opinioni di chi 
attribuiva un corpo ai demonii e di chi Io negava loro, con- 
clude: Dicendoti, quoti hìvi- ditammi-* Imbruni rorpora sibi natu- 
raliter unita, sire non habeant, hoc non mwfttim refert ad fideì 
christianae doctrinam. Cfr. Axiierto Magmi, Summa theol., P. II, 
i.rat-t. V, qu. 25, m. 2, art. 1, partic. 1. 

70 Dialog., 1. IV, e. 29. U Vida eh ianiu i;s pressamente i demi 
rubiihim «ine cor por e vidgas. 

71 Oratio cantra Graecos, Miu: biblioth. rei. pai., t. II, p. 
71 Farad., XXIX, 22 sgg.; Conv., II, 5. 

73 Purgai., XXV, 79-108. 

74 Inf., Vili, 27. 

70 Inf., XXXIV, 28 sgg. 

71 Parad., XXLX, 57. 
77 Purgai., II, 79-81. 



MI, 



NOTE j 25 

78 Purgat, X, 118 sgg. 

79 Inf., VI, 34-6. 

80 Inf., XXXII, 79. 

81 Purgai., Ili, 16-21. 

88 Inf., XXI, 24 sgg.; XXIII, 37 sgg. Notisi che Chirone si 
meraviglia vedendo Dante muovere ciò che tocca. Egli dice 
ai compagni (Inf., XII, 80-2): 

Siete voi accorti 
Che quel di retro move ciò ch*ei tocca? 
Così non soglion fare i piò dei morti. 

83 Inf., DI, 82 sgg. Cfr. Aeneid., VI, 298 sgg. 

« Inf., V, 4 sgg. 

85 Inf., VII, 1 sgg. 

86 Inf., XVII, 1 sgg. 

87 Inf, VI, 13-8, 22-33. 

88 Inf, IX, 37-42. 

89 Inf., XII, 11-25. 

90 J«f., Xn, 55 sgg.; XXV, 19-21. 

91 Inf, XIII, 10-5. 

98 Inf., XXXI, 19 sgg. 

93 Inf., XXin, 131. 

94 Inf., XXVII, 113. 

95 Secondo narra Palladio nella Historia Lausiaca, e. XXVIII r 
Sant'Antonio vide una volta il demonio in figura di gigante 
nero ed altissimo. Nel racconto di Sant'Atanasio questa parti- 
colarità del colore non è menzionata. Altra volta Sant'Antonio 
vide il demonio voltolarglisi ai piedi in forma di un fanciulla 
orrido e nero. Cfr. Teodoreto, Historia ecclesiastica, 1. V, e. 21. 
Di un demonio che, sotto forma di fanciullo nero, distoglieva 
un monaco dalla preghiera, narra San Gregorio, Dialog., 1. 11, e. 4. 
Sono innumerevoli le leggende in cui il diavolo comparisce in 
figura di Etiope ; in tal forma ebbe ancora a vederlo S. Tom- 
maso d'Aquino. I diavoli di Giacomino da Verona, non solo sono 
neri, ma cento volte più neri del carbone, De Babilonia civitate 
infernali, v. 99, ediz. cit. 






Ì2Q DEMONOLOGIA IH DANTE 

" Vedi Roano*?, Op. cit., voi. I, p. 283. 

« Inf-, XVIII, 35. 

w Jiif., XXI. 181. 

a9 /.i/ 1 ., XXII, 106. 

* I„f., XXII, 136-41. 

"" Inf.. XXI, 81-6. Un demonio dallo scapnle acute descrive 
Cesabio di Heistekbach, Op. cit., dist. V, cap. 5. 

"" I diavoli che tormentavano San Gutlac (m. 714) sono, per 
citare un esempio, cosi descritti : Eruni enim a.ytrttt trKMtj 

forma terribile', t-opìtibiti intigni», Collis tongis, macilenta faci/, 
lurido vultu, squallida barba, ouribus Maptdfa, front,' turni, tru- 
cioli» acitlis, ore filettilo, dentibus equini*, gutture flammiromo, 
fiiitcìbus tortis, labro lato, vocibtt* horrìmnis, comis combusti», 
buccola crassa, pectore, arduo, femm-ihus scabri», gcnibus nodosi», 
cruribus linci», talli tumido, pianto aventi, ore pattilo, clamorilm 
rtiucisonw. {Ada Sanctorum, Apr., t. I, p. 42). Confronta con 
questi i diavoli veduti da S. Funseo che avevan capi come eal- 
daje di rame. {Acta Sanctorum, Geno., t. II, p. 37. Avverto che 
l'edizione degli AA.SS. da me citata è sempre quella di Venezia). 
A cominciare dall'XI secolo la figura del diavolo si fa sempre 
più mostruosa, e raccoglie in s è- ni-nizzn e sovrappone tutte le 
possibili formi 1 e pun'enze di-l bruito, dello sconcio, dell'orrendo. 
La pittura e la scoltura, quasi per dare immagine della inge- 
nita disannonia della natura diabolica, a frani congiunsero nei 
corpi maledetti le forme più disparata e più repugnanti del- 
l'umano e del bestiale, trasmodando spesso nella più pazza 
caricatura, e preparili ni o le paurose e in un comiche immagi- 
nazioni dì Gerolamo Bosch, di Pietro Breughel, di Giacomo 
Cullot e di Salvator Uosa. Per la figura attribuita ai demonii 
nel medio evo, vedi Vox Blouduhu, S'itiììt'n :ur Kunstgesrhirh'r 
and Aesthetìk, P. I: Dei- Teufel und seine Gesellen in dei- biltìrntlrx 
Kunst, Berlino, 1867, pp. 25-58; Wessbly, Die Gestallcn. dee 
Todes und dea Teufels in der dtirsteì/enden Kunst, Lipsia, 1876, 
]>]>. 7">-;cj : 'IVi.mm,. S : t>itl>ulì uf t-itrlii l'/irixtiait art, Londra, 1860, 
tav. LXXV-LXXX ; Wriout, A History of Caricature and Gro- 
teaoué in Lìteraiure and Art, Londra, 1875, ce. IH, IV, XVII e 
passim. 



NOTE 127 

103 Inf., XXXIV, 18. 

104 lnf. t XXXTV, 28 sgg. 

105 Vedi Didron, Iconographie chrétienne. Histoire de Dieu 
(Collection de documenta inèdite de Vhistoire de France), Parigi, 
1843, pp. 543-6; Didron et Durand, Manuel d' iconographie chré- 
tienne, Parigi, 1845, p. 78 ; Vioixet-Le-Duc, Dictionnaire raisonné 
de Varchitecture, Parigi, 1867-68, 8. v. Trinile. Non e dunque il 
caso di ricordarsi con I'Ozanam, Op. cit., p. 108, di Ecate Tri- 
forme, e nemmeno è da ricordarsi di Cerbero, sebbene Cerbero 
possa aver suggerito l'idea di un demonio, non con tre facce, 
ma con tre teste. Al ricordo di Cerbero è dovuto probabilmente 
il tricefalo Beelzebub che si ha in una omelia di Eusebio di 
Alessandria (sec. VI?) e altrove (Piper, Op. cit., voi. I, p. 403). 
Giovanni Wier dice che il demonio Bael ha tre teste, una di 
rospo, l'altra d'uomo, la terza di gatto {Pseudomonarchia dae- 
monum, Opera, Amsterdam, 1660, p. 650). 

104 Vedila riprodotta nella citata opera del Wright, p. 56. 

107 Inf., Ili, 5-6. 

108 Caravita, 1" codici e le arti a Montecassino, Montecassino, 
1869 sgg., voi. I, pp. 245 sgg. 

109 Didron et Durand, Op. cit., p. 78. Se la figurazione in di- 
scorso era già familiare alle arti rappresentative, prima che 
Dante la recasse nel suo poema, si vede quanto bisogni andar 
guardinghi nell'asserire che il tale o tale altro pittore contem- 
poraneo di Dante, o di poco posteriore, da Dante appunto ne 
abbia tratto il concetto. Ciò si afferma comunemente di Giotto, 
dell'Orcagna, dell'incerto, che nel Campo Santo di Pisa dipinse 
il Giudizio Universale, di altri. Quanto all'Orcagna non può 
esservi dubbio, perchè il Lucifero da lui dipinto nella Cappella 
degli Strozzi in Santa Maria Novella di Firenze, risponde a 
capello al Lucifero dantesco, meno la particolarità di un ser- 
pente che il pittore attorcigliò al braccio destro del suo de- 
monio, e di cui non è cenno nel poeta. (Cfr. Dobbert, Orcagna, 
nella raccolta del Dohme, Kunst und Kiinstler des Mittelalters 
und der Neuzeit, Lipsia, 1875 sgg., t. II, P. I, p. 63). Ma la cosa 
va altrimenti pel Lucifero che con sola una bocca divora i 
dannati, dipinto da Giotto nell'Oratorio degli Scrovegni, nel- 
l'Arena di Padova, e per quello che campeggia nel Giudizio 



128 



liEMnNOJ.lXilA DI DANTE 






t.*]iiv(.'i-ìi;i.!c ilei Campo Sunto lì! l'irsi. Rispetto al primo basi 
rebbe avvertire che gli affreschi dì Giotto in Padova 
teriori alla Divina Commedia. Ad ogni modo nota in propoi 
(!. G. Aufèhe : La trailition reut ijue le Giotto ait e.rprimé 
■■{•n /irintiiren leu idée-i de Dante; HW ujonte invine tjite le pài 
était vemt il Padane lout exprès patir tj coir le poele. Le prt 
etitiji d'uri! don né mi .Inameni dcrmtT peìnt pur le Gioito 
un des mura de /'Arena, munire l'erreitr dr celle inj/jn.ii'il 
(l'oi/iiye dante*'[iie. Lu Grece, Rome et limite, étiiden lìltérairen, 
nuova edizione, Parigi. 1859. p. 333). Nulla più plausibile, del 
reato, mi sembra l'opinione espressa dal Jm-ts, Die Darslàluny 
des WeUgerichts bis auf Michelangelo, Berlino, 1883, pp. 44, 49, 
che Dante abbia tolta da Giotto l'idea del suo Lanìfero, 
spetto al Lucifero ilei Campo Santo di Piaa, basta far 
vare : che esso e sew.'ali ; seduto tra le fiamme, e non confi t 
nel ghiaccio; che ha un peccatore in ciascuna mano; ehe altri 
peccatori gli escon dal corpo, o gli entran nel corpo, per due 
aperture, nell'epigastrio e nell'inguine; ch'egli ha il corpo ri- 
vestito di ferrea armatura; il tutto conformemente a figurazioni 
giri ricevute nell'arte. E pure dice lo stesso Awpèrb, Op. ni., 
p. 239, che questo Lucifero è ritratto da quello di Dante. Una 
bocca nell'epigastrio, o nell'inguine, ha anche il Lucifero 
duto da Guerini il Mi'srliiiiu. CI'. Resikh. Op. cit., p. cu. 1 
pure Tiiode. Franz eoa Aitsi/>i und die Anfitnge der Kunst 
Itt'iitiissane? in ìlidien, Ijyi-liiiu. ISSÒ, p. 460. 

"" Decain., gior. Vili, nov. 9. Che dovesse essere un Lucifero 
maciullator di dannati, si rileva dalle parole die il Boccaccio 
pone in bocca a Bruno : * me ! . . . maestro, ehe mi doman- 
date voi ? egli e troppo gran segreto quello ehe voi volete 
sapere, et t- cosa da disiarmi e da cacciarmi del mondo; anzi 
da farmi mettere in bocca del Lucifero da San Gallo, se altri 
il risapesse... „. 

'" Così notò il Fani'ani nella edizion del Decamerone da lui 
procurata. Io non ho agio di compulsar tutti i numerosi libri 
dello scrittor veneziano, e però non posso dire in quale di essi 
la notizia si trovi. Nel Ritratto delle più nobili et famone città 
d'Italia, là dove si parla di Firenze, non n'è cenno. 

1,1 lnf., XXXIV, 22-7. 



eli 



NOTE 129 

113 Op. cit., dist. V, e. 30. 

114 Op. cit., 1. II, e. 57, num. 38. 

115 Inf, XIII, 124-9. 

ilf Inf., XXIV, 82 sgg.; XXV, 4 sgg. 

117 Inf., XXV, 22-5. 

118 Cap. 14, nel IV volume della Divina Commedia, ediz. del 
De Romania, Roma, 1817, p. 120. La Visione si trova anche 
nelle edizioni della Minerva e del Ciardetti. 

119 Cf. nel voi. I dei Principles of Socioìogy dello Spkkckr l'i- 
struttivo capitolo intitolato Animal-worship. 

120 Purg., XII, 25-6; Farad., XIX, 47. 

121 Che strupo stia per stupro, con metatesi della r, ammise 
recentemente anche lo Zingarelli, Parole e forme della Divina 
Commedia aliene dal dialetto fiorentino, nel fase. 1° degli Studi 
di filologia romanza del Monaci, Roma, 1884, p. 158. 

122 Vedi sopra p. 81. 

123 Parad., IX, 129. Invidia autem diaboli mors introivit in 
orbem terrarum {Sap. II, 24). Se la invidia prima cui accenna 
Virgilio (Inf, I, 109), sia questa stessa invidia di Satana, è cosa 
che lascerò giudicare ad altri. Cfr. Poletto, Dizionario dan- 
tesco, s. v. Diavolo. 

124 Lettera VII, 1, ediz. Fraticelli. 

125 Purgata XI, 20. 

126 Inf, XXXIV, 108. 

127 Purgat., XIV, 145-6. 

128 Purgat., Vili, 95 sgg. 

129 Parad., XXVII, 26. 

130 Inf, XXIII, 144. 

131 Inf, XXIII, 16; Purgat., V, 112. 

132 Inf, XXII, 42. 

133 Inf, III, 84 sgg. 

134 Inf, XXVII, 126. 

135 Inf, VII, 9. 

136 Inf, Vili, 23-4. 

Giur, Miti, leggende, ecc., r. II. U 



130 DEMONOLOGIA DI DANTE 

137 Inf., Vili, 83-4. 

138 Inf., XIT, 14-5. 

139 Inf., XXI, 131-2. 

140 Inf., XXI, 44, 67-8; XXIII, 16-8. 

141 Inf., XXI, 123. 

142 Inf., VIII, 124-6. Alla discesa di Cristo all'Inferno, confor- 
memente al racconto dell'apocrifo Evangelo di Nicodemo, al- 
lude Dante in altri due luoghi (Inf., IV, 52-63; VII, 38-9). È 
noto che molti libri apocrifi ebbero nel medio evo autorità non 
minore dei libri canonici: l'Evangelo di Nicodemo fu uno dei 
più diffusi. Vedi Wuelcker, Dos Evangélium Nicodemi in der 
abendlàndischen Literatur, Paderborn, 1872. Una versione ita- 
liana di esso, fatta nel Trecento, fu pubblicata da Cesare Guasti, 
II Passio o Vangelo di Nicodemo, Bologna, 1862, Se. di cur. lett., 
disp. 12. 

143 Inf., III, 88-93; V, 16-20; VI, 22-4; VII, 1-6; Vili, 82 sgg.; 
IX, 52-4; XXXI, 12 sgg. 

144 Caronte, Minosse, Plutone, altri demonii, si chetano alle 
parole di Virgilio e non fanno altro contrasto; ma a vincere 
la resistenza dei demonii che custodiscono la città di Dite, è 
necessario scenda un angelo apposta {Inf., IX, 76-103). Anche 
qui, come sempre, gli angeli sono i naturali avversarli dei dia- 
voli. Nelle Visioni molto spesso gli angeli vengono in soccorso 
delle anime che compiono il periglioso viaggio. 

145 Inf., XXI, 100-2. 

146 Inf., XXIII, 139-41. 

147 Inf., XXIII, 34-6. 

148 Ap. Pertz, Mon. Germ., Script, t. V, p. 458. Un caso con- 
simile si ha nella Visione del cavaliere Owen. 

149 Historia ecclesiastica, 1. V, e. 12. 
m Cap. 15. 

151 Inf., XXII, 133-41. Una zuffa di diavoli si ha pure nella 
Visio Tnugdali, e. 3. 

152 Inf., XII, 97-102. 

133 Inf., XVII, 79 sgg. 

134 Inf, XXXI, 130 sgg. 



NOTE 131 

155 S'intende che opinioni più o meno disformi da queste non 
mancarono. Vedi S. Tommaso, Quaestiones disputatele de potentia 
Dei, quaest. XVI, art. 6, 7, 8; Summa theol., P. I, qu. LXXXVI, 
art. 4; S. Bonaventura, Sententiae, 1. II, dist. VII, P. 2 a , art. I, 
qu. 3. Secondo Onorio Augustodunense i demonii conoscono le 
male cogitazioni degli uomini, non le buone {Scala coeli, e. 12): 
in molte storie d'indemoniati si legge che gli spiriti maligni 
rivelarono occultissimi pensamenti degli esorcisti, o di altre 
persone. 

1M Conv., Ili, 13. 

157 Inf., XXVII, 121-3. In un racconto di Cesario di Heisterbach 
il principe dei demonii dice ad un suo consigliere: Olivere, 
semper curialis fuisti (Dialogus miraculorum, ediz. cit., dist. V, 
e. 3: questo demonio curiale è ricordato anche nel e. 35 della 
stessa distinzione). Buon loico si mostra anche il demonio nel 
contrasto suo con la Vergine, narrato da Bonvesin da Riva. Se 
ignaro della buona filosofia, il demonio doveva essere edotto 
della sofistica, anzi maestro d'essa; ricordisi la storia di quello 
scolare di Parigi, che morto e andato a perdizione, apparve al 
maestro con una cappa tutta piena di sofismi indosso, storia 
narrata dal Passavanti, Specchio della vera penitenza, dist. Ili, 
e. 2. E non dimentichiamo che il demonio disputava assai acre- 
mente di teologia con Lutero. 

158 Inf., Ili, 88-93, 127-9. 

159 Inf., Vili, 18. In ben più grossi errori potevano cadere i 
demonii. Gregorio Magno racconta (Dialog., 1. IV, e. 36) di certo 
uomo nobile, per nome Stefano, il quale, in Costantinopoli, subi- 
tamente infermò e morì. Condotto dinanzi al giudice infernale, 
udì questo gridare: * Io ordinai di portar giù Stefano ferrajo e 

non costui „. Ed ecco, tornato al mondo Stefano nobile, muore 
incontanente Stefano ferrajo. Notisi la presenza di quel giudice 
infernale, come in Dante. 

160 De vulg. eh, I, 2. 

161 Veramente Dante sembra aver conceduto più scienza alle 
anime dannate che ai demonii. Esse hanno cognizione del fu- 
turo: Ciacco {Inf., V, 64-75), Farinata degli Uberti (X, 79-81), 
Reginaldo degli Scrovegni (o chi altri si sia, XVII, 67-9), Vanni 
Fucci (XXIV, 142-51), predicono varii casi al poeta. Dovrebbero, 



132 DEMONOLOGIA. DI DANTE 

invece, secondo dice lo stesso Farinata (X, 103-4), ignorare le 
cose prossime o presenti; ma Ciacco sa la pena di altri dan- 
nati (VI, 85-7). 

162 Purgata V, 109-29. San Tommaso ammette che il diavolo 
possa, non naturali cursu, ma artificialiter, produrre pioggia e 
vento (Comment. in Job., eie altrove). T fenomeni atmosferici 
erano più particolarmente soggetti alla potestà del demonio: 
Tommaso Cantipratense attribuiva al demonio le illusioni della 
fata morgana (Op. cit., 1. II, e. 57, n. 29). 

163 Inf., XXIV, 112-4. 

164 Inf., XXXIII, 124-32. 
185 Inf., XXXIII, 134-57. 

188 Commento, al e. cit., v. 130. 

187 Op. cit., ed. cit., dist. XII, e. 4. 

188 Op. cit., ed. cit., 1. II, e. 57, num. 5. 

189 Op. cit., ed. cit., c.CXVHI, p. 504. 

170 Ada SS., Genn., t. II, p. 792. 

171 Ada SS., Febbr., t. Ili, p. 132. La credenza durò a lungo 
anche dopo Dante: vedi, a questo proposito, una predica di 
Giovanni Geiler di Kaisersberg (1445-1510) sommariamente ri- 
ferita da A. Stoeber, Zur Geschichte des Volksaberglaubens im 
Anfange des XVI Jàhrhunderts, 2 a ediz., Basilea, 1875, p. 68. 
Nel secolo XVIII tale credenza non era ancora in tutto dile- 
guata. 

172 San Bonaventura, Sententiae, 1. II, dist. V, art. II, qu. 1; 
Alberto Magno, Summa theol., P. II, tratt. V, qu. 25, m. 3; 
S. Tommaso, Summa theol., P. I, qu. LXIV, art. 4. Anche a pro- 
posito di ciò si trova del resto qualche incertezza. 

173 Purgai., Vili, 94-108. 

174 Vedi Bautz, Das Fegfeuer, Magonza, 1883, p. 149. 

173 Alcuni posero l'Inferno nell'aria, altri nella Valle di Gio- 
safat, sotto i poli, agli antipodi, nel sole, in isole remote, nel- 
l'estremo Oriente, nei vulcani, fuori del mondo. Vedi Rusca, 
De inferno et stata daemonum ante mundi exitium, Milano, 1621, 
capp. 31-50. 

170 Inf., Vili, 126. 



NOTE 133 

177 Inf., V, 15. 

178 Inf, VITI, 84-5. 

179 Apocalyp., XX, 1-3. 

180 Nella Visio Tnugdali, e. 14, Lucifero, rappresentato gigan- 
tesco, come nella Divina Commedia, e con mille braccia, è le- 
gato con catene sopra una graticola e arrostito in eterno. 
(Cfr. una immagine tolta da un manoscritto contenente poesie 
dell'anglosassone Caedmon nella citata opera del Wright, p. 55). 
Un Satana legato è pure nell'Evangelo apocrifo di San Gio- 
vanni secondo i Catari, e nella Piatti Sophia, apocrifo gnostico. 
Nella Visione di Alberico (e. 9) un vermis infinitae magnitudinti 
è legato con una catena dinanzi alla entrata dell'Inferno ed è 
forse reminiscenza di Cerbero. Di solito Lucifero si pone nel 
fondo dell'abisso (vedi la Visione di un monaco narrata da 
Beda, Uist. eccl., 1. V, e. 14; la Visione del fanciullo Guillero, 
riferita da Vincenzo Bellovacense, Spec. htit., 1. XXVIII, e. 84, ecc.). 
Circa l'opinione che Lucifero non possa uscir dall'Inferno, cfr. 
Bautz. Die HSlle, Magonza, 1882, p. 135. 

181 Inf, XXXI, 85-90. 
188 Inf., XXXI, 101. 

183 Inf, XXIII, 55-7. 

184 Summa theol., P. I, qu. CIX, art. I, II. Cfr. Alberto Magno, 
Summa theol., P. II, tratt. VI, qu. 26, m. 1. Una gerarchia dia- 
bolica si ha già nel Libro d'Enoch, anteriore al cristianesimo. 
Cfr. Bautz, Die Hdlle, pp. 135-6. Beelzebub è detto principe dei 
demonii nell'Evangelo di Matteo, XII, 24; in quello di Luca, 
XI, 15. 

185 Inf, XXXIV, 1, 28. 

186 Inf, VII, 1. 

187 Inf., XII, 64 sgg. 

188 Inf, XXI, 76 sgg. 

189 Inf, Vili, 13 sgg. 

190 Inf, XXV, 16 sgg. 

191 Inf, XXXIV, 55 sgg. 
198 Inf, XXXIV, 28. 



134 DEMONOLOGIA DI DANTE 

193 Inf., IX, 43-4. Meschine nel significato del fr. meschines, 
ancelle. 

m Lue, XI, 18; Giov., XII, 31. 

198 Vedi, p. es., la Vita che di San Basilio, arcivescovo di Ce- 
sarea, scrisse Amfilochio, vescovo d'Iconio, in Roswey (e non 
Rosweyd, come si scrive comunemente) Vitae Patrum, An- 
versa, 1615, p. 156; Giacomo da Voragine, Legenda aurea, ed. 
cit., e. LXVIII, p. 310; Ada SS, Maggio, t. VI, p. 405; Gu- 
glielmo di Malme8burt, De gestis regurn Anglorum, ap. Pertz, 
Mon. Germ., Script., t. X, pp. 471-2. 

198 De Bob. civ. inf., ediz. cit., vv. 25, 65, 125. 

197 Inf., XXVn, 112-20. 

198 Purgai., V, 100-8. 

199 Di questa specie di contrasti, pure molto importanti, non 
è cenno nel recente libro di L. Selbach, Das Streitgedicht in 
der altprovenzalischen Lyrik, und sein Verhdltniss zu àhnlichen 
Dichtungen anderer Litteraturen, Marburgo, 1886, dove di molte 
altre specie si tocca. Vedi quanto di essa dicono lo Zarncke, 
Ueber das althochdeutsche Gedicht vom Muspilli, Ber. uh. d. Ver- 
handl. d. k. sàchs. Gesellsch. d. Wiss. Philol.-hist. CI., t. XVIII, 
1866, pp. 202-13, e il D'Ancona, Origini del teatro in Italia, 
Firenze, 1877, voi. II, pp. 29-36; 2 a ediz., Torino, 1891, pp. 552-60. 

200 Vedi Giovanni Cassiano (m. poco dopo il 432), Collationes 
patrum, collat. Vili, e. 17. 

201 Baluze, Capitularia, t. Il, p. 104. 

202 Epist. 10, in Jaffè, Monumenta Moguntina, Bibl. rer. germ., 
t. Ili, Berlino, 1866, p. 55. Il contrasto assume qui un carattere 
anche più largo. L'anonimo visionario si udì accusare dai proprii 
peccati, difendere dalle proprie virtù, fatti in certo modo per- 
sone : un uomo già da lui percosso e ferito, compare, tuttoché 
vivo ancora, ad accusarlo. Abbiamo già l'embrione di un re- 
golare processo. Angeli e demonii formavano due eserciti, 
sempre in guerra tra loro. Una volta, nel deserto, l'abate Isi- 
doro mostrò all'abate Mose, dalla parte di Occidente l'esercito 
dei diavoli, dalla parte di Oriente l'esercito degli angeli, quello 
pronto ad assaltare i santi uomini, questo a difenderli : Rufino 
di Aquileja, De mtis patrum, 1. II, e. 10. 



NOTE 135 

203 Probabilmente era questa una tradizione rabbinica. I rab- 
bini narrarono pure una specie di contrasto fra Sammaele, 
l'angelo della morte, e Mosè, che non vuol morire, e lo mette 
in fuga; poi fra l'anima di Mosè, la quale non vuole uscire 
del corpo, e Dio stesso, che è venuto per prenderla. Vedi Eisen- 
menger, Entdecktes Judenthum, Eonigsberg, 1711, voi. I, pp. 858-61. 

204 Cfr. per la credenza, anche fuori del cristianesimo, Maury, 
-Essai sur les légendes pieuses du moyen-àge, Parigi, 1843, p. 81. 
Per la opinione, del resto non sostenibile, che le origini della 
credenza cristiana sieno da cercare nel paganesimo germanico, 
vedi Grimm, Op. cit., voi. I, pp. 349; II, 698-9. 

206 Bouquet, Becueil des historiens des Gatdes, t. II, p. 593. 

206 Hist. eccl., 1. V, e. 13. Sant'Agostino vide una volta il dia- 
volo con un gran libro sopra le spalle, il libro dove notava 
per ordine tutti i peccati degli uomini. Aveva ad esser ben 
grande : di solito ciascun peccatore ha il suo libro particolare. 
L'idea di questo libro diabolico fu suggerita, probabilmente, 
per ragion di contrasto, dal libro della vita, di cui è più d'una 
volta menzione nelle Scritture. 

207 Caratteristico a tale proposito è il racconto riferito da 
Leone Marsicàno (m. 1115) nella Chr ottica Montis Casinensis, 
all'anno 1024. Un monaco, stando in orazione la notte, vede 
passare con grande ruina una turba di diavoli. Chiamatone 
uno, gli chiede ove vadano, e avutone in risposta che vanno 
a torsi l'anima dell'imperatore Enrico III, protesta di non cre- 
dere che Dio possa darla loro nelle mani, e gl'impone di ve- 
nirne a lui al ritorno, a narrargli l'evento. Passati due giorni, 
ecco riapparire il malvagio spirito, con volto dimesso, con por- 
tamento lugubre, e narrare al monaco la disfatta propria e 
de' suoi. Già era durata un pezzo la contesa fra gli angeli ed 
essi, quando di comune accordo fu risoluto di pesare con una 
bilancia le buone e le male azioni del morto, e decidere così 
a chi dovesse appartenerne l'anima. Dato mano all'esperimento, 
traboccava la bilancia in favor dei demonii quand'ecco accor- 
rere anelante San Lorenzo (semiarsus Me Laurentius) e gettar 
con grand'impeto nel piatto contrario un calice d'oro che tempo 
innanzi l'imperatore aveva donato a una basilica di lui. Incon- 
tanente la bilancia trabocca da quella parte, e i diavoli deb- 



13(5 



i>i:\n>\ni.n:;i.\ in dante 



linno, confusi e scornati, abbandonare la preda. L. II. e. ■ 
ap. Pektz, Mon. Gemi., Serip., t. VII, pp. 658-9. Una storia ci 
simile si narra dell'anima di Cirio Mastio ■Lillo Paeudo r 
pino, e. 32. Queste son due delle parecchie Visioni che dovrei 
bero essere registrate 8 non sono ìii-H'iipn scolo, per più rìsp 
manchevole, di (11. Fhitsche, Die ìtiteiiti-ii-hen t'isionen de* j 
telallers bis zur Mìtte dea 13. Johrhunderts, Halle, 1885. La poi 
derazione delle anime, o delle azioni, fu spesso figurata 
l'arte cristiana in dipinti, in bassirilievi, nelle chiese, sopra 
tombe, ecc., ecc. Com'è noto, la immaginazione antichissima 
occorre in Egitto, in India, in Persili, in Grecia, Ira' maomet- 
tani, fra' Mandaiti, ecc., ecc. Cf. Mauuv. Recherches sur l'origine 
des veprésentoliims fì-f/tries de In pst/chostasìe, uh pèsement des 
ùittes et sur les eroyrtn'Vii '[ui s'i/ ratiachettt, Retnie arch^oloifi'/tie. 
anno 1844, p M 1*, pp. 235-49, 291-307 : Remarques sur la pty- 
chostasie, etc, Rev. areh., anno 1845, p" 2*. pp. 707-17 ; De Witt 
Scine» de In iisitchutlit-xU li'iMi'ri'jiu 1 , l'er. (treh., anno 1844, p w ! 
pp. 647-56. 

™> Ada SS., Genn., t. II, p. 37. 

MB Ada SS., Marzo, t. Ili, pp. 570-1. Già Gregorio Màoik 
Dial., IV", 36. narra di un'anima contrastata, che i diavoli t 
rano per le gambe, gli angeli per le braccia, quelli v 
terno, verso ii cielo questi. 

SIU Vedi per ìe origini Roskoff, Op. cit., voi. L p, 2< 

811 Fruiti della lingua, eap. 37. 



113 Inf., XXVII, 121-7. 

,w Inf., UT, 121-6. 

116 Inf., XXI, 39-40. Innumerevoli sono le leggende : 
narra di sceleratissimi uomini le cui anime, e spesso anche i 
corpi, sono portati via a furia dai diavoli. Vedi Cesario di 
Heisteruacu, Dial. Itirac., dist. XII, ce. 7, 8, 9, 13 ; Pabhavakti. 
Sp. d. vera penti., dist. II, e. 6; Giacomo uà Vobaoise, Leg. aurea, 
ed. cit., e. CXIX, p. 516 ; Pietro il Vekerarii.e, De mìraculis, 
1,1, e. 14; Fea Filippo da Siena, Op. cit., passim. Morto l'im- 
peratore Enrico II, un eremita vide una turba di diavoli por- 



NOTE 137 

tarne l'anima, sotto forma di un orso, al giudizio, che le riuscì 
per altro favorevole (Ada SS., Giugno, t. II, p. 1003). 

™ Inf., IH, 111. 

817 Ma, pel vestibolo, bisogna tener conto dei mosconi e delle 
vespe, che ai vigliacchi rigano di sangue il volto, e che po- 
trebbero essere diavoli trasformati. 

818 InU VI, 18. 

819 InU VII, 25-30. 

880 InU Vili, 58-60. 

881 InU XXXII, 130-2 ; XXXIII, 76-8. 

888 L'anima è già in preda a tutti i tormenti dell'arsura e 
del gelo che si avvicendano : 

Staganto en quel tormento, sovra gè ven uà cogo, 
Qo è BaQabù, de li pegor del logo, 
Ke lo meto a rostir, cora'un bel porco, al fogo, 
En un gran spe de fer, per farlo tosto cosro. 

E pò prendo aqua e sai e calugen e vin 
E fel e fort aseo, tosego e venin, 
E sì ne faso uà solso ke tant è bon e fin, 
Ca ognuaca Cristian sì guarda el Re divin. 

De Bah. eh. inf., ediz. cit., vv. 117-24. Veggansi le pene de- 
scritte nella Visione di Tundalo, le più spaventose forse e le 
più strane che mai siensi immaginate da mente in delirio. Se 
è vero ciò che San Gregorio Magno afferma, essere i tormenti 
dei dannati gradito spettacolo agli eletti, Dante mostrò di avere 
del gusto dei santi miglior concetto che non i contemporanei 
suoi. 

883 InU XII, 73-5. 

884 InU XI, 76-90. 

885 InU XIII, 124-9. 

888 Inf.. XXIV, 82 sgg. ; XXV, 1 sgg. 

887 Inf. y XIII, 101-2. 

888 Inf. y XVIII, 35-6. 

889 Inf., XXI, 52-7 ; XXII, 34-6. 
830 Inf.. XXVIII, 37-8. 



138 DEMONOLOGIA DI DANTE 

231 Inf., XXXIV, 52-7. Cfr. quanto dei demonii, quali tormen- 
tatori dei dannati, dice S. Tommaso, Suppl. qu. LXXXIX, art. 4. 
L'idea di porre nelle bocche, o fra gli artigli di Lucifero, o più 
prossimi a lui i peccatori massimi, era una idea ragionevole e 
ovvia. Già un monaco, di cui Beda narra la Visione (Hist. eccl., 
1. V, e. 14), vide Satana immerso nel più profondo dell'Inferno, 
e vicino a lui Caifa e gli altri che uccisero Cristo. 

232 Inf., XXXIV, 53-4. 

233 Parade XXVII, 22-7. 

234 Inf., XXI, 137-9. 
935 Inf., XXII, 97-123. 
238 Inf., XXII, 133-51. 

237 Nella leggenda di S. Caradoc si vede il diavolo far lazzi 
e capriole da saltimbanco e da buffone (Ada SS., Apr., t. II, 
p. 151). San Gerolamo racconta che un sant'uomo vide una 
volta un diavolo ridere sgangheratamente. Chiestagli il santo 
la cagion del suo riso, quegli rispose che un suo compagno 
diavolo stava seduto sullo strascico di una donna, e ch'egli lo 
vide tombolare per terra, quando la donna, dovendo passare 
un luogo fangoso, alzò la veste. Una volta il diavolo tenta con 
una gran sete S. Lupo, mentre sta in orazione. Il santo si fa 
recare un vaso d'acqua fresca, e il diavolo subito ci si caccia 
dentro, sperando di poter così entrare in corpo al buon servo 
di Dio ; ma il buon servo di Dio, che ha conosciuto l'inganno, 
pone sul vaso il guanciale del letto, e tiene prigioniero il dia- 
volo sino alla mattina, lasciandolo strillare a sua posta (Gia- 
como da Voragine, Legenda aurea, ediz. cit., e. CXXVIII, p. 580). 
Esempii sì fatti si potrebbero moltiplicare all'infinito. Il dia- 
volo appar ridicolo anche in alcuni fàbleaux e contes dévots, e 
ridicolis8Ìmo spesso lo rappresentano le arti. 

238 y e( jj Collier, The history of english dramatic poetry, 
Londra, 1831, voi. II, p. 262; Roskoff, Op. cit., voi. I, pp. 359 sgg. 

2,9 Adam, drame anglo-normand du XII e siede, pubblicato la 
prima volta da V. Luzarche, Tours, 1854, pp. 16, 18, 43. Una 
nuova edizione, critica, pubblicò L. Palustre, Parigi, 1877. 
Cfr. Petit de Julleville, Les Mystères, Parigi, 1880, voi. I, p. 83. 
Una delle didascalie del dramma (ediz., Luzarche, p. 43) dice 



NOTE 139 

così : Tunc veniet diabolus, et tres vel quatuor diaboli cum eo, 
deferentes in manibus chatenas et vinctos ferreo*, quos ponent in 
collo Ade ed Ève. Et quidam eos impellunt, alti eos trahunt ad 
infernum. Alti vero diaboli erunt j 'noeta infernum óbviam venien- 
tibus, et magnum tripudium inter se faciunt de eorum perdicione; 
et singoli olii diaboli illos venientes monstrabunt, et eos suscipient 
et in infernum mittent, et in eo facient fumum tnagnum exurgere, et 
vociferabuntur inter se in inferno gaudentes, et collide nt caldana 
et lebetes suos, ut exterius audiantur. Et facta aliquantula mora, 
exibunt diaboli discurientes per plateas ; quidam vero remanébunt 
in infernum. Di che natura avessero ad essere quei tripudii e 
a quali scene dovessero dar luogo quelle corse per la piazza, 
tra il popolo, possiamo immaginare facilmente. 

240 Origini del teatro in Italia, voi. II, p. 13 ; 2* ediz., voi. \ t 
p. 534 

841 Cronica, 1. Vili, e. 70. 

848 Questi nomi sono : Malebranche, nome collettivo, Malacoda, 
Scarmiglione, Alienino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Li- 
bicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiatane, Farfarello, Rubi- 
cante. Parecchi di essi diedero da arzigogolare ai commenta- 
tori; e su che cosa non arzigogolarono i commentatori? Io non 
imiterò il loro esempio ; noterò solo che Alichino, anziché de- 
rivare dal chinar le ali, come piacque ad alcuno, potrebbe es- 
sere YHellequin dei Francesi, che già si trova ricordato da 
Elinando e da Vincenzo Bellovacense. 



UN MONTE DI PILATO IN ITALIA 



UN MONTE DI PILATO IN ITALIA 



Fra le devote leggende più diffuse e più celebri nel 
medio evo, diffusissima e celeberrima fu quella di Pilato. 
Germogliata nei primi secoli del cristianesimo, cresciuta 
smisuratamente dipoi, trapiantata d'uno in altro suolo, 
essa soggiacque a varia fortuna, ebbe molte e curiose vi- 
cende, si mutò in tutto da quella ch'era stata in orìgine. 
I primi cristiani, solleciti di raccogliere quante più prove 
e testimonianze potevano in favore dell'insidiata e com- 
battuta lor fede, giudicarono molto benignamente il giu- 
dice pusillanime; affermarono ch'egli aveva fatto quant'era 
in poter suo per istrappar Gesù all' ingiusto supplizio ; 
mostrarono una lettera da lui scritta all'imperatore, nella 
quale era ampiamente riconosciuta l'innocenza del Naza- 
reno ed esecrata la malvagità de' nemici suoi ; giunsero 
a dire persino ch'egli era morto martire della fede. Mu- 
tati i tempi, e assicurato il trionfo della Chiesa, muta- 
rono anche i giudizii. La sospetta testimonianza, divenuta 
inutile ormai, fu lasciata volentieri in disparte, e sotto 
l'influsso di un altro pensiero, in virtù di un postulato 
della coscienza che voleva colpiti da formidabile e con- 
degno castigo quanti, in un modo o in un altro, avevano 
avuto parte nella condanna e nella morte del Redentore, 
cominciò un lavoro delle fantasie in tutto diverso da quel 
di prima, e la leggenda si trasformò, e, starei per diro, 
si capovolse. Ecco Pilato diventare un pessimo scelerato, 



144 UN MÙNTE DI PILATO IN ITALIA 

degno d'andarne alla pari co' rei giudici del Tempio e 
con lo stesso Giuda. Si narra allora come l'imperatore 
lo chiamasse al suo cospetto per chiedergli conto della 
morte del Giusto; come rigorosamente il punisse; come 
il punito si togliesse da se stesso la vita, e il maledetto 
suo corpo fosse tramutato di luogo in luogo, cagione 
sempre alla terra che l'accoglieva di turbamenti e di ca- 
lamità. Si ricercano le origini di lui, il paese ove nacque, 
i primi suoi fatti, e tutta una storia s'immagina, la quale 
cel mostra malvagio sino dalla puerizia, e spiega il gran 
misfatto finale. La sua leggenda sì lega ad altre leggende 
celebri, a quella della Veronica, a quella della vendetta 
del Salvatore, fa corpo con esse, riceve da esse nuovo vi- 
gore e notorietà nuova. Egli finisce con Giuda, e con alcun 
altro massimo scelerato, fra le mascelle formidabili di un 
Satanasso trifronte, nel piti profondo e tenebroso abisso 
d'Inferno. 

lo ho ricordate brevemente le origini e le vicende della 
leggenda di Pilato; ma non è mio proposito di adden- 
trarmi nello esame e nella discussione di essa. Tale 
lavoro fu già fatto, ae non in modo che possa dirsi 
compiuto, almeno in modo sufficiente, equi non accade 
ripeterlo '. Io intendo solamente far parola di alcune 
immaginazioni che si riferiscono alla presenza di Pilato 
in Italia, e che propriamente appartengono a quella parte 
della leggenda ove si narra della sorte toccata al corpo 
di lui. In tale argomento sono da notare alcune cose che 
non furono, per quanto io mi sappia, notate e che non 
mancano di curiosità. 

La leggenda, o, a meglio dire, le varie versioni di essa, 
fanno nascere Pilato in Vienna di Francia, o in Lione, 
o in Magonza, o in Forchheim, o nei dintorni di Barn- 
berga, o in Ispagna. La ragione di tale varietà facilmente 
s'intende quando si pensi che, affermando patria di alcun 



ama ai alcun 



UN MONTE DI PILATO IN ITALIA 14o 

celebre tristo la tale o tal città, la tale o tale regione, 
s-i dava sfogo di consueto a passioni d'inimicizia e di ge- 
losia, e durevole e concreta espressione a un intendimento 
ingiurioso. Ciò che si fece per Pilato si fece, com'era 
naturale, anche per Giuda. In un luogo del Dittamondo 
Fazio degli Dberti dice: 






Entrati neìla Marea, cora'io conto, 
Io vidi ScarTotto onde fu Giada, 
Secondo il dir d'alcun, da cui fu eonto*. 



Giuda fu dunque fatto nascere, oltreché in molti altri 
luoghi, anche in Italia, e in più luoghi d'Italia, simil- 
mente, fu fatto nascere Pilato. Durante il medio evo so- 
leva mostrarsi in Roma, tra l'altre cose mirabili, anche 
una torre, o casa, o palazzo di Pilato 3 . 

La fine di Pilato è, nelle varie versioni della leggenda, 
narrata assai diversamente. Egli mori sotto Tiberio, sotto 
Caligola, sotto Nerone, sotto Vespasiano e Tito : fu fatto 
decapitare; fu ucciso dallo stesso Nerone furente; fu scor- 
ticato; fu cucito, come si usava coi parricidi, in una pelle 
di bue, insieme con un gallo, una vipera ed una scimia, 
e lasciato morire al sole; fu chiuso in una torre, ed egli 
con le proprie sue mani si uccise-, fu, con la torre in- 
sieme, inghiottito dalla terra. La credenza che egli si 
fosse ucciso, suggerita forse dall'esempio di Giuda, e dal 
desiderio di far commettere al reo un' ultima colpa, a 
giudizio di cristiani gravissima, è molto antica e quasi 
cancellò tutte le altre: ad essa si legano, e da essa in 
certo qual modo derivano, i racconti in cui si dice delle 
vicende cui andò soggetto dopo la morte il corpo male- 
detto, e dei danni ch'esso produsse. Secondo un racconto 
più antico, Pilato si uccise nella città di Vienna, dov'era 
stato chiuso in una torre, e il suo corpo fu gettato nel 
Rodano. Secondo un racconto più recente, e che ebbe poi 




146 UN MONTE DI PILATO IN ITALIA 

molto maggior diffusione, Pilato si uccise in Roma, e il 
corpo suo fu da prima gettato nel Tevere, poi tolto di 
là, trasportato in Gallia e buttato nel Rodano, ove non 
rimase nemmeno. Non solamente questi due racconti, che 
io reco qui in una forma meramente schematica, ma 
anche altri, sui quali non ho bisogno di soffermarmi, dan 
notizia dei turbamenti prodotti dal corpo sommerso del 
suicida e delle successive traslazioni che ne furono la 
conseguenza *. 

In un racconto latino intitolato Mors Pilati qui Jìtesum 
condemnavit, pubblicato dal Tisehendorf 5 , si dice che 
Tiberio, fatto venire a Roma Pilato, ordino fosse chiuso 
in un carcere, poi radunò il consiglio perchè pronunziasse 
sentenza sopra di lui. Saputo d'essere stato condannato a 
morire di morte turpissima (ut morte turpissima dam- 
naretur) Pilato con un coltello si uccise, * Informato 
della morte di Pilato, Cesare disse: Veramente è morto 
di morte turpissima colui che non risparmiò se stesso. 
Fu legato a un enorme masso e gettato nel Tevere. Ma 
gli spiriti maligni e sordidi, tripudiando per amor di quel 
corpo maligno e sordido, si agitavano tutti nell' acqua, 
suscitando terribilmente nell'aria folgori e bufere e tuoni 
e grandini, cosi che teneva gli uomini un orribil timore. 
Onde i Romani, trattolo dal Tevere, lo portarono per vi- 
tuperio a Vienna, e lo sommersero nel Rodano: Vienna, 
gli è come dire via Gehennae, poiché era allora luogo di 
maledizione. Ma anche quivi accorsero i malvagi spinti, 
pro-ducendo le medesime turnazioni. Però gli uomini di 
quel paese, non potendo sopportare tanta infestazione di 
demonii, allontanarono da sé quel vaso di maledizione e 
lo buttarono in certo pozzo, ch'era tutto intorno serrato 
di monti, dove, per riferimento d'alcuni, si vedono sob- 
bollire tuttavia le diaboliche macchinazioni » 6 . Così l'in- 
genuo ed incognito narratore. 






UN MÙNTE DI PILATO IN ITALIA 



147 



11 codice ambrosiano, dal quale il Tischendorf trasse 
questo racconto, è del secolo xrv; ma il racconto stesso 
risale per lo meno al xn, nel qual tempo si congiunse 
alla già ricordata leggenda dei natali e dei primi fatti 
del proconsole romano, e diventò parte di maggior rac- 
conto, che, sotto il titolo di Vita Filati, ebbe più reda- 
zioni diverse, e grandissima diffusione. Ciò che nella Mors 
Filati si narra del corpo di costui, sommerso prima nel 
Tevere, poi nel Rodano, e gettato da ultimo in un pozzo 
fra' monti, accenna evidentemente a piti leggende locali 
già sorte, e al desiderio dell' autore del racconto di le- 
garle possibilmente tra loro senza negarne nessuna. L'au- 
tore, o, per dir meglio, il compilatore della Vita, procede 
alquanto più oltre su questa via, e dice che dal Tevere 
il corpo passò nel Eodano: che tolto dal Rodano, fu tras- 
portato a Losanna; e che tolto finalmente anche da Lo- 
sanna, sempre per le stesse ragioni, fu buttato in un pozzo 
dell'Alpi. Questa è la versione che, insieme con molti 
altri, accetta anche Giacomo da Voragine (m. 1298) nella 
Legenda aurea 7 . L'anonimo autore di un commento allo 
Speculimi regum di Gotofredo da Viterbo dice, sebbene 
in modo erroneo, qualche cosa di più, che accenna a nuove 
leggende locali; dice, cioè, che il corpo di Pilato, estratto 
dal Rodano, fu gettato in una palude tra' monti, non 
lungi da Losanna, vicino a Lucerna: in montante circa 
Losoniam (o Losaniam) prope Lucernam in quondam 
paludem proìecerunt 8 . L'anonimo, il quale sembra fosse 
romano, fonde qui insieme due tradizioni diverse, l'una 
che si riferiva a Losanna, l'altra che si riferiva a Lu- 
cerna, e, propriamente, al famoso Monte di Pilato, che 
sorge a ridosso di quella città °. Altre tradizioni del resto 
sembra non mancassero in Isvizzera, Un canonico di Zu- 
rigo, Corrado a Mure, dice nel suo Fabularium, finito di 

irere nel 1273, che dal Rodano il corpo di Pilato fu 




148 UN MONTE DI PILATO IN ITALIA. 

trasportato sul monte Septimer, poco lungi 
renna 10 . Forse quand'egli scriveva, la leggenda lueer- 
nese non era nata ancora: il primo a fare espresso ri- 
cordo di quello che ora si chiama il Pilato, e che prima 
fu detto il Fracmont, Frabmund ecc. (wiows fraclus) sembra 
sia stato Felice Haemmerlin (Malleolus), morto in Lu- 
cerna nel 1457. S'intende facilmente come la Svizzera, 
in grazia della sua stessa configurazione fisica, dovesse 
essere paese assai favorevole alla moltiplicazione di così 
fatte leggende u . 

Con la sommersione del corpo dì Pilato nel Tevere, 
con la credenza che in Roma si vedesse ancora quella 
ch'era stata casa del giudice malvagio, sembra che l'Italia, 
o almeno una regione di essa, volesse richiamare più ri- 
solutamente a se una leggenda illustre, la quale per più 
altri rispetti le apparteneva. Una leggenda più partico- 
larmente italiana era sorta; ma questa doveva, come 
abbiam veduto, comporsi con altre leggende più antiche, 
e se voleva tener dietro, come lo stesso suo spirito le 
dettava, alle vicende cui andava soggetto il corpo dello 
scelerato suicida, doveva uscire d'Italia. Doveva, dico, 
sino a tanto che non avesse trovato modo di supplire a 
leggende straniere, e di liberarsi dallo straniero concorso. 
Ora, un tal modo, o prima o poi, l'aveva a trovar facil- 
mente. 

Notiamo anzi tutto che il luogo della relegazi 
della prigionia di Pilato non era al tutto certo. Si cre- 
deva più generalmente fosse stato in Vienna; ma un rac- 
conto famoso, la Vindicta Salvatoris, lo poneva in Da- 
masco 1Z , e un altro racconto, famoso ancor esso, e di 
origine sicuramente italiana, la Cura sanitatis Tiberit. 
lo poneva in una città di Toscana, variamente detta nei 
manoscritti Ameria, Amerina, Cimerina, Timernia, Ari- 
mena ia . La città di Toscana, qual ch'essa fosse, facendo 



» 

la 
Ha, 

più 
ico- 



UN MONTE DI PILATO IN ITALIA 



149 



dimenticare Vienna, faceva dimenticare anche l'avventura 
del Rodano, e poneva la leggenda italiana, sciolta da ogni 
legame con tradizioni straniere, in condizione di poter 
narrare a suo modo, e con intendimento italiano, le vi- 
cende del corpo di Pilato. In un racconto latino intito- 
lato De Veronilla et de imagine domini in sindone de- 
puta, e che volentieri crederei composto in Italia, o de- 
rivato da alcuna fonte italiana, si dice che Pilato fu 
imprigionato in Roma; che quivi di sua mano si uccise; 
che il corpo di lui fu gettato nel mare, dove tutti i pesci 
morirono; che trattolo dal mare, ì cittadini lo portarono 
in un luogo deserto che non si nomina: in heremum tam 
Unge duxerunt, ubi nullum hominem venire ultra sci- 
veruni '*. 

Non mancavano luoghi in Italia a cui !a leggenda del 
corpo di Pilato poteva essere opportunamente legata. 
Tutte le tradizioni di cui ho fatto cenno sin qui parlano 
di danni recati da quel corpo, e parecchie dicono più 
specificatamente di formidabili procelle suscitate da esso. 
Una conseguenza si può subito prevedere : i luoghi di 
fama paurosa, le solitudini de' monti che si credevano 
infestate dai demonii, i laghi portentosi di cui da tempo 
antichissimo si diceva non potervisi gettar dentro un sas- 
solino senza che se ne levassero tempeste devastatrici, 
dovevano, naturalmente, attrarre a se la leggenda, dove- 
vano, o almeno potevano, diventare monti e laghi di Pi- 
lato. In Italia monti e laghi cosi fatti erano meno fre- 
quenti che altrove, ma non mancavano: l'Etna aveva le 
sue leggende, le aveva il Lago d'Averno presso Pozzuoli, 
e Giovanni Boccacci parla del lago Scaffajolo negli Apen- 
nini, il quale suscitava procelle spaventose, come appena 
ci si gettasse dentro alcuna cosa 15 . I monti e il lago 
di Norcia avevano un'antica riputazione diabolica e ma- 
gica diffusa per tutta Italia. Quivi ponevasi un antro 



150 UN MONTE E)[ PILATO IN ITALIA 

della Sibilla, che die luogo a leggende molto simili a 
quelle sorte in Germania intorno al Monte di Venere 16 ; 
quivi ancora si raccolse la leggenda di Pilato. 

Pietro Bersuire (m. 13(52) racconta nel suo Seduetorium 
morale l? la seguente istoria: « Di un terribile e 
che si ha presso Norcia ia , città d'Italia, udii 
come di cosa vera e cento volte esperimentata, da certo 
prelato, fra tutti degnissimo di fede. Diceva egli pertanto 
essere tra' monti prossimi a detta città un lago, dagli 
antichi consacrato ai demonii, e dai demonii sensìbilmente 
abitato, al quale nessuno oggi può appressarsi (salvo che 
i necromanti) senz' essere da quelli portato via. Perciò 
fu cinto il lago di muri, guardati da custodi, affinchè 
non possano andarvi i necromanti a consacrare i libri loro 
ai diavoli. E la cosa più terribile è questa, che la città 
deve, ciascun anno, mandar per tributo ai demonii, entro 
la cerchia dei muri, presso al lago, un uomo vivo, il quale 
subito e visibilmente è da essi lacerato e divorato: e di- 
cono che se ciò non si facesse, sarebbe quella città di- 
strutta dalle tempeste. Ogni anno sceglie la città alcuno 
scelerato, e lo manda per tributo ai demonii. Né questo 
io crederei, non avendone mai trovato cenno in iscrittura 
alcuna, se da tanto vescovo non l'avessi udito asserir fer- 



La storia narrata da Pietro Bersuire ha molta somi- 
glianza con quella che del monte Cannaro in Catalogna 
racconta Gervasio da Tilhury nei suoi Olia Imperatici St) . 
In essa non è fatto cenno di Pilato, come non ne è fatto 
cenno nel Guerino Meschino, il quale fu composto poco 
dopo il tempo in cui il benedettino francese compilava 
il suo Reductorium, e dove si parla a lungo dell'antro 
della Sibilla e della lieta vita che si menava nei regni 
sotterranei di lei ai ; ciò nondimeno, una leggenda in cui 




figurava Pilato era indubitatamente già nata, giacche se 



cne se 



La fama qui non vu' rimanga nuda 
Del monte di Pilato, ov'è uno Iago 
Che ai guarda la ubate a muda a muda. 

Perchè, quale s'intende in Simon Mago 
Per sagrar il suo libro là su monta, 
Onde tempesta poi con grande Bmago, 

Secondo che per quei di là. ni eonta. 



UN MONTE DI PILATO IN ITALIA 151 

rova il ricordo nel Dittamondo di Fazio degli Oberti, il 
quale visse sino circa il 1367. Nel già citato luogo di 
questo poema, Fazio dice, continuando a parlare della 
Marca : 

Il Capello nota a questo passo: « El monte de Pilato se 
dice ch'è supra Norcia, e lì è un luogo di diavoli, al 
qual vanno quei che si vogliono intendere de arte ma- 
gica >, e non aggiunge altro, e forse non sapeva altro. 
Può darsi che lo stesso Fazio abbia avuto notizia di questa 
leggenda un po' tardi, giacché in un precedente luogo del 
poema si trova ricordo dell'altra, che poneva in Vienna 
la prigionia e la morte di Pilato, e le due difficilmente 
possono insieme accordarsi. Nel L. Il, cap. 5, il poeta 
così si esprime: 

■ Qui ti vo' dir, perchè ti aia diletto, 

Pilato fue confinato a Vienna, 
Dove s'uccìse d'ira e di dispetto. 

Merita considerazione un riscontro, forse non fortuito. 
Pietro Bersuire e Fazio degli Uberti parlano di guardie 
poste al lago per impedire ai necromanti di accedervi, 
e il simile si racconta del Monte di Pilato presso Lucerna, 
su cui, ancora nello scorso secolo, era vietato di salire. 
Nel 1387 sei ecclesiastici di Lucerna furono messi in pri- 
gione, perehè avevano tentata l'aseensione del Fracmont-*, 
ì il già citato commentatore dello Speculimi regum dice, 




IN MONTE HI PILATO [N ITALIA 



seguitando a parlare della palude in cui i 



stato gek 



tato il corpo di Pilato: « Egli è certo che ogni qual volta 
si gitti nella palude alcuna cosa, per minuta che sia, in- 
contanente si muovon bufere e grandini e folgori e tuoni. 
Perciò vi si pongono custodi, che in tempo d'estate non 
lasciano che nessuno vi salga 2:< ». Anche vicino a Lione 
si poneva un Mont Pilate con un lago suscitatore di tem- 
peste; ma non so se fosse vietato l'andarvi. 

La leggenda raccolta da Fazio fu ripetuta da altri, con 
le variazioni consuete e inevitabili. Un predicator di Fo- 
ligno, fra Bernardino Bonavoglia, ebbe, sembra, a reci- 
tarla dal pulpito: egli nulla sa di muri o di custodi. 
« Dicesi che presso Norcia sia un monte, e quivi un lago, 
detto di Pilato, essendo opinione quasi di molti che il 
corpo di lui fosse quivi portato dai diavoli sovra un carro 
tirato da tori. E da luoghi prossimi, e da remoti, si re- 
cano colà uomini diabolici, e formano are con tre circoli, 
e ponendosi, con alcuna offerta, nel terzo circolo, chia- 
mano quel diavolo che vogliono, leggendo il libro che da 
esso debb' essere consacrato. E venendo il diavolo con grande 
strepito e clamore, dice: A che mi citi? Risponde: Voglio 
consacrar questo libro; voglio cioè che tu ti obblighi 
a fare quanto in esso è scritto, quante volte io te ne 
richiederò, e in premio ti darò l'anima mia. E cosi fer- 
mato il patto, il diavolo toglie il libro, e vi segna alcuni 
caratteri, dopo di che egli è pronto a fare ogni male, 
quando altri lo legga. Ecco in che modo son fatti schiavi 
quei miseri e dannati uomini. Accadde una volta che un 
tale, voglioso di consacrare nel modo predetto il suo 
libro, stando nel circolo ordinato, chiamò certo demonio, 
e gli fu risposto, ch'e' non v'era allora, ma era ito nella 
città di Ascoli, per farvi morire molti di ferro, cosi 
fuorusciti, come de' cittadini che hanno il dominio, e che 
tornerebbe ad opera compiuta, e farebbe ciò onde fosse ri- 







UN MONTE DI PILATO IN ITALI. 



153 



«hiesto. Meravigliato di tale risposta, colui s'avviò verso 
Ascoli per conoscere la verità di sì gran fatto, e giunse ad 
un luogo dei frati minori, ove dimorava allora il santis- 
simo fratello Savino da Oampello, e narrato per ordine 
quant'eragli occorso, riseppe die la notte precedente trenta 
de' fuorusciti erano stati impiccati ìn piazza, e che molti 
dell'una e dell'altra parte erano, nella città, morti di ferro. 
Venuto a cognizione di ciò, il detto uomo fermamente 
risolvette ... di rinunziare all'arte magica e agl'incanti, 
considerando grande esser l'arte del diavolo in accalap- 
piare e perder le anime. Ciò riferi il detto sant' uomo 
frate Savino, a certo frate* nostro de' predicatori » 2i . 

Fra Bernardino accenna ad uomini che venivano da 
remoti paesi per attendere a lor pratiche di magia; 
sembra in fatti che la fama dell'antro della Sibilla e del 
monte e lago di Pilato che sì ponevano presso Norcia, si 
diffondessero per la Germania e per la Francia, e ne ri- 
chiamassero frequenti visitatori. Nel 1420 vi capitò un 
noto cavaliere e poeta francese, Antonio de la Sale, che 
raccontò poi le cose vedute 2S , e nel 1497 ne imitò l'e- 
sempio Arnaldo di Harif, patrizio di Colonia 26 . Leandro 
Alberti, dopo aver parlato, nella sua Bescrittionc di tutta 
Tltalia, dell'antro della Sibilla, così prosegue: « Poscia 
alquanto più in su nell'Apennìno, nel territorio Nursino, 
vi è il Lago, non meno biasimevole della Grotta, addi- 
mandato Lago di Norsa, nel quale dicono gli ignoranti 
notare i diavoli, imperò che continuamente si veggono 
salire et abbassare l'acque di quello in tal maniera che 
fanno maravigliare ciascuno che le guarda, parendogli 
cosa sopra naturale, non intendendo la cagione di tal mo- 
vimento. La onde in tal guisa essendo volgata la fama 
di detto Lago, et non meno dell' antidetta Caverna ap- 
presso gli huomini, non solamente d' Italia, ma altresì 
ri, cioè che quivi soggiornano i Diavoli, et danno ri- 




154 UN MONTE DI PILATO IN ITALIA 

spoeta a chi gli interroga, si mossero già alquanto tempo 
(come scrive il Razzano) alcuni uomini di lontano paese 
(però leggiermente) et vennero a questi luoghi per con- 
sagrare libri scelerati et malvagi al Diavolo, per poter 
ottenere alcuni suoi biasimevoli desideri], cioè di ricchezze, 
di honori, d'amorosi piaceri, et di simili cose... Vedendo 
i Norsini tanto concorso d'incantatori, che salivano sopra 
questi aspri et alti monti, acciò non possano passare a 
detti luoghi, hanno serrata primieramente detta Caverna, 
et poi tengono buone guardie al Lago » 2? . L'Alberti, che 
scriveva verso il mezzo del secolo xvi, di Pilato propria- 
mente non fa menzione, ma erta i versi di Fazio che lo 
ricordano. 11 Razzano da lui nominato e quel Pietro, che 
nacque in Palermo nel 1420, fu domenicano, storico, ora- 
tore e poeta, e morì vescovo di Lucerà nel 1492, lasciando 
molte opere manoscritte. Egli aveva avuto occasione di 
parlare con alcuni tedeschi dai quali era stato inutilmente 
tentato l'esperimento della consacrazione 28 . 

Nel 1621 ricorda il lago portentoso di Norcia Paolo 
Menila, nella sua GosmograpMu generalis: ■* Nel Pi- 
ceno, di fianco al Monte Vittore, dalla parte che guarda 
a Oriente, è un lago nobilitato dalla fama, detto Nursino. 
Dice il volgo ignorante che in esso nuotano i diavoli, e 
ciò perchè quelle acque si vedono con perpetui moti sa- 
lire e calare a vicenda, non senza grandissima ammira- 
zione di coloro che ne ignoran la causa». Riferisce ancor 
egli, come l'Alberti, quanto aveva già detto il Razzano; 
ma non fa parola di Pilato 29 . Sembra del resto che 
queste leggende norcine cominciassero allora, o poco 
dopo, a perdere della loro celebrità, perchè non se ne 
trova cenno in una poesia che in vituperio di Norcia 
scrisse monsignor Francesco Maria di Montevecchio, an- 
datovi per sua sciagura prefetto 30 , e nemmeno nei due 
capitoli che a Pilato e a Norcia consacrò il Marucelli 



i« ai ucenj 



UN MONTE DI PILATO IN ITALIA 155 

nel suo sterminato Mare magnum, che manoscritto si 
conserva in Firenze nella biblioteca da lui nominata 81 . 
Quando la leggenda norcina di Pilato sia nata io non 
so, né vorrei affermare che qualche concorso di elementi 
o qualche suggestione non le sieno venuti d'oltr'alpe. Essa 
ha perduto ormai ogni celebrità, e appena ne rimane 
qualche vestigio tra il popolo di quella provincia 82 ; e 
mentre il Monte di Pilato presso Lucerna è cognito a 
tutti, e attrae ogni anno migliaja e migliaja di visita- 
tori, son ben pochi coloro che conoscano l'esistenza di un 
monte e di un lago di Pilato fra gli Apennini, nel cuore 
d'Italia. 



NOTE 



NOTE 



1 Vedi Mone, Die Sage von Filatus, nell 1 Anzeiger filr Kunde 
der teutschen Vorzeit, annata 1835, coli. 421 sgg., e nell'annata 
1838, coli. 526 sgg.; Du Méril, Poésies populaires latines du 
moyen-àge, Parigi, 1847, pp. 340 sgg. ; Massmann, Der keiser und 
der kunige buoch oder die sogenannte Kaiserchronik, Quedlim- 
burgo e Lipsia, 1849-54, voi. Ili, pp. 573 sgg., 594 sgg.; Crei- 
zenach, Legenden und Sagen von Pilatus, nei Beitràge zur Ge- 
schichte der deutschen Sprache und Literatur , voi. I (1873), 
p. 89 sgg.; Graf, Roma nella memoria e nelle immaginazioni 
del medio evo, Torino, 1882-3, voi. I, pp. 345 sgg., 370 sgg. Per 
la bibliografia della leggenda vedi Herzoo, Theologische Realen- 
cyclopàdie, Gotha, 1859, XI, 663. Vedi pure una recensione che 
di questo mio scritto, quando lo pubblicai la prima volta, fece 
F. Torraca nella Nuova Antologia, serie 3 a , voi. XXV (1890: 
Rassegna della letteratura italiana). Debbo ad essa alcune cor- 
rezioni. 

2 L. III, cap. 1. Guglielmo Capello, nell'inedito suo com- 
mento al poema (ms. della Nazionale di Torino N, I, 5, f. 94 v.) 
nota solo : Scharioto è una villa de Ascoli ove nacque Juda che 
fu discipulo di Christo e poi il tradì. Di questo Scariotto fa pure 
ricordo il cronista e novelliere Giovanni Sercambi : vedi Novelle 
inedite di Giovanni Sercambi tratte dal codice trivulziano CXCIII 
per cura di Rodolfo Renier, Torino, 1889, pp. lvii e 218. 

3 Domus Filati, palatium Filati, anche casa di Crescenzio e 
casa di Cola di Rienzo. Era una torre presso Ponte Rotto. A 
Nus, in Val d'Aosta, un castello della seconda metà del se- 
colo XII si chiama Chàteau de Filate. * On appelle ces ruines 
le chàteau de Pilate, et ce n'est pas sans une répugnance ma- 
nifeste que les habitants du pays prononcent le nom de ce 
Romain, détestable complice de la mort de Notre-Seigneur „. 



160 VS MONTE DI PILATO IN ITALIA 

Così in un suo libro intitolato La Vallèe d'Aoste, Parigi, 1860, 
pp. 163-4, Edoazdo Aubekt, il quale ricorda pare una tradizione, 
secondo cui Pilato, recandosi a Vienna, sarebbe passato per la 
Val d'Aosta, sostando in casa di un senatore romano suo amico. 
Debbo questa notizia alla cortesia del barone Bollati di St. Pierre. 
L'egregia signora Caterina Pigorini Beri mi avverte gentilmente 
che, secondo tradizioni tuttora vive nel mezzogiorno d'Italia, 
Giuda e Pilato sarebbero stati calabresi; che Pilato si fa na- 
scere anche in Ponza (d'onde Ponzio) ecc. Una tradizione friu- 
lana indica quale patria di Pilato il villaggio d'Imponzo. Vedi 
nelle Pagine Friulane, anno IH (1890), num. 4, una nota inti- 
tolata Le leggende intomo a Pilato. 

4 Io sorpasso a tutto ciò molto rapidamente, e senza entrare 
in disamine e in discussioni che sarebbero, per sé, opportune 
e necessarie, ma che non ninno ora al proposito mio. Vedi gli 
scritti circa la leggenda citati più sopra. 

5 Evangelia apocrypha, Lipsia, 1853, pp. 432-5. 

* Cognita Caesar morte Pilati dirit : Vere mortuus est morte 
turpissima, cui manus propria non pepercit. Moli igitur ingenti 
alligatur et in Tiberini fluvium immergitur. Spiritus vero ma- 
ligni et sordidi, corpori maligno et sordido congaudentes, omnes 
in aquis movebantur, et folgura et tempestates, tonitrua et gran- 
dines in aere terribiliter gerebant, ita ut cuncti timore horribili 
tenerentur. Quapropter Romani ipsum a Tiberis fluvio extra- 
hentes, derisionis causa ipsum in Viennam deportaverunt et 
Rhodani fluvio immerserunt : Vienna enim dicitur quasi via 
Gehennae, quia erat tunc locus maledictionis. Sed ibi nequam 
spiritus affaerunt, ibidem eadem operantes. Homines ergo illi 
tantam infestationem daemonum non sustinentes vas illud ma- 
ledictionis a se removerunt et in quodam puteo montibus cir- 
cumsepto immerserunt, ubi adhuc relatione quorum dam quaedam 
diabolicae machinationes ebullire dicuntur. 

7 Legenda aurea vulgo historia lombardica dieta, ree. Th. Graesse, 
Dresda e Lipsia, 1856, cap. lui, p. 235. 

8 Ap. Pertz, Monumenta Germaniae, Scriptores, t. XXII, p. 71. 

9 Un racconto tedesco dice che quei di Losanna gettarono il 
corpo di Pilato in una palude del monte Toritonio. Du Méril, 
Op. cit., p. 356, n. 7. 



NOTE 161 

10 In un codice del secolo XII, conservato nella Biblioteca 
Regia di Monaco, in fine alla stona apocrifa di Pilato si legge: 
" puteus autem hic vicinus est monti qui vocatur septimus 
mons, vel quod montibus aliis circumseptus, vel septimus mons 
tamquam de septem montibus eminentioribus unus „. Forse di 
qui ebbe Corrado a Mure la suggestione a porre la tomba di 
Pilato sul Septimerpass. Vedi Herschel, Zur Pilatussage, An- 
zeiger f. Kunde d. deutschen Vorz., neue Folge, voi. XI (1864), 
col. 364. 

11 In una storia della Passione, che in versi tedeschi compose 
Giovanni Bothe (1370-1434), si dice che il corpo di Pilato fu 
prima gettato nel Rodano, poi sepolto presso Losanna, poi get- 
tato in uno stagno sulla cima di un alto monte, a due o tre 
miglia da Costanza, presso il Reno, nel territorio del duca 
d'Austria. Vedi lo scritto testé citato del Herschel (coli. 366-9), 
il quale afferma, senza nessuna ragione, che il monte di cui 
qui si discorre è quello presso Lucerna, e che il Rothe accennò 
a Costanza solo perchè non conosceva bene i luoghi. Certo la 
leggenda si legò a più e diversi luoghi e monti. Il prof. Carlo 
Salvioni mi assicura che, secondo una leggenda del Canton Ti- 
cino, l'anima di Pilato sarebbe confinata in un laghetto susci- 
tator di tempeste, nella Val Bavona, poco lungi da Locamo. 

12 Ap. Tischendorf, Op. cit., p. 462. 

13 Roma nella memoria, ecc., voi. I, pp. 346, 381. Nota il 
Torraca, nello scritto citato, che l'antica Ameria è oggi Amelia, 
dove un palazzo è tuttavia detto dal popolo palazzo di Pilato. 

14 Massmann, Op. cit., voi. III, pp. 605-6. In una delle reda- 
zioni della Vengeance de Vespasien, si dice che Pilato fu in- 
ghiottito in Roma da una voragine che gli si aprì sotto ai 
piedi. Ms. L, II, 14 della Nazionale di Torino, f. 102 r. 

16 De montibus, sylvis, fontibus, etc. Dopo il Boccaccio il lago 
Scaffajolo fu ricordato da molti : v. De Stefani, I laghi dell' A- 
pennino settentrionale, Bollettino del Club Alpino italiano, anno 
1883, pp. 100-2. Per altri laghi simili vedi Simone Majqlo, Dies 
caniculares, Roma, 1597, p. 580; Atanasio Kircher, Mundus sub- 
terraneus, Amsterdam, 1678, 1. V, cap. 6; Gian Giacomo Scheuchzer, 
Itinera per Helvetiae alpinas regiones, Lugduni Batavorum, 1723, 
pp. 92-3 ; Antonio Matani, Delle produzioni naturali del terri- 

Graf, Miti, leggende, ecc., v. II. 11 



-itto 



i MONTE DI PILATO IN ITALIA 
Iorio pistojese. Pistoja. 1762, p. 99; Grimi, Deutsche Mtjthologir, 
4* ediz., Berlino, 1875-78, voi. I, p. 496; Liebsbcht, Des Gtr- 
rast'u* non Tilbury Olia imperiatiti, Hannover, 1856, pp. 146-9. 

16 Vedi Hbuhokt, II Monte di Venere in Italia, nei Saggi dì 
storia e letteratura, Firenze, 1882, pp. 378-'94. 

" L. XIV, e. 30. 

'* Nella, stampa, che io ho tra mani, si legge con manifesto 
errore Norica'n. Non è iniprohabile che il liersuire abbia se 
Xorciam. in luogo ili Xnr*iiini, n gè vi ila m In cosi lo scambi 

19 " Eseinplum terribile esse circa Nursiam Italiae civital 
audivi prò vero et prò centiea esperto narrari a quodani 
lato nunime inter ulios fide digno. Dicebat enim inter uiontes 
isti ci vi tati proximoa esse lacum ab antiquia daemonibus con- 
secratum et ali iyinis -ensibilìtcr inlialiitatum, ad quem nullus 
hodie prneter ncci'oniii.nli'.'.us oote^t accedere, ijuìn a daemonibus 
rapiatur. Igitur circa terminos lacus facti aunt muri qui a cu- 
stodibus servantur, ne necromantici prò libri.-; sui* conaeerandis 
daemonibus illue accedere permitta.nt.ur. Est ergo istud ibi 
summe terribile, quìa civitas illa Omni anno unum hominem 
vivuni prò tributo infra .inibitimi murorum iuxta lacum ad 
daemones mittit, qui statini visibiliter illum hominem lacerant 
et conaumunt, quod (ut ajimt) nini civitas faceret, patria tem- 
peatatibua deperir et. Civitus ergo ammutini aliquem aeeleratuni 
eligìt, et prò tributo illuc 'Inemotiibus mittit. Istud autem quia 
alicubi non legi, nutlatenus erederem, nisi a tanto episcopo fir- 
miter asserì audiviaaem. „ 

'" Decia. Ili, LXXV1 nella citata edizione del Liebrecht. dov'È 
pure da vedere la nota a pp. 137-40. 

" Vedi tutto il libro V. 

M Bunge, Pilatus und St. Domini!.-. Zurigo, 1859, estratto dal 
voi. SII delle M'llh.-i!iu/:/fn >iir inifit/nnriiiKlii'ii fjt'.ii'Usrhiifi hi 
ZUrich, p. 6. 

13 " Et certuni est, quod quandocnmque aliquie homo aliquid 
quantumeumque parvum mittit in paluilem, fune incontinenti 
flunt tempeatates, grandine», falgura et tonitrua. Ideo aunt 
homines custode» ««istituti, qui tempore ctatis custodinnt, ne 
aliquia advena ascendat. , 



NOTE 163 

84 tt Dicitur autem quod iuxta Nursiam est quidam mona in 
quo est lacus qui dicitur Pilati, quia opinio est quasi multorum, 
illuc corpus eius fuisse a dyabolis per tauros in vehiculo de- 
portatum. Ad hunc locum veniunt homines diabolici de pro- 
pinquis et remotis partibus, et faciunt ibi aras cum tribus cir- 
culis, et ponentes se cum oblatione in tertio circulo, vocant 
demonem nomine quem volunt, legendo librum consecrandum 
a dyabulo. Qui veniens cum magno strepitu et clamore dicit: 
Cur me queris? Respondet: Volo hunc librum consecrare, idest 
volo ut tenearis facere omnia que in ipso scripta sunt quoties 
te invocavero, et prò labore tuo dabo animam meam. Et sic 
firmato pacto accipit librum dyabolus, et designat in eo quosdam 
characteres, et deinceps legendo librum dyabolus promptus est 
ad omnia mala faciendum. Ecce qualiter captivantur illi miseri 
et dampnati homines. Semel accidit quod quidam, dum vellet 
modo predicto consecrare librum, stans in circulo ibi ordinato, 
vocavit quendam demonem, cui datum responsum ibi non adesse, 
sed ivisse ad civitatem Asculi, ut multos perire faciat gladio 
de exulibus simul et civibus qui tenent statum, hoc peracto 
revertitur statim et faciet quod postulas. Admiratus ille de tali 
responso, accepit iter versus Asculum, ut cognoscat tante rei 
veritatem, et pervenit ad locum fratrum minorum, ubi tunc 
manebat sanctissimus frater Savinus de Campello, quo cum 
pervenisset, exposuit per ordinem omnia gesta, et invenit quod 
nocte precedenti de exulibus xxx fuerunt suspensi in platea, et 
de interfectis gladio ex utraque parte strages magna fuit in 
ci vitate. Hoc quidem comperto, statuit firmiter superdictus vir... 
dimittere artem magicam et incantationum, considerans magnani, 
esse artem in dyabulo ad animas capiendas atque perdendas. 
Hoc retulit supradictus sanctus vir frater Savinus cuidam fratri 
nostro officio predicatori. „ — Debbo comunicazione di questo 
testo alla cortesia di Michele Faloci Pulignani, che lo trasse 
da un manoscritto del secolo XV, contenente prediche di fra 
Bernardino, e conservato sotto la segnatura AH, II, 10 nella 
Comunale di Foligno. 

85 Kervyn de Lettenhove, La dernière Sibylle, nei Bulletins 
de l'Académie royale de Belgique, Lettres, anno 1862, pp. 64-74, 
citato dal Reumont, che riporta in succinto il racconto, Op. cìt., 
pp. 387-9. 



1 UN MONTE DI PILATO IN ITALIA 

6 Die Pilgerfahrt dea Ritters Arnold von HuvT, hcrauxgegehrii 

. Dr. E. von Groote, Colonia, 1860, pp. 37-8, e Reumunt, Op. ni.. 



m Terzadei'hu» Hegioiie. Marca Anroiiiinna. Cito dall'edizione 
di Venezia, 1596, f. 273 r. e v. 

18 Intorno ili Razzano (latinamente Sotihmm) vedi Qvi 

Erii.viin, 8i:rì/itom untili!* jiniriliailuriim, t, I, pp. *7fi-S. L'Alberti 

attinge sovente dalle opere storiche e geogm&ohe di lui. 1 
venuto Cullisi racconta nella Vita, 1. I, LXV, che un prete 
siciliano, necromante, con cui ebbe una strana e ridicola i 
ventura nel Colosseo, gli Jis-ae the il luogo più a proposito per 
la consacrazione dei libri mugici era nelle montagne di Norcia. 
Benvenuto crii di'lil'i.Tato d'anelarvi •■ fame esperimento, come 
prima avesse finite certe medaglie per il papa, intorno itile 
quali lavorava; ma poi .-.egui caso che lo svolse da quel pen- 
siero. Nemmen egli fa. cenno di Pilato. 

18 " In Piceno ad lattiti Montiti Victoria, quo in Orientem 
spectat, lacus inwnitur l'ama uobilitutus ; Nar-àiium dicunt. In 
eo cacodaeniones innatare vulgus iinpi'rituui dìctitat : quoniani 
aquae perpetuis motibus salire, et vicissini sobsidere eernuntur, 
equidem non sine ingenti illormn ad m irati o ne, qui cauaeain 
ignorant. , Cos>iiutii\ti/hii< i/r.nefalin, Amsterdam, 1621, p. 578. 11 
Merula non fe fra gli scrittori citati da! lietununt, che parlarono 
dell'antro della Sibilla presso Norcia. Reco qui le sue parole, 
quali ai leggono a pag. :rlS7. sebbene ilittVriseano poco da quelle 
che l'Alberti scrive intorno lo stesso argomento. * Est et alina 
Sibyllae specus in Piceno, band procul Castello D. Mariae Gal- 
licanae, in Apennino, immanis sane et horribilia. De eo vulgi 
sermo est aut verius insulsa et .putidi), fabula : liac ad Sibyllam 
patere aditum ; quae regnimi intus luculentum atque spaciosum 
possideat, mugnilic-is aedibus ci. basilici* plenum, in quibus in- 
numerae gentea veraentur, oblectationibus venerila Inter choros 
puellarum lasci vientium, et per ea iucundissima teeta et amoenis- 
simos hortos diffluenteB ; id vero interdium tantum accidere, 
noctu enim viroa mulieresque pariti'] 1 atijue una Sibyllam ipsam 
in terribile* mutari diucones, sinmlqne cum teterrimis ìllis 
belluis primula opere venerici congredi iis nece 
intra admitti eupiunt ; neo ante annnni exaetum quemquani 



NOTE 165 

contra voluntatem retineri, nisi quod unum omnino quotannis, 
ex numero, qui tunc recepti fuerunt, manere oporteat. Ad hanc 
porro auram inde reversis tantas Sibyllam praerogativas elar- 
giri, ut felicissimo deinceps toto vitae cursu utantur „. Qualche 
altro scrittore che fa menzione dell'antro della Sibilla ricorda 
il Torraca nello scritto citato. 

30 Scelta di poesie italiane non mai per V addietro stampate 
de' più nobili autori del nostro secolo, Venezia, 1686, pp. 67-72. 

31 Voi. IV, art. 5 ; voi. XCVTI, art. 17. Non ne è cenno neanche 
nel raro e curioso libro di H. Kornmann, De Monte Veneris, 
d. i. die tvunderbare und eigentliche Beschreibung der alien heid- 
nischen und neuen Scribenten Meynung von der GSttin Venus, 
ihrem Ursprunge, Verehrung und kóniglichen Wòhnung mit deren 
GeseUschaft, une auch von der Wasser-, Erde-, Luft- und Feuer- 
Menschen, Francoforte, 1614. 

38 11 Witte nota a proposito dei famosi versi del IV del 
Purgatorio, ove Manfredi narra la sorte toccata al proprio 
corpo. tt Oberhalb der Stelle, wo Tronto und Verde sich ver- 
einigen, bei Arquata im Grànzegebirge gegen Norcia liegt ein 
ùbelberuchtigter See, bei dem der Volksglaube den Eingang 
zur Hòlle zeigt „. Dante Alighieri* s Gdttliche Komddie, Berlino, 
1865, p. 593. Da una lettera, con cui il prof. Vincenzo Ghinassi 
del R. Liceo di Spoleto gentilmente rispondeva ad alcune mie 
domande, rilevo che un picciolo stagno presso Norcia serba 
ancora il nome di Lago di Pilato, ma che tra il popolo s'è 
perduto il ricordo della leggenda antica, e che a spiegar quel 
nome un'altra immaginazione si produsse, assai poco acconcia, 
a dir vero. tt Quando accadde in Giudea „, così il prof. Ghi- 
nassi, tt il grande avvenimento della crocifissione di Cristo, i 
montanari che passavano per quel luogo vedevano deserta la 
grotta della Sibilla, l'acqua del lago rosseggiante come per 
sangue, ed inoltre intorno al laghetto, da allora in poi, ger- 
mogliò una pianticella, le cui foglie hanno sembianza di due 
mani riunite per il dosso, laonde la fantasia del volgo vede 
raffigurate in esse le mani del Redentore, congiunte insieme 
e perforate dai chiodi, argomentando ciò da un segno che si 
scorge nel mezzo di tali foglie. La fuga della Sibilla, il feno- 
meno delle acque del lago e della circostante vegetazione, 



166 UN MONTE DI PILATO IN ITALIA 

avendo impressionato l'animo degli abitanti della montagna, 
questi battezzarono il detto lago col nome di Pilato, che fece 
eseguire la sentenza di morte contro il Nazareno. Ecco quanto 
confusamente, ed in varii modi, si narra per le montagne di 
Norcia, ed a questo si aggiunge ancora che i vecchi montanari 
affermano di vedere qualche volta dei pesci di forme stranis- 
sime notare nelle acque del famoso laghetto „. Questi pesci 
pajono essere una reminiscenza affievolita degli antichi demonii. 
Così le immaginose e paurose leggende di altri tempi si vanno 
scolorando, attenuando e perdendo anche tra i volghi, e nelle 
più recondite vallate, loro ultimo asilo. 



FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 



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1 



FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 



I. 



Gustavo Korting, parlando, in un suo libro assai noto 
agli studiosi della letteratura italiana, del sapere del 
Boccaccio e di quello che si potrebbe chiamare l'indirizzo 
della mente di lui, notate alcune false opinioni e alcune 
irragionevoli credenze che si trovan qua e là ne' suoi 
scritti, non dubita di affermare che, generalmente par- 
lando, il Certaldese, per quanto s'appartiene alla super- 
stizione e alla credenza nel meraviglioso, è, pressoché in 
tutto, un uomo de' tempi suoi, mentre il Petrarca è anche 
per questo, come per altri rispetti, quasi un uomo dei 
tempi nostri l . 

Un sì fatto giudizio parrà, non solamente eccessivo, ma 
a dirittura falso a molti, che, leggendo più propriamente 
ii Decamerone, avran creduto di riconoscere nell' autore 
di esso uno spirito disinvolto e spregiudicato, amabilmente 
scettico e beffardo, niente devoto della tradizione, poco 
rispettoso dell'autorità, aperto assai più alle impressioni 
della vita reale, di cui fu dipintore insuperato, che non 
ai sogni della leggenda e alle ubbie di una fede super- 
stiziosa. Dire che il Boccaccio e, pressoché in tutto, un 
uomo de' tempi suoi, quanto a credulità e gusto del me- 
raviglioso, gli é come dire ch'egli sta quasi alla pari con 
Gervasio da Tilbury , con Cesario di Heisterbach , col 




FU BUPEMST1ZI060 IL BOCCACCIO! 

troppa fuMMO Hiaude. La consegnerai a coi si giunge 
e maaifesUmente mostroosL Altri recarono del Boccaccia 
bea altro giudizio, tu giudizio, se boi tseerro di esage- 
razune, assai gin giusto sotto ogni rispetto. Col Boccaccio 
il Settembrini ai princjptare un'eia nuova. i7 terrore ces- 
sato, cominciato 3 riso e lo scetticismo*; col Boccaccio 
fa principiare un nuovo mondo il De Sanctis 3 ; vanto che 
non gli si potrebbe in nessun modo concedere se, in fatto 
di credulità e d'inclinazione al meraviglioso, egli fosse in 
tatto ancora, o quasi io tatto, aa nomo del medio evo. 
Parlando del libro De montibus , ftummibus , ecc. , il 
Landau riconosce che, quanto a spirito critico, il Boc- 
caccio vince i saoi contemporanei 4 ; e l'Hortis, il più pro- 
fondo conoscitore e l'illnstrator più felice delle opere latine 
del Certaldese, giustamente osserva 5 ; • Il Boccaccio fu 
spesso accusato di ripetere di molte fole;... se non che 
sarebbe gran torto non avvertire che la massima parte 
delle favole deriva dagli antichi da lai copiati , e cbe il 
Boccaccio ripete bensì mille favole, ma per questo e' non 
le crede. Quando scrive che agli antichi non osa contrad- 
dire e crede più a loro che agli occhi propri, e' non va 
creduto sulla parola. Quando questi antichi narrano un 
che d'inverosimile, il Boccaccio li trascrive fedelmente, 
però vi aggiunge, « ma ciò non cred' io, » « ciò mi sembra 
impossibile, » * questa e a mio giudizio una favola, » 
oppure osserva arditamente: « cotesto io lo stimo ridìcolo! * 

Noi udiamo ora un tutt' altro linguaggio. Quale dei 
giudici ha ragione? L'argomento non è senza curiosità e 
senza importanza, e merita, panni, che se ne discorra 
un poco. 

Vediamo anzi tutto quali sono le prove su cui il K5r- 
ting fonda la sua accasa. Eccole, nell'ordine stesso eoo 
cui egli le reca. Il Boccaccio credeva nei sogni fl ; il Boc- 
caccio credeva che i moribondi potessero esser fatti par- 







FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 171 

tecipì dello spirito profetico'; il Boccaccio credeva nel- 
l'astrologia 6 ; il Boccaccio credeva che lo strabismo fosse 
indizio di anima perversa B ; il Boccaccio credeva che nelle 
evocazioni dei morti comparissero , non già questi , ma 
diavoli 10 ; il Boccaccio credeva che Enea fosse veramente 
sceso all' Inferno , e che Virgilio avesse costruito ogni 
specie d'ingegni magici". Qui c'è luogo a parecchie osser- 
vazioni. Anzi tutto giustizia vorrebbe che, enumerate le 
cose cui il Boccaccio erroneamente credeva, si ricordas- 
sero quelle cut molto saviamente il Boccaccio non dava 
fede, e quelle ancora di cui dubitava prudentemente. La 
lista loro riuscirebbe assai lunga a volerla fare compiuta. 
Così il Boccaccio non credeva (e il Kikting stesso lo avverte) 
che certe subite infermità, e certe morti improvvise, avve- 
Dissero per opera del demonio, come era opinione dei meno 
sani (son sue parole); ma a tali fenomeni assegnava cause 
in tutto naturali ia . Il Boccaccio chiama a dirittura ridi- 
cola la credenza secondo cui la gramigna nascerebbe dal 
sangue dell' uomo ,3 . Il Boccaccio stima una favola ciò 
che di quell'arche sepolcrali ricordate da Dante, le quali 
presso ad Arles facevano il loco varo, dicevano quei del 
paese, cioè che fossero opera divina u . Il Boccaccio non 
crede che il re Artii sìa sopravvissuto alle sue ferite, e 
debba tornare, secondo l'opinione dei Brettoni; ma dice 
che morì e fu sepolto segretamente ,s . E notisi che questa 
opinione, non al tutto spenta in Iscozia, nemmen oggi, 
fu tanto diffusa ed ebbe già tanta forza, che, secondo 
afferma uno scrittore spagnuolo , Filippo II, nel dar la 
mano a Maria d'Inghilterra, dovette far solenne giura- 
mento di rinunziare al diritto acquistato sopra quel regno 
nel caso che il re Artù facesse ritorno. 11 Boccaccio non 
diede fede alle accuse mosse ai Templari, tra le quali 
non era ultima l'imputazione di magia. In nessun luogo 
delle sue opere il Boccaccio mostra d'aver creduto ai mi- 



FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 

racoli dell'alchimia. Parlando di Giuliano l'Apostata nel 
1. VII del De casìbus vìrorum Ulustrium, fa pure ricordo 
delle arti magiche esercitate da quell'imperatore, secondo 
; ad alcuni; ma non dice di credere egli ciò che 
quegli alcuni credevano. Parlando del lago d'Avemo nel 
libro De montibus, sìloìs, ecc., dice dagli ignoranti essere 
stato anticamente creduto si potesse andare per esso ai 
regni infernali ; ma non fa motto, né degli uccelli negri 
che, secondo San Pier Damiano e Vincenzo Bellovacense, 
vi aleggiavano intorno dal vespero del sabato all'alba del 
lunedì, e non erano se non anime dannate; ne delle in- 
genti porte di bronzo, infrante da Cristo, che, a detta del 
veracissimo Gervasio da Tilbury, ci si vedevano in fondo. 
Discorrendo, ne! già citato libro De montibus, delle fonti, 
ripete , gli è vero , parecchie favole spacciate già dagli 
antichi; ma queste parecchie son pur poche in confronto 
di quelle infinite che si leggono in altri e molti consi- 
mili trattati del medio evo. 

Oltre a ciò se il Boccaccio crede a certe cose, non per 
questo si deve sempre dargliene carico, o si deve dargliene 
solo con certa misura, avuto riguardo alla qualità delle 
credenze, o al modo tenuto dallo scrittore nel farle palesi, 
o anche alle condizioni generali del sapere e della coltura 
ai tempi suoi; e quelle che hanno più particolarmente 
carattere di errori scientifici non debbono dare argomento 
a taccia di superstizione, essendo l'errore scientifico e la 
superstizione due cose troppo diverse fra loro. 

Se il Boccaccio crede che lo strabismo sia indizio dì 
animo malvagio, noi non lo accuseremo per questo di 
partecipare ad un error popolare, dopoché si son veduti 
criminalista e psichiatri riconoscere in questa e in molte 
altre deformità un indizio (non una prova certa) d'imper- 
fezione morale e di predisposizione a delinquere; onde viene 
a trovar conferma l'antico adagio latino: cave a signatis. 






FU SCPERSTIZ10S0 IL BOCCACCIO? 173 

Narrata nel 1. II, del De casibus la storia di Astiage, 
il Boccaccio soggiunge alcune considerazioni sui sogni e 
afferma, provandolo con altri esempli, die per essi l'uomo 
può avere cognizione dell' avvenire; ma attenua poi dì 
molto egli stesso il valore delle sue parole , avvertendo 
che non sempre si vuole ai sogni dar fede. Un cristiano 
difficilmente poteva andar piìi in là, perchè la veracità 
di certi sogni è solennemente attestata dalla Scrittura, e 
di sogni profetici sono piene le vite dei santi. Il Boccaccio 
non fu in ciò più credulo dì Dante, del Petrarca, o di 
chi, come il Cardano, sulla interpretazione dei sogni scri- 
veva ancora in pieno Ki nasci mento. 

Quanto all'astrologia la questione è un po' più compli- 
cata. Il Boccaccio non nega gl'influssi degli astri, ma 
dice che di questi influssi l'uomo non può aver cogni- 
zione, e così dicendo nega la scienza astrologica, e rico- 
nosce per vani e per illusorii i pronostici degli astro- 
logi lu . Inoltre, sebbene in ciò qualche volta si contrad- 
dica, pure afferma che gli astri nulla possono sugli animi 
umani, e che la libertà dell'arbitrio non ne rimane in 
modo alcuno menomata. Anziché biasimo, noi dovremmo 
dar lode al Boccaccio d'aver tenuto una opinione così 
misurata e prudente in un tempo in cui la credenza co- 
mune dava agl'influssi celesti qualità d'irresistibili e di 
fatali, e un Cecco d'Ascoli (in ciò non primo nò ultimo) 
assoggettava al corso degli astri la vita dello stesso Cristo, 
e i principi d'Italia e le stesse città libere tenevano ai 
loro stipendii astrologi, con gli avvertimenti de' quali sì 
governavano. In certo suo sonetto Cino da Pistoja pregava 
Cecco di scrutare ne' cieli e di dirgli quali stelle egli 
ì favorevoli e quali contrarie, soggiungendo: 

s'appella. 

i dottrina professata da Dante quanto agi' influssi 




hai, il qui*, ad rimami*, à mutar* assai pia proclive 
al meravigli**) e pia credalo. Osta, il Pettina mostrò 
■aggiaie ruolatena ad aaaalra la fallacia dell* astro- 
logia e ad combattere gli astrologi: aia bisogna anche 
diro cbe le tagieai di cai egli si giara sono assai più 
religiose che scientifica* **. Del reste, aitando pare il Boc- 
caccio aresse arato nell'astrologia assai più fede cbe vera- 
mente non ebbe, non sarebbe qaesto na baea argomento 
per aggravargli addosso l'accusa d'essere troppo impigliato 
nella superstizione del medio era , giacché l'astrologia 
fiorì assai più dopo il Binascimento che non prima, ed 
è superstizione intimamente legata con l'umanesimo, come 
non poche altre rinovellate allora dall'antichità - . Gotto, 
nessuno Tona accusare dì tendenze e d'idee medievali 
uomini come il Pontano e il Campanella, e pure il Pos- 
tano e il Campanella furono partigiani convinti dell'a- 
strologia. 11 primo che l'abbia combattuta con altri argo- 
menti che non sieno ì religiosi e ì morali, fu Pico del! 
Mirandola. 

DÌ alcune altre credenze superstiziose il Boccaccio 
dev'essere troppo severamente ripreso, perchè assai diffi- 
cilmente si sarebbero potnte allora, e assai difficilmente 
si potrebbero anche oggidì , staccare in tutto dalla cre- 
denza religiosa: così di quella che concerne le apparizioni 
degli spiriti maligni. Veggasi , in fatto dì apparizioni, 
quali fanfaluche potesse spacciare in pieno Rinascimento 
un umanista come Alessandro Alessandri, in quella imi- 
tazione delle Nofii attiche di Aulo Gelilo da lui intil 
lata Dies geniales. 

Ma c'è ben altro da dire. 

Da che libri deriva il K8rting le prove della cred 
lità e della superstizione del Boccaccio? L'abbiam vedut 



rov- 
ella 

non 



FU S0PERST1ZIOSO IL BOCCACCIO? 17Ì1 

dalla Genealogia degli Dei, dai Casi degli uomini illustri, 
dal Contento a Dante. Or che libri son questi? Son libri di 
conto per molti rispetti, libri su cui riposa in gran parte 
la riputazione del Boccaccio come umanista e come eru- 
dito, ma libri che hanno, quanto all'argomento di cui si 
discorre, sia lecito dirlo, uq vizio comune e non pìccolo, 
quello cioè di essere, in tutto o in parte, frutti piuttosto 
tardi dell'ingegno dello scrittore, di appartenere più o meno 
all'età decadente di lui. La Genealogia degli Dei, sebbene 
cominciata negli anni giovanili, non uscì dalle mani del 
suo autore prima del 1373, due soli anni innanzi alla 
morte. La interpretazione naturale che in questo suo trat- 
tato il Boccaccio dà di molti miti dell'antichità classica 
fa testimonio di una mente tutt'altro che inviluppata negli 
abiti intellettuali del medio evo, e può ancora porgere 
occasione di meraviglia a noi, tanto più addentro di lui 
nei misteri della mitologia; ma nessuno è in grado di 
dire che cosa, nel corso del lungo lavoro, egli abbia ag- 
giunto o tolto all'opera sua. Così ancora non prima di 
quello stesso anco 1378 usci in pubblico il libro dei Casi 
degli uomini illustri. Quanto al Contento, esso fu in quel- 
l'anno medesimo cominciato, e il Boccaccio, soprappreso 
da gravissima infermità, e poi dalla morte, non potè con- 
durlo a termine. Il libro dei Casi dunque, il Contento, 
e. in parte almeno, anche la Genealogia, sono opere senili 
del Boccaccio, e questa loro qualità dà più che sufficiente 
ragione di certi caratteri e di certe tendenze che si notano 



La vecchiezza, tutti lo sanno, è assai più inclinata alla 
superstizione che non la gioventù. Il sentimento della 
decadenza crescente, la preoccupazione angustiosa di una 
prossima fine, il sospetto d'insidie celate e di subiti danni, 
a cui non può fare più schermo l'affievolita natura, lo 
sfiacchimento della mente, che di signora ridiventa serva, 






176 FC SOPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 

lo stesso arcano della morte che come più incombe più 
riempie l'animo di meraviglia paurosa, dispongono e quasi 
forzano a una inclinazione così fatta. Nel detto: aniles 
fahulae, non è senza grande ragion quell'epiteto. Ed è 
noto ancora come risorgano irresistìbili nel vecchio i sogni 
e le ubbie onde fu malamente nutrita la mente del fan- 
ciullo. 

11 Boccaccio ebbe anticipata vecchiezza. I primi segni 
di scadimento fisico erano già apparsi, quando, a provo- 
care ne' pensieri e nella vita di lui un totale rivolgimento, 
ecco capitargli addosso il certosino Gioachino Ciani con 
quella diavoleria delle visioni e delle minacce del santo 
frate Pietro de' Petroni. lo non ho bisogno di ripetere 
questa storia notissima, alla quale, non so perchè, si vuole 
da taluno scemare importanza. Quanto il Boccaccio ne 
rimanesse sbigottito, e come, ravveduto, si proponesse di 
fare ammenda de" suoi trascorsi, è noto del pari. Egli rin- 
negò i frutti migliori del suo ingegno; egli detestò l'opera 
maggiore, per cui il nome suo vive e vivrà perpetuo nella 
memoria degli uomini; e ci volle tutta l'autorità del Pe- 
trarca per impedirgli di vendere i libri con tanto amore 
e con tante fatiche raccolti , rinunziare a ogni studio, 
darsi all'anima interamente. L'infelice avvenimento non 
ringiovanì certo il Boccaccio, anzi confermò in lui la già 
sopravvenuta vecchiezza. E che questa vecchiezza non 
fosse nemmeu prima solamente fisica, ma dovesse, in parte, 
essere anche morale, lo prova il fatto stesso; giacché il 
Boccaccio, grandissimo beffatore dì frati, e canzonatore di 
loro miracoli, si sarebbe dato assai poco pensiero dei sogni 
di fra Pietro e delle prediche di fra Gioachino, se fosse 
durata in luì la giovanile baldanza e vivezza del pensiero, 
l'antico vigore della ragione, e la secura indipendenza del 
giudizio. Dicono che irreligioso e miscredente il Boccaccio 
non sia mai stato, e ne recano le prove. Io non lo nego; 



FU SOPERSTlZinsO IL BOCCACCIO? 



177 



vorrebbe vedere quanto le prove valgano, e 
quanto addentro ci mettano nella coscienza del nostro 
autore: ad ogni modo gli è certo che la fede non gli diede 
mai briga soverchia negli anni della gioventù e della viri- 
lità, più rigogliosa. 

La visita di fra Gioachino dovette produrre un doppio 
effetto nell'animo del Boccaccio; rinfocolarvi la fede non 
ben calda, ed eccitarvi il senso del meraviglioso rimasto 
insino allora sopito. Dando fede al racconto mirabile del 
frate, il Boccaccio veniva a mettere il piede sopra la via 
maestra della superstizione e della credulità, via sulla 
quale un passo tira l'altro, e ad ogni passo si perde un 
tanto di spirito critico e di libertà di giudizio. Se, per 
esempio, egli credeva alla veracità dei sogni, questa sua 
credenza doveva farsi più certa che mai. Se aveva opinione 
che i moribondi vedessero le cose avvenire, questa opi- 
nione doveva levarsi in lui al disopra di ogni dubbio. 
Pentito d'avere speso le forze dell'ingegno in opere che 
ora gli pajono riprovevoli, il Boccaccio rifugge dal libero 
esercizio del suo pensiero, e si dà a lavori dì compila- 
zione e di erudizione, nei quali la sua mente è come 
infrenata dal soggetto, si fa recettiva delle opinioni altrui, 
e perde a poco a poco l'abito e il gusto della critica. La 
condizione di spìrito, in cui egli per tal modo si ridusse, 
ebbe necessariamente ad aggravarsi quando l'infermità 
prese a travagliare l'organismo già affaticato. Nella state 
del 1372, o in quel torno, il Boccaccio potè credersi in 
fin di vita. Nella lettera che scrisse allora all'amicissimo 
suo Maghinardo de' Cavalcanti, ietterà tutta inspirata a 
sensi di profondo sconforto, egli, detto de' mali fisici che 
lo affliggevano, non tace i morali: avversione per lo studio, 
odio pei libri, indebolimento delle facoltà mentali, per- 
dita della memoria. 11 pensare gli si era fatto difficile, 
e tutti i suoi pensieri erano rivolti alla morte e al se- 



178 FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 

polcro 20 . In quel tempo appunto egli adoperava lo stremo 
delle sue forze intorno al laborioso Contento : non doveva 
lo studio del poema sacro, la cui azione si svolge tutta nei 
regni del soprannaturale, inclinar più sempre l'animo 
angosciato del comentatore verso il meraviglioso, ottun- 
dere in esso il senso del reale, farlo vago di quanto tra- 
scende l'esperienza, o vince la ragione? Nel Contento, più 
che in altra scrittura del Boccaccio, occorrono frequenti 
segni di credenza superstiziosa ; ma e' non poteva essere 
diversamente. Noi non dobbiamo già meravigliarci e scan- 
dalizzarci di alcune non gravi superstizioni penetrate negli 
scritti senili del novellatore pentito e turbato; bensì dob- 
biamo meravigliarci che il numero loro non sia molto 
maggiore, e molto più trista la lor qualità. 

Ma perchè giudicare superstizioso il Boccaccio sulla 
testimonianza de' suoi scritti senili? Perchè, ravvisato, o 
creduto ravvisare certo aspetto del vecchio, dire : tale fu 
l'uomo? Perchè non cercare piuttosto i documenti del 
suo pensiero e della sua credenza nelle opere da lui com- 
poste nel tempo migliore ? Perchè non rintracciarle, sopra 
tutto , in queir immortale Decamerone , in cui il poeta 
mise la miglior parte di sé, e che in ogni sua pagina 
attesta il vigore degli anni e dell'intelletto? Ponetevi a 
questo studio, e vedete come si giunga a tutt' altra con- 
clusione e a tutt'altro giudizio. 

IL 

Io non dirò col De Sanctis che il Decamerone sia una 
catastrofe, o una rivoluzione, che da un dì alV altro ti 
presenta il mondo mutato 21 . Non lo dirò , perchè non 
credo a queste catastrofi letterarie più che dagli scien- 
ziati non si creda alle catastrofi geologiche ; perchè ho 
ferma fede che la legge di evoluzione, la quale governa 



FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 179 

le cose tutte che vivono, e quelle ancora cbe non vivono, 
non patisce eccezione; perchè ho per sicuro che se un 
libro può inolto nel rifare uomini e cose, il mondo è già 
profondamente mutato quando appare il libro che porge, 
come dipinta in un quadro, la mutazione. Quando si dice 
fonti del Decamerone, s'intende parlare dei luoghi d'onde 
provengono, per via più o meno lunga, i temi delle novelle 
raccontate nel libro; ma nel libro non ci sono le novelle 
soltanto; ci è anche un complesso d'idee, di sentimenti 
e di giudizii, un modo di considerar la vita, un indirizzo 
generale di mente, che pajono essere in tutto il fatto del- 
l'autore, e die fatto suo non sono se non in parte. Anche 
di queste cose ci sono le fonti; ma non è così agevole 
dire quali e dove sieno, come non è agevole indicare la 
fonte di un fiume che nasca d'infiniti rivoli, di scaturi- 
gini sparse e recondite. Le fonti sono nel pensiero, ancora 
malamente determinato, di una età tutta intera ; il che 
è tanto vero, che quando poi il libro è nato, nel quale 
nn nuovo pensiero si affaccia in forme vigorose e scolpite, 
gli uomini di quella età lo riconoscono per cosa loro e 
si compiacciono in esso. Dico ciò perchè non voglio pre- 
sentare il Boccaccio come un eroe del libero e spregiu- 
dicato pensare, nato di sovrumani connubii, e perchè, con 
affermare che il suo modo di sentire e di giudicare ha 
pur le sue ragioni nel pensiero de' tempi , non credo di 
fargli maggior torto di quello sì faccia a un bell'albero 
rigoglioso con dire che esso si nutre degli elementi della 
terra in cui figge le radici, e degli elementi dell'aria in 
cui distende i rami e le foglie. Del resto, io non ho qui 
a parlare del Decamerone in quanto ha significazione 
storica generale, ma ho da parlarne solo in quanto porge 
documento dell'animo del suo autore rispetto alla credenza 
superstiziosa. E il documento, a mio credere, non potrebbe 
essere né piii esplicito, ne più favorevole. 




180 FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 

Incominciamo dalla Introduzione. 

Nella Introduzione, com'è noto, il Boccaccio descrive 
la spaventosa peste del 1348, uno dei piti tremendi fla- 
gelli clie la storia umana ricordi, perchè si calcola che 
nel giro che fece per l'Europa uccidesse non meno di 
25,000,000 di persone. Quale occasione migliore di questa 
per lasciarsi trascinare dalla fantasia e dare un tonfo nel 
meraviglioso e nel soprannaturale più sformato? Ma mentre 
qua e là per l'Europa le menti eccitate dalla paura si 
smarrivano in mille strane immaginazioni M , sino a cre- 
dere la moria opera dei demonii, il Boccaccio, serbando 
la serenità del giudizio, non dice altro, se non che essa 
sopravvenne per operasion de' corpi superiori, o per l'ira 
di Dio, a correzione della iniquità umana. Qui, senza 
dubbio, la superstizione fa capolino; ma il poco che se ne 
mostra è proprio un nulla in confronto di ciò che hassi 
altrove; e toccato appena delle cause, il Boccaccio passa 
a fare quella magiatral descrizione degli effetti fisici e 
morali del morbo, la quale tutti conoscono, e che rivela 
qualità di osservatore eminenti. In certo luogo accenna a 
diverse paure ed immaginazioni che nascevano negli animi 
conturbati, ma non dice quali fossero. Nel Contento invece 
ne ricorda una con le seguenti parole M : * E se io ho il 
vero inteso, perciocché in quei tempi io non ci era, io 
odo, che in questa città (Firenze) avvenne a molti nel- 
l'anno pestifero del MC0CXLVI1I , che essendo soprap- 
presi gli uomini dalla peste, e vicini alla morte, ne furon 
più e più, li quali de' loro amici, chi uno e chi due, e 
chi più ne chiamò, dicendo: vienile talee tale; de' quali 
chiamati e nominati , assai , secondo l'ordine tenuto dal 
chiamatore, s'eran morti, e andatine appresso al chiama- 
tore ». 11 Contento fu scritto vent'anni dopo l'Introdu- 
zione e il Boccaccio, pur lasciandosi andare a raccontare 
il miracolo , non nasconde un certo dubbio che gli si 



FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 181 

leva nell'animi). Yent'anni innanzi egli non lo aveva cre- 
duto meritevole di ricordo; e in fatto, come avrebbe 
potuto pensare altrimente chi , accingendosi a narrare 
casa, tutt' altro che soprannaturale ed incredibile, qual è 
quella dell'appiccarsi del contagio agli animali, non pare 
che sappia scusarsi abbastanza, ed esce in queste precise 
parole che si leggono nella Introduzione: « Maravigliosa 
cosa è ad udire quello che io debbo dire: il che, se dagli 
occhi di molti e da' miei non fosse stato veduto, appena 
che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque 
da fededegno udito l'avessi »? Certo, chi andava così pe- 
ritoso in riferir cosa, insolita, se vuoisi, ma al tutto natu- 
rale, non doveva essere troppo disposto a raccoglier leg- 
gende e a dar loro lo spaccio. 

La novella 1" della I giornata ha per noi molta impor- 
tanza. In essa il Boccaccio racconta assai piacevolmente 
la storia di quel Sei* Ciappelletto, che avendone fatte 
d'ogni risma in vita, muore, in virtù di una falsa con- 
fessione, in concetto di santità, e, dopo morto, fa miracoli 
e dispensa grazie ai suoi molti e creduli devoti. In più 
altre novelle il Boccaccio si fa beffe della santità bugiarda; 
ma in questa egli va più oltre, e se non deride a dirit- 
tura, mette in mala vista, senza voler parere, e con l'usato 
suo accorgimento, il culto smodato dei santi, e le pratiche 
ond'esso è occasione al volgo, pratiche in cui poco o nulla 
è che s'innalzi sopra la superstizione più grossolana , e 
biasimate assai volte dagli uomini dì fede più illuminata. 
Nelle letterature del medio evo non mancano altri esempi! 
e documenti di satira contro sì fatto culto. La storia di 
San Nessuno, contemporaneo di Dìo padre, e iti essenza 
consimile al fìylio, è un'ardita e abbastanza gustosa pa- 
rodia di quelle prediche fratesche, in cui si celebravano 
le virtù e i miracoli dei santi patroni u . Nella letteratura 
francese abbiamo Saint Tortu e Saint Harenc, e nell'ila- 




la il Caro, e 
in ni ra/iìtm/i- 



182 PO SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 

liana San Buono. Santa Xafissa, di cui parla 
narra l'opere benedette l'Aretino in uno de' suoi ragiona 
menti, appartiene al Rinascimento. Ma )a novella del 
Boccaccio tende a scalzare le basi stesse del eulto dei 
santi. Se un solenne gaglioffo pud, con una semplicissima 
gherminella, farsi credere santo, chi ci assicura che molti 
santi del calendario, onorati in sugli altari, non sieno 
stati gaglioffi? L'ultima, più solenne e piil irrecusabile 
prova della santità, il miracolo, diventa ingannevole an- 
ch'essa, se sul sepolcro d'uno scelerato possono avvenire 
quegli stessi prodigi che sui sepolcri dei santi uomini. 
« E se così è, » nota il Boccaccio con (ine ironia, « gran- 
dissima si può la benignità di Dio cognoscere verso noi, 
la quale, non al nostro errore, ma alla purità della fede 
riguardando, così facendo noi nostro mezzano un suo ne- 
mico , amico credendolo , ci esaudisce , come se ad uno 
veramente santo, per mezzano della sua grazia, ricorres- 
simo ». Dunque indifferente la qualità del mezzano; dunque 
inutile il mezzano stesso, se a muovere la grazia di Dio 
il buon animo basta, in qualunque modo esso si dia a 
conoscere; dunque biasimevole questo ricorrere sempre a 
mezzani di dubbia fede e di credito incerto, quando la 
misericordia di Dio ha si gran braccia che, senza bisogno 
di sollecitazione o di aiuto, 



Accoglie ciò che si rivolve a lei ; 






dunque assurda, antireligiosa, ridicola quella distril 
eione e division di lavoro l'atta tra i santi , con attribuire 
a ciascuno una particolare cognizione degli umani bisogni, 
una giurisdizion propria e una personal competenza in 
fatto di grazie e di miracoli. Le ragioni che, nel medio 
evo, fecero sorgere e dilatare oltre misura il culto dei 
santi, in guisa da torre di grado quasi la intera Trinità, 



gno 
ihu- 






FCf 8TJPBB8TIZIOSO IL BOCCACCIO ? 



183 



con alterazione profonda della idea cristiana , son note 
anche troppo. Si badi che io intendo parlare più parti- 
colarmente della forma che quel culto assunse tra le plebi 
mezzo barbare. La principale e la piii increscevole la 
porsi' il desiderio, naturale del resto in animi grossolani, 
di conseguire con l'ajuto di patroni potenti, senza merito 
proprio, senza interna dignirìcazioiie, senza operosa volontà 
del bene, benefizi! che invano si sarebbero chiesti alla 
severa ed incorruttibile giustizia di Dio. 11 culto dei santi 
si risolve in una vera e propria clientela, nella quale il 
devoto e tenuto a prestare certe servitù, e il santo accorda 
in ricambio protezione ed ajato. Ognuno può eleggersi il 
suo particolare patrono, e non v'è così grande scelerato 
che non possa sperare mercè sua di salvarsi. Per tal modo 
l'opera del patrono potrà spesso esercitarsi, non solo in- 
tempestivamente, ma ancora in aperta contraddizione con 
la giustizia, colmando di favori chi manco n'è degno. In 
più di una leggenda si vede la Vergine riscattare dalla 
morte o dall'Inferno chi, dimentico di ogni legge divina 
ed umana, non serbò in fondo all'animo efferato altro sen- 
timento irriprovevole che una sterile devozione al nome 
di lei. In altre si vedono i santi strappare a viva forza 
dagli artigli dei diavoli le anime dei loro devoti, le quali, 
non senza giusto decreto dei supremo giudice, erano dan- 
nate agli eterni castighi. Il culto dei santi, inteso a quel 
modo, è una grande superstizione cresciuta dentro e aopra 
al cristianesimo, e noi abbiamo buon argomento per dire 
che a questa superstizione non partecipò il Boccaccio 25 . 
A questo medesimo argomento appartiene il culto delle 
reliquie, e che cosa pensasse di questo culto il Boccaccio 
si rileva dalla novella IO della giornata VI, dove, con 
vena comica impareggiabile, è narrata la storia di frate 
Cipolla. A quale e quanta superstizione dì credenze e di 
pratiche, a quale esercizio d'impostura desse occasione 




FU SUPERSTIZIOSO II, BOCCACCIO? 



abbastanza, 
ie di chiese 




nel medio evo.il culto delle reliquie, e noto 

I leggendari!, le cronache claustrali, le memorie di chiese 
infinite, son piene dei documenti di questa triste istoria. 

II sentimento che si ritrova in fondo a un culto si fatto 
contraddice nel modo più risoluto ai principi] essenziali 
di quella religione dello spirito che e, o avrebbe dovuti) 
essere il cristianesimo. Riappare in esso, mal dissimulato, 
un feticismo stolto, antica e grossa religione degli uomini, 

la credenza nella magia. La reliquia è un amu- 
leto o un talismano, il quale, secondo la varietà dei casi, 
preserva dai morbi , guarda dalla folgore , difende dai 

partecipa alle armi vittoriosa efficacia, lega i df 
monii, assecura contro i perigli del mare, e in mille e 
mille altri modi protegge, aiuta, salva chi ne è in 
sesso, e ciò per una sua propria connaturata virtù, la 
quale può esercitarsi anche se il possessore sia in tutto 
fuori della grazia di Dio. Così ne' vecchi poemi epici fran- 
cesi si veggono i maledetti Saracini porro ogni opera a 
procacciarsi le reliquie tenute più cave dai cristiani, e, 
avutele , giovarsene contro di questi , in onta a Cristo. 
Informe e sconcia superstizione, a più potere favorita e 
rinforzata dai frati, che si fecero mercanti di vere o false 
reliquie, moltiplicarono le più celebrate, le più stravaganti 
inventarono, e spesso con l'ajuto loro prcicacciarono ai 
proprii conventi assai più riputazione di quello avrebbero 
potuto fare dando esempio altrui di vita santa e vera- 
mente cristiana 28 . Invecchiato, il Boccaccio cedette ancor 
egli alla universa! frenesia, e si diede a raccoglier re- 
liquie: da giovane egli certamente derisela superstiziosa 
credenza, e la sua novella Io prova. 

Frate Cipolla, ig fi oranti ssi mo , ma facile parlatore 
piacevol compare, andava ogni anno in Valdelsa, come 
usano questi frati, a ricogliere le limosine fatte loro 
dagli sciocchi A promuovere la carità, un po' infingarda, 






Kit superstizioso ìt, BOCCACCIO! 185 

i que' buoni terrazzani, egli, una volta, promette ili far 
ìder loro una stupenda reliquia, da lui riportata d'O- 
riente, una penna dell'angelo Gabriele, rimasta nella ca- 
mera di Maria, quando l'angelo venne a farle l'annuncio 
divino. Questa è satira mordace, che va più direttamente 
a colpire certe reliquie non meno solenni che strane, le 
quali si veneravano qua e là nello maggiori chiese di 
Europa, come il latte della Vergine, o la lacrima versata 
da Gesti sopra il corpo di San Lazzaro, o un pezzo della 
carne arrostita di San Lorenzo, o proprio penne dell'ar- 
cangelo Gabriele e dell'arcangelo Michele. E non è se non 
il principio; perchè, trovati, per la beffa ordinata da due 
giovani sollazzevoli, carboni spenti nella eassetta ove aveva 
riposta la panna dell'angelo, la quale non era se non una 
penna di pappagallo, il frate, senza smarrirsi, entra in 
uno sproposi tati ss imo racconto dei viaggi da lui fatti per 
mezzo mondo, e ricorda le reliquie da lui vedute in Ge- 
rusalemme, le quali erano: il dito dello Spirito Santo, 
cosi infero e saldo conte fu inai; et il ciuffetto del Se- 
rafino che apparve a San Francesco; et una dell'unghie 
de 1 Cherubini; e de 1 vestimenti della Santa Fé cattolica; 
et alquanti de' raggi della stella che apparve a' tre Magi 
: Oriente; et una ampolla del sudore di San Michele, 
quando combattè col diavolo; e la mascella ittita mori'; 
di San Lazzaro et altre. Poi ricorda come nella stessa 
città di Gerusalemme avesse in dono da quel santo pa- 
triarca uno de' denti delta Santa Croce, et in una am- 
polletta alquanto del suono delle campane ilei tempio dì 
Sdiamone , e la penna dello Agnolo Gabriello, e altro 
ancora. In Firenze ebbe poi di quei carboni onde fu arro- 
stito San Lorenzo, e son quegli appunto ch'egli ha nella 



Che in parecchie novelle del Deeamerone, come nella 2» 
Iella giornata II, nella 1* della giornata VII, si parla 



186 



FD SUPERSTIZIOSO iL BOCCACCIO! 



I 



con molta irriverenza di eerte orazioni e della loro effi- 
cacia, bai-ta qui ricordar di passaggio; e tale irriverenza 
è, non già in ciò che di essa dicono i personaggi intro- 
dotti nella novella; ma nella intenzione che l'autor lascia 
scorgere, nel riso con cui egli manifestamente accompagna, 
e vuole sieno accolte dai lettori, le parole dei supersti- 
ziosi e dei creduli. Togliere argomento di riso e di beffa 
dalle sciocche credenze del volgo è solo proprio di chi 
non partecipa a quelle credenze. Parlando di frate Puccio 
nella novella 4* della giornata III , il Boccaccio dice : 
« E per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva 
suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe, 
ne mai falliva che alle laude che cantavano i secolari esso 
non fosse, e digiunava e disciplinavasi, e bucinavaai che 
egli era degli scopatori ». Qui non le orazioni soltanto, 
ma tutte quasi le pratiche di devozione son giudicate cose 
da uomini idioti e dì grossa pasta , non altrimenti da 
quanto fecero poi più tardi, nel Cinquecento, molti uma- 
nisti. Una stolta penitenza, ma non più stolta di molte 
inventate dal superstizioso ascetismo, dà occasione a quanto 
poi nella novella si viene narrando, e s'intreccia nel modo 
più comico, ma più profano ancora, coi fatti tutt' altro 
che ascetici ond'essa è pel rimanente intessuta. 

Che una mente, quale si è quella che il Boccaccio addi- 
mostra in queste novelle non dovesse essere troppo inclina 
a credere ai miracoli s'intende facilmente; e sta il fatto 
che in tutto il libro non se ne trova uno solo ehe sia 
narrato da senno, ma sempre sono burle e ciurmerle, e 
non se ne cava se non argomento di viso. Nella novella l l 
della giornata II abbiamo un facchino tedesco, alla cui 
morte in Treviso, sonarono, secondo che ì Trivigiani affer- 
mano, tutte le campane della chiesa maggiore, senza che 
nessun le toccasse. « Il che in luogo di miracolo avendo, 
questo Arrigo esser santo dicevano tutti; e concorso tutto 



... 

già 



FTI SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 



popolo della città alla casa nella quale il suo corpo 
giaceva, quello a guisa d'un corpo santo, nella chiesa 
maggiore ne portarono, menando quivi zoppi, et attratti, 
e ciechi, et altri di qualunque infermità o difetto impe- 
diti, quasi tutti dovessero dal toccamento di questo corpo 
divenir sani. » Un Martellino, buffone, si finge attratto 
e mostra di guarire sul corpo del santo. Scoperto l'inganno, 
il popolo fanatico gli è addosso, e lo concia pel dì delie- 
feste. Dato in mano al giudice, il malcapitato corre peri- 
colo della forca, finché il signore della città, udita la 
cosa, e fattene grandissime risa, ne io manda sano e salvo, 
col dono di una roba per giunta. E il buon sant'Arrigo 
si riman con le bette. Un altro bel miracolo si ha nella 
novella 2* della giornata TV, dove frate Alberto si tras- 
forma nell'angelo Gabriele, con quel che segue. Come 
lo sciocco Ferendo si muoja, vada in purgatorio, e risu- 
sciti per le preghiere del santo abate, si può vedere nella 
novella 8" della giornata IV, dove non solamente, a parer 
mio, si deridono le risurrezioni, ma ancora quei fantastici 
viaggi nel mondo di là, che con tanta frequenza occorrono 
nella letteratura leggendaria del medio evo. Ferondo, do- 
mandato di molte cose, * a tutti rispondeva e diceva loro 
novelle dell'anime de' parenti loro, e faceva da sé mede- 
simo le più belle favole del mondo de' fatti del purga- 
toro, et in pien popolo raccontò la revelazione statagli 
fatta per la bocca del Kagnolo Braghiello » 21 . 

Dalla considerazione delle cose che precedono mi' pare 
si possa ricavare il seguente giudizio. 11 Boccaccio, quando 
componeva il Deeamerone, non sarà stato un miscredente, 
ma certo non era un credenzone. Nulla prova che egli 
negasse i dogmi fondamentali della fede cristiana : ma 
tutto mostra che, di fronte a certe pratiche religiose, dì 
fronte al miracolo e alle credenze volgari, egli assumeva 
un contegno risolutamente scettico e beffardo. Il Boccaccio 




188 FU SUPERSTIZIOSO IL HOGCACCIOK 

non era accessibile allora a nessuna forma di supt 
zìone religiosa, e sotto questo aspetto, sarebbe gr 
ingiustizia, non solo il dire che egli si manteneva tuttavia, 
come il Kiirting dice, al basso livello del medio evo, ma 
il non riconoscere che sopra quel livello si levava di molto. 



ucciso pn 
senza req 



111. 

Oltre le superstizioni di carattere più particolarmente 
religioso, molte ve ne sono, le quali con la credenza reli- 
giosa o non han che vedere, oppure hanno solamente una 
qualche attinenza lontana. E anche per queste si possono 
trovare nel Decamerone i documenti del pensiero del 
Boccaccio. 

Anzi tutto si vuole avvertire novainente che certe opi- 
nioni, sebbene contrarie a verità non vogliono reputarsi 
superstiziose, fondandosi esse sopra semplici errori di fatto. 
Nella novella 7 1 della giornata IV si narra come Pasquino 
e la Simona morissero dopo essersi fregata ai denti una 
foglia di salvia, e come dell'esser divenuta velenosa la 
salvia fosse cagione una botta, o specie di rospo, che tro- 
vandosi nel cesto della pianta l'aveva col fiato attossicata. 
Che il rospo fosse velenoso fu credenza comune nel medio 
evo, derivata da;'li antichi. Alessandro Neekam, nel suo 
libro De naturis rerum, Corrado di Megenberg, nel suo 
Buch dcr Natur, ed altri, dicono che il rospo mangia 
volentieri !a salvia, e comunica spesso il suo veleno alle 
radici di essa. Checchessia di ciò, al rospo, oltre a parec- 
chie qualità naturali abbastanza strane, non poche se ne 
attribuivano soprannaturali e diaboliche. Cesario di Heis- 
terbach racconta la meravigliosa storia di un rospo, che 
ucciso più volte, bruciato e ridotto iti cenere, perseguitò 
senza requie il suo uccisore, finché potè morderlo e ven- 






FU SUPERSTIZIOSO li, BOCCACCIO) 189 

dicarsi as . Nelle pratiche di magia il rospo figura conti- 
nuamente. Il Boccaccio nella sua novella non accenna se 
non ad una proprietà naturale. 

Ohe il Boccaccio credesse nei sogni fu già avvertito di 
sopra, ed è provato ancora dalle novelle 5* e 0* della 
giornata IV, e 7* della giornata IX. Di questa credenza, 
la quale non appartiene ad ogni modo alla superstizione 
pift grossolana, non voglio scusarlo; ma è da notare per 
altro che egli non la seguita senza recarvi qualche restri- 
zione. Cominciando a narrare la novella dell' Andreuola e 
di Gabriotto, Pamtìlo, che esprìme qui evidentemente la 

opinione dell'autore, dice: « molti a ciascun sogno 

tanta fede prestano, quanta presterieno a quelle cose che 
vegghiando vedessero; e per li lor sogni stessi s'attristano 
e s'allegrano, secondo che per quegli o temono o sperano. 
Et in contrario son di quelli che ninno ne credono, se 
non poi che noi premostrato pericolo caduti si veggono. 
Do' quali né l'uno né l'altro commendo, per ciò che né 
sempre son veri, ne ogni volta falsi ». 

Tra le molte credenze superstiziose del medio evo una 
delle piii diffuse e delle più irrazionali fu quella che 
attribuiva alle pietre preziose svariate virtù soprannatu- 
rali. Basta leggere il Liber lapidum che va sotto il nome 
di Marbodo, vescovo di Rennes (morto nel 1123) e gl'in- 
numerevoli Lapidarli eh(s ne derivano, per vedere a quali 
stranezze quella credenza, ereditata del resto in massima 
parte dagli antichi, potesse giungere. C'erano pietre che 
rendevano invulnerabili , pietre che assicuravano !a vit- 
toria , pietre che componevano le discordie , pietre che 
davano la sanità, pietre che fugavano i diavoli, pietre che 
mettevano in grazia di Dio. 

Gii è certo cosa strana, e tale da poter offrire argomento 
a più di una considerazione, il vedere come nella opinione 
dei superstiziosi le pietre potessero , per virtù propria, 



190 FC SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 

■operare moltissimi di quegli effetti mirabili a cui le reli- 
quie dei santi erano atte solo per una specie di parteci- 
pazione di grazia divina. Che il Boccaccio non prestasse 
fede alcuna a quelle fole, tuttoché confermate dall'autorità 
■di scrittori di molta riputazione, come Isodoro di Siviglia, 
Alessandro Neekam , Alberto Magno , Vincenzo Bellova- 
cense, ed altri in gran numero, si può sicuramente argo- 
mentare dalla novella 3* della giornata 111. Notisi che 
quelle fole sono riportate per intiero nel Poema dell'In- 
telligenza, e dal Sacchetti in un suo trattateli» Delle 
proprietà e virtù delle pietre preziose; e nel Novellino 
si racconta molto seriamente come il Prete Gianni man- 
dasse a donare all'imperatore Federico II tre preziosissime 



dasse a donare all'imperatore Federico II tre preziosissime 
gemme, delle quali l'una aveva questa viriti, che rendeva 
invisibile chi se la recava in pugno. Alle virtù delle pietre 
Marsilio Ficino credeva ancora, e così pure Giambattista 
Porta e Simone Majolo. Nella novella del Decamerone 
testé citata si tratta appunto di una pietra che ha virtù 
di rendere invisibile, l'elitropia, alla quale Marbodo attri- 
buisce, oltre a questa, parecchie altre qualità mirabili, 
«ome di dare spirito profetico e buona reputazione, assi- 
curare l'incolumità, ecc. L'eroe della novella del Boccaccio 
è quel Calandrino, che anche altrove, nel Decamerone, 
fa cosi bella figura, e il cui nome è passato in proverbio, 
Che certe fanfaluche si mettano appunto in istretta rela- 
zione con la insuperabile sciocchezza di lui, è già buono 
argomento a giudicare del concetto in cui quelle fanfa- 
luche si hanno dall'autore. Udendo l'astuto Maso, che 
vuole burlarsi di lui, parlare delle virtù delle pietre pre- 
ziose, Calandrino domanda ove tali pietre ai trovino, e 
Maso risponde « che le più si trovavano in BerlìnzoDe, 
terra de' Baschi, in una contrada che si chiamava Ben- 
godi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, et 
avevasi un'oca a denajo et un papero giunta, ecc. » Ri- 








FU SUPERSTIZIOSO !1. BOCCACCIO? 191 

ihìesto da Cai and ri no, se di quelle pietre, non sì trovino 
anche là, presso a Firenze, Maso risponde che si; esser- 
cene due di grandissima virtù, i macigni da Settignano 
e da Montisci, di cui si fanno le macine da molino, e 
l'eli tropia, che rende l'uomo invisibile. Vago di trovare 
tal pietra, Calandrino, con gli altri due famosi burloni 
Bruno e Buffalmacco, ne va in cerca nel letto del torrente 
Mugnone, e ci fa quell'acquisto che nella novella si può 
vedere e che qui non accade ripetere. Non poteva il Boc- 
caccio schernire piti saporitamente la sciocca credenza; 
ne si obbietti che nel Filocopo egli parla di certo anello 
dotato di virtù miracolose, perchè ei non ne parla se non 
per maniera di finzione romanzesca, e senza credervi più 
di quello credesse l'Ariosto all'lppogrifo. 

Un' altra superstizione assai diffusa nel medio evo fu 
quella delle malie amorose, e contro questa direi che il 
Boccaccio dovesse avere un'avversione particolare. Il Boc- 
caccio conosce troppo bene il cuore umano, e nella cogni- 
zione di quella che si potrebbe dire storia naturale del- 
l'amore non v'è chi gli vada innanzi. Egli sa come l'affetto 
nasca spontaneo o provocato , come cresca e si nutra , 
ov'abbia le radici, a quali vicende soggiaccia, come venga 
meno e si spenga. Egli ha dell'amore un concetto talmente 
naturalistico che nessuna credenza superstiziosa vi si po- 
trebbe appiccare. Miracoli d'amore egli non conosce se 
non dovuti a gioventù, a bellezza, a gentilezza d'animo, 
ii naturale concupiscenza: son queste le vere malie a cui 
si deve ogni amoroso effetto. A che prò i filtri se la sedu- 
zione può trionfare dì ogni animo più restio? Non v'è 
incantamento che possa aver più forza d'uno sguardo, di 
una paroletta, di un riso. DÌ un' amorosa malia si discorre 
nella novella 5" della giornata IX; se non che, a farci 
intendere sin dalla bella prima quale sia la disposizione 
d'animo dell' autore , ecco anche qui farcisi incontro il 






192 FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 

buon Calandrino, il nuovo uccello, a cui non è fandonia 
che non si possa dare ad intendere. Calandrino , pazza- 
mente invaghito di una femmina di mal affare, ricorre 
per ajuto a Bruno, il qnale fa di carta non nata un certo 
suo breve magico e dà a credere all'innamorato che, tocca 
con esso la donna, questa non potrà fare che non lo segua 
dove più a lui piacerà di condurla. Il povero Calandrino, 
secondo il solito, paga le pene della sua credulità, uscendo 
dall'avventura tutto pesto e graffiato. Altre più gravi e 
complicate malie s'hanno nella novella 7" della gior- 
nata Vili, ma non per altro fine che per servire ad un 
fiero inganno e ad un'atroce vendetta. Cagione del tutto 
anche qui mia sciocca credulità. La Elena è abbandonata 
dall'amante suo, e non può darsene pace ; la fante * non 
trovando modo da levar la sua donna dal dolor preso,... 
entrò in uno sciocco pensiero, e ciò fu che l'amante della 
donna sua ad amarla come far solea si dovesse poter ridu- 
cere per alcuna nigromantica operazione ». 

Che cosa, del resto, il Boccaccio sentisse degl'incanti, 
degli affatturamene , della tregenda e dell' arti magiche 
in genere, si scorge chiaro dalle novelle 3" e 9" della 
giornata VII, fi 1 e 9» della giornata Vili, IO della gior- 
nata IX. In quest'ultima è assai piacevolmente messa in 
canzone la credenza che, per arte magica, gli nomini si 
possano mutare in bruti, e in tutte l'altre i pretesi incan- 
tamenti non servono se non a dar materia di beffa e di 
riso. Nella novella 9* della giornata Vili è nominato il 
famoso negromante Michele Scotto, di cui è memoria in 
tante scritture di quella età - 13 ; ma non per altro e nomi- 
nato che per burlarsi di quel pover uomo di maestro 
Simone. 

Si potrebbe obbiettare che nelle novelle 5" e 9 a della 
giornata X, il Boccaccio racconta di prodigi operati per 
arte magica come dì cose veramente accadute. Nella prima 



FU SUPKRSTIZIOSO II. BOCCACCIO? 



193 



si narra di un fiorente giardino fatto sorgere di pien gen- 
naio da un negromante, storia narrata anche di Alberto 
Magno e di molti altri presunti incantatori ; nella seconda, 
eh' è la notissima storia di messer Torello e del Saladino, 
si racconta del buon cavaliere cristiano, come per arte 
magica, in una notte, fu trasportato sur un letto da Ales- 
sandria d'Egitto a Pavia. Ma queste due novelle , tanto 
provano che il Boccaccio avesse fede nella magia, quanto 
che l'avesse il Goethe può provare il Fausto. Qui ab- 
biamo due temi di racconto assai diffusi nel medio evo e 
che il Boccaccio accoglie nel Becamerone, non perchè li 
creda veri, ma perchè li conosce assai vaghi, e tali da 
poterne con l'arte sua far ottimo uso. Accoltili , s'egli 
vuole che ne segua l'effetto, bisogna non tocchi alla loro 
menzogna; e in fatto egli si guarda, contro l'usanza sua 
che per più esempli abbiam potuto vedere in altre novelle 
qual sia, di dir pure una parola che lo mostri incredulo, 
o volga in beffa la credenza altrui. Cosi facendo egli segue 
un supremo precetto d'arte, non già la sua propria opi- 
nione, la quale è sin troppo chiarita da tutte le altre 
testimonianze che siam venuti notando. 11 parlare seria- 
mente di una cosa non può essere indizio di tede, quando 
c'entrino le ragioni dell'arte e della storia, mentre e prova 
eerta d'incredulità il parlarne con ironia o con riso. 

Questa considerazione vale anche per ciò che mi rimane 
a dire delle apparizioni e dei fantasmi. 

Nella novella 3" della giornata V si narra di quella 
bellissima e formidabile apparizione veduta da un giovine 
di Ravenna nella pineta di Chiassi, quando s'incontrò in 
una donna ignuda che fuggiva, inseguita da due grandi 
mastini e da un cavaliere bruno montato sopra un cavallo 
nero. L'apparizione è qui data per reale, e quella donna 
e quel cavaliere per vere anime dannate in atto di eser- 
citare esse stesse il castigo loro imposto, Il Boccaccio tolse 

ip, Mtli, Iwgmii ecc.. r.H. is 




194 FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 

la storia della apparizione da Elinando, o dal Passavanti, 
ma l'innestò in un racconto tutto naturale ed umano, e, 
per giunta, la fece servire ad un fine cui certo non avevan 
pensato coloro che la narrarono primi. Alle mani del Boc- 
caccio l'apparizione diventa una macchina di racconto 
romanzesco. Nella novella 10» della giornata VII un gio- 
vane popolano, stato gran tempo amante di una sua co- 
mare, muore, e dopo qualche giorno, apparisce, secondo 
certo accordo fatto, ad un suo amico, per dargli nuove 
dell'altro mondo e per dirgli, che cosa ? che di là non si 
tiene conto alcuno dei peccati commessi con le comari, 
e non se ne paga nessuna pena. Parodia bella e buona 
di quelle apparizioni d'anime dannate o purganti onde i 
leggendariì del medio evo son pieni. Che razza di fanta- 
sima poi sia la fantasima scongiurata da Gianni Lotte- 
ringhi e dalla moglie sua nella novella l 1 della gior- 
nata VII, e di cbe maniera sia lo scongiuro, non ho bi- 
sogno di ricordare. Nella già citata novella 3" della gior- 
nata III, raccontando Lauretta come l'abate fosse creduto 
esser l'anima di Ferondo che andasse in giro facendo pe- 
nitenza, dice che ciò porse argomento di molte novelle 
tra la gente grossa delia villa. Il mondo dei fantasmi 
non era un mondo in cui potesse compiacersi una mente 
come quella del Boccaccio , aperta solo ai colori e alle 
forme del mondo reale, una fantasia come la sua, pittrice 
e scultrice della vita. Il temperamento secondava in lui 
la coltura, ed entrambi congiunti non gli permettevano 
di smarrirsi nel regno nebuloso dei sogni. 

Dal sin qui detto panni risulti in modo assai chiaro 
che il Boccaccio , quanto a superstizione , non solo non 
s'allenta dietro al medio evo, ma anzi se ne trae fuori 
tanto quanto e possibile ad uomo di quel tempo. Io non 
voglio negare che anche il Petrarca non abbia in questa 
parte meriti grandissimi , perchè in troppi luoghi delle 



FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 195 

sue opere se ne ha solenne testimonianza; ma non parmi 
ci sia ragione di mettere il Boccaccio tanto al disotto di 
lui, né credo giusto trar l'uno sulle più alte cime del 
sano ed illuminato pensiero per lasciar l'altro giù nella 
valle della superstizione. E il Petrarca e il Boccaccio non 
sono uomini nuovi se non in parte; entrambi sono ancora 
legati al passato; entrambi si rivolgono e tornano ad esso. 
Quale dei due n'uscì maggiormente ? Quale vi retrocesse 
più addentro? Non è cosa agevole dirlo. Il Boccaccio de- 
testò gli studii prima adorati, rinnegò l'opera sua mag- 
giore ; ma di lui, ad ogni modo, noi non abbiam libri da 
mettere a riscontro del Secreto, dei Bimedii dell 1 una e 
dell * altra fortuna, del Trattato della vita solitaria, coi 
quali il Petrarca, non per una od altra opinione partico- 
lare, ma per il sentimento stesso della vita e per gli abiti 
della mente ripiomba nel medio evo a capo fitto. L'asce- 
tismo del Petrarca il Boccaccio non lo conobbe. 



I 

1 



I 

I 

I 

I 
I 

I 



I 

4 



■ 



NOTE 



NOTE 



1 Boccaccio' s Leben und Werke, Lipsia, 1880, p. 371. 

2 Lezioni di letteratura italiana, 9 a ed., 1883, v. I, p. 167. 

3 a Dante chiude un mondo : il Boccaccio ne apre un altro. „ 
Storia della letteratura italiana, 3 a ed., 1879, v. I, p. 302. 

4 Giovanni Boccaccio, sein Leben und seine Werke, Stoccarda, 
1877, p. 303. 

5 Accenni alle scienze naturali nelle opere di Giovanni Boccaccio, 
Trieste, 1877, pp. 60-1; Studi sulle opere latine del Boccaccio, 
Trieste, 1879, p. 254. 

* De genealogia Deorum, 1. I, e. 31; De casibus virorum illu- 
strium, 1. II, e. 7. 

7 Comento sopra la Commedia di Dante, ed. Milanesi, Firenze, 
1863, v. II, p. 19. 

8 De gen., 1. I, e. 10; 1. Ili, e. 22; 1. IX, e. 4; Com. v. I, 
p. 480 sgg. 

9 Com., v. II, p. 56. 

10 Com., v. H, p. 166. 

11 Com., v. I, p. 216, 121. 

12 Com., v. I, p. 278. 

13 De gen., 1. II, e. 52. 

14 Com., v. II, p. 185. 

15 De cas., 1. Vili, e. 19. 

18 V. specialmente Com., v. II, p. 69. 

17 Purgat., e. XVI ; Farad., e. XXII. 

18 C. Geiger, Petrarka, Lipsia, 1874, pp. 87-91; Voiot, Die 
Wiederbelebung des classischen AUerthums, 2 a ed., Berlino, 1880-81, 
v. I, pp. 73-4. 



» 



200 FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? 

" Vedi Bcbcsbabut, Die Ciilhtr der Renaissance in 
3* ed., Lipsia, 1877-78, v. II, p. 279 sgg., e uno scritto di F. Gà- 
botto, L'astroioijia nel Quattrocento, nella. Rivista ili filosofia si 
tifica, anno VITI (1889). 



11 Op. eit., v. J, p. 287. 

" Se ne può vedere un saggio nella Cronica di Matteo Vil- 
lani, 1. I, e. Ili, in fine. In molti luoghi fu data colpa del e 
tagio agli Ebrei, che pagarono a caro prezzo, secondo il solite 
l'ignoranza e il fanatismo dei loro persecutori. Cf. Heckeh, j 
1/ron'gi'n Volksl-raukheiten de* Mitidait.ers, Berlino, 1865, p. 57 q 

M Voi. II, p. 19. 

" Historia Nemiult, mitgelheìlt von W. Wattknbach, Am 
fiir Kunde der deutschen Vorzeit, 1866, col. 381 sgg. 

5C La novelli; 'li Svr Ciappelletto !• storie,! pi'ol.m ljiinn?nt-' 
narra ciofe un fatto realmente avvenuto, o che si credette av- 
venuto. Fonti non se ne conoscono: per qualche riscontro vedi 
Landau, Die Queìlen rìen foeknmeroii, 2* ••Ah... Stoccarda, 1884, 
p. 250. L'esistenza del buon notajo fu provata da Cesare Paoli, 
llocnmenti di Srr Cii.i./qii-l!etlo. in Giornale •■/'■rie; ilella letteratura 

italiana, voi. V (1885), pp. 329 agg. Cf. Manni, Istoria del De- 
cameron?, Firenze, 1742, p. 147. 

** Più di nn santo ebbe a moltiplicarsi, in tutto o in parte, 
per far contenti coloro che pretendevano essere in possesso dei 
preziosi avanzi. San Giorgio e Sun raucnizio ebbero trenta corpi 
ciascuno ; Santa Giuliana giunse ad averne venti, con ventisei 
teste. San Gerolamo ebbe due soli corpi, con quattro teste, ma 
raccolse in compenso sessantatre dita, ecc., ecc., ecc. Un gesuita 
savoiardo, per nome Giovanni Ferrand, in un suo libraccione 
sulle reliquie, spiega la cosa dicendo che Dio pub bene avere 
moltiplicato que' capi e quei corpi a dimostrazione della propria 
potenza e a maggiore edificazion dei credenti. Vedi Lalabns, 
Curumtis des traditions, des nueurs et dee légendes, Parigi, 1847, 
pp. 117 sgg. 

17 Di falsi santi, di falsi miracoli e di false reliquie, parla 
a più riprese Salimbene nella sua, Chronica, Parma, 1857, 



NOTE 20i 

pp. 38-9, 274-6. Egli ricorda, tra l'altro, un Alberto, che ha 
non poca somiglianza con l'Arrigo del Boccaccio. Stefano di 
Borbone parla di un ladro venerato per santo, e di un santo 
il quale fu, in origine, un cane (Anedoctes historiques, légendes 
et apologues tirés du recueil inédit ^Etienne de Bourbon domi- 
nicain du XIII e siede, publiés par A. Lecoy de la Marche, Pa- 
rigi, 1877, pp. 328, 325). Intorno a certe particolarità della 
credenza religiosa e del culto vedi alcune belle considerazioni 
di M. Gtutàu, L'irréligion de l'avenir, Parigi, 1887, pp. 90 sgg. 

28 Dialogus miraculorum, ediz. Strange, 1851, dist. X, e. 67. 

19 Vedi in questo volume lo scritto intitolato La leggenda di 
un filosofo. 



SAN GIULIANO NEL DECAMERONE „ 

E ALTROVE 



SAN GIULIANO NEL ■ DECAMERONE , 
E ALTROVE 



Tutti conoscono la storia poco edificante narrata nella 
novella 2" della seconda giornata del Decameronc: iìi- 
nàldo d'Asti rubato, capita a Castel Guglielmo, et e 
albergato ila una donna vedova, e, de' suoi danni risto- 
rato, sano e salvo si torna a casa sua. Di che maniera 
fosse l'albergare della buona vedova l'argomento non dice, 
ma dice, anzi fa vedere, la novella, dove, per giunta, la 
buona ventura toccata al mercante astigiano è messa in 
istretta relazione col cosi detto Paternostro di San Giu- 
liano l'Ospitaliere, e con la devozione grandissima che si 
ebbe, durante tutto il medio evo, a questo santo famoso. 

Quell'uomo dabbene che fu monsignor Giovanni Bot- 
tari, parlando, in una delle sue Lezioni sopra il Deca- 
merone i , di questa saporita novella, fitto sempre in 
quel suo caritatevole pensiero di voler purgare l'autore 
d'ogni sospetto di miscredenza o d'eresia, dice che in essa, 
il Boccaccio, da buon cattolico, e non altrimenti, volle 
biasimare e deridere una tra le tante pratiche supersti- 
ziose in uso a' suoi tempi, e una di quelle appunto che 
più contrastano col sentimento religioso sincero e legittimo. 
Ora, che il Boccaccio abbia voluto farsi beffe di una 
sciocca superstizione, come di molt'altre superstizioni si 
fa beffe in altre novelle sue, è cosa in tutto fuor d'ogni 
dubbio; ma che egli abbia fatto ciò con gl'intendimenti 



* 



206 SAN GIULIANO NEL s I1ECAMERONE » E ALTROVE 

che monsignor Bottari gli attribuisce, è cosa che non po- 
trebbe provarla nemmanco il Dottor Angelico, se tornasse 
al mondo. 

In fatto, se quelli fossero stati gl'intendimenti suoi, il 
Boccaccio, per dar loro effetto, non aveva a far altro che 
troncar la novella nel punto in cui, spogliato d'ogni suo 
avere dai malandrini, e abbandonato da essi nel fitto della 
notte, in mezzo alla neve, il malcapitato di Rinaldo po- 
teva vedere quanto fosse vana la fede da Sui riposta in 
San Giuliano, e quanto fallace la speranza di compiere, 
mercè sua, felicemente il viaggio e ottener buono albergo. 
Il Boccaccio stesso ci mostra Rinaldo starsene in quel 
brutto frangente tutto tristo e cruccioso, spesse volte do- 
lendosi a San Giuliano, dicendo questo non essere della 
fede che aveva in lui. Ma, soggiunge poi subito, Sa» 
Giuliano avendo a lai riguardo, senza troppo indugio gli 
apparecchiò buon albergo. 

E fu buono albergo davvero, perché Rinaldo vi trovò, 
non solo tavola apparecchiata e letto sprimacciato, ma 
ancora certa donna del marchese Azzo di Ferrara, la quale 
divenne per quella notte la sua, e dalla quale ebbe so- 
prammercato, in partirsi, buona quantità di denari. Ora, 
non erano certamente questi gli argomenti più acconci 
a far persuasi della vanità della superstizione gli uomini 
creduli e grossi, e il Boccaccio stesso pare che ce ne 
voglia avvertire, quando fa che Rinaldo, levatosi la mat- 
tina, l'ingrazii della venturosa nottata Dio e San Giuliano. 

Vorremo noi fare un altro pensiero e credere che messer 
Giovanni abbia, dì suo capo, allargata a quel modo, oltre 
ai termini consueti e men disdicevoli, l'azione benefica 
del santo protettore, tratto a ciò da certo suo spirito di 
empietà, e dal desiderio di farlo conoscere altrui? Certo, 
non mancano nel Decamerone fatti e parole d'onde age- 
volmente si potrebbero trarre argomenti in sostegno di 



SAN GIULIANO NEL « DECAMERONE » E ALTROVE 207 

una tal congettura; ma qui uon si tratta di sapere che 
cosa il Boccaccio avrebbe potuto volere secondando certe 
tendenze del suo spirito; si tratta di sapere che cosa egli 
fece veramente. Facciamo un'altra ipotesi. Se quanto nella 
nostra novella è men conforme a devozione appartenesse 
iusiem col resto, e al par del resto, alla credenza super- 
stiziosa messa in azione e derisa? Se il Boccaccio non 
avesse avuto bisogno d'inventar nulla, né aggiungere nulla; 
9e nulla avesse narrato che una fede guasta e travolta 
non potesse, direi normalmente, ripromettersi dal favore 
di San Giuliano? Se cos'i fosse, la novella, non conte- 
nendo inframmesse di un carattere personale troppo spic- 
cato verrebbe ad avere un valore storico anche maggiore 
e sarebbe tutta satira schietta, senza commistione alcuna 
di parodia. Ora gli è così veramente, e che sia, prova 
già Io stesso Rinaldo, il quale non si stupisce punto di 
quanto da ultimo gì' interviene, uè dà in modo alcuno a 
conoscere che nel beneficio ricevuto gli paja esserci qualche 
eccesso, o sconvenevolezza; ma ogni cosa egualmente rife- 
risce alla grazia del santo, il buon albergo, i denari e 
la donna. Egli nulla riceve che non potesse, in certo qual 
modo, ragionevolmente e legìttimamente aspettarsi. 

Il Galvani, prendendo appunto argomento da questa no- 
vella del Boccaccio, compose, intorno a San Giuliano, 
un'app03Ìta dissertazioncella 2 ; la quale, per altro, non 
tocca menomamente la questione qui messa innanzi, ed 
è ancbe sotto più altri rispetti assai manchevole. Perciò 
spero che la notizia che segue non sia per tornare ne dis- 
cara ne inutile agli studiosi del nostro massimo novellatore. 

Volgiamoci dapprima alla letteratura italiana e vediamo 
se in essa non ci occorra qualche testimonianza e qualche 
prova del fatto che abbiamo congetturato: la protezione 
di San Giuliano essersi estesa anche ai facili amori, alle 
buone venture. Notiamo peraltro, prima di andare innanzi, 






208 MB i.ll LIA SO NEL « DECAMEROSE * E ALTROVE 

che di una estenaion cosi fatta non è punto a meravi- 
gliarsi. Chi ha qualche pratica dell'agiologia popolare del 
medio evo, aa che le plebi cristiane attribuirono spesso 
ai santi qualità ed offici, che con la santità si accordano 
veramente assai poco, e non mancarono di cercar patroni 
persino al vizio e alla colpa. I ladri ebbero a protettori 
San 1 lisina e San Nieola; le donne da partito si racco- 
mandarono a Santa Maddalena, a Sant'Afra, a Santa Bri- 
gida. Se i matti furono protetti da San Maturino, non 
poteva mancare, e non mancò, un protettore agli inna- 
morati, e questo fu San Valentino. Ma essendo quello 
dell'amore un gran regno e con molte faccende, da non 
potervi attendere un solo, ne fu data parti tacciente giu- 
risdizione più o meno onorevole a parecchi santi, e di 
questi San Giuliano fu uno. 

San Giuliano è spesso ricordato in libri nostri di ogni 
tempo s ; ma non tutti quei ricordi fanno per noi. Quelli, 
per esempio, che si hanno nel Pataffio * e in una no- 
vella di Franco Sacchetti 5 , provano che il Paternostro 
di San Giuliano era assai cognito, e da molti, all'occa- 
sione, recitato, ma non provano altro. Non cosi un luogo di 
certa novella del Pecorone*. Quivi si narra di una bellis- 
sima donna, vestita da frate, della quale s'innamora, non 
conoscendola, la figliuola di un oste. Un prete, che viaggia 
con lei, credendola frate davvero, avvedutosi di quell'amore, 
dice alla sua compagna: Per certo voi diceste stamane 
il Pater nostro di San Giuliano, però che noi non po- 
tremmo avere migliore albergo, ne la più bella oste, né 
la pi" cortese. Qui, di sbieco se si vuole, c'è un accenno 
ad altro che ad albergo. Ma testimonianze più sicure e 
più esplìcite non mancano. Di Livia, supposta innamo- 
rata di Parabolano, dice il Rosso, nella Cortegiana del- 
l'* ■*, che ha detto il Pater nostro di San Gtuliano 
li di lui '. Nella stessa commedia, l'Alvigia 







SAN GIULIANO NEL * DECAMERONE » E ALTROVE 209 

mezzana, trovandosi a un brutto sbaraglio, ai raccomanda 
al beato Angelo Raffaello, a San Tobia, e più partico- 
larmente a San Giuliano, dicendo: messer San Giuliano, 
scampa l'avvocata del tuo Pater nostro B . Ora, avvocata 
del Pater nostro di San Giuliano, in questo caso non può 
voler dir altro che mezzana. Si potrebbero moltiplicare 
gli esempii, i quali proverebbero pure che il culto di 
San Giuliano era non meno vivo nel Cinquecento che nel 
Trecento. San Giuliano era uno dei santi più popolari e 
più spesso invocati, e lo prova il Franco quando fa dire 
alla sua loquace lucerna: « Veggo i carrettieri et i fal- 
« conieri diventare in terra da più di San Vito e di San 
■* Giuliano nel paradiso » 9 . 

Se non che, essendo gli esempii recati di sopra poste- 
riori al Boccaccio, m potrebbe dir che non provano, e si 
potrebbe riconoscere in essi, anzi che un riflesso della 
credenza popolare, un semplice riflesso della novella stessa 
del Decamerone, cognita universalmente e passata in certo 
modo in proverbio 1 ". Ma altrettanto non si potrà certo 
dire delle testimonianze che ci offre la letteratura francese. 

Se San Giuliano fu popolare in Italia, in Francia fu 
assai più, e v'ebbe più offici, giacché, non soltanto pro- 
tettor dei viandanti, e procacciatore di buono albergo, ma 
vi fu anche patrono delle corporazioni dei menestrelli e 
dei poveri, e invocato da coloro che languivano in ischia- 
vitù o in prigionia. Vero è che l'officio suo principale 
rimaneva pur sempre quello di provvedere di buono al- 
bergo i suoi devoti. In Parigi c'era una chiesa a lui con- 
sacrata, e un poeta, ricordandola insieme con l'altre molte 
ch'erano nella citta, dice: 

Saint Juliena 

Qui lu.'1'l.ieriri 1 \r~ Ulirestit'ii;- ". 

Ora l'albergare di San Giuliano poteva (non dico che 



210 SAN GIULIANO NHL « OECAMBRONE » K ALTROVE 

dovesse) essere della maniera appunto che si vede nella 
novella del Decamerone; e avoir l'ostel Saint Julien vo- 
leva dire, non solo avere buona stanza, ma spesso anche 
avere la iiuona nottata, come Rinaldo d'Asti. 11 Legrand 
d'Aussy cita da una canzone manoscritta ì s 
con cui un poeta, Giacomo d'Ostun, avendo ] 
notte con la sua dama, celebra la goduta felicità: 

Saint Julien qui puet bien tant. 

Ne fist il nul home mortel 

Si deux, si hon, si nohle uatel ". 

Nel fableau di Boìvin de Prooins, alcuni che si eredoiK 
di accalappiare Boivin, traendolo in casa di una sgual- 
drina, gli dicono: 



Eustachio Deecharnpa intende l'ostel nel senso che l'in- 
tende Giacomo d'Ostun, quando dice: 

On quiert l'osti-] Sili ut Julien", 

e quando, facendo il proprio ritratto, esce in questa con- 
fessione: 

Je ne desìr fors <juo Saint Julien 
Et son noetel. dont Lon filit trouver l'uia; 
De aaint George pas gnmt cotupte ae tien, 
De sa, guerre n'eat mìe grant deduis 16 . 



Questi esempii provano che non fu il Boccaccio ad at 
tribuire a San Giuliano il poco onesto officio: ma come 
mai la devota superstizione fu essa condotta ad affidar- 
glielo? Non è troppo difficile il dirlo, .Si tenga ben pre- 
sente che San Giuliano, il quale per far penitenza della 



SAN GIULIANO NEL « HECAMBRONE » E ALTROVE 211 

involontaria uccisione del padre e della madre, da lui 
commessa, fondò un ospizio, dove per molti anni accolse 
liberalmente i pellegrini, 6 come il santo titolare della 
ospitalità 18 ; si ricordi che la ospitalità nel medio evo fu 
intesa assai piti largamente di quanto a noi possa parere 
dicevole, e che era in certo qual modo obbligo di cortesia, 
nei baronali manieri, offrire all'ospite, oltre alla stanza e 
alla tavola, anche una compagna di letto per la notte 17 , 
e si avrà piena ragione e spiegazione del latto. Un albergo 
non si considerò interamente buono se non c'era, diciam 
così, quel complemento, e San Giuliano che procacciava 
il buono albergo, procacciava il complemento insìem col 
resto. S'intende poi come trovatori, troveri, menestrelli, 
nomini che campavano dell'ospitalità e liberalità altrui, 
si raccomandassero a San Giuliano per tutto quanto era 
stato cosi posto sotto la sua giurisdizione. E certo a tutti 
i favori che il santo poteva largire pensava Pietro Vida] 
quando diceva: 

Domna, ben aie l'alberi' aaint Juliiui, 
quan fui ab voa dina vostre rie ostai ,B , 

e quando il proposito di rimanere in Italia esprimeva in 
quei versi: 

Era ni'allierc deus e sana Julias 
e la doussa terra de Canaves, 
qu'en Proeusa no tornarai eu gea 
pos sai ni'acoilh Lameìras e Milas, 
car s'aver pose cela qu'ai tant enquiza. 



K a tutti quei favori similmente doveva aver la mente il 
Monaco di Montaudon, quando, in una sua canzone 20 , 
introduce lo stesso San Giuliano a lamentarsi dinanzi a 
Ilio che la decadenza dei costumi cavallereschi, e il picciol 



212 SAN GIULIANO NEI. « DECAMERONE > E ALTROVE 

animo dei signori abbiano in tutto screditato il suo nome 
e quasi tolto il suo culto. Considerata ogni cosa, non si 
stenta troppo a capire come Guglielmo IX di Poitiers, i! 
piii scapestrato dei trovatori, potesse render grazie a Dio 
e a San Giuliano della molta perizia ch'egli si vanta di 
avere nel dolce giuoco di amore: 

Dìeufi en laua e sanli Jolin; 
Tant ai apres del juec doussa, 
Que Hobre tota n'ai bona ma ". 

Bel resto San Giuliano non deve troppo dolersi di quel- 
l'officio commessogli certo contro sua voglia, giacché officio 
in tutto simile si trova pure commesso a santi che non 
avevan poi sulla coscienza ciò che egli ci aveva. In un 
vecchio poemetto tedesco, intitolato Die Trcue Magd 2 ' 2 , 
si racconta di uno studente che aveva in uso di recitare 
ogni giorno due preghiere, l'ima iì mattino alla Santis- 
sima Trinità, perchè non lo facesse capitar male, l'altra 
la sera a Santa Gertrude (quale delle parecchie registrate 
nei cataloghi?) per ottenere da lei buono albergo. Si 
mette in viaggio alla volta di Parigi, e giunta la sera 
si raccomanda alla santa. Per non fermarci troppo sui 
particolari, ecco die egli capita in casa di una donna bel- 
lissima, il cui marito è assente, e vi trova quelle stesse 
accoglienze che Rinaldo d'Asti trova in casa dell'amica 
del marchese Azzo. Sopraggìunge in mal punto il marito; 
ma allora Santa Gertrude, più sollecita de' suoi devoti 
che lo stesso San Giuliano non sia, suggerisce (così almeno 
il poeta dice di credere) alla fante-;™ della donna un buon 
provvedimento che salva ogni cosa. Lo scolare riconoscente 
non dimentica di ringraziare la santa, e tutti contenti. 
Notisi che il giovane s'era mosso alla volta di Parigi con 
l'intenzione dì attendere non meno agli amori che agli 
studii. 



SAN GIULIANO NEL « DECAMERON^ » E ALTROVE 213 

j'osì pura non si vede quale ragione potesse indurre il 
volgo credente in Francia a prendersi una confidenza in 
tutto simile con San Martino, se non si ammette che, 
essendo San Martino un santo molto popolare e bonario, 
il popolo potè credersi licenziato a ricorrere al suo patro- 
cinio anclie in casi nei quali l'ajuto dei santi non pare 
troppo a proposito. Fatto sta che ostel asini Martin si- 
gnificò quel medesimo che ostel Saint Julien. II fableatt 
intitolato Le meunìer et les II cters, che corrisponde alla 
novella 13* della Giornata IX del Decamerone, ce ne porge 
una prova. 11 poeta, narrati i casi venturosi ch'ebbero i 
due giovani albergando la notte in casa del mugnajo, dice: 

Il oretit l'ostel saint Martin *\ 

E in un'alba di Guiraut de Borneil non invoca il vigile 
amico la protezione di Dio sopra l'amante troppo felice 
che non cura il sopravvenire del giorno? 

Il Mannì crede che la storia di Rinaldo d'Asti narrata 
dal Boccaccio, non sia cosa inventata, ma vera 24 . Ciò può 
ben essere; ma in tal caso, inclinerei a credere che al 
fatto sostanziale vero il Boccaccio avesse messo egli quel 
contorno di comica superstizione, traendolo, sia da altre 
storie a lui note, sia dalla divulgata credenza. Ad ogni 
modo non intendo che si voglia dire L. Cappelletti, quando 
afferma che le fonti della novella del Boccaccio sono il 
Panciatanira, le gesta Bomanorum, e. XVIII, e la Le- 
genda aurea, hist. XXII 25 . Certo riscontro con una no- 
vella del Pancialantra fu notato, e sta bene; ma nei 
Gesta Romanorum e nella Legenda aurea si narra la 
storia di San Giuliano, e non si trova indizio di quelle 
particolarità del culto a e3so San Giuliano prestato che 
appunto sono di capitale importanza nella novella del Boc- 
caccio; e per sapere che San Giuliano l'Ospitaliere era 



% 



214 SAN GIULIANO NBL « DECAMERONE » E ALTROVE 

protettor dei viandanti, il Boccaccio non aveva bisogno d 
ricorrere a quei racconti, ma bastava che ponesse mente 
al nome di lui, e aprisse le orecchie a' discorsi degli in- 
numerevoli credenti. 

Per carità, un po' più adagio in questa faccenda delle 
fonti. 



NOTE 




1 Firenze, 1818, voi. II, pp. 146 sgg. 

' È la VI delle sue Lezioni aceudemìrhe, Modena, 1839-40, 
voi. II. Agli autori rammentati in proposito dal Galvani, e a 
quelli che registra lo Chevalirh, Répertoire dex t enne » kisto- 
rìquee dti moijen-ùije, noli. 131(5-7, si possono aggiungere i se- 
guenti: Lkcointre-Dlpom'. Mihnoires de la Sociéfé des Antùpiaircs 
de l'Ouest, t. V (1885): Dn Méhil, Histoire de la poesie scandi- 
nave, Parigi, 1839, p. 345, n. 2; Foglietti, San Giuliano l'Ospi- 
tatore, cenni sturici, Fiivuiu', 1879. (Wdì anche il Giornate sto- 
rico della letteratura italiana, voi. VI (1885J, p. 419). Circa la 
persona di San (.tini i ano mossi' ragionevolmente alcuni dulibii 
lo Zaubmni nel Propugnatore, t. V, P. 1», pp. |l69-70. Fra le 
Istorie e Leggende registrali; dallo strs-o Za musisi, Opere vol- 
gari, ecc., 4* ed. con Appendice, Bologna. 1884, eoli. 568, 581, 
761, non trovo un poemetto di Al ottavi: intitolato: La devo- 
tissima e betta istoria ili Sun Giidiai/a dorè .•'in. 'e ade che per in- 
ganno del demonio uà-in- il /mdre e tu madri', Lumi, per Dome- 
nico Cìuffetti. ITO"-'. Non lo registra nemmeno il Passano ne' suoi 
Novellieri in verno (Bologna, 1868), e non so se si tratti di cosa 
antica o moderna. 

3 Pico Lubi di Vassano (Ludovico Passaiiui) nei suoi Modi dì 
dire proverbiali ecc., Roma. 1875, pp. 564-5, cita solamente la 
novella del Boccaccio, un luogo dell'Orlando innamorato del 
Berni (e. XXVIII, st. 8), il noto Paternostro e la nota Orazione. 
Altre indicazioni si possono vedere nei Vocabolari, sotto Pa- 
ternostro. 

1 Cap. VII- 

* Nov. 33. 

' Giom. Ili, nov. 1. 



S18 SAN GIULIANO NEL « DECAMERONE ■■ E ALTROVE 
' Atto ILI, se. 3. 

8 Atto V, se. 16. 

9 Le pistole volgari, Venezia, 1542, f. 157 r. 

'" La novella 52 ili Giovanni Ser cambi è la novella stessa del 
Boccaccio, mutati i nomi e alcuni 1 particolarità. Vedi Novelle 
inedite di Giovanni Skhcamiii trutte dui Codice Trivulziano CXCIII 
per cura di Rodolfo Renier, Torino, 1889, pp. 186-90. 

" Lea mountiers ile Paria, in Barbakam-Méon, Fabliau* et 
contea, Parigi, 1808, voi. II, p. 288. 

" FaWuux ott contea duXIF et dtt XIII' siede, Parigi, 1779-81, 
voi. Ili, p. 108. Questi versi, con altri due che precedono, fu- 
rono riportati anche nel HI volume della C k ro w t t pt dei ihtr.* 
de Normandie di Benoìt (Parigi, 1888-44), p. 819. 

IJ De Mobtaiolon et Raynaito, RecuHl general et compiei dea 
fubìioux des XIII' et XIV eiècles, t. V, Parigi, 1883, p. 57. 

" Oeuvres rvitt/ilìtt:i. piibljlini/iom' (l<:lln S'ociété des anciens 
textes francais, voi. II, Parigi, 1880, p. 72. 

" Ibid., p. 313. Non so se ni-lli- cltiuisoi}* di' geste si trovino 
esempii che possano esser messi m-costo a quelli recati di sopra. 
J_ Alton A, Gebetr unii Annifunijen in den aìtfrtmzi'machen Chansonx 
de genti-,, Marburgo, 1838, p. 9; lì. SciiiifiriEs. Glaube tmd Aber- 
•jlttube in den idifriin:r,si!.rhe„ I)ì<-hiu».ge>t, Krlanjren, 1886. pp. 51-2, 
recano parecchi luoghi di poemi, dove è menzione di San Giu- 
liano, ma nes-niifi che roiiti'iiga allusioni a cose d'amore. 

" Vedi voi. 1, pp. 286 sgg. 

17 Vedine, per la Francia, le prove in Méiìay, La aie au temjm 
dea troueèrex, Parigi-Lione, 1873, pp. 76-80, e per i paesi ger- 
manici in Wki\iii>i.tj, hit' i.leittsfheii l-'ratten in detti Mìttelalter, 
voi. II, Vienna, 1882, pp. 199-200. 

18 Canzone: Tart mi veiran mei amie en Tolzan. Vedi Peihe 
Vidal'h Lieder, ed. Bariseli . Berlino, 1857, p. 69. 






" Canzone: Bau' «ventura don deus ala Pinta, ed. cit., p. 76. 

50 È la cannone che comincia: L'outre jornm'en pogei el cel. 
La ripubblicarono ultimamente E. Puilippson, Der Mvnch vo» 
MontaudoH, Halle a. S., 1873, pp. 41-3, e O. Klein, Die Dirh- 



NOTE 210 

tungen des Monchs von Montaudon, Marburgo, 1885, pp. 39-41. 
Il Galvani ne diede la traduzione nel citato suo scritto. 

21 Canzone: Ben vuelh, que sapchon li plusor. W. Holland e 
A. Keller, Die Lieder Guillems IX, 2 a ed., Tubinga, 1850, p. 8. 

22 Pubblicato da F. H. von der Hagen, Gesammtabenteuer, 
Stoccarda e Tubinga, 1850, t. II, pp. 315-31. 

23 Di questo fableau ci sono due redazioni diverse, e il verso 
citato si legge solamente in una. Vedi De Montaiglon et Raynaud, 
Recueil ecc., t. V, pp. 94, 325. 

24 Istoria del Decamerone, Firenze, 1742, pp. 197-9. 

25 Osservazioni storiche e letterarie e notizie sulle fonti del De- 
camerone, in Propugnatore, anno XVI, p. 50. 



IL RIFIUTO DI CELESTINO V 



IL RIFIUTO DI CELESTINO V 



Tra le molte novelle die, com'è noto, Ser Giovanni 
Fiorentino trasse, quasi copiando a parola, dalle Cronache 
dì Giovanni Villani ', è pure la 26», nella quale si narra 
come Celestino V rinunziasse il papato. Anche qui il no- 
velliere altro quasi non fa se non trascrivere lo storico, 
«alvo che, venuto quasi al fine della oarrazione, v'inter- 
pola di suo la notizia seguente 8 : « Vero è che molti di- 
cono, che il detto Cardinale (Benedetto Gaetani, che poi 
fu papa col nome di Bonifazio Vili) gli venne una 
notte segretamente con una tromba a capo al letto e 
chiamollo tre volte, ove Papa Celestino gli rispose e 
disse: chi sei tu? Rispose quel dalla tromba: io sono 
l'Angel da Iddio mandato a te come suo divoto servo; 
e da parte sua ti dico, che tu abbia più cara l'anima 
tua che le pompe di questo mondo, e subito si parti ». 
Udita questa ammonizione, e credendo gli venisse vera- 
mente da Dio, Celestino, che già assai di mal animo so- 
steneva il gravissimo officio, depose il manto e la tiara. 
Ser Giovanni, che cominciò a scrivere il Pecorone l'anno 
1378, non invento questa storiella; essa era già nata da 
un pezzo, e, come le parole stesse di lui ci provano 
(molti dicono), era allora largamente diffusa. Poniamoci 
sulle sue tracce e vediamo fin dove ci possano condurre. 

La storiella teste riferita si ha generalmente in conto 
di leggenda 3 , e a confermarla tale fu osservato che i con- 
temporanei e i testimoni di veduta non ne fanno cenno 4 . 



224 IL RIFIUTO DI CELESTINO V 

Che ne tacessero i fautori e gli amici eli Bonifazio s 
tende; ma fatto è che nemmeno i suoi nemici ne parlano. 
Nel famoso libello 5 , che da Lunghezza i due cardinali 
Giacomo e Pietro Colonna scagliarono (IO maggio 1297) 
contro quel pontefice, ai dice bensì che nella rinunzia di 
Celestino (13 decembre 1294) entrarono multae fraudes 
et doli, contlitionen, et intendimento, et machinamenta : 
ma si rimane così sulle generali, senza specificar nulla. 
Jacopone da Todi, che diceva a Bonifazio : 

Come la salamandra. 
Sempre vive nel fuoco, 
Così par cha lo scandalo 
Te aia sollazzo et joco ', 

non avrebbe taciuta la frode se gli fosse stata nota. 1 fau- 
tori di Filippo il Bello, che tante accuse terribili lanciarono 
contro il nemico pontefice, e fra l'altre quella d'intender- 
sela col diavolo, non avrebbero mancato d'imputargli anche 
questo gravissimo sacrilegio della usurpata qualità di 
messo celeste, se qualche fama ne fosse loro venuta al- 
l'orecchio. E Dante n'ebbe egli un qualche sentore? Cre- 
diamo di no; o, se l'ebbe, non se ne die per inteso. Tutti 
sanno quanto siasi disputato intorno all'essere di colui 
che nel III canto dell'Inferno Dante accusa di viltà per 
aver fatto il gran rifiuto. Non entreremo in queste dispu- 
tazioni, che la soluzione del dubbio non importa ora al 
nostro bisogno. Supposto che Dante intendesse parlare 
di Celestino, gli è chiaro che la leggenda non entrava 
per nulla in quel suo giudizio, perchè, se egli avesse po- 
tuto credere alla gherminella di Benedetto, questa gli 
avrebbe dato argomento a giudicar Celestino uomo cre- 
dulo e semplice, vile non già. Ma che il poeta ignorava 
la leggenda, o, conoscendola, non le dava credenza, si de- 
sume da altri due lunghi di quella medesima Cantica. 



TI. RIFIUTO IH CELESTINO V 225 

Nel e. XIX, vv. 55-7, Niccolò III, credendo di parlare a 
Bonifazio, dice: 

Se' tu si tosto di quell'aver sazio 
Per lo ijual non tementi torre a incanno 
La bella donna, e poi di farne strazio? 

La bella donna, non ostante qualche interpretazione di- 
versa 7 , è senza dubbio la Chiesa, e quel tórre a inganno 
può riferirsi, tanto alle male arti osate per indurre Cele- 
stino a rinunziare, quanto a quelle usate poi per succe- 
dergli. Ma che in quelle parole non si contenga nessuna 
allusione alla frode della leggenda, provano i vv. 104-5 
del e. XXVII, dove lo stesso Bonifazio dice: 

Pero son due le chiavi 
Che il mio antecewor non elibe care. 

Dante credeva dunque che Celestino avesse rinunziato alla 
dignità papale per insufficienza d'animo, per non sentirsi 
atto all'officio, e non, oltre che per queste ragioni, anche 
per obbedienza a un presunto comandamento divino. 

Ma il non farsi dai citati sin qui ricordo alcuno della 
leggenda non prova che la leggenda non fosse già nata; 
ed anzi noi abbiamo i documenti in mano che ce la mo- 
strano nata quasi ad un tempo coi fatti che le diedero 
origine. Il Tosti cita, come il più antico autore che la 
riferisca, il cronista Ferreto Vicentino, che scrisse circa 
trentadue anni dopo la rinunzia di Celestino; ma essa si 
trova già narrata in una cronica fiorentina, detta di Bru- 
netto Latini, e pubblicata anni sono dall'Hartwig 8 . L'au- 
tore di essa, ignoto del resto, era già adulto nel 1292 9 , 
e non condusse la sua narrazione oltre il 1303. Egli 
racconta la leggenda nei termini seguenti 10 : « Questi 
(Celestino) essendo homo religioso e di santa vita elli 
fue ingannato sottilmente da papa Bonifazio per questa 

Cìbat. jtfrti, lajpMiii ecc., ». II. 15 



226 IL RIFIUTO DI CELESTINO V 

maniera, ch'elio " detto papa per suo trattato e per 
molta moneta, che spese a! patrizio mieli (sic) vedevasi 
la notte nella camera del papa ed aveva una tromba 
lunga e parlava nella tromba sopra il letto dello papa 
e dicea: Io sono l'angelo, clietti sono mandato a parlare 
e cornandoti dalla parte di Dìo glorioso, che tu ìmman- 
tanente debbi rinunziare al papatico e ritorna ad es- 
sere romito. E così fece tre notti continue, tanto chelli 
erette alla boce dinganto (sic) ì2 , e rinunciò al papatico 
del mese di dicembre, e con animo deliberato colli suoi 
frati cardinali dispose se medesimo ed elesse papa un 
cardinale d' Anangna, chaveva nome Messer Benedetto 
tiatani, e suo nome papale Bonifazio ottavo ». Qui la 
leggenda è bella e formata, e non si dà come leggenda, 
ma come storia certa: solo è da notare che l'autore at- 
tribuisce bensì a Bonifazio l'idea della frode, ma non la 
materiale esecuzione di essa, mentre i più di coloro che 
la narreranno poi ne faranno Bonifazio inventore ed ese- 
cutore ad un tempo. 

Àbbiam parlato sin qui di leggenda; ma non è poi as- 
solutamente provato che leggenda sia e non istoria. Un 
uomo di pochi scrupoli, come Bonifazio Vili, poteva bene, 
trovandosi a fronte un uomo semplice e dappoco, quale 
era appunto Celestino, ricorrere, per conseguire il suo in- 
tento, a una gherminella indecorosa si, ma certo non 
inefficace. Se noi) che ciò poco importa al caso nostro. 
Ammesso che sia leggenda, s'intende come la nota scal- 
trezza di Bonifazio e la non men nota semplicità di Ce- 
lestino dovessero farla nascere, e dovessero farla nascere 
in tempo assai prossimo agli avvenimenti che le davano 
appiglio, quando di questi avvenimenti appunto si cer- 
cava di dar ragione, e quando le passioni suscitate da 
essi erano calde ancora. Forse il Marino accenna alla vera 
origine della leggenda in un luogo della sua vita di Ce- 



IL RIFl'OTO DI CELESTINO V 227 

lestino V ia , notando come, dopo la rinunzia, si spargesse 
per Roma la fama, e Pietro Grasso, notajo regio, atte- 
stasse, avere Cristo parlato a Celestino, dicendo : Quid 
prodest homini si universum mundum lucretur, animae 
vero suae detrimenhtm palialur? Non ci voleva un grande 
sforzo di fantasia per porre al luogo di Cristo il cardinale 
Benedetto. Che poi la leggenda, per alcun tempo, dopo 
esser nata, potesse rimanersi chiusa entro una cerchia 
piuttosto stretta, in guisa da non venire a cognizione di 
chi avrebbe potuto giovarsene contro il pontefice, non farà 
meraviglia a nessuno. 

La leggenda, di cui un cronista ci offre la testimo- 
nianza più antica, riappare poi in altri cronisti del se- 
colo XIV; e s'intende come con l'andar del tempo, allar- 
gandosi anche fuori d'Italia, si venisse in varii modi 
alterando. Il già citato Ferreto non dà la cosa per sicura, 
come fa il cronista fiorentino, ma dice: feruni, e operatore 
del dolo fa lo stesso Bonifazio 14 . Giovanni Vittoriense 
non dubita, pare, della frode, ma laseia dubbio se si do- 
vesse o no a Bonifazio 1S . Alberto Argetitinense riferisce la 
cosa, senza affermar nulla 18 . Ma nella seconda metà del 
XVI secolo Gilberto Genebrardo l'afferma risolutamente w . 

Se non che le notizie più curiose della leggenda ci 
sono offerte, non dai cronisti, ma dai commentatori di 
Dante, alcuno dei quali è forse anteriore a Ferreto. Co- 
minciamo da tino dei più antichi, dall'anonimo autore delle 
Chiose alla prima Cantica pubblicate dal Selmi. In quella 
parte di esse che sì riferisce al noto luogo del e. Ili noi 
troviamo, non senza meraviglia, la leggenda in una forma 
assai svolta, e con isfoggio ili particolari fantastici che non 
si riscontrano altrove; il che accennerebbe già di per sé 
ad una lunga elaborazione. Il racconto merita d'essere 
qui riportato per intero 13 , « Questi che per viltà fece il 
gran rifiuto fu papa Cilestrino, il quale essendo Romito 



II. RIFIUTO DI CELESTINO V 



Munito, jierciò che di poco 



era sazio, e avea le 



penti d'intorno crediaiio che fosse santo uomo, e' cardinali 
credendolo che fosse sufficiente persona, sì lo chiaraaro 
papa, e fu confermato |japa. Bonifazio che si fu accorto 
delia miseria e della cattività sua, fece fare ali e volto 
e mani e una scrìtta con cose che lucono di notte e non 
di dì; e poi, a sua posta, celato di notte tempo i Itimi, 
spenti in prima tutti i lumi, entrò uè la camera sua. 
lui dormendo, e chiamò con uno organo: Cilestrino, Ci- 
lestrino, tre volte. Questi si svegliò dicendo: Domine, 
chi mi chiama?.., E' rispose: messo di Dio. Cilestrino 
il mirò, e vide solo ,Ie mani e l'ali e '1 volto lucenti. 
Maravigliossi molto, e disse: che comandi? E que' ri- 
spose : a Dio spiace molto la tua vita, e hai lasciata 
la via del paradiso e vuoli ire a l'inferno. Leggi questa 
carta del comandamento. E la scritta dicea : i' ti co- 
mando, che domattina, fatto il dì, tu prenda il manto 
o '1 pasturale, e '1 primo cardinale che tu truovi fa se- 
dere in su la sedia di San Pietro, e vestilo d'ogni cosa 
come l'hai tu, e poi rifiuta, e partiti in maniera che non 
sii veduto esser partito. Letta la scrittura che d'oro 
paria, credette per certo che Agnolo di Dio fosse. Disse 
che si farebbe, Papa Bonifazio ravolse le cose e spari, 
e la mattina si levò sì tosto che fu dì. Prima Cile- 
strino lo vide, aempiò il comandamento, e poselo iu 
sulla sedia, e Cardinali furono d'intorno, e da' più fu 
confermato a cui parve ragione, e tali per amore, e tali 
per promesse, e altri per paura, sì che papa rimase ». 

Nel commento di anonimo pubblicato da Lord Veruon 
e nelle chiose attribuite a Jacopo Alighieri la leggenda 
non ò ricordata; ma questa poi riappare, tuttoché in forma 
più semplice e compendiosa, in parecchi dei commentatori 
posteriori. Secondo Jacopo della Lana furono i cardinali, 
e non il solo Benedetto, a ordir l'inganno 1I! . L'Ottimo 






II, RIFIUTO DI CELESTINO V 229 

parla di certi artìficj. ma n011 dico quali fossero: Pietro 
Alighieri non fa cenno nemmeno di artifizio Giovanni 
Boccacci riferisce una versione secondo la quale a far 
l'inganno Bonifazio si sarebbe accordato con alcuni suoi 
servitori 30 . Il falso Boccaccio (Chiose sopra Dante, pub- 
blicate da Lord Vernon) parla di ragioni e di argomenti 
usati da Bonifazio, non d'altro; e Benvenuto da Imola 
crede che il reo del gran rifiuto sia Esaù, non Celestino. 
Francesco da Buti dice che Bonifazio u*ò e della persua- 
sione e della frode 21 . L'Anonimo Fiorentino, pubblicato 
dal Fanfani, attinge per la narrazione dal Villani; poi, al 
e. XIX, narra l'inganno, introducendo un fanciullo a far 
la parte dell'angolo; ma pare stimi il tutto una favola". 
Guiniforto delli Bargigi tace della leggenda, e ne tacciono 
ancora il Landino, il Vellutello, il Daniello. E tra coloro 
che ne tacciono sia qui ancora ricordato il Petrarca che, 
come altri, solo ad umiltà attribuisce la rinunzia di Ce- 
lestino 23 . 

La varietà delle versioni che abbiate vedute sin qui, e 
il richiamarsi, che i narratori spesso fanno, alla voce pub- 
blica, provano, ci sembra, la diffusione della leggenda. 
Non ci recherà dunque meraviglia il ritrovar questa in 
un racconto islandese contenuto in un codice del see. XV, 
e fatto, non ha molto, di pubblica ragione 2 *. S'intende 
come la leggenda non abbia potuto compiere un così lungo 
viaggio senza molto alterarsi ; ma ecco la sostanza del 
non breve racconto. Celestino aveva accettato assai mal- 
volentieri la dignità papale ; Bonifazio, per contro, uomo 
di facili costumi, e padre di dodici figliuoli, ad essa aspi- 
rava. Nella camera del papa erano due letti, uno per 
lui, l'altro per la sua sposa la Chiesa. Bonifazio scrisse 
con lettere d'oro una epistola, e dicendo di averla trovata 
nel letto della Chiesa, la consegnò a Celestino. Questi, 
apertala, vi trovò una comunicazione della Chiesa celeste 



230 



II. RIFIUTO DI CELESTINO V 



alla terrena, nella qual comunicazione si diceva che, i 
piacendogli l'ufficio, il papa poteva liberamente rinun- 
ziare: e il papa rinunziò, e Bonifazio ne prese il luogo. 
Bisogna confessare che, migrando tanto lontano dal suo 
luogo di origine, la leggenda si fece molto più sciocca, e 
il povero Celestino tramuto a dirittura di semplice in 
istolido. Ciò che si dice della epistola scritta con lettere 
d'oro ricorda la epistola luminosa di cui parla l'autore 
delle Chiose anonime. 

In questo campo ci sarà senza dubbio da spigolare del- 
l'altro, e altri il faccia, se lo stima opportuno. Prima di 
lasciar l'argomento una sola cosa vorremmo avvertire an- 
cora, e cioè, che la leggenda di cui ahbiam parlato, specie 
nella forma che assume nelle Chiose pubblicate dal Selmi, 
entra nel copioso gruppo di quei racconti, diffusi cosi in 
Oriente come in Occidente, nei quali un mortale prende 
l'aspetto e gli attributi di alcun essere soprannaturale, 
per così ingannare altrui e ottenere i suoi fini 86 . 





NOTE 



NOTE 



1 Vedile notate dal Landau, Beitrcige zur Geschichte der ita- 
lienischen Novelle, Vienna, 1875, pp. 29-30. Cfr. Gorra, Studi di 
storia letteraria, Bologna, 1892, Il Pecorone. 

2 Ed. dei Classici italiani, voi. I, p. 255. 

3 II Doellinger non ne parla nel suo libro Die Papst-Fabeln 
des MittelalterSy Monaco, 1863; seconda edizione, accresciuta di 
note da J. Friedrich, Stoccarda, 1890. 

4 Tosti, Storia di Bonifazio Vili e de' suoi tempi, voi. I ? 
pp. 231 sgg. : Gregorovtus, Geschichte der Stadt Rom im Mittel- 
alter, voi. V, p. 515. Non e esatto il Drumann quando, non co- 
noscendo la fonte di cui si dirà più oltre, afferma la storiella 
essere già narrata da contemporanei, Geschichte des Bonifacius 
des Achten, Kònigsberg, 1852, parte I, p. 11. 

5 Lo ripubblicò il Tosti, Op. cit., voi. I, Documento (P), 
pp. 275-8. 

6 Nella famosa invettiva che comincia: 

O papa Bomfatio, 

Molto bai jocato al inondo. 

7 Vedi Selmi, Chiose anonime alla prima Cantica della Divina 
Commedia, Torino, 1865, p. 107. 

8 Quellen und Forschungen zur àltesten Geschichte der Stadt 
Florenz, parte II, Halle, 1880, pp. 221 sgg. 

9 Ibid., p. 217. 

10 Ibid., p. 235. 

11 Così THartwig: 1. che Ilo. 

12 D'incanto? 

13 Ada Sanctorum, t. IV di maggio (1685), p. 523. 



234 IL RIFIUTO III CELESTINO V 

11 Hiatoria, 1. 11, ap. Muratori, Scriptores, t. IX, col. 966: 
' Ferunt etiaui et hune virimi dolosnm fie, llonifacittm) qua- 
t.enus ad hoc illuni (ne, Goelestinum) flagranti us incitaret, dum 
somno exeitatus noctu Deum conte nplaretur , per foratile» , 
quod arte lab ricave rat, voce tenui saepe diiisse etc. ,. Fran- 
cesco Pipino, contemporanea di Verrete, non parla {Chronieon, 
ap. Muratori, t. cit., col. 735) se non di persuasioni fraudolente 
usate da alcuni cardinali e in ispide ila Hi'nedetto. 

IE Ap. Bohmkr, Fonte» rerum i/ernmnicarum , t. I, p. 334: 
1 Celestinus... resignavit per huuc modani : dum enìm quieseeret, 
vox ad eum facta est per tabam, quasi esset angelus domìni, 
per tres viees, ut quantoeitius propter muudiales occupationes 
cont empi at ioni insisterei, euram deponeret. Quo facto Boni- 
tii'.'iu.- olitavi!-- siuretlit '.'tu le in .unici in vigilia- nativitatis illu- 
mini electus, qui liane frani lolént iu-in divitnr procurasse „. 

" Chronieon. ap. Urstihiiìs, (•'efiiimiitie hintnrtcnrttin p. attriti, 
p. Ili: " Hic est Bonifaciusi, de quo dicitur, quod Caelestino 
piaedecesaori suo, viro utique sancto, de quo Curia doluit ne 
in lucris non proflcere, per longam canuain loquebatur ad 
leotum Caelestiiie mie, Cariatine fede „. 

11 ChronograpMa, Parigi, 1585, 1. IV, p. 659: " Per caimani 
deceptus est (*■<■. Codrstiuitx) vo'-c tanquaui l'oelitus missa in- 
sonantem, ut df'xorct l'untili cai uni et Lìnnifai'ium institueret „. 

18 Chiose anonime, ecc., pp. 18-9. Il Selmi le stimo scritte 
mentre il poeta era ancora in vita ; ma vedi, a questo propo- 
sito, Rocca, Di ni rum rom menti iteli ii [li vi un Coni media composti 
nei primi rent'anni dopo la morte di Dante, Firenze, 1891, 
pp. 108 sgg. 

18 " E ingegnonnu uerti cannoni, li quali rispondeano nella 
sua camera , e per quelli li parlavano di notte , dicendo 
com'elli erano angeli da Dio messi ; e che nel conspetto di 
Dio era eh'elli non era sufficiente a tanto offizio, e però 
eh'elli dovesse rifiatare ,. Jacopo riferisce il dantesco tórre 
a inganno notato di sopra, cosi alla simonia come alla frode 
usata a Celestino. 

w " alcuni voglion dire che esso usò con alcuni suoi se- 
greti servidori, che la notte voci s'udivano nella camera del 






NOTE 235 

21 u Et oltre a questo ordinò un buco, che veniva sopra lo 
letto del papa, avendosi fatto dare una camera a lato a quella 
del papa, abitando di dì e di notte con lui, perchè il papa 
sopradetto si fidava molto di lui, et a certe ore della notte 
metteva uno cannone per questo buco e diceva al papa ch'elli 
era l'agnolo mandato da Dio, e comandavali „ ecc. 

22 tf Dice ancora alcuno che messer Benedetto Gaetani, es- 
sendo papa Cilestrino ancora nella sedia apostolica, per farlo 
rinunziare, veggendo ch'egli n'avea voglia, misse alcuno fan- 
ciullo di notte segretamente nella camera sua, dicendogli la 
notte ch'egli rinunziasse al papato, et simili inganni facen- 
dogli; ma come che le favole si dicano, la verità fu che per 
consiglio di Papa Bonifazio et per sua arte et inganno et 
sagaci tà papa Cilestrino rinunziò il papato „. 

23 De vita solitaria, II, 18. 

24 Islendzk Aeventyri. Islàndische Legenden Novellen und Marche** 
herausgegében von Hugo Gering, Halle a. S., 1882-4, voi. I, 
pp. 77-80; voi. II, pp. 65-6. 

25 Vedi intorno a questi racconti Benfey, Pantschatantra, voi. I, 
§ 56, pp. 159-63; G. Paris, Le récit Roma dans les Sept Sages, 
Romania , voi. IV, pp. 125 sgg. A questo gruppo appartengono, 
un racconto di Cesario di Heisterbach (Dialog. mirac, dist. II, 
cap. 24), la novella 2 a , giorn. IV del Decamerone, la 69 a del 
Morlini, la 2 a di Ma succio Salernitano e altre. 



LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 



(MICHELE SCOTTO) 



LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

(Michele Scotto) 



Nella quarta, bolgia dell'ottavo cerchio infernale, Vir- 
gilio, redento ormai dalla dubbia fama di mago che per 
secoli ne aveva infoscato e snaturato il carattere, addita e 
nomina a Dante gl'indovini ed i maghi che quivi 9<m 
puniti di lor tracotanza. Accennatine alcuni antichi, An- 
iiarao, Tiresia, Aronta, Manto, Euripìlo, e detto alcun che 
dei loro fatti, il maestro volge l'attenzione del discepolo 
sopra un moderno: 

Quell'altro che ne' fianchi e così poco, 
Michele Scotto fu, che veramente 
Delle magiche frollo seppe il gioco'; 

poi nomina ancora Guido Bonatti e Asdente, e, senza più 
far nomi, accenna al popol minuto delle fattucchiere, alle 

triste che laseiaroc l'ago. 
La spola e il fuso e fecersi indovine; 
Fecer malie con erbe e con imago. 

Se Dante tornasse al mondo, e riscrivesse la Commedia, 
si può tener per sicuro che Michele Scotto non sarebbe 
più posto da Un in quella bolgia, tra quei dannati, quando 
pure il poeta rinascesse cosi buon cattolico quale già fu, 
e cosi inclinato a eerte credenze come un cattolico non 
può quasi non essere; ma, dato il tempo in cui il poeta 



240 LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

visse e fu composto il poema; data la celebrità grande 
di cui Michele Scotto ebbe a godere in quel tempo, e 
le ragioni e l'indole di tal celebrità, era assai difficile, 
per non dire impossibile, che il poeta non ponesse il fi- 
losofo a quella pena. Dante avrebbe potuto bensì non 
parlarne, come di tanti altri non parla; ma il giudizio 
ch'egli avrebbe pensato sarebbe stato in sostanza quel 
medesimo ch'espresse parlando. E se noi porgiamo orec- 
chio alle voci insistenti della leggenda e della tradizione, 
intenderemo chiaramente il perchè 2 . 



I. 



Le notizie storiche pervenuteci intorno a Michele Scotto 
sono molto scarse e molto incerte, e il nome stesso di 
lui dà liìogo a dispareri e a dubbiezze. Vuole taluno che 
Scotto sia forma italiana del cognome Scott, frequente in 
Iscozia; vogliono altri che Scotto sia nome, non di fa- 
miglia, ma di nazione, e che perciò s'abbia a dire e scri- 
vere Michele Scoto, come si dice e scrive Duno Scoto, 
Clemente Scoto, Ugo Scoto, ecc. 3 . Se non che è da notare 
che nel medio evo il nome etnico si scrisse indifferente- 
mente Scotus e Scottus, Scoto e Scotto; ed io, seguendo 
l'uso degli antichi nostri, scriverò Scotto, senza impac- 
ciarmi in questioni, che, nel caso nostro, non importan 
gran fatto. 

Del resto, i dubbii circa il nome debbono essere stati 
promossi, almeno in parte, da dubbii che si ebbero circa 
la patria. Secondo Jacopo della Lana, Michele sarebbe 
stato spagnuolo 4 ; ma gli altri commentatori di Dante lo 
dissero, per la più parte, scozzese 5 ; e v'è un anonimo il 
quale, non solo il conosce per tale, ma sa pure avere egli 
sì tuttamente ammaestrati gli Scozzesi nell'arte sua, che 



LA LEGGENDA D] UN FILOSOFO 241 

anche non fanno passo che arte magica non seguiscano, 
e avere per giunta insegnato loro portare colse bianche 
e goneìle con maniche cuscite insieme 6 . Dei biografi, al- 
cuni lo vollero scozzese, altri inglese, e la opinion dei 
secondi ebbe seguitatoli recentissimi, come gli ebbe la 
opinione dei primi 1 . Che Michele Scotto nascesse italiano, 
e pili propriamente salernitano, fu, credo, opinione parti- 
colarissima di un Pier Luigi Oastellomata, riferita e ac- 
cettata per buona da Nicola Toppi 8 ; ma non meritevole 
di nessun riguardo. La opinion più plausibile è insomma 
quella che fa Michele scozzese, confortata anche dal latto 
che la leggenda di lui serbava3i viva in Iscozia in prin- 
cipio di questo secolo, come vedremo tra poco, e viva 
forse ci si serba tuttora. 

Per non allungarci troppo stringiamo in poche parole 
i non molti fatti della vita di Michele che si possono 
dire accertati, o che si possono considerare come certi 
fino a prova contraria. Michele nacque verso il 1100, in 
lìelwearie, nella contea di Fife ; studiò prima in Oxford, 
poi in Parigi; soggiornò un tempo in Toledo, ov'era nel 
1217; si recò, dopo il 1240, in Germania, dove fu cono- 
scinto e bene accolto da Federico II; fece dimora, certa- 
mente non breve, in Italia, nella corte di quell'imperatore, 
e. si può credere, in parecchie altre citta ; si ridusse, non 
si sa quando, in patria; morì verso il 1250 K '. Stando a 
tradizioni scozzesi, egli fu sepolto, o in Holme Coltrarne, 
nel Cumberland, o nell'Abbazia di Melrose. 

Michele Scotto occupa un luogo onorevole nella storia 
della filosofia del medio evo, sebbene Ruggero Bacone 
abbia scritto di lui eh'e' fu ignaro così delle parole come 
delle cose, e Alberto Magno ch'ei non conobbe la natura 
e non intese a dovere i libri di Aristotele. Ch'e' non abbia 
inteso a dovere i libri di Aristotele gli è un fatto ; ma 
quanti furono in quella età coloro che non li frantesero? 



648 



I.EiKiKNIU ili US KII.uSOKCi 



Un merito, ad ogni modo, non si può togliere ■ Mietale, 
ed è d'avere efficacissimamente cooperato a diffondere, o. 
come lo stesso Ruggero Bacone si esprime, a magnificar 
tra i Latini la filosofia dello Stagirita, e d'essere stato 
mio degli aiutatori dì Federico li nell'opera della restau- 
razione del sapere da quel principe con tanto ardore pro- 
mossa". Per Federico 11 egli tradusse il compendio Ohe 
Avicenna aveva tratto della Istoria degli animali di Ari- 
stotele; per Federico II compose un Liber physionoimae 
ch'ebbe grandissima celebrità, fu inesso a stampa ed ebbe 
molte edizioni, a cominciare dalla prima di data eerta, ohe 
ìì del 1477; poi fu tradotto in italiano, e così impresso in 
Venezia nel 1537 ™. Voltò di arabico in latino parecchi 
libri di Aristotele, sebbene non tanti probabilmente quanti, 
ne' manoscritti, se ne veggono col suo nome; un trattata 
di Alpetrongi sopra la Sfera; un trattato e alcuni com- 
menti di Averroe, che da lui primamente, secondo av- 
verte il Renan, fu fatto conoscere ai Latini ; compose 
trattati di astrologia e di chiromanzia; tradusse, o com- 
pose di suo, parecchi altri libri, de' quali alcuno, attri- 
buitogli certo senza ragione, sta pure a far testimonianza 
del gran credito in che fu tenuto il suo sapere ,a . Certo 
è calunnia quanto asserisce il già citato Ruggero Bacone, 
che Michele, al pari d'altri parecchi che s'arrogarono di 
tradurre le scritture altrui, non avesse cognizione né delle 
scienze, ne delle lingue; nemmeno della lingua latina; e 
usurpasse l'opera e il merito di un Ebreo per nome An- 
drea, pubblicando come sue le versioni di costui ; sebbene 
sia vero che del sapere e dell'aiuto di questo Andrea egli 
ebbe a giovarsi. La corte di Federico II non era corte 
dove fosse agevole a un ignorante acquistar credito di 
sapiente, e perchè Federico non era uomo da lasciarsi 
cosi facilmente ingannare, e perchè i molti dotti ch'egli 
si raccoglieva d'attorno avrebbero presto scoperto l'inganno 



LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 243 

*} smascherato l'ingannatore. Per contro noi abbiara prove 
della riputazion grande onde Michele ebbe a godere appresso 
gli uomini dotti d'allora. Leonardo Fibonacci, il celebre 
matematico, dedicò a Michele la seconda parte del suo 
Abaco. In una epistola in versi che Federico d'Avranches 
scriveva l'anno 1236 all'imperatore, Michele è celebrato 
quale astrologo, indovino e nuovo Apollo, profetante feli- 
cissime sorti all'impero 14 . Finalmente un papa, Gregorio IX, 
iu una lettera scritta il 28 di aprile del 1227 all'arcive- 
scovo di Cantorbery, chiama Micliele il nostro caro fi- 
gliuolo, e di lui loda lo zelo per lo studio, la cognizione 
del latino, dell'ebraico, dell'arabico, il vasto sapere lft . 

Fra Salimbene racconta del sapere, specie astrologico, 
di Michele una storiella veramente sbalorditiva. Trovan- 
dosi un giorno in certo palazzo, Federico II chiese all'a- 
strologo quanta distanza corresse da quello al cielo. Mi- 
chele rispose come la scienza sua gl'insegnava ; dopo di 
che l'imperatore, sotto pretesto d'andarne a diporto, lo 
condusse in altra parte del regno, e quivi lo trattenne più 
mesi, nel qual tempo ordinò ai suoi architetti, o ai suoi 
legnaiuoli, di sbassare la sala, per modo che nessuno po- 
tesse avvedersene; e così fu fatto. Dopo molti giorni, tor- 
nato nel medesimo palazzo, l'imperatore, volgendo accor- 
tamente il discorso, ripetè all'astrologo la domanda stessa 
dell'altra volta, e l'astrologo, fatti suoi calcoli, rispose che, 
o il cielo s'era alzato, o la terra s'era abbassata: ed allora 
conobbe l'imperatore ch'egli era astrologo davvero 18 . 

Avviene della buona e della rea fama degli uomini 
come delle valanghe: queste ingrossano della neve e dei 
sassi che incontrano giù per la china del moute; quelle, 
giù per la china del tempo, ingrossano d'infinite opinioni, 
d'infiniti errori e d'infinite novelle. Cosi, in bene e in 
male, si formano le riputazioni eccessive, che la critica 
storica scompone e riduce a' suoi elementi; così, in parte, 



il 






;---■ 



I «Btl, i mutiti U|4ei. 
Il «pare 'li Mietete j 

' ili uomini del mo i 

I,. .-..,. . 

g I' l'i tale hi 

tatti, o '|uari tutti, gli • 

ih lui ; ■ Diti |jiu moderni don « 

<ni »tnU> celebrato il «m i 

■■ i pan MtO ormai i 

pTOprll '■ qualche altro I 
ultra il lutino, abbi familiari il greca. Tei 

Il I arabico i UUebeli fu matematico i 

> M'"K>". witrolofo Innpento, medico ■ 

profondo di tltttl i segreti della natva. Pico della 

Mi IkIii, loifliondo gli eaempii dì Alberto Magno e di 

[lucono, In giudicherà, gli è vero, scrittore di 
iinnaini pomi, (i di ululili superstizione n ; ma l'opinion di 
T" ||' ii "ila rimarrò opinion di pochissimi. 




II. 



ili IIIoìoIo ch'egli fu, Michele si tramutò in 

pllifulA mi In iiiiiKof l'omo nacque la leggenda che per 

umili h I. ,■.■!.. Intorno ni suo nome, e che forse con- 

" i vii milioni, montr'lo no ragiono, alcun sarmento vivo e 

ili Iniilni vurduV l^licl tmini ita mento seguì ne' modi 

ninnimi I | In li'j/g"iidn nacque come moH'altre così fatte 

UHM 

Notiamo mr/.i tutto che tra le opere conosciute di Mi- 

aliai it ve n'ha nesmina elio tratti di magia; ma no- 

l punì nini non v'ora punto bisogno d'un tal docu- 

,,, ni.. |„.| dm l'tiì i-,- ,iili Linì.i-!.-, -('Iibi'iic pni la leggenda 




LA. LEGGENDA DI DN FILOSOFO 24o 

se! produca da sé. Nel caso presente sono da distinguere 
una ragion generale e due ragioni particolari. La ragion 
generale è questa, che in secoli di comune ignoranza la 
fama di dotto basta di per se stessa a produr la fama di 
mago; onde noi vediamo dalle fantasie degli uomini del 
medio evo trasformati in maghi i sapienti così degli an- 
tichi come de' nuovi tempi, e ciò con un procedimento 
uniforme e sommario che mette tutti in un fascio filosofi 
e poeti e matematici e pontefici e santi e persino uomini 
così poco necromantici come fu messer Giovanni Boccacci. 
Libri di magia furono attribuiti auche a San Tommaso 
d'Aquino: Alberto Magno e Ruggero Bacone, così sprez- 
zanti, come s'è veduto, di Michele Scotto, furono ascritti 
con Ini alla stessa famiglisi di maghi, ispirarono lo stesso 
rispetto pauroso, ebbero la stessa celebrità. Sarebbe in 
tutto superfluo moltiplicar le prove e gli esempii di cosa 
ormai molte volte discorsa e notissima : già ebbe a dire 
Apulejo, parlando de' tempi suoi, che le plebi sospetta- 
vano di magia tutti i filosofi. 

Questa, dunque, la ragion generale nel caso nostro; le 
ragioni particolari, o, per lo meno, due delle ragioni par- 
ticolari, le abbiamo presumibilmente nella dimora che 
Michele fece in Toledo negli anni della sua giovinezza, e, 
per qualche parte, nella dimestichezza ch'egli ebbe con Fe- 
derico II. 

Durante tutto il medio evo la città di Toledo godette, 
in materia di scienze occulte, grandissima riputazione : 
ivi fiorivano l'arti magiche; ivi fioriva una scuola di magia 
celebre fra quante ne fossero in terra di Saraceni o di 
cristiani; celebre tanto che la scienza insegnatavi fu detta 
per antonomasia talvolta scientia toletana. Virgilio v'aveva 
studiato; persuaso dal diavolo, vi studio Sant'Egidio prima 
della sua conversione ,B ; e così vi studiarono molti altri. 
Il monaco Elinando afferma nella sua Cronica che i cliie- 






24G LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

rici andavano « a Parigi a studiare le arti liberali, 
Bologna i codici, a Salerno i medicamenti, e in nessun 
posto i buoni costumi » 19 . Nei romanzi di cavalleria To- 
ledo e la sua scuola sono mentovate assai spesso, e Luigi 
Pulci, ricordandosi di quanto altri assai avevano dotto 
prima di lui, scrisse nel Morgante (XXV, 259): 



Questa città di Tolleto solca 
Tenere studio di necromanzia: 
Quivi di magic'arte sì legffea 
Pubblicamente e di piromanzia; 
E molti geomanti sempre avea, 
E sperimenti assai d'idromanzìa, 
E d'altre false opinion di sciocchi, 
Come è fatture o spesso batter gli occhi. 






Il troppo famoso Ualrio ricordava ancora quello studio 
come celebre e detestabile. Michele doveva essere stato 
condotto a Toledo dal desiderio di apprendervi l'arte 
magica. 

Federico II diede argomento a due diverse, anzi con- 
trarie tradizioni, delle quali, l'una si diffuse più larga- 
mente e prevalse in Germania, l'altra si diffuse più lar- 
gamente e prevalse in Italia; la prima ghibellina ed a 
Ini favorevole; la seconda guelfa ed a lui sfavorevole. Di 
quella non abbiamo ora a curarci: di questa basterà no- 
tare che per essa Federico li fu spogliato di ogni virtù, 
gravato di ogni nequìzia, dipinto quale uomo diabolico, 
identificato persino con l'Anticristo. Del carattere che 
così la leggenda gli veniva attribuendo un'ombra s'aveva 
a stendere su tutto ciò che gli stava d'intorno; e ch'egli 
e i familiari suoi avessero intelligenza con Satanasso do- 
veva parere presunzione, più che ragionevole, necessaria. 
Strani uomini si vedevano in quella corte; strane cose vi 
si facevano; di più miracoli dell'arti occulte (cosi dice- 



LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 247 

asi) vi si dava saggio e spettacolo. Quivi Saraceni in 
gran numero, i quali tutti eran tenuti accoliti e serventi 
del diavolo; quivi messi, che da paesi remoti ed incogniti 
recavano meraviglie non piti vedute; quivi giocolieri d'ogni 
nazione e maestria; quivi maghi, operatori d'inauditi pro- 
digi 20 . Federico II traeva a se gli uomini singolari come 
la calamita il ferro. Nell'anno 1231, essendo egli alla 
dieta di Ravenna, ebbe a trovarsi (così narra il cronista 
Tommaso Tusco) con certi Kiccardo, venutovi in compa- 
gnia d'altri cavalieri d'Alemagna, il quale si spacciava 
per iscudiero di Olivieri, del paladino morto da quattro 
secoli, e asseriva d'essere stato altra volta in Ravenna in- 
sieme col suo signore, con Carlo Magno e con Orlando. 
Richiesto dall'imperatore di dar qualche prova di quanto 
affermava, fece discoprire certa cappella e certe arche se- 
polcrali da gran tempo interrate, e scovare sul davanzale 
di una finestra altissima certi sproni rugginosi, dimenti- 
cativi da un gigantesco cavaliere di Carlo' 21 . Dei miracoli 
d'arte che i suoi maestri sapevano oprare diede un saggio 
Federico quando, volendo ricambiare il soldano di certi 
ricchissimi doni che n'avea ricevuti, gli mandò, oltre a 
cento stendardi d'oro, e cento destrieri di Spagna, e cento 
palafreni da sollazzo, « uno albero tutto pieno d'uccegli, 
e tutti erano d'argento; e quando traeva alcuno vento, 
tutti cantavano e dirizzavansi e chìnavansi, ed erano a 
vedere una grande meraviglia : e questo albero si com- 
metteva tutto insieme » 2J . 

Chi sa mai quant'altre così fatte novelle dovettero nar- 
rarsi di Federico II, le quali non son venute sino a noi, 
ma che tutte dovevano riuscire a questo effetto, dì solle- 
vare e di stendere intorno a lui e alla sua corte come 
una calìgine di meraviglioso, attissima a mutar volto e 
colore alle persone che ci si movevan dentro, e che già 
per altre ragioni eran disposte e inchinevoli al muta- 



248 LA LEGGENDA 01 UN FILOSOFO 

mento. Fra Salimbene ebbe certo a udirne dì moli 
a noi rincresce sieno state passate da Jui sotto si 
dicendo egli in due luoghi della sua Cronica: Di Fé 
io so molt'altre superstizioni e curiosità e maledizioni t 
perversità e inganni, dei quali alcuni consegnai in altra 
mia cronica, e di cui taccio ora per amor di brevità, e 
perchè mi rincresce riferire tante sue fatuità 23 . .Sebbene 
di Michele Seotto non sia mai ricordo nei Regesti di Fe- 
derico, se non in quanto si accenni ad alcuna delle sue 
versioni ; e sebbene non sia da credere all'Anonimo Fio- 
rentino che lo crea senz'altro maestro dell'imperatore 24 ; 
pur nondimeno non è da dubitare ch'ei non fosse uno de 7 
familiari suoi, un frequentatore della sua corte, e forse 
uno dei molti astrologi che l'imperatore si teneva d'at- 
torno. Ma, s'avesse egli, o non s'avesse cotale ufficio, da 
quella familiarità e da quella frequentazione doveva ve- 
nire nuovo argomento e nuovo stimolo alla leggend 
gica che già, per altre ragioni, era per formarsi intorno 



III, 



La leggenda di Michele Scotto, simile in questo a tui 
le altre leggende, non nacque certo già bella e torma' 
ma si venne formando a poco a poco, in virtù di svol; 
menti e di aggregazioni successive. In essa 
distinguere due parti principali: l'ima, che narra di lui 
come conoscitor del futuro o indovino; l'altra, che narra 
di lui come mago ; ma dire qnal delle due preceda in 
ordine di tempo, o se entrambe non sorgano congiunta- 
mente, è cosa impossibile ora. Gli è vero che Salimbene 
ricorda di lui soltanto le predizioni, e nulla dice dell'arte 
magica più propriamente detta ; ma ciò non significa 



ima 



I.A LEGGENDA. DI UN FILOSOFO 249 

punto che l'altra parte della leggenda non fosse già nata, 
se non cresciuta; o che Salimbene dovesse ignorarla; mentre 
vediamo che Pietro Alighieri, fatto di questa consapevole, 
se non da altro, dai versi stessi del poema paterno che 
commentava, dice dell'indovino, o, com'egli latinamente lo 
chiama, grande augure, ma non tocca punto del mago**. 
Dante condanna alla stessa pena, promiscuamente, gli 
indovini ed i maghi; e un altro de' commentatori suoi, 
quello che chiamai) l'Ottimo, giunto ai versi ov'é fatta 
menzione di Michele Scotto, nota: « Qui descrive l'autore 
d'un'altra specie d'indovini, li quali usano arte magica » 2C . 
Ma indovini e maghi non erano propriamente la stessa 
cosa; anzi, tra gli uni e gli altri, più che diversità, c'era, 
a rigor di dottrina, opposizione e contrasto; dappoiché, se 
l'arte magica non si poteva esercitare senza la coopera- 
zion dei demonii, la divinazione escludeva ogni loro con- 
corso, essendo opinione universalmente professata che i 
demonii non conoscessero il futuro. Di solito, questi in- 
dovini andavano debitori di quella molta o poca cogni- 
zione dell'avvenire ch'e' si vantavan d'avere alla scienza 
astrologica: ma tal cognizione poteva, alle volte, avere 
altra orìgine, essere di natura divina, confondersi col dono 
di profezia; e tale essendo, poteva (la qual cosa parrà, ed 
è forse, un po' strana) accompagnarsi con l'esercizio del- 
l'arte magica, di un'arte iniqua e dannata. In Virgilio, 
quale se lo venne figurando la fantasìa medievale, c'è il 
profeta di Cristo e c'è il mago; Merlino e profeta e mago 
ad un tempo ; e profeta e mago in uno dovette sembrare 
a molti Michele Scotto. Graziolo de' Bambagioli, o come 
altrimenti suoni il suo nome, accenna senza dubbio a 
scienza astrologica, là dove dice : « Jste Michael Scottus 
fuit valde peritus in magicis artibus et scientia auguri, 
qui temporibus suis potissime stetit in curia Federici 
Jinperatoris » 27 ; ma Salimbene parla propriamente di prò- 



250 LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

fezie, e cos'i pure Fazio degli liberti, nel cui Dittamondo 
si legge : 

In questo tempo ohe m'odi contare, 
Michele Scotto fu, che per ami arte 
Sapeva Simon mago contraffare. 
E se tu leggerai nelle sue carte, 
Le profezie ch'ei fece troverai 
Vere venire dove sono Bparte". 

Non vorrei arrischiarmi in una congettura temeraria; ma 
se Dante non pose nella quarta bolgia, insieme con gli 
altri indovini, anche Merlino, quel Merlino che assai più 
di Anfiarao, di Tiresia, di Aronta, di Manto, di Euripilo, 
era allora noto all'universale, la ragione del non avervelo 
posto potrebbe essere questa, che il poeta, con altri molti, 
credeva di origine divina le profezie dell'antico bardo, alle 
quali solo una decisione del concilio di Trento tolse da 
ultimo il credito e la riputazione. Comunque sia, e' si 
vuole avvertire che noi ci troviamo qui in presenza di 
cose, di concetti, di credenze, i cui caratteri, la cui si- 
gnificazione, i cui confini, sono per le condizioni stesse 
del pensiero e della vita del medio evo, incerti ed insta- 
bilì, con trapassi e straripamenti continui, e commutazioni 
infinite, e che in tanta mobilita e promiscuità non può 
esser luogo a definizioni troppo rigorose, a distinzioni fisse 
e perspicue. 

E la unione del profeta col mago in persona di Michele 
Scotto era agevolata dalla qualità di mago buono ch'egli 
ebbe insieme con altri parecchi. Qui ci si para dinanzi 
un fatto che nell'argomento nostro è di capitale impor- 
tanza e vuol essere inteso a dovere. Antichissima, e ser- 
bata durante tutto il medio evo, è la distinzione tra la 
magia divina e la diabolica, o, se si vuol dare alla pa- 
rola magia un più ristretto significato, tra la teurgia, che 
moveva da Dio, e la magia, che moveva dal Diavolo 29 . 



LA. LEGGENDA DI UN FILOSOFO 251 

Ma anche questa distinzione non e così costante e sicura 
come potrebbe a primo aspetto sembrare. La teurgia ap- 
parteneva ai santi ; ma la magia non apparteneva di ne- 
cessità ad uomini malvagi e diabolici; giacché c'erano 
maghi buoni e maghi rei, e alcuna volta è assai difficile 
distinguere il santo dal mago buono. E in vero, non solo 
operavano entrambi, su per giù, gli stessi prodigi, ma gli 
operavano ancora con lo stesso animo e con gli stessi in- 
tendimenti. Virgilio, se fosse stato cristiano 3 ", sarebbe 
diventato un santo; e la leggenda narra che San Paolo 
pianse sulla sua tomba, e che San Cadoco ebbe quasi la 
prova ch'egli era salvo. Alberto Magno, di cui sì disse 
che esercitasse la magia in beneficio della fede e con li- 
cenza del papa, al quale aveva salva in certa occasione 
la vita, fu canonizzato davvero 31 . Ruggero Bacone fu così 
buon cristiano che una volta punì certo suo servitore 
perchè non digiunava quand'era prescritto ; un'altra volta 
riscattò un gentiluomo che per quattrini s'era obbligato 
al diavolo; e da ultimo, preso da scrupoli, bruciò tutti i 
suoi libri di magia, e si rinserri in una cella, donde più 
non uscì, e dove finì di vivere in capo di due anni, tutti 
consacrati a pratiche di devozione. Avicenna fu un mago 
buono tra i musulmani. Mago buono è il Malagigi dei 
romanzi cavallereschi; ottimo il Prospero della Tempesta 
dello Shakespeare. DÌ questi e di altri simili maghi, sto- 
rici o immaginarli, si può dire ciò che di Cipriano dice 
uno de' famuli suoi nel dramma del Ualderon: 

Yo solamente resuelro 

Que, si el es màgico, ha sido 

Kl màgico de loa oielos 3 ". 

Come immaginò i demonii servizievoli e amici dell'uomo, 
così immaginò la fantasia popolare i maghi buoni, sti- 
mandoli tali anche quando ricorressero ad arti prave ed 



352 

illecite. La 



LA LEGGENDA II] UN FII.05 



. che il fine giustifica 



i mezzi e mas- 
, in secreto o in palese, professata uni versai mente : 
non sempre così malvagia come molti la dicono; e non 
tale a ogni modo che se ne debbano considerare inventori 
ed osservatori i soli gesuiti, a cui, generalmente, suol 
farsene colpa. Oltre di ciò, la opinione che col cielo si 
possa tergiversare , venire a patti ed a transazioni, è 
ancor essa in fondo alla coscienza comune; e se noi la 
vediamo accolta come norma di temperamento, o, a dirit- 
tura, come principio regolati vo della vita, in più di una 
religione pratica, ciò non vuol dir altro se non che li 
religioni, in pratica, prendono sempre forma dalla c< 
scienza comune. 

C'è, del resto, nn criterio, per cui si può abbastanza 
sicuramente conoscere il mago buono dal mago reo. Il 
reo stringe col diavolo ini patto, in forza del quale eì si 
impegna di dargli l'anima in pagamento deU'ajuto che 
da esso avrà. Il buono non si obbliga con patto alcuno, 
ma riman libero, ed esercita l'arte, bensì con la coope- 
razione del diavolo, ma in virtù dì un alto potere ch'egli 
s'è procacciato. Il primo esercita l'arte da mercante, 
in realtà, serve al diavolo, cui par che comandi: il 
condo esercita l'arte da gran signore, e comanda al dia- 
volo, cui può chiedere tutto senza concedere nulla. Così 
è che Salomone poteva forzare i diavoli a ballargli da- 
vanti; e dicono i maomettani che chi avesse l'anello di 
Salomone potrebho comandare ai diavoli ogni cosa che gli 
fosse in piacere. Orbene; chi sapeva leggere nei libri ma- 
gici poteva fare altrettanto 33 . Certo, questi commerci e 
queste pratiche non erano senza pericolo, come non erano 
senza peccato ; ma il pericolo non era poi troppo terribile, 
e il peccato, a giudizio almeno di chi non fosse teologo 
di professione, non era grandissimo. [1 Talmud permette 
i demonii, di chiedere loro consiglio ed ajiito: 



ami 



I.A LEGGENDA DI UN FILOSOFO 253 

i cristiani no» potevaa certo giovarsi delle permissioni 
del Talmud ; ma certe permissioni, quando loro faceva 
comodo, se le prendevan da sé. 

Michele Scotto fu dunque un mago buono, il quale 
comandò ai diavoli per isetenza, senza (che si sappia) ob- 
bligarsi loro né in vita ne in morte. Non fu, da quanto 
mostra la sua leggenda, così largo benefattore degli uo- 
mini come l'unico Virgilio, ma non abusò dell'arte sua, 
e dovette essere servizievole uomo e liberale, se a due 
suoi discepoli, che lasciò in Firenze, impose (come attesta 
il Boccaccio) fossero sempre presti ad ogni piacere di 
certi gentili uomini che l'avevano onorato, e se quelli, 
obbedienti al precetto, « servivano i predetti gentili uo- 
mini di certi loro innamoramenti e d'altre cosette libe- 
ramente ». Di sua bontà vedremo qualche altra prova più 
innanzi. Anche fu dabbene cristiano, tuttoché si lasciasse 
vincere in questa parte da altri, e Alberto Magno accusi 
in certo qua! modo di empietà un suo libro intitolato 
Quaestìones Nicolai Peripatetici, e parecchi notino ch'egli 
non era troppo devoto. Vedremo, tuttavia, che un atto di 
devozione fu, in parte almeno, cagione della sua morte. 

E ora, senza più oltre indugiarci, prendiamo in esame 
le predizioni dell'indovino, o, se meglio piace, del profeta, 
e i prodigi del mago: e cominciano, dalle predizioni. 



IV. 



Varia e copiosa fiorì in Italia, nei tre secoli XII, XIII 
e XIV, la letteratura profetica, e due furono le ragioni 
principali del suo fiorire: il ravvivarsi del sentimento re- 
ligioso; la passione politica. Il sentimento religioso natu- 
ralmente inclina l'uomo a ideare un avvenire conforme 
a certi dati della fede, o a certi postulati della coscienza, 






864 LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

e, ideatolo, a palesarlo e bandirlo 31 . La passione politica 
lo inclina a cercar nella predizione un concetto che Io 
sorregga e diriga, un'arme di combattimento, ud prin- 
cipio di giustificazione. Nascono per tal modo due ma- 
niere di profezìe, l'ima più propriamente ascetica, l'altra 
più propriamente polìtica; sebbene tra le due non sia di- 
vario dì specie a specie, ma solo di varietà a varietà ; e 
sebbene delle due se ne faccia assai volte una sola: e nel 
riguardo della politica è in più particolar modo da di- 
stinguere la profezia che dirò suggestiva, la quale s'ado- 
pera a drizzar gli eventi piuttosto per una che per altra 
via; e la profezia retroattiva, la quale, descrivendo o nar- 
rando ciò che assume di predire, giustifica e sancisce, 
post eventum, un dato ordine di fatti. 
Da Gioacchino di Fiora, il quale fu 

Di spìrito profetico dotato, 

a Jacopone da Todi, i profeti moltiplicarono in Italia ■'-, 
e quasiché i nostrani non bastassero, furono tratti a questa 
volta e forzati a immischiarsi nelle cose uostre anche i 
forestieri. Di ciò nessun altro esempio più calzante per 
noi, e che più faccia al caso, di quello di Merlino, pro- 
feta e mago. 

Lo supposte profezie di Merlino, in grazia della com- 
pilazione latina che ne fece Goffredo di Moumouth, si 
diffusero rapidamente e largamente per l'Europa, acqui- 
stando fra disparatissime genti meravigliosa e durevole 
celebrità. Esse furono accolte nelle istorie, come un lume 
atto a rischiarare le umane vicende e a guidare il giu- 
dizio; furono commentate e interpretate da uomini di 
grande dottrina ed autorità, qual fu uno Alano de Insulis. 
che consacrò loro un'opera divisa in sette libri. Esse eb- 
bero ad influire più d'una volta sugli avvenimenti , e si 









LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 255 

serbarono in credito, e si seguitarono a stampare e citare, 
finché non sopraggiuose, tome s'è notato, il Concilio ili 
Trento, che le dichiarò false e le proibì : ' 6 . In grazia di 
quella tanta sua riputazione, Merlino non fu più soltanto il 
profeta dei Brettoni, ma divento un profeta universale, a cui 
si attribuirono a mano a mano altri vaticini!, risguardanti, 
quando le sorti di una particolare nazione, quando eventi 
di carattere più generale. Così fu ch'ei divenne profeta 
anche per l'Italia, dove, già nella prima metà del se- 
volo XIII, un Riccardo, che abitava in Messina, compose 
in francese, a richiesta di Federico II (si noti questo par- 
ticolare), e spacciandola per autentica, una nuova raccolta 
di profezie di Merlino, tutte molto favorevoli all'impera- 
tore e altrettanto avverse alla curia romana : " 7 . Non so se 
ad esse si riferiscano in qualche modo certe parole del 
già citato Fiorello dì croniche degli imperatori , in un 
luogo dove, parlando appunto dì Federico II, l'autore, che 
gli si addimostra assai favorevole, nota: « E se Merlino 
o vero la savia Sibilla dicono veritade, in questo Impe- 
radore Federigo finì la dignitade *• : ' 8 . Col titolo di Versus 
Merlìni il Muratori pubblicò in calce al Memoriale pò- 
testatimi Itegiensium sessanta versi leonini, assai rozzi, 
nei quali si accenna confusamente ai casi di molte città 
■e province d'Italia 30 . 

Qualche altra prova si potrebbe recare della fama onde, 
come profeta, Merlino ebbe a godere in Italia; ma quelle 
recate potranno bastare. 

Certo, Michele Scotto non ebbe, né poteva avere, per 
questa parte, fama eguale a quella di Merlino, il cui 
nome era cognito a quanti (ed erano innumerevoli) aves- 
sero qualche dimestichezza con le leggende vaghissime, 
ambages palcherrimae, come Dante le chiama, del ciclo 
arturiano, e la cui vita favolosa aveva dato materia a un 
romanzo famoso, il Merlin di Roberto di Borron, notis 



1 



860 LA LEGGENDA DI UN KILOSulo 

simo, come gli altri del ciclo, in Italia, e tradotto nel 
volgare nostro l'anno 1375. Né pure ebb'egli la celebriti 
meravigliosa onde fruì più tardi Michele Nostradamus: 
ma ebbe, ciò nondimeno, come profeta, non picciolo nome. 
Salimbene, che nella sua cronica riferisce parecchie pro- 
fezie di Merlino e d'altri, ne riferisce anche una dello 
Scotto, in versi, contenente Futura praesagia Lombardia^, 
Tusciae, Romagnolae et aliarum partium, e nota in pro- 
posito: Quanto sieno state vere queste predizioni, fu da 
molti potuto vedere, ed io stesso il vidi e lo intesi; e la 
mente mia contemplò assai cose sapientemente, e fui ani' 
maestrato; onde so che, se alcune poche ne togli, furono 
vere w . Il cronista bolognese Francesco Pipino , il quale 
fiori nella prima metà del secolo XIV, ricorda che lo 
Scotto diede fuori certi versi (probabilmente quegli stessi 
che Salimbene riporta) ov'era predetta la rovina di pa- 
recchie città d'Italia, con altri avvenimenti 41 ; e Benve- 
nuto da Imola assicura che parecchie profezie del nostro 
filosofo si avverarono * 8 . 

Le profezie qui ricordate furono esse veramente opera 
di Michele Scotto? o non piuttosto furono a lui attribuite 
per acquistar loro il credito e la celebrità onde quegli 
godeva, cosi come s'era fatto già, o tuttavia si veniva fa- 
cendo, con Merlino? Ohe Michele s'arrogasse l'officio dì 
profeta è provato da quanto dice in proposito Enrico 
d'Avranches, ricordato di sopra; ma che le profezie a lui 
attribuite sieno proprio di lui non si può provare, e che 
quella riferita da Salimbene non sia si può affermare si- 
curamente, quando si consideri che essa è, in sostanza, 
non favorevole, ma avversa a Federico II. Comunque sia, 
ciò che più importa a noi si è che dalla comune credenza 
e dalla leggenda ei fu tenuto profeta. 

E la leggenda altro narra in proposito. Il cronista Saba 
Malaspina (sec. XIII), avvertito come Federico II desse 



LA LEGGENDA Di UN FILOSOFO 

molta fede ad astrologi e negromanti, e 
loro parole, soggiunge che essendogli stato predetto da 
certi aruspici che morrebbe sub flore, desideroso di vivere 
immortale, evito con ogni studio d'entrare cosi in Firenze, 
come in Fiorentino di Campania, senza, per chiesto, poter 
fuggire alla sorte che l'aspettava * 3 . Chi quegli aruspici 
fossero Saba non dice. Giovanni Villani narra: « Lo Im- 
peradore venuto in Toscana non volle entrare in Firenze, 
né mai non v'era intrato, però che se ne guardava, tro- 
vando per suoi augurj, ovvero detto d'alcuno demonio, 
ovvero profezia, come dovea morire in Firenze, onde forte 
ne temea; » e alquanto più oltre, narrando come Federico 
morisse in Firenzuola, soggiunge: « ma male seppe inter- 
pretare le parole mendaci, che '1 demonio li avea dette » **. 
Giovanni non sa donde propriamente venisse, di che na- 
tura fosse l'avvertimento; ma inclina da ultimo a cre- 
derlo avvertimento ingannevole di demonio. Altri, e sono 
il maggior numero, attribuiscono l'avvertimento a Michele 
Scotto. Benvenuto da Imola, notato come Michele mesco- 
lasse la negromanzia con l'astrologia, e come delle pre- 
dizioni ch'ei fece alcune ebbero ad avverarsi, dice che 
male per altro s'appose quando annunziò a Federico che 
morrebbe in Firenze, mentre morì in Fiorenzuola dì Pu- 
glia (sic). L'autore del Fioretto delle croniche degli im- 
peradori nomina Michele Scotto, ma non accenna a errore 
o equivocazion di nome: « E andando per lo cammino 
(lo imperadore) giunse in Campania a una terra che si 
chiama Fiorentino, e quivi morì. E tutto ciò gli disse di 
sua morte Maestro Michele Scotto negli anni domini 
MCCL: » e avverte poi che Merlino parlò di Federico II, 
e profetò che vivrebbe settantasette anni. Sant'Antonino 
ricorda l'equivocazione dei nomi, ma di Michele Scotto 
non parla* 5 ; mentre alcuni fra i commentatori meno an- 
tichi di Dante, come il Landino, il Vellutello, il Daniello, 



-'58 I.A LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

ne fanno espresso ricordo. Taluno d'essi parla, non di 
Firenzuola, ma di Firenzuola. Com'è noto, Federico mori 
veramente in Fiorentino di Puglia. 

Non ispenderò parole intorno all'indole di questa pro- 
fezia la quale arieggia eerti responsi ambigui degli oracoli 
antichi: mi basterà notare ch'essa ha numerosi riscontri M . 

A Cecco d'Ascoli, mutato come Michele Scotto in mago, 
furono, come a Michele Scotto, attribuite parecchie pro- 
fezie, ricordate da Giovanni Villani e da altri *'. 



Se celebre come profeta, assai piti celebre fu Michele 
Scotto come mago. 

Abbiam già udito il Landino affermare essere stata opi- 
nione universale che Michele « fusse ottimo astrologo et 
gran mago; » e l'Anonimo Fiorentino ch'ei « fu grande 
nigromante ». 11 Boccaccio lo fa dire da Bruno « gran 
maestro in nigrorcanzia », e Ouinifovto delli Bargigi lo 
vanta * grande incantatore nella corte di Federico II » *". 
Nel Paradiso degli Alberti, Maestro Luigi Marsilii, fa- 
cendosi a narrare una novella che vedremo or ora, dice 
di voler narrare « uno caso assai famoso e noto e pub- 
blicamente fatto da tale, che, secondo che certo si crede, 
non fu in Italia già moltissimi secoli più dotto e famoso 
mago ». Aveva dunque avuto ragione Dante di affermare 
che Michele seppe veramente quel gioco, e Fazio degli 
Uberti ch'ei seppe contraffare Simon Mago, maestro e 
principe di tutti i maghi. In sul finire del secolo XV e 
in sul principiar del seguente questa celebrità di Michele 
Scotto non era ancor dileguata: Teofilo Foleugo, nella 
maccheronea XVI11 ee ne fa testimonianza. 

La leggenda magica di Michele Scotto non dovett'essere 






LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 259 

per certo, cosi copiosa e compaginata come fu quella di 
Virgilio; ina certo fu più compaginata e copiosa di quanto 
ora appaja a noi, che non siam più in grado di conoscerla 
tutta. Di ciò le prove non mancano. Benvenuto da Imola 
ricorda avere udito narrar di Michele, de quo jam toties 
dictum est et dicetur, assai cose, che pajono a lui piut- 
tosto immaginate che vere 49 ; e l'Anonimo Fiorentino: 
« Dicesi di luì molte cose meravigliose in queir arte ». 
Più secoli dopo il Dempster nota che ancora a' suoi tempi 
si narravan di lui innumerevoli fiabe, innumerabiles . . . 
aniles fabulae. Avvertasi che la leggenda magica di Mi- 
chele Scotto nasceva e prendeva vigore giusto nel tempo 
in cui cominciava ad appalesarsi in modo più risentito 
il triste vaneggiamento superstizioso che tante sciagure 
procacciò di poi ; quando contro gli stregoni e le streghe 
s'instruivano i primi processi e s'accendevano i primi 
roghi; quando Gregorio IX, di cui abbiamo udite le lodi 
date al filosofo, si levava con impetuoso sdegno contro 
1' arte dannata e contro i rei che osavan di professarla. 
Nasceva la leggenda e prendeva vigore in un tempo assai 
favorevole al suo naseere ed al suo crescere. 

I racconti in cui la leggenda prende corpo e colore si 
possono spartire in due gruppi: l'uno, di quelli nati in 
Italia, o, per lo meno, riferiti da autori italiani; l'altro, 
di quelli nati fuori d'Italia, e più propriamente nella 
patria del filosofo, in Iscozia. Tra questi due gruppi non 
è diversità quanto al concetto che li informa e s 
ma non è nemmeno continuità: li tiene congiunti i 
iì nome di colui che diede argomento alla leggenda. Vol- 
giamoci primamente al primo. 

Jacopo della Lana, Francesco da Buti, l'Anonimo Fio- 
rentino, Cristoforo Landino, Alessandro Vellutello, narrano, 
quale più in breve, quale più in disteso, e con partico- 
larità che variano dall'uno all'altro, come, essendo in Bo- 



200 La leggenda di cs fu 

logna, Michele invitasse a banchetto molti gentili uomini 
della citta, senza apparecchiare vivanda alcuna, e neanco 
accendere il fuoco in cucina, e come, essendo ì convitati 
.-«■d'iti intorno alle mense, cominciassero a venir per l'aria 
serviti di molte vivande, e Michele dicesse loro: questo 
viene dalla cucina del re di Francia; quest'altro dalla 
cucina del re d'Inghilterra, e così di séguito; e il tutto av- 
veniva per diligenza di spiriti, comandati da Michele 50 . 
Il qual Michele, per altro, non potrebbe vantarsi d'es- 
sere stato ni mondo solo operatore di tanto prodigio, che 
altri l'operarono prima, e altri dopo di lui. Di Pasete, il 
quale superò tulli gli uomini nell'arte magica, ricorda 
Suida come facesse apparire sontuosi banchetti, e donzelli 
che li servivano, e il tutto novamente sparire 51 ; e mira- 
coli simili narra Origeue dei maghi d' Egitto 52 . Numa 
Pompilio, Virgilio, Tiridate I, re d'Armenia, un re dei 
Bramani, Alberto Magno, Ruggero Baeone, Pietro Bar- 
liario, Fausto, un rabbino per nome Lòw, conobbero tutti 
quest'arte, e la praticarono con ottimo successo 63 . Il dia- 
volo Astarotte imbandì a Rinaldo e a Ricciardetto un ban- 
chetto sontuoso, e avendo i due paladini domandato 



onde l'oste abbia avute 
Queste vivande che son lor venate; 
Rispose il diavoli Questa colezione, 
E le vivande che mangiato avete. 
Apparecchiava il re Marsilione; 
E giunti in Roncisvidle lo saprete, 
Che i servi insieme ne fecion questione; 
E se del mostro imperador volete 
Ch'io faccia qui venir lesso o arrosto, 
Comanda pur. che ci sarà tantosto M . 






Ne potrebbe il nostro Michele vantarsi d'essere stato il 
solo che sapesse operare il miracolo, riferito dall'Anonimo 
Fiorentino, di far comparire « essendo di gennaio, viti 



LA LEGGENDA DI OS FILOSOFO 261 

piene di pampani et eoa molte uve mature », le quali 
sparvero subito che i presenti si furono accinti a tagliare 
i grappoli co' coltelli; perchè un miracolo in tutto simile 
a questo seppe operare anche Fausto 55 , e Mitri incantatori 
seppero, di pieno verno, far comparire interi giardini, verdi 
e fioriti. Cosi l'Ebreo Sedecia, di cui si dice, nel Para- 
diso degli Alberti, che l'anno 876 fece sorgere, in pre- 
senza dell'imperator Lodovico, uno stupendo giardino, 
tutto odoroso di fiori, tutto sonante del canto d'infiniti 
uccelli; così Alberto Magno, che in un giardino miraco- 
loso imbandì un miracoloso banchetto; cosi Cecco d'Ascoli, 
di cui si racconta che « in un convito di dame, a tempo 
d'inverno, fece apparir pergolati, e fiori e frutta, come di 
primavera e autunno » 5fl . Ma il prodigio più pomposo e 
mirabile fa quello operato dal secondo. Nel cuor del verno, 
Alberto Magno pregò una volta l'imperatore Guglielmo 
di volersi recare, con tutta la corte, a desinare in sua 
casa. V'andò l'imperatore, e il buon mago lo menò, in- 
sieme col séguito, in un giardino, dove, tra gli alberi 
sfrondati, in mezzo alla neve ed al ghiaccio che coprivano 
intorno ogni cosa, si vedeva apparecchiato il convito. 1 
cortigiani cominciarono a mormorare, sembrando loro uno 
strano scherzo quello dell'ospite che lì aveva condotti a 
intirizzir di freddo; ina come l'imperatore si fu seduto 
a mensa, e gli altri similmente, ciascuno secondo il suo 
grado, ecco splendere in cielo un sole estivo, ecco disfarsi 
in un baleno la neve ed il ghiaccio, la terra e gli alberi 
germinare e vestirsi di verzura e dì fiori, brillar tra le 
fronde i frutti maturi, e l'aria d'intorno sonare del canto 
soavissimo d'infiniti uccelli. In breve la caldura crebbe 
di sorta, che i convitati cominciarono a togliersi i panni 
di dosso, e, mezzo ignudi, ripararono all'ombra degli al- 
beri. Fornito il mangiare, i numerosi e leggiadri valletti 
che avevan servito sparvero come nebbia, e di subito il 



262 LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

cielo si rabbujò, e le pìanie si dispogliarono, e un orrido 
gelo ravvolse novamente ogni cosa, con si acerba freddura, 
che gli ospiti, tremando, corsero in casa, e si accalcarono 
intorno al fuoco B7 . 

Non estraneo forse ai banchetti magici di Michele era 
un barletto portentoso, che mai non si votava. Si racconti* 
nelle chiose sopra Dante alle quali si dà il titolo di Falso 
Boccaccio, che nel campo e nel padiglione dell'imperator 
Federico, il giorno in cui questi fu aconfitto da' Panni- 
giani assediati, un povero ciabattino, andatovi con altri 
infiniti a far preda, trovò un barletto pien di vino squi- 
sitissimo, e sei portò a casa. Egli e la donna sua ogni d'i 
ne spillavano; ma per quanto ne spillassero, non potevano 
vederne la fine: onde il pover uomo, meravigliato, volle 
vedere che mai ci fosse dentro, e ruppe il barletto, e vi 
trovò una piccola figurina di un angelo d'argento, il 
quale con l'un de' piedi premeva un grappolo d'uva, 
similmente d'argento, e dal grappolo usciva quel per- 
fettissimo vino. Così appagò egli la sua curiosità; ma 
tosto se n'ebbe a pentire, perchè dal barletto non uscì più 
nemmeno un gocciolo; e il barletto «era fatto per arte 
magicba e di negromanzia, e questo fecie Tales, overo 
Michele Scotto, per la sua scienzia e virtù » S8 . L'autore 
di queste chiose è il solo che affibbi! a Michele il nome 
di Tales (TaleteP), ne so dire perchè sei faccia. Dì un 
altro botticino che non si votava mai, ma che avrebbe 
perduta la virtù il giorno in cui alcuno avesse voluto 
guardarvi dentro, fu autore Virgilio, secondo attesta Bona- 
mente AtipTando 59 . 

Questi racconti hanno popolare l'origine, popolare il 
carattere. Stimolata dal bisogno e talora dalla fame, la 
fantasia vagheggiò nell'arte magica un mezzo sbrigativo 
e sicuro di sovvenire alla fame e al bisogno. Di qui si 
fatte ed altre simili finzioni, le quali perpetuamente ri- 



LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 263 

nascono dal desiderio perpetuo. La borsa inesauribile dì 
Fortunato passa di mano in mano: a Pietro d'Abano i 
denari spesi facevano ritorno da sé, fedelmente; l'antico 
Pagete, già ricordato, aveva un mezzo obolo che sempre 
gli rivolava in tasca, e che diede argomenta a un pro- 
verbio. 

Di tutt'altro carattere, e più romanzesco, e men comune, 
è un altro prodigio che del nostro mago si narra. 

Federico II celebrava in Palermo, con solennissime feste, 
la elezione sua a re dei Romani. Il giorno della festa 
maggiore, essendo chiarissimo il cielo, e già seduti intorno 
alle mense i convitati, e cominciato a dar l'acqua alle 
mani, si presentò all'imperatore Michele Scotto, insieme 
con un suo compagno, entrambi in abito di Caldei, e ri- 
cordato come da un mese circa non fosse più stato in 
corte, offerse di dar saggio dell'arte sua. L'imperatore lo- 
pregò di far rinfrescare, con un buono scataroscio di pioggia, 
l'aria, ch'era caldissima. Obbedì il mago, e tosto, rannu- 
volatosi il cielo, imperversò una furiosa procella, la quale 
si chetò prontamente, come appena l'imperatore n'ebbe 
espresso il desiderio. Ammirato e lieto di tal meraviglia, 
l'imperatore invitò i savii a chiedergli quale grazia più 
loro piacesse, ch'egli era pronto a concederla, e Michele 
il pregò di voler dar loro uno de' suoi baroni, perchè fosse 
loro campione, e li ajutasse ad aver ragione di certi ne- 
mici, co' quali erano in guerra. Acconsentì Federico, e li 
invitò a scegliere tra' cavalieri presenti quello che loro 
fosse più in grado, ed essi scelsero un cavaliere tedesco, 
per nome Dlfo, e subito, con esso lui (così parve al ca- 
valiere) si posero in viaggio, sopra due grandi e magni- 
fiche galere, avendo seco numerosa e bella compagnia. 
Navigando a seconda, risalirono lungo la costa occidentale 
d'Italia, ridiacesero lungo la costa orientale di Spagna, 
valicarono lo stretto di Gibilterra, e giunsero « a liti 






264 LA LEGGENDA 01 UN FILOSOFO 

assai domestichi e piacevoli », dove si fé' loro incontro 
molto popolo festante, ed ebbero, come signori di quel paese, 
meravigliose accoglienze; e di lì passarono a un luogo, 
ov'era accampato un grandissimo esercito, pronto a muo- 
vere contro il nemico, e dell'esercito, Ulfo fu gridato ca- 
pitano. Comincia allora una micidialissima guerra. Sì 
combattono due grandi battaglie campali, a cui tien dietro 
la espugnazione d'una città. Ulfo uccide di sua mano il 
re nemico, ne occupa il trono, ne sposa la figliuola, e 
riman d'ogni cosa, per volontà di Michele, solo ed assoluto 
signore. Michele e il compagno chiedono allora licenza e 
si partono, e Ulfo vive lietissimo in compagnia della 
moglie, che adora, e ha da lei più figliuoli, così maschi 
come femmine. Trascorsi quasi vent'anni, Michele e il 
compagno tornano a lui, e Io sollecitano ad andarsene con 
loro in Sicilia, alla corte dell'imperatore. Ulfo, benché di 
mala voglia si parta dalla famiglia e dal regno, cede 
alla loro preghiera, si pone con essi in viaggio, giunge 
con essi a Palermo, ed ecco ritrova, con sua stupefazione 
grandissima, nella corte di Federico, le cose tutte in quella 
condizione medesima in cui le aveva lasciate, che dai don- 
zelli non s'era ancor finito di dar l'acqua alle mani. Quelli 
che ad Ulfo erano, per illusion di magia, sembrati mol- 
t'anni, non erano stati se non pochi istanti; e la novella 
soggiunge che il povero cavaliere non potè racconsolarsi 
mai più della felicità che credeva di aver goduta e per- 
duta. In quel punto medesimo Miehele e il compaguo 
sparirono, e per quanto Federico, doglioso della tristezza 
del suo cavaliere, li facesse cercare, non fu più possibile 
di trovarli. 

La novella di cui io ho qui dato un sunto, è narrata 
molto per disteso nel Paradiso degli Alberti fl0 ; ma, assai 
prima che in questo romanzo, fu introdotta nel Novellino, 
salvo che qui è narrata, come le altre del libro, in forma 



LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO S65 

assai compendiosa, e che il luogo di Michele Scotto e del 
suo compagno vi è tenuto da « tre maestri di nigro- 
manzia », di nessun de' quali si dice il nome, e un colite 
dì San Bonifazio fa le veci del cavaliere Ulfo ai . L'av- 
ventura, o, a meglio dire, l'incantesimo che le porge ar- 
gomento, riappare, variato più o meno, in numerosi rac- 
conti ea . 

Della valentia di Michele Scotto nell'arti magiche, e 
dei prodigi operati da lui, rimase lungo ricordo in Italia. 
Nella maccheronea XVIII del Baldo, Teofilo Folengo, 
enumerando le varie figure dì maghi ond'era adorno il 
libro di Mnselina, non dimentica Michele, e fa cenno 
de' suoi incantamenti: immagini diaboliche; filtri ama 
torii ; un cavallo invisibile, che rapido come saetta, il 
portava dovunque gli piacesse d'andare : certa nave dise- 
gnata sulla riva, che si muto in vera e propria nave 
trasvolante pei mari; una cappa che faceva invisibile chi 
la indossava, ma lasciava scorgere l'ombra del corpo, se 
quegli, incauto, si fosse esposto al sole 6;i . Non so se altri, 
prima del Folengo, avesse attribuiti a Michele sì fatti 
prodìgi, che dagli autori più antichi non si vedono ricor- 
dati; ma quanto ai prodigi stessi, l'invenzione non è 
del Folengo. Un cavallo molto simile a quello da lui 
descritto ci si parerà dinanzi a momenti: il miracolo 
della nave si racconta dì Eliodoro, di Virgilio, di Pietro 
Barliario, di altri **: delle immagini, dei filtri, della cappa 
che rende l'uomo invisibile, nulla è da dire, tanto sono 
comuni. In principio del secolo XVII, Antonio Maria Spelta 
ricordava ancora, ma per burlarsene, i banchetti magici 
di Michele Scotto ° 5 . 

Ora sarebbe a dire della morte di Michele secondo la 
tradizione italiana; ma avendosi, circa quella morte, anche 
una tradizione scozzese, dirò di entrambe congiuntamente 
più oltre. 



I.KUUKMM IX UN" FILOSOFO 



VI. 






I racconti intorno al nostro buon mago dovettero essere 
in Iscozia, e anche in Inghilterra, assai numerosi. Abbiara 
veduto il Dempster accennare a favole innumerevoli: 
Gualtiero Scott, alla cui diligenza dobbiamo le poche di 
cui s'abbia notizia, dice di riferire alcune delle molte che 
a' suoi tempi narravansi ancora. E sono queste che se- 
guono M . 

Certi sudditi del re di Francia avevano, ìd danno di 
certi sudditi del re di Scozia, commesso non so che atti 
di pirateria. Il re di Scozia pregò Michele d'andarne a 
chiedere soddisfazione e risarcimento, e Michele accettò 
l'ufficio; ma, anziché provvedersi di sontuoso equipaggio, 
come richiedeva la condizione d'ambasciatore, egli si ri- 
trasse nel suo studio, aperse un suo libro magico, evocò 
un demonio in tìgura di un gran cavallo nero, gli montò 
addosso, e lo forzò a volare per l'aria alla volta di Francia. 
Mentre così volavano sopra il mare, il demonio chiese 
insidiosamente al suo cavaliere che cosa mai borbottas- 
sero le vecchie donniccìuole di Scozia in sul punto di 
mettersi a letto. Un incantator meno esperto avrebbe ri- 
sposto: Il Pater noster; e subito il nemico se lo sarebbe 
scosso dal dorso e l'avrebbe precipitato nell'onde. Ma Mi- 
chele severamente rispose: Di ciò che t'importa? Sali, 
diavolo, e vola! Giunto in Parigi, legò il cavallo alla 
porta del palazzo, si presentò al re, espose arditamente il 
suo messaggio. II re accolse poco rispettosamente un am- 
basciatore che si mostrava in così povero arnese, e stava 
per rispondergli con un superbo rifiuto, quando Michele 
il pregò di voler soprassedere ad ogni risoluzione fino a 
che il suo cavallo avesse dato tre zampate in terra. Alla 



LA LEGGENDA. DI UN FILOSOFO 267 

prima zampata traballarono tutti i campanili di Parigi, 
sonarono tutte le campane; alla seconda tre torri del 
palazzo rovinarono; e l'infernal palafreno stava per pic- 
chiare la terza, quando il re, prima di vederne gli effetti, 
concesse a Michele tutto quanto gli aveva domandato. 

Questo di un viaggio per l'aria, compiuto con l'ajuto 
di un diavolo, in brevissimo tempo, è tema di racconto 
assai comune' 7 ; e comune la finzione del cavallo diabo- 
lico 63 , e l'accorgi mente o il precetto di non far atto, o 
profferir parola, die abbia carattere religioso. Le streghe, 
che a cavalcioni d'una granata, o sul dorso di un caprone, 
si recavan di notte, per l'aria, alla tregenda, erano pre- 
cipitate a terra se facevano il segno della croce, se invo- 
cavano Dio o i santi. 

Un'altra volta Michele, mentre dimorava nella torre di 
Oakwood, sul fiume Ettrick, a circa tre miglia da Selkirk, 
udì parlare di una strega, detta la strega di Falsehope, 
la quale aveva sua stanza sull'altra sponda del fiume. Una 
mattina egli si reco da lei, per metterla alla prova; ma 
fu deluso, poiché quella negò d'avere qualsiasi cogni- 
zione dell'arte magica. Discorrendo, Michele posò sbada- 
tamente la verga sopra una tavola, e la strega, datole 
subitamente di piglio, lo percosse con quella e lo tras- 
formò in lepre. Egli, cosi mutato, sguizzò fuori; ma si 
imbattè nel suo proprio servitore, e ne' proprii suoi cani, 
i quali presero a corrergli dietro, e in breve l'ebbero ser- 
rato cosi da vicino, che egli, per avere un momento di 
respiro e poter disfar l'incanto, si dovette cacciare, dopo 
faticosissima fuga, in una cloaca. Desideroso di vendicarsi, 
Michele, una bella mattina, nel tempo del raccolto, andò, 
co' suoi cani, sopra di un colle, e mandò il servo dalla 
strega, a chiederle un po' di pane per le bestie, istruen- 
dolo di quanto dovesse fare in caso che ne avesse un ri- 
fiuto. La strega ricusò con parole ingiuriose, e il servo 



LA I.EtiUENDA DI UN FILOSOFO 

attaccò all'uscio un breve, datogli dal padrone, ove, in- 
sieme con più parole cabalisti che, si potevan leggere questi 
due versi: 

U servitore di Michele Scotto 

Chiese del pane e invece ebbe un rimbrotto™. 

Senza por tempo in mezzo, la vecchia, tralasciata la oc- 
cupazion sua, ch'era dì cuocere il pane pei mietitori, prese 
a ballare intorno al fuoco, ripetendo que' versi. Giunta 
Torà del desinare, il marito di lei, non vedendo venire le 
provvigioni, mandò l'uno dopo l'altro i suoi uomini a ve- 
dere quale fosse la cagion del ritardo; ma tutti furono 
colti dalla stessa malia, e tutti, senza più pensare a tor- 
narsene indietro, entrarono nella danza. Da ultimo si 
mosse anche il marito, ma veduto Michele sul colle, sa- 
pendo del brutto scherzo fattogli dalla donna, fu piti cauto 
degli altri, e non entrò in casa, ma guardò dalla finestra, 
e vide i suoi mietitori, i quali, trescando senza volere, 
trascinavano la moglie sua. oramai più morta che viva, 
quando intorno, e quando attraverso il fuoco, che, secondo 
l'uso, ardeva nel bel mezzo della stanza. Non cercò altro, 
ma sellato un cavallo, corse sul colle, si umiliò dinanzi 
a Michele, e lo pregò di far cessare l'incanto, grazia che 
il buon mago subito gli concesso, avvertendolo di entrare 
in casa a ritroso, e di staccare con la mano sinistra il 
breve dall'uscio. Così fece il buon uomo e l'incanto cessò. 

Ci sono due cose in questo racconto che richiamano 
più particolarmente la nostra attenzione: la metamorfosi 
del mago in lepre; la danza magica fonata. 

È credenza antichissima, e comune a tutte le razze 
umane, che, per virtù di magia, l'uomo possa mutarsi, o 
essere mutato in bruto, e che una simile mutazione possa 
anche operare il volere di un nume ,0 . La mitologia clas- 
sica abbonda, a questo riguardo, di notissin 



LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 269 

cui fa riscontro, nella Bibbia, il caso di Nabucco, e l'anno 
riscontro molti miti fanciulleschi di genti selvagge, il 
medio evo conservò sì latta credenza, se pur non l'ac- 
crebbe, e per secoli nessuno dubitò della realtà della li- 
cantropia 7I , nessuno negò che gli stregoni e le streghe 
potessero prendere la forma di quell'animale che più fosse 
loro piaciuto, o farla prendere altrui ri . La trasformazione 
era del corpo propriamente, e dicevasi che l'anima, nel 
corpo mutato, serbatasi inalterata; ma anche in questa, 
come in tante altre opinioni del tempo, è difetto di pre 
cisione e di certezza. Più e più cronisti narrano il caso 
del re Gontrano di Francia, la cui anima, sotto forma di 
un topo, fu veduta uscire dalla bocca di lui dormente, 
passare un ruscello, entrare nel cavo di un monte, sco- 
prirvi un tesoro, e rientrar poi d'ond'era uscita; e molte 
e molte leggende ascetiche narra» di anime vaganti in 
forma d'uno o d'altro animale, il più sovente di uccelli. 
Gli è assai difficile dire dove; secondo le idee medievali, 
cessi il bruto e l'uomo incominci, tanto quello è fatto 
prossimo a questo. Sono senza numero le pie leggende in 
cui si vedono i leoni e le tigri rispettare i martiri ; i 
santi anacoreti vivere familiarmente con le fiere del de- 
serto, avere da esse nutrimento e difesa, e talvolta operar 
miracoli in loro beneficio; varii animali esser fatti messi 
del cielo, ammonire i peccatori, predir l'avvenire, o, se 
non altro, osservare le feste 73 . Perciò, come non è a me- 
ravigliare dell'uso che il medio evo fece degli animali in 
servigio della esemplificazione e del simbolo, così non è 
da stupire delle procedure giudiziali, delle sentenze, delle 
maledizioni e delle scomuniche cui, più d'una volta, essi 
porsero occasione e argomento. Perciò San Francesco aveva 
ragione di predicare agli animali e di farli assistere alla 
santa messa; aveva ragione di chiamarli fratelli; e non 
ebbe torto il giorno in cui maledisse una troja che aveva 



ammazzato un agnello, e che per la forza di quella ma- 
ledizione morì in capo di tre giorni T *. Dopo la morte, 
l'uomo ritrovava gli animali in inferno; ne ritrovava qual- 
cuno, secondo la popolare credenza, in paradiso. 

Di danze forzate sono molti esempii in leggendari!, in 
croniche, in novelle popolari. Sempre hanno carattere o di 
burla maligna o di castigo, e chi le promuove può esaere 
così un mago come un sant'uomo. Ruggero Bacone forzò 
tre ladri a ballare tutta una notte. Infiniti sono i rac- 
conti ove ai vedono colte successivamente alla stessa 
malia molte persone, delle quali quelle che giungon dopo 
vengono col proposito di vedere che cosa sia occorso alle 
altre, giunte prima, o con quello di liberarle. 11 caso di 
Michele e della strega porge inoltre esempio di quelle 
gare di maghi onde tanti altri esempii si hanno, a co- 
minciare da quello celebre di Mosè e dei maghi d'Egitto. 

Dice Gualtiero Scott che a tempo suo, nel mezzodì 
della Scozia, ogni fabbrica antica e di gran lavoro si cre- 
deva opera del vecchio Michele, o di Sii" Guglielmo Wal- 
lace, o del diavolo. Ben s'intende che il vecchio Michele, 
come ogni altro mago, s'era in ciò giovato della forza e 
della industria dei diavoli. E la leggenda narra di uno 
di questi diavoli, il quale era sempre attorno a Michele, 
e non voleva mai starsi con le mani in mano, ma lo im- 
portunava senza fine perchè volesse dargli faccenda. Mi- 
chele gli ordinò di costruire una diga attraverso il fiume 
Tweed, a Kelso, e in una notte la diga fu fatta. Poi Mi- 
chele gl'ingiunse di spartire in tre il colle di Eildon, e 
in un'altra notte il colle fu spartito. Finalmente Michele 
gl'impose d'intrecciar corde d'arena, e a questa disperata 
bisogna il buon diavolo attende tuttora. Notisi che evo- 
care i diavoli, e non occuparli subito in qualche cosa, 
poteva portar pericolo. Il famidus di Virgilio, avendone 
evocati molti storditamente, e vedendoli impazienti e mi- 



LA LEGGENDA DI DN FILOSOFO 271 

nacciosi, ordinò che lastricassero la strada da Roma a 
Napoli, e così fecero. I ponti, i muri, gli acquedotti, i 
palazzi fabbricati dai diavoli sono innumerevoli : tra le 
opere loro si ha pure qualche bella chiesa, e più di un 
convento. 

La morte di Michele Scotto è narrata in modi affatto 
diversi dalla tradizione italiana e dalla tradizione scozzese. 

Francesco Pipino, già ricordato, racconta : Dicesì che 
Michele Scotto, avendo trovato d'avere a morire della per- 
cossa di un sassolino di peso determinato, immaginò una 
nuova armatura del capo, detta cervetliera, e di quella 
andava sempre coperto. Un giorno, essendo in una chiesa, 
nel momento della ostensione o elevazione de! corpo di 
Cristo, egli, per consueta reverenza, si nudò il capo, e in 
quella appunto il fatai sassolino, cadendo dall'alto, il per- 
cosse, e lievemente il piagò. Postolo in una bilancia, e 
trovatolo del peso che avea preveduto, intese esser giunta 
la sua fine, e dato ordine alle cose sue, dì quella ferita 
indi a poco mori 75 . 

Con leggiere varianti questa novella è narrata pure da 
Benvenuto da Imola, dal Capello, commentatore del Dit- 
tamondo, dal Daniello, dal Landino, dal Vellutello, e, ri- 
ferendosi, senza dnbbio, ad essa, parecchi cronisti dicono, 
come il Pipino, Michele inventore della cervelliera w . 
Questa morte di Michele Scotto ricorda quella di Vir- 
gilio, che avvertito, secondo la leggenda, di guardarsi il 
capo, morì d'insolazione. 

Stando alla tradizione scozzese, Michele Scotto morì per 
la malvagità di una donna, sua moglie, o concubina. Coste: 
riuscì a farsi palesare da lui ciò che, insino allora, egl 
aveva tenuto a tutti celato; cioè che con l'arte sua egl: 
poteva premunirsi da ogni pericolo, salvo che dalla vele- 
nosa virtù di un brodo fatto con la carne di una troia 
furiosa. Cotal brodo per lo appunto ella gli diede a bere, 




272 LA LEGGENDA DI CTS FILOSOFO 

e il povero mago se ne andò all'altro mondo; non cosi 
presto tuttavia, che non gli rimanesse tempo di punir con 
la morte la traditrice. 

Per questo racconto Michele entra a far parte della 
numerosa famiglia degli ingannati dalle donne, famìglia 
così spesso ricordata da poeti e romanzatori del medio evo, 
e nella quale figurano Adamo, Salomone, Sansone, Aristo- 
tele, Virgilio, Merlino. Artù e parecchi altri. 

Dei libri magici di Michele Scotto duro lungo il ri- 
cordo in Iscozia. A' tempi del Dempster si credeva che 
essi esistessero ancora, ma non si potessero aprire senza 
spavento, a cagione de' prestigi diabolici che tosto si offe- 
rivano a chi li aprisse ". Del pericolo che gl'inesperti 
potevan correre in aprire i libri magici son molti esempli: 
due nipoti di Pietro Barliario vi lasciarono la vita. I libri 
di Michele, dicevasì, erano stati sepolti con lui, o si con- 
servavano nel convento ov'egli era morto, o in un castello, 
appesi ad arpioni di ferro. Del libro magico di Cecco 
d'Ascoli si disse in Italia che fosse conservato nella Lau. 
renziana, o sopra le volte di San Lorenzo, assicurato con 
catene. Nel canto II del suo Lay of the last Minstrel, 
Gualtiero Scott narra la storia di un cavaliere, per nome 
Guglielmo Deloraine, il quale con l'ajuto di un vecchio 
monaco, che già aveva conosciuto Michele Scotto, apre la 
tomba del mago e ne toglie il libro magico. In mezzo a 
una luce meravigliosa, che riempie la tomba, il mago 
appar loro come fosse ancor vivo, maestoso nell'aspetto, 
col libro del comando nella mano sinistra, una croce d'ar- 
gento nella destra, e quasi co' segni della eterna salute 
nel volto 7S . Tutto ciò e invenzion del poeta. 



LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 



De' prodigi che la leggenda attribuisce a Michele Scotto, 
non pochi, come abbiam veduto, si narrano di altri maghi : 
e in generale può dirsi che le numerose leggende di maghi 
pervenute, in tutto o in parte, sino a noi, presentano, in- 
sieme con alcune piceìole parti divariate e proprie, una 
parte, di molto maggiore, uniforme e comune. Di questa 
uniformità e comunanza son due ragioni: la prima, ohe 
i temi principali della finzione sono naturalmente di nu- 
mero assai ristretto, e, in condizioni simili di coltura e 
di vita, rinascono e si ripetono simili ; la seconda, che i 
temi passano d'una in altra leggenda, di modo che ì 
maghi nuovi ereditano dagli antichi; i maghi celebri ar- 
ricchiscono a spese degli oscuri. Abbiamo qui un caso 
speciale di quel generale procedimento di attrazione e di 
accumulazione per cui tutte le leggende crescono, e di 
cui tanti esempii ci porgono le storie favolose e mirabili 
degli eroi epici, dei santi, ecc. Cosi fu che la leggenda 
di Virgilio crebbe di numerose sottrazioni fatte alle leg- 
gende di altri maghi ; così fu che crebbe la leggenda di 
Fausto. 

Virgilio , Ruggero Bacone , Pietro Barliario , Cecco 
d'Ascoli, Fausto, diedero materia a storie popolari, nelle 
quali si pensò d'avere raccolti ordinatamente tutti i mi- 
racoli che loro si attribuivano, narrata per intero la vita, 
dal nascimento alla morte. In essi appare, non più la 
leggenda disgregata, ma la leggenda integrata, venuta a 
termine di crescenza. Non si sa che di Michele Scotto 
siasi scritta una cotale storia in Italia; ma potrebbe darsi 
che fosse stata scritta in Iscozia. Un poeta, per nome 
Satchells, ignoto alle storie letterarie e ai repertori! bi- 

Giuf, Miti, kggtnilt «e, f. IL 1S 



274 LA LEGGENDA DI CX FILOSOFO 

bliografici, ma citato, non so con quanta veridicità, da 
Gualtiero Scott, parla di una storia di Michele Scotto da 
lui veduta 79 . 

Come le altre leggende di presunti maghi, la leggenda 
di Michele Scotto cominciò a trovar molti increduli, e fu 
risolutamente negata, dopo che la nuova coltura ebbe sgom- 
brate le menti dalle caligini medievali. 11 Pits, il De napster, 
il Leland, il Naudé, altri, schifano la leggenda, esaltano, 
come s'è veduto, il sapere di Michele, dicono ch'egli fu 
mago solo nell'opinione del volgo. Nel 1739, un Giovanni 
Gotofredo Schmutzer scrisse un'apposita dissertazione per 
difendere Michele Scotto dalla imputazione di veneficio 80 . 
Per veneficio l'autore intese probabilmente, come dai La- 
tini molte volte s'intese, maleficio, sortilegio: a me non 
fu dato di veder quest'opuscolo. 

In Italia le leggende di Pietro Barliario e di Cecco 
d'Ascoli son vive tuttora, otfron tuttora alcun pascolo alla 
curiosità popolare; ma quella di Michele Scotto è spenta 
già da gran tempo 81 . In lscozia, la leggenda di Michele 
Scotto, viva ai tempi dell'autore A'Ivanhoe, è forse viva 
anche ora; ma non andrà molto che e questa, e quelle, 
ed altre parecchie, andranno a raggiungere le innumere- 
voli che i nuovi tempi, i nuovi costumi e le nuove idee 
hanno cancellate per sempre dal libro della vita. Allora, 
solo nei libri degli eruditi esse troveranno ricetto e riposo. 



NOTE 



' Inf., XX, 115-7. 

' Scrive Adolfo Bàrtoi.i nel VI volume della sua Storiti della 
letteratura italiana, parte 2', p. 78 : " Non molto ci interessano 
gli indovini ilellii quarta bolgia, se non l'orse per dimostrarci 
che Dante non prestava fede all'arte magica ,. In tale giudizio 
non posso accordarmi con l'illustre amico mio, profondo cono- 
scitore dell'opere tutte dell'Alighieri. Da più luoghi del poema, 
e in particolar modo dal racconto posto in bocca a Virgilio nel 
IX canto dell'Infetto, vv. 22-7, si ricava, panni, con sicurezza, 
che Dante non dissentiva, per questo capo, dalla comune cre- 
denza de' tempi suoi, credenza che Tommaso d'Aquino aveva, 
con logico procedimento, ridotto in forme dottrinali. Dante vide 
nella magia un'arte diabnlira, nascente dalli mostruosa alleanza 
dell'uomo con le potenze infernali; e se potè credere, con altri 
assai, che i prodigi per easa operati non fossero se non finzioni 
e frodi del diabolico ingegno, non però credette quell'arte 
un'arte vana, come oggi n'intende. Già Lattanzio aveva detto, 
parlando dei demonii: " Eorum inventa sunt astrologia, et 
aruspicina, et auguratio, et ipsa quae diesato* oracula, et ne- 
cromantia, et ars magica ,. (De origine errori», 1. Il, cap. 16). 
Non altrimenti la pensò Dante ; e -'egli diviluppò Virgilio dalla 
leggenda magica che gli s'era stretta d'attorno, penso il facesse, 
non tanto perchè tal leggenda gli paressi» assurda in sé stessa, 
quanto perchè gli premeva purgare da un'accusa gravissima il 
nome venerato del suo maestro ed autore. Cfr. uno scritto re- 
cente di F. D'Ovidio, Dante e la magia, nella Nuora Antologia 
del 16 settembre 1892. 

'' I biografi che scrissero in latino s'attengono alla forma 
Scotus, e il Dkmi'Stku espressamente avverti' ilfistoria ecehsia- 
xtica gentis Scotorum, Bologna, 1627, p. 494J: ' cognomentum 
etiam Scoti non est familiae aed nationis ,. Vedi incontrario 






278 LA LEGGENDA DI VS FILOSOFO 

Wl-est«sfklij, Die U&erMtx MH gtn ar ab it dier Wèrkt in dai ì.n- 

trinische seit dei» XI. Jakrhundert, estr. dalle Abliiindlun-jen ite 
hfiniylichen Gesellschaft dei- Wissenschaften zu Gottingen, voi. XXII. 
1877, p. 99. Gualtiero Scott Iv. citazione (iiii sottol scrive Mi- 
filati Scott. 

k " E dice l'autore poetando che ne' fianchi è poco, qua>i n 
■lire: fili fu spagnuolo, in per quello che li spagnuoli nel no 
abito l'anno strette vesti ìnenta „. Commedia di Daste degli Al- 
LAfiHBBii col comminili di Jacopo di Giovanni dalla Lana Bolo- 

anesc, Milano (1865), p. 93. 

B Così pure il Boccàccio {Decani., giorn. Vili, nov. 9*): " ...ebbe 
nome Michele Scotto, perciò the 'li Scoria era ,. II Landino, 
avvertito come alcuni volessero lo Scotio spagnuolo. altri scoz- 
zese, soggiunge, senza brigarsi di sapere chi abbia ragione e 
chi torto : * Ma tutti conchiudono, che fosse ottimo astrologo, 
et gran mago ,. 

* Chiose anonimi allu prima cantica detta Divina Commedia ili 
un contemporaneo del poeta, piMfu-tite da Francesco Selmi, To- 
rino. 1865, p. 114. La seconda notizia data dall'anonimo e da 
collegare, Benza dubbio, con una delle interpretazioni dì quelle 
parole del poeta: che ne' fianchi è così poco, allusive, secondo 
alcuni, a certa foggia di vestire: " abiti corti e strettissimi 
usati da Scozzesi, Inglesi e Fiamminghi ,, dice il Daniello. 
Altri vuole che quelle parole alludano a torma naturale della 
persona, o a magrezza prodotta da soverchio studio: dubbio 
grande, che lasceremo volentieri insoluto. 

7 Vedi: Balaeus, Ilhistrium Majoris Britannine xeriptorunt, 
boa est Angliae, Cambriae et Scotiac. iiimmarinm, s. 1., 1548, 
f. 120 r.; Pm, De rebus anglici*, Parigi, 1619, t. I, p. 374 ; 
Uehpbtek, Op.cit., I. HI.; Leland, Commentarti de scriptoribus 
britannici», Oxford, 1709, voi. I, p. 254; Tahmeb, Bibìiotheca 
Brilannico-Hibrraìra. Londra, 174*. p. 525; Hiilt.ird-Brèmoli.ks. 
/{istoria diplomatica Frideit'ci secundi, Parigi, 1859-61 , t. I, 
p" l", Introduzione, p. dxxii; Nouvelle biograpkie <i-'nérale (18611; 
Wuebtehfbi.d, Op. cit., I. cit. ; Hacséau, Hit/otre de la philosophir 
fcolastiaue, Parigi, 1872-80, p° 2', voi. I, p. 124; Enajclopaedia 
britannica, s. Scoi. 

" Biblioteca Napoletana, Napoli, 1678, p. 216. Pieb Luigi Ca- 



NOTE 2 , 9 

a avrebbe espressi! qnclhi. opinione in un ano libro inti- 
tolato Amor della patria, libro che a me non venne fatto di 
ritrovare nemmeno nelle biblioteche di Napoli. Il Nicodesh>, 
nelle Addizioni alla Biblioteca del Toppi, Napoli, 1683, p. 174, 
rimise le cose a posto, dicendo die lo Scotto, da alcuni era 
stimato scozzese, da altri inglese. 

9 11 Boccaccio, Decam., nov. cit., fa dire a Bruno che Michele 
tu un tempo in Firenze, e vi lasciò due inoi discepoli; Jacopo 
della Lana, Francesco da Buti, l'Anonimo Fiorentino dicono 
ch'egli fu in Bologna. 

IU Parecchi fanno vivere Michele sino verso il 1290 e anche 
più tardi; ma vedi in enuti'arin Biuinjìki . Die VuirersitiH Puri» 
und ilie Fremden an ilerselben im Mittclalter, Berlino, 1876, 
p. 96. Il Pits dice a dirittura: " Claruit anno post incamatum 
Dei Verbum 1290, duri Anglicani Regni solio sedebat Edwardus 
Primus r ; e altri soggiungono ibi' Michele fu in molta grazia 
presso quel re, e s'ebbe da lui, nel 1286, una missione impor- 
tante. Ma poiché l'anno della nascita di poco pub essere spo- 
stato, recando una delle h-;idu/iom di .Mieh'-lu la data del 1217, 
si vede quanto quelle notizie, che farebbero vivere il filosofo 
un secolo, o più, sieno poco probabili. L'efrore nacque, senza 
dubbio, da eguaglianza di numi. Ui i.hkho Bacone, Opus mtijns, 
parte 2', eap. 8, si scostò meno dal vero dicendo Michele ap- 
parso anni* Domini 1230 transactìs. 

11 Vedi intomo al sapere di Michèle Scotto, e al luogo che 
gli spetta nella storia dulia filosofìa, StoVki., Gw.hichte der Pbi- 
losopkie des Mìttelallers, Magonza, 1864-6, t. Il, parte 1", p. 346; 
Rei/imi, Oeschichte dei- religiSscii Ali fida ni >iy ini Mittclalter, Ber- 
lino, 1875-7, voi. Il, pp. 271-2; ma soprattutto Hauréac, Op. cit., 
I. cit. 

" Phffsoiwiiia. La qiial mmpiiìi M.iksiho Michael Scotto o 
preghi de Federico Romano Imperatore, Intorno de gran xcìenthi. 
Et è cosa molto notabile e da tener secreta, ecc. Vinegia, Bill- 
doni e Pasini, 1537. Di questo libro ebbe a ricordarsi I'Ahkitno, 
quando, per burlarsi della scienza onil'essn s'intitola, fece dire 
a meseer Biondello medico, nella scena 4' dell'atto III del- 
l'Ipocrita. " È studio inulto dilettevole e pulero quel de la fiso- 
nomia, e però ho fatto uno optacelo èMtgmUlùto hfmJmum ptr 



1 



280 



LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 



aspectitm secondo Aristotile, Scoto, Code, Indagine e la eccel- 
lenza Ji me flloBofo moderno, perocché frana magna et cuperata 
tal inditium potatori», nasali aquilini!* testi* est majestati* imjie- 
ratortae, et facies rugosa testimonium senertutis ,. 

13 Fare un elenco esatto, sia dell»? traduzioni, sia delle opere 
originali di Michele Scotto non è possibile. Vedi, oltre agli 
autori già citati, che parlano del filosofo, Jodedàis, Recherchti 
sur l'àge et Tariffine des traductionx latinea d'Aristote, nuova 
edizione, Parigi, 1843; Haetwig, Uebersetzuiujslilrratur L'ntrr- 
italiena, 1886, p. 21. Per le stampe vedi le opere bibliografiche 
dell'Hain, del Brunet et del Grasse. Qui ricorderò ancora che 
sotto il nome di Michele va un Libro delta Sfera, in ottani 
rima, a, 1. ne a. T che io non potei vedere, ma che probabilmente 
fu desunto dalla versione del trattato di Alpetrongi. 

" Vedi l'Appendice, num. 2. 

15 HitILLÀBD-Bk£hOLLES, Op. CÌt., t. Ct'/., p. DSX1V. 

16 Chronica, Parma, 1857, pp. 169-70. V. l'Appendice, num. 3, 

17 In astroìogiam, 1, XII, e 7. 

11 Ada Sanctorum, t. II di maggio, p. 405. 

18 Compaeetti, Viri/ilio nel medio evo, Livorno, 1872, voi. II, 
pp. 96-7. 

30 Novellino, nov. XX! del testo guai te ruzzi ano. 

" D'Ancona, Tradizioni carolingie in Italia, Rendiconti della 
R. Accademia dei Lincei, CI. di se. mot., utor. e plot., t. V, 
1° sem., faac. 6. Quivi, per trascorso di penna, il fatto, anziché 
a Federico IT, « riferito a Federico Barbaro.iaa. Queste Riccardo 
miracoloso non fu il solo della siili specie. Da più cronisti è 
ricordato eerto Giovanni, detto, non senza ragione, de Tempo- 
ribus, il quale, essendo stato a' servigi di Carlo Magno, morì 
circa il mezzo del secolo XII, in età di più che 350 anni. Lo 
stesso Carlo ebbe a dare argomento a qualche leggenda con- 
simile. Nella t.'li'tnwH de Rolnin/ dici 1 re Marsilio a Ganellone 
(v«, 537-9, testo di T. Moller): 



Mul 






eillier 



NOTE 281 

Qui può essere ricordato pure quell'Artefio, che, secondo più 
scrittori del medio evo, visse 1025 arni, e fu iutt'uno con Apol- 
lonio Tianeo. 

M Fiorello di craniche degli Imperatori, Lucca, 1858, p. 30. 

a L. cit. 

51 Anonimo Fimuiini ns'i, Cnmtnenlu nlhi Lliviiiii Commedia, stam- 
pato a cura di Pietro Fanfani, Bologna, 1866-74, voi. 1, p. 452. 
V. l'Appendice, num. !). Si sa che questo commento fe originale 
soltanto per l'Inferno e parte del Purgatorio; nel rimanente è 
tutt'nno con quello di Jacopo della Lana. 

8,1 Petki Alleohehii super Duna ip*ii<x r/enitoris Comoediaiu 
roiunieriltirium, Firenze. 1S4B, p. 209. 

" L'Ottimo Commento della Divina Commedia, Pisa, 1827. 
voi. I, p. 372. 

31 Fiamxazzo, I eodici friulani delia Divina Commedia, Parte 2", 
li commento più antico e la pia antica omtOtU lutimi (ieH'lnferno 
dal codice di Sandanieie, Udine, 1892, p. 89. 

" L. II, cap. 27. 

3 " Tale disti nzione l iinchi 1 l'atta dui musulmani. Vedi Mauky, 
La magie et l'astrologie rluns l'aiitii/uHt el aii wui/ex-tìge, 4' ediz.. 
Parigi, 1877, p. 196. Sanno tutti di quanta celebrità ahbia go- 
duto fra' rabbini, e goda tuttavia Ira' seguaci di Maometto, 
Salomone, quale ina ti tutore massimi] della magia divina. 

30 Veramente non mancò nel medio avo chi il facesse cristiano. 

31 Alcuno vi fu cui ipMHJqaa dirlo mago, e che i prodigi ope- 
rati da lui Mcriase a tolfl saper naturale. Nel liosnjo della vita 
di Matteo Conerai (Firenze, 1845, pp. 15-16) ni legge: " Tro- 
viamo che uno Alberto Magno, el quale fu de' Frati Predica- 
tori, venne a tanta perfezione di senno, clic per la sua grande 
sapienzia fé' una statua di metallo a sì fatti corsi di pianeti, 
e colsela si di ragione, ch'ella favellava : e non fu per arte 
diabolica ne per negromanzia : però che gli grandi intelletti 
non si dilettano di cioè, perchè è cosa da perdere l'anima e 'I 
corpo; che è vietata tale arte dalla fede di Cristo. Onde uno 
frate chiamando frate Alberto alla su» cella, egli non essen- 
dogli, la statua rispose. Costui credendo e In? fo.n-e idolo di mala 



282 LA LEGGENDA DI UX FILOSOFO 

ragione, la guattii. Tornundo Irate Alberto, gli disse molto 
male, e dina che trenta anni ci avea durata fatica, e: Non 
imparai questa scienza nell'ordine de' Frati. El frate dicea: 
Male ho fatto; perdonami Come! non ne potrai fare un'altra? 
Rispose frate Alberto, di qui a trenta migliaia d'anni non se ne 
potrebbe fare un'altra per lui; però che quello pianeto ha fatto 
i'l suo corso, e non ritornerà mai più per infino a detto tempo ,. 
Questa novella, che ha rincontri assai numerosi, fu, da altri, 
narrata alquanto diversamente. Confrontisi con ciò che Filippo 
Villini [Vile di uomini illustri) narra di una statua costruita 
da Guido Bonatti, no» arte magica, ut infamatores sui nominiti 
volaenint, ned uMrologiot diligenti» et obsercatione. (Bomi 
Della vita e delle opere di Guido Monatti, astrologo ed a 
del secolo XIII, Roma, 18.51, pp. 6-7). 

"* El mògi™ [initliyiam, fiorii. Ili, m fine. 

" I demonografi «rao pressoché concordi nel dire che il dia- 
volo non pub essere tornato, e che la sua obbedienza ai maghi 
'•■ finzione ancor essa; ma la credenza popolare contraddisse 
questo, come in altri punti, alla opinione dei trattatisti di pro- 
fessione, 

'" Intorno alla condizione del sentimento religioso in Italia 
in quel tempo, vedi il bel libro del Gkbbart, L'Italie mi/atique. 
Ilintoìrt de hi renaissance rrligieuse un moyen-'ìge, Parigi, 1890. 
Vedi pure: Briefe heilìger unii gotterfUrchtiger Italìener gemini- 
meli and ei-litute.rt ron Alfred von Recmont, Friburgo, i. B., 1877, 
Prefazione. 

"' Cfr. intorno all'argomento Giseiar, GesehicMe der italie- 
nischtn Literatur, voi. I, Lipsia, 1855, ]>p. 355 sgg.; Mazzatihti, 
Vii profeta umbro <M necoto XIV (Te mimi succio da Foligno) nel 
I-ropxtgnatore, voi. XV (1882), parte 1». 

" Vedi San-Marte (A. Scitclz), Die Sagen voti Merlin, Halle, 
1853, pp. H sgg., 262 sgg.; Hbbsaet de la Villemahoi!*:, Mt/r- 
dhinn ou l'enchanteur Merlin, Parigi, 1862, pp. 291 sgg. Il ce- 
lebre Battista Mantovano (1448-1516), in fine del ano poema ii 
tre libri su NiucolO da Tolentino, parla ancora di Merlino coni' 
di un uomo singolare, generato dal diavolo e dotato di spirito 
prof etico. 






NOTE 283 

37 Hersart de la Wili.emarijcé, Op. cit., pp. 343 sgg. G. Manni, 
in una nota apposta alla Cronaca di Buonaccorso Pitti, da lui 
pubblicata (Firenze, 1720, p. 93, n. 1) ricorda una Profezia di 
Merlino, tradotta in tusciino da un certo l'ititi ino, contenuta, se- 
condo egli dice, in un manoscritto antico, posseduto allora 
LhiU'nl.iììti'' l'ili' Andrea Andreini. 



B P. "29. Il Fioretto è scrittili 






.XIV. 



t dei primi r 

w Scriptorrs rerum ihditiariim, t. Vili, pp. 1177-8. Li ripro- 
dusse il Sas-Marte, Op. cit., pp. 264-5. 
10 Pp. 176-8. 
" Chronicott, ap. Muratori, Scriplores, t. IX, p. 670. V. l'Ap- 

13 L'HuiLLAiiD-BniiuoLLKs pubblicò alcuni versi che sono, in 
parte, quelli stessi ripartili i ila .Saliivibene, ma disposti in altro 
ordine. Essi trova usi adespoti nel codice onde li trasse : ma un 
codice dì Briixclli-i li attribuisce a Michele Scotto IChronico/i 
jilacentiiiuiti et fhroiticaii ile rebus in Ittiliti <ie*tis, Parigi, 1856, 
Prefazione, pp. xxi-sxii). 

ì, ap. Muratori, Scrip- 



3 Rerum sicttlarum libi- 
w, t. Vni, coli. 788-9. 



1 Croi 



', 1. VI, capp. 36 
ì Faenza volle tr 



? 41. Avverte ancora il Villani che 

lì por piede Federico. 

parte III, tit. XIX, cap. 6, § 2, 



a p. 26. 

e le opere di Cecco d'Ascoli, Bologna, 



" Vedi in questo * 

" Vedi Castelli, L 
1892, pp. 47, 155. 

* a Lo Inferno detta Commedia dì Dante Alighieri col contento 
di, GuiNifOBTO dklli Baroioi, Marsiglia e Firenze, 1858, p. 477. 

*' Contentimi super Da»tib Aluigheuij Comoediam, Firenze, 
1887 sgg., voi. II, p. 88. 

60 Jacopo della Lana, I. cit,; Commento di Fhancesco da Boti 
xopra la Divina Commedia di Dante Ai.liohiehi, Pisa, 1858, 
voi. I. p. 538; Anonimo Fiorentino, /. cit.; Dante con Vespositioni 



284 LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

di Cristoforo Landino et ch'Alessandro Vellutello, Venezia, 
1596. f. 106 v. 

31 Lexicon, a. v. TTdan<;. Di questo Pasete ebbe a parlare 
anche Apione Grammatico, in un suo libro De mago. 

32 Contro Celsum, I, 68. 

63 Plutarco, Vitae, Numa, 15; Plinio, Hist. nat., XXX, 6; 
Filostrato, De vita Apollonii Thyanaei, III, 27 ; Comparetti, 
Op. cit., voi. II, pp. 137-8, 146, 257-8, 300; Albertus Magnus in 
Geschichte und Sage, Colonia, 1880, pp. 155-9; Graesse, Sagenbuch 
des preussischen Staats, Glogau, 1868-71, voi. II, pp. 72-3; The 
famous Historie of Fryer Bacon, Early english Prose Romances, 
irìih bibliographical and historical Introductions, edited by William 
J. Thom8. 2 a ediz. Londra, 1858, voi. I, p. 195; Historia von 
Doctor Johann Fausten, in Simrock, Die deutschen Volksbucher, vo- 
lume IV, p. 45; Scheible, Das Kloster, voi. V, Stoccarda, 1847, 
pp. 169-70; voi. XI, 1849, pp. 1130 sg.; Zambrini, Meraviglie 
diaboliche, Propugnatore y voi. I, 1868, pp. 238-9. 

54 Mor gante Maggiore, e. XXV, st. 220-1. 

05 Filippo Camerario, Operae horarum subeisivarum, centuria 
prima, nuova edizione accresciuta, Francoforte 1644, cap. LXX. 
Il Goethe ebbe a giovarsi di questa novella nella scena della 
cantina di Auerbach. 

56 Palermo, I manoscritti palatini di Firenze, voi. II, Firenze, 
1860, p. 252. 

57 Magnum Chronicon Belgicum, in Pistorius, Rerum germani- 
carum scriptores, ediz. dello Struvio, Ratisbona, 1726 sg., t. Ili, 
pp. 268-9; Trithemius, Chronicon Hirsaugiense, ad ann. 1254, ecc. 
Cfr. la nov. 5 della giorn. X del Decamerone. 

58 Chiose sopra Dante, pubblicate a cura di Lord Vernon, 
Firenze, 1846, pp. 162-3, V. l'Appendice, num. 8. 

39 Cronica, cap. 8, ap. Muratori, Scriptores f t. V, coli. 1076-7. 
Virgilio fece in Napoli anche una fontana, 

La quale sempre olio si gittava, 
E dal pittare mai non s'astenia. 

y0 i7 Paradiso degli Alberti, edito da A. Wesselofsky, voi. II, 
Bologna, 1867, p. 180-217 (Se. di cur. lett. f disp. 86-7). 



NOTE 285 

M Nov. cìt. Questa novella, che è In XX del testo borghi- 
giano, può vedersi pure, segnata col n. XXV1I1, fra le KoBttte 
antiche dei codivi FmeÌaliéh(awhJPtlÌaiitu iJS e Laurenzìano- 
Gaddiano 193, edite a cura di Guioo Biaui, Firenze, 1880. 
pp. 36-8. 

™ Vedi, a queste riguardo, D'Ancona, Le fanti ite! NoetlUno, 
in Studj di crìtka e sloriu letteraria, Bologna. 1880, pp. 810-12. 
La novella trovasi pure tra quelle ^suppositizie che Gaetano 
Cioni mise sotto il nome di Giraldo Giraldi, e nella seconda 
edizione, Amsterdam (Firenze-) 1819, .sta a pp. 183-98. Basta 
darle un'occhiuta per l'arni certo che il Cioni conohbe il ro- 
manzo di Giovanni da Prato. 

a V. l'Appendice, num. 10. 

04 Queste navi, le quali, alcuna volta, anziché sull'acqua, eor- 
revau per l'aria, servivano ai maghi, sìa per sottrarsi a parti- 
colari nemici, sia per sottrarsi a Ufi giustizia, spesso si vedono 
i maghi, sia buoni, sin malvagi, deludere i giudici, uscire mi- 
racolosamente di carcere, sgusciar di mano al carnefice; tema 
di racconti di cui è facile riconoscere il carattere affatto po- 
polare. Non citerò esempi!, essendo veni.* in grandissimo numero. 
(Vedi Compare™, Op. Ht., voi. II, pp. 133-5, 137, 155-6, 255-6, 
277-9, 292,296, 300-1; Camkhamo, Op. e l, tit.). Bensì possono 
essere ricordate a qsetfto proposito le navi aeree di cui si ser- 
vivano i malvugi ili'.-: inflitti ri per trasportare nel paese di Ma- 
goniu le messi rubate. (CI'. Dee Gkhvasius vob Tildcux, Olia i'iji- 
perialia Ih einer Aunwalil, neu heraus'jetjclien uiid mìt Anmerkungeii 
begleitet -con Fkijx Likhbeobt, Hannover, 1856, pp. 2-3, 62, 261). 
Intorno a Pietro Barliario vedi D'Ascosa, Vii filosofo e un mago, 
in Varietà storiche e letterari.', Milano, 1883-5, voi. I, pp. 15-38. 

" La saggiti /«.i::i<i, fonte d'allegrezza, madre de' piaceri, re- 
i/ina de' belli humori, Pavia, 1607, 1. II. pp. 53-4. Questo libro 
ebbe la poco meritata ventura di due traduzioni francesi. L'au- 
tore ricorda pure un altro Scotto, pili moderno, del quale di- 
cevasì che aiutato ila spirili tacesse * giuochi d'importanza , 
e tacesse * stravedere alle persone „. Di quest'altro Scotto non 
so nulla. Di Michele si fa beffe anche il Gaiizoni, nella Piazza 
nnirersale di tutte le professioni del mondo, disc. XL. 

" The Lag of the kut MinUrel, note 11, 13, 14 al cauto II. 



I 



280 LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

Non tutte le edizioni hanno queste note, e non tutte quelle che 
le hanno le han per intero: esse si possono vedere, tradotte, 
anche nel commento di Filalete (Dante Alighieri' s Gottliche 
Comòdie metrisch ùbertragen und mit kritischen und historischeti 
Elàuterungen versehen von Philaletes, Lipsia, 1865-6). 

87 Vedi Landau, La novella di messer Torello (Decam., X, 9), 
e le sue attinenze mitiche e leggendarie, nel Giornale storico della 
letteratura italiana, voi. IT (1883), pp. 58-78. Pietro Barliario 
ascoltò in uno stesso giorno tre messe, in Roma, in San Gia- 
como di Compostella, in Gerusalemme; ovvero nella stessa 
notte, in Londra, in Parigi, in Salerno (Torraca, A proposito 
di Pietro Barliario, Rassegna settimanale, 19 decembre 1880). Il 
dottore Torralva, che nel primo quarto del secolo XVI ebbe 
grande riputazione di mago, compiè parecchi di questi viaggi 
miracolosi (Wright, Narratives of sorcery and magic, Londra, 1851, 
voi. II, pp. 5 sgg.). 

68 Vedi il mio libro II Diavolo, Milano, 1889, pp. 299 sgg. 

69 I versi inglesi propriamente dicono: 

Maister Michael Scott's man 
Sought meat and gate nane. 

70 Vedi Maury, Op. cit., p. 20, n. 2; p. 51; C. Meyer, Der 
Aberglaube des Mittelalters, Basilea, 1884, pp. 367-8. 

71 Vedi Hertz, Der Werwolf, Beitrag zur Sagengeschichte, Stoc- 
carda, 1862; Leubuscher, Ueber die Wehrwolfe und Thierwand- 
lungen im Mittelalter, Berlino, 1850. 

72 Dice Gervasio da Tilbury, parlando delle streghe (Otia 
imperialia, decis. III, e. 93): u Scimus quasdam in forma cat- 
tarum a furtivo vigilantibus de nocte visas ac vulneratas, in 
crastino vulnera truncationesque membrorum ostendisse „. Cf. 
Roskoff, Geschichte des Teufels, Lipsia, 1869, voi. I, pp. 305-6. 

73 Negli Assempri di Fra Filippo da Siena (Siena, 1864), è un 
capitolo (il 51) intitolato: Come le bestie e gli animali bruti 
guardano le feste. 

74 Su questo tema ci sarebbe da scrivere un libro non meno 
istruttivo che dilettevole, ed io da gran tempo l'ho in mente. 



note 287 

Quel tanto the se n'i. 1 «cri Ho siuora !.■ [luco, rispetto lilla va- 
stità ilei tema. Cito: Maukv, Esitai sur les ligendes pieuses du 
moijen-iìge, Parigi, 1843; Cahier et Marti*, Mélanges d'archeo- 
logie, d'histoire et de liUérattire sur le Bto;/en-i?j(', Parigi, 1847-58; 
voi. Il, pp. 106-228; voi. Ili, pp. 208-83; Kollof, Die sagenkafte 
nnd sijmbolisehe Tliiergest'/iirlitt' des ìfittelalters, in Raumer, Hi- 
storisches Taschenbtich, serie IV, voi. VII, 1867; Cahieb, Nouveaua- 
mélanges, eie, Parigi, 1874, pp. 106-64; Masci, La leggenda 
degli tintinnii, Nnpi'jli, 1*.ì~X ; Mjsnakkk.v. De ì'iirigine,de la forme 
ri de l'esprit iles juge.nienls rendtin (iti mogeii-th/e cantre les anì- 
mmix, Charabéry, 1854; Agnel, Curiti* ile* juilicinires et histo- 
riques. Procfa cernire leu aniinuux, Parigi, 1858 ; Pimii.it, Oli 
animali in giudizio. Atti del R. Istituto Veneto, serie VI, t. IV; 
Hakou, Procèti cantre leu animaux, La Tradition, anni 1891-2; 
D'Addosio, Bestie delinquenti, Napoli, 1892. 

15 Ap. Muka l'oiii, Serì/itores, t. IX. col. 670. Vedi l'Appendice, 
nuin. 4. 

'' EiccObai-dO ha FeekarA, Hisloriu im/iertiloritin, ap. Mura- 
toiii, Scriptores, t. IX, col. 128; Annales caexenaiee, Murat.. 
t. XIV, col. 1095. Per un curioso errore Giovami da Sehea- 

vali.k (Tran-slot in et eumeni uni lutili.-.- libri Dantib Aliuguerii. 
Prato, 18911 narra che Michele predisse total morte a Fede- 
rico II. Il Nauué (Apologie pour tous les gratula personnages 
qui ont esté soupt;onnez de magie, La Haye, 1653, p. 497), ri- 
cordato come, secondo la leggenda, Michele avesse preveduto 
di dover morire in una chiesa soggiunge: * corame il y estoit 
un jour la teste descouverte pour adorer le corps et sang de 
Jesus-C'lirist, la cordelle de la cloche que l'on sonnoit fit 
toinber un pierre sur sa (unte qui le coursa mort au mesme lieu 
ou il flint enterré „, Non so d'onde il Naude togliesse questi 
l'articolari; ma dal libri* del >" ; li i ■ 1 ■ ■ ]_n-i - il.iii 1 ■ i 1 1 li • ■ uti ' p;issii nel 
Grand Dictiomiaire itnirerxrt du XIX' siede del Lakousse la 
notizia che Michele tu * tenti dsiM une l'glisc par la chute 
d'une pierre n . 

77 Op. e /. cit. 

™ Befors Iheir eyes tha wiaard liiy, 

A* ir he ha,l oot dead a day. 
His ho«ry beurd in ■Uva? rolM, 
Ha BesmM tosse Kvanty winters old; 



288 LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

A palmer*s amice wrapp'd him round, 
With a wrought Spanish baldric bound, 

Like a pilgrim from beyond the sea; 
His left hand held bis book of might ; 
A Silver cross was in bis right; 

The lamp was placed beside his knee ; 
High and majestic was his look, 
At which the fellest fleads had shook, 
And ali unruffled was his face; 
They trusted his soni had gotte n grace. 

79 Vedi l'Appendice, num. 11. 

80 De Michael e Scoto, veneficii injuste damnato, Lipsia, 1739. 

81 Fu vivissima un tempo in Italia anche la leggenda di 
Pietro d'Abano, di cui, tra l'altro, si narrò, come di Virgilio, 
che avesse preparato il bisognevole per risuscitare, ma non ri- 
suscitò, per colpa di un servitore che non seppe osservare i suoi 
ordini. Il Mazzuchelli fa memoria di una tf celebre popolare 
commedia „, che traeva argomento dalla vita di Pietro, e rap- 
presentata circa il mezzo del secolo XVIII (Notizie storiche e 
critiche intorno alla vita di Pietro d'Abano, nella Raccolta d* opu- 
scoli scientifici e filologici del Calogerà, voi. XXIII, Venezia, 1741,. 
p. III). La leggenda era ancor viva negli ultimi anni di quel 
secolo, quando Francesco Maria Colle scriveva la Storia scien- 
tifico-letteraria dello Studio di Padova (Padova, 1824, voi. II,. 
p. 128); ma non so se tale siasi serbata anche dopo. Il Vedova 
(Scrittori padovani) e il Ronzoni (Della vita e delle opere dì 
Pietro d'Abano, Atti della R. Accademia dei Lincei, serie terza,. 
Memorie della classe di scienze morali, storiche e filologiche, voi. II S 
1878, pp. 526-50) non dicon nulla di questo. 



APPENDICE 



Gbap, Miti, leggende, ecc., v. II. 19 



APPENDICE 



ALCUNI TESTI DELLA LEiiUENUA DI MICHELE SCOTTO 



1. 



Futura praesagia Lombardiae, Tusciae, Romagnolae et 
aliarmi partium per magistrum Michaelem Scotìium 
declorata (Chronica Pr. Salimbene Parmensis ordinis 
minorum ex codice liibliothecae Vaticanae nunc pri- 
mum edita, Parma, 1857, pp. 176-7), Li riproduco tati 
e quali. 

Regis vexilla tirnens, fugiet velamina Brixa 
Et suos non poterit fìlios proprioaque tueri. 
Brisia stana i'ui'tis, sl'i/uh'Iì certuniiiie Regia. 
Post Mediolani sternentur raoenia griphi. 
Mediolanuni territuui cruore fervido necis, 
Reauscìtabit viso cruore mortis. 
In numeri;- errante^ uruut atque svlvestres. 
Deinde Vercellua veniunt, Novaria, Laudum. 
Affuerinfc dica, quod aegra Papìa erit. 
Vantata, curabitur, rooesta dolore flendo. 
Mimerà quae meruìt din parata vicinis. 
Pavida mandatisi parebit Placca tia Regia. 
Oppressa retiiliet, pasaa damnosa strage. 
Cum fuerìt unita, in firmitate maneblt. 
Placentia patebit grave pondo* magarne mixtum. 
Parma parcuii viret, Uiti-sqnu f'rondibua uret. 
Serpens in obliquo, tumida exitque draconi. 
Parma Regi parens, tumida percutiet illum, 
Vipera draconem, Florumque vireaeet a 







LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 
Tu ipaa Cremona putù-ris Summae dolorerà. 
In fine praedito, conacia tanti mali. 
Et Regia partii insirnul mala verba tenebunt. 
Paduae magnatimi plorabunt filii necem. 
Duram et horrendam, datam catuloqne Veronae. 
Marchia Huccumbet, gravi servitute coacta. 
Ob viam Antenori a, quamque sectiti erunt, 
Languida resurget, cattilo moriente, Verona. 
Maritila, vae tibi tanto dolore piena, 
Cur ne vacillas, nam tui pars ruet? 
Ferreria fallai, fidea falaa nil tibi prodest 
Subire te cunctis, rum tua fasta nient 
Peregre mjaaura, quo.s tua mala, parant. 
Paventili in ì o t tecum, videna tentoria, pacem. 
Corruet in pestoni, ducto veìamine pacia. 
Bononia renuena ipsam, vastabitur agmine circa, 
Sed dabit immensum, purgato agmine, cenaum. 
Slatina fremescet, sibi certando sub lima, 
Quae, dico, tepescet, tandem trahetur ad ima. 
Pergami deorsum escelsa moenia cadent. 
Rursua et amorifl ascendet stimulua arcem. 
Trivisii duae partes offerent non aigna salutis. 
Gaudia fugantes, vexilla praebendo ruinae. 
Roma diu titubane, longia tenoribus acta, 
Corruet, et mundi desinct eaae caput. 
Fata monent. <;tt-ll:u!<jue docent, aviurnque volatua, 
(Ju'jiJ Prilli ti:' il- iiiiilbiiifi orbìs erit. 
Vivet draco magnus cum immenso turbine mundi. 
Fata ailent, sti'llat'ijue faccnt, aviurnque volatua, 
Quod Petri navia deainet eaae caput. 
Iu:vivi.ii:i.;t ma-tur: miill.nil'it l'ajmt draconia. 
Non diu stolida florebit Florentia florum; 
Corruet in feuduin, diaaimulando vivet. 
Venecia aperict venaa, poniutiet undique Regem. 
Infra millenos, duccnos, aexque decennoa 
Erunt sedata immensa turbina mundi. 
Morìetur griplio, ;i u l'i i p, r i >.- 1 1 1 uiulique pennae. 



APPENDICE 



Inrico d'Atranches, Ad imperatorem Fr[ethericum] , 
cujus commendai pnidencìam (Forschungen zur deut- 
schen Geschichte, voi. XVIII (1878), p. 486). 
A Michael e Scoto me percepisse recordor, 
Qui fuit a * irò rum * e ni hit or, qui fuit augur, 
Qui fuit ariolua, et qui fuit alter Apollo. 
Hnnc super imperio curo multi multa rogarent: 
Esse siiti, dixit, certa ratione probatum, 
Quod status imperii, te supportante, resurget. 
Prelatis adhibere fidem nolentibus illi, 
Addidit hiis verbis formalem pandore causarli : 
' Hac princeps, et non alia, ratione regendia 
Preficitur populis, ipsius ut una voluntas 
Unanimes faciat populos, sua jussa sequentes. 
Sic opun est; lice enim puti'iil ci in- istori' regnum 
In se di visi! tu, sci! itrstiliiliitur. Hoc est 
Ergo: quoil imperi! rupisse videtur habenas 
Principis ad nutum plebs dedignata moveri. 
Sed sic est — celum si non. mentitur, et astra 
Si non delirant, et mobilitate perhenni 
Corpora si sequitur supraeelestia mundus — : 
Excellena alias prudeucia principis hujus 
Cisma voluutatum dirimei, populosque rebelle s 
Conteret et legum dabit irreaecabile frenun. 
Nec tamen arma feret spontanea, sed spoliatus 
In spoliatores, quos talio puniet equa: 
Omnia dat qui justiciain negai arma tenenti '. 
Veridici!^ vìilcs Michael, hai pauca locutus, 
Plura loeuturus, obmutuit, et sua inundo 
Non paciens archana plcbescen', junsit 
Ejua ut in tenues prodìret hanelifus auras. 
Sic acusator fatorura fata subivi:. 
Heve fide carfani lauti piesagia vatie: 



Seguita, dando a Federico suggerimenti conformi alle sen- 
enze e alle predizioni di Michele. 



294 LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 



3. 

Salimbene, Chronica, Parma, 1857, pp. 169-70. 

Septima et ultima curiositas ejus (se. Friderici) et superstitio 
fuit, sicut etiam in alia chronica posui, quia, cum quadam die 
in quodam palatio existens interrogasset Michaelem Scothum 
astrologum suum quantum distabat a coelo, et ili e quod visura 
sibi fuerat, respondisset, duxit eum ad alia loca regni, quasi 
sub occasione spatiandi, et per plures menses detinuit, prae- 
cipiens architectis, sive fabris lignariis, ut salam palatii ita 
deprimerent quod nullus posset advertere: factumque est ita. 
Cumque post multos dies, in eodem palatio cum praedicto 
astrologo consisteret Imperator, quasi aliunde incipiens, quae- 
sivit ab eo, utrum tantum distaret a coelo, quantum alia vice 
jam dixerat ; qui computata ratione sua, dixit, quod aut coelum 
erat elevatum, aut certe terra depressa : et tunc cognovit Im- 
perator quod vere esset astrologus. 

4. 

Francesco Pipino, Chronìcon^ cap. L, De Michaéle Scotto 
Astronomo (Muratori, Rerum itaìicarum scriptores, 
t. IX, col. 670). 

Michael Scottus Astronomiae peritus hoc tempore agnoscitur, 
imperante juniore scilicet Friderico. Hic, ut fertur, quum com- 
perisset se moriturum lapillo certi ponderis parvi, exeogitavit 
novam capitis armaturam, quae vulgo cerebrerium sive cerobo- 
tarium appellatur, qua jugiter caput munitum habebat. Quadam 
autem die dum in Ecclesia hora sacrificii in ostensione vide- 
licet sive elevatione Dominici Corporis caput ea munitione prò 
reverenda solita exuisset, lapillus fatalis in caput ejus decidit, 
atque illud sauciauit pusillum. Quo bilance pensato, et tanti 
ponderis invento, quanti timebat, certus mortis disposuit rebus 
suis, eoque vulnere post modicum fati legem implevit. Ejus 
igitur occasu, modo, quo dictum est, praecognito, verificatum 
in eo cernitur verbum Flavii Josephi disertissimi Historiographi, 



APPENDICE 



295 



qui ait: Fatuni hominem evitare non possunt, ctiamsi praevi- 
derint. Michael iate die tu s est spiriti! proph etico claruisae. 
Edidit enim versus, quibus quaruradiim Urhium italiae ruinam, 
variosque praedixit eventus. 



Jacopo della Lana {Comedia ài Danie degli Allagherii 
col commento di Jacopo di Giovanni dalla Lana Bo- 
lognese, Milano (1805), p. 93). Lo stesso nella edizione 
di Bologna, 1866, voi. I, p. 351. 

Qui fa menzione di Michele Scotto il quale fu indovino del- 
l'imperadore Federigo; ebbe molto per mano l'arte magica, sì 
la parte delle ciiiimrir/.umi comi: <v.i;m.lir> quclhi delle im il gin i; 
del quale si ragiona eh' essendo in Bologna, e usando con gen- 
tili uomini e cavalieri, e mangiando come s'usa tra essi in 
brigata a casa l'uno dell'altro, quando venia la volta a lui 
d'apparecchiare, mai non facea fare alcuna cosa di cucina in 
casa, ma avea spiriti a suo comandamento, che li facea levare 
lo lesso dalla cucina dello re di Francia, lo rosto di quella del 
re d'Inghilterra, le tramesse di quella del re di Cicilia, lo pane 
d'un luogo, e '1 vino d'un altro, confetti e frutta la onde li 
piacea; e queste vivande dava alla sua brigata, poi dopo pasto 
li contava: del lesso lo re di Francia fu nostro oste, del rosto 
quel d'Inghilterra etc. 



Benvenuti de Kambaldis de Imola Gomentum super 
Dantis Aldighekij Comoediam, Firenze, 1887 seg£., 
voi. II, pp. 88-9. 

Hìc fuit Michael Scottus, famosus astrologia Foderici II, de 
quo jam toties dictum est et dicetur: cui imperatori ipae 
Michael fecit librimi pukrum valde, quem vidi, in quo aperte 
curavit dare «ibi notitiam multorum naturalium, et inter alia 
multa dicit de iati» auguriis. Et nota, quod Michael Scottus ad- 




296 LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

miscuit nigromantiam astrologiae; ideo creditus est dicere 
multa vera. Praedizit enim quaedam de civitatibus quibusdam 
Italiae, quarum aliqua verificata videmus, sicut de Mantua 
praedicta, de qua dixit: Mantua, vae tibi, tanto dolore plaena! 
Male tamen praevidit mortem domini sui Federici, cui prae- 
dixerat, quod erat moriturus in Florentia; sed mortuus est in 
Florentiola in Apulia, et sic diabolus quasi semper fallit sub 
aequivoco. Michael tamen dicitur praevidisse mortem suam, quam 
vitare non potuit; praeviderat enim se moriturum ex ictu parvi 
lapilli certi ponderis casuri in caput suum: ideo providerat 
sibi, quod semper portabat celatam ferream sub caputeo ad evi- 
tandum talem casum. Sed semel cum intrasset in imam ec- 
clesiam, in qua pulsabatur ad Corpus Domini, removit caputeum 
cum celata, ut honoraret Dominum; magis tamen, ut credo, ne 
notaretur a vulgo, quam amore Christi, in quo parum credebat. 
Et ecce statim cecidit lapillus super caput nudum, et parum 
laesit cutim; quo accepto et ponderato, Michael reperit, quod 
tanti erat ponderis, quanti praeviderat; quare de morte sua 
certus, disposuit rebus suis, et eo vulnere mortuus est. 



7. 



Commento di Francesco da Buti sopra la Divina Com- 
media di Dante Allighieri, voi. I, Pisa, 1858, p. 533. 

Questo Michele fa con lo imperadore Federigo secondo, e fu 
ancora in Bologna per alcun tempo, e facea spesse volte con- 
viti con li gentili uomini e non apparecchiava niente: se non 
che comandava a certi spiriti che avea costretti, ch'andassino 
per la roba, e così recavano di diverse parti le imbandigioni, 
e quando era a mensa con li valenti uomini, dicea: Questo 
lesso fu del re di Francia, l'arrosto del re d'Inghilterra, e così 
dell'altre cose; e però dice che seppe il gioco delle magiche 
frode; che questo non era se non inganno : imperò che parea 
forse loro mangiare e non mangiavano, o pareano quelle vi- 
vande quel che non erano. 



Al'l'liVMCK 



Chiose sopra Dante (Falso Boccaccio) pubblicate a cura 
di Lord Vernon, Firenze, 1846, pp. 162-3. 

Effu il primo tìloxafo eastrokgho Intese effuchostui ftltempo 
dello impernilo r tederiglio secondo effu nemico disanta chiesa 
evenne addosso apparimi rasseiliolln ciocie difuori unacittadella 
allaquale puose nome vittoria. Laonde veggi erniosi iparniigiani 
istretti forti uscirono fuori tutti a romore dipopolo si eintal- 
modo chejflisconflssono loste delre federigho. Onde rubando 
iparmigiani ilcanpo unpovero huomo ciabattiere discharpette 
andava perghuaiAagnaro i- litro nel padiglione i.ìelre enonvi trovo 
altro chun hotticiello <lu naso ina pieno eporto se nelo acbasa 
<-im agi 11,1 udii dentro vi Wst' vino epostolo inchusa undi ne trasse 
vmbicchiere etrovo obera unperfetto vino punaltro bicchiere ne 
diede alladonna sua eognidi ne veniva aumodo etanto nati- 
gnieva quanto bisognili va. diche ucìerto tempo ilpovero huomo 
simaraviglio chelbotticino noniaucham volle sapere quelche 
questo volesse dire eruppe ilbotticiello nelquale dentro vaveva 
unagnolo darìento piccholo il quale teneva unodesuopiedi in- 
sunungrappolo duva dargn'iitii l'diqucsto grappolo usciva queato 
perfetto vino. K questo crafatto potarle magicha e dinegromanzia 
equesto fecie tales overo michele scotto rieiiiisua seienzia e virtù 
eìlpovero huomo perde ìlauo bere ellasua vignia ellasua ven- 



Anonimo Fiorentino, Commento alla Divina Commedia, 
stampato a cura di Pietro Fanfaui {Collezione di opere 
inedite o rare dei primi tre secoli della lingua), Bo- 
logna, 1866-74, voi. I, pp. 452-3. 

Questo Michele Scoto fu grande ni grò mante, et fu maestro 
dello imperadore l'i ■..Irrigo sito min. Micosi di lui molte cose 
maravigliose in quell'arte; et fra l'altre che, essendo giunto in 
Bologna, invitò una mattina n mangiare si-co quasi tutti i mag- 
giori della terra, et la mattina fuoco non era acceso in sua 
casa. 11 fante suo si maravigliava, et gli altri che '1 sapeano 



298 LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO 

diceano: Come farà costui? uccella egli tanta buona gente ? Ulti- 
mamente, venuta la brigata in sua casa, essendo a tavola, disse 
Michele: Venga della vivanda del re di Francia; incontanente 
apparirono sergenti co 1 taglieri in mano, et pongono innanzi a 
costoro, et costoro mangione Venga della vivanda del re d'In- 
ghilterra; et così d'uno signore et d'altro, egli tenne costoro 
la mattina meglio che niuno signore — Delle magiche frode 
seppe. Però che questa arte magica si pub in due modi usare: 
o egli fanno con inganno apparire certi corpi d'aria che pajono 
veri; o elli fanno apparire cose che hanno apparenza di vere 
et non sono vere, et nell'uno modo et nell'altro fue Michele gran 
maestro. Fue questo Michele della Provincia di Scozia; et dicesi 
per novella che, essendo adunata molta gente a desinare, che 
essendo richiesto Michele che mostrasse alcuna cosa mirabile, 
fece apparire sopra le tavole, essendo di gennajo, viti piene di 
pampani et con molte uve mature; et dicendo loro che cia- 
scheduno ne prendesse un grappolo, ma ch'eglino non taglias- 
sono, s'egli noi dicesse; et dicendo tagliate, sparvono l'uve, e 
ciascheduno si trova col coltellino et col suo manico in mano. 
Predisse Michele molte cose delle città d'Italia, cominciando 
da Roma ; et molte cose avvennono di quelle ch'egli predisse : 
et fra l'altre dice della città di Firenze : Non diu solida stabit 
Florentia ì florem Decidet in foetidum, dissimulando ruet etc. 

10. 

Teofilo Folengo, Baldus, maccheronea XVIII (Le opere 
maccheroniche di Merlin Cocai, ediz. di A. Portioli, 
Mantova, 1883 sgg.). 

Ecce Michaelis de incantu gegula Scoti, 
Qua post sex formas cereae fabricatur imago 
Daemonii Sathan, Saturni facta piombo. 
Cui suffimigio per sirica rubra cremato, 
Hac, licet obsistant, coguntur amare puellae. 
Ecce idem Scotus, qui stando sub arboris umbra, 
Ante characteribus designat millibus orbem, 
Quatuor inde vocat magna cum voce diablos. 
Unus ab occasu properat, venit alter ab ortu, 
Meridies terzum mandat, septemtrio quartum, 



APPENDICE 299 

Consecrare facit froenum conforme per ipsos, 
Cum quo vincit equum nigrum, nulloque vedutum, 
Quem, quo vult, tanquam turchesca sagitta cavalcat, 
Sacrificatque comas ejusdem saepe cavalli. 
En quoque depingit magus idem in littore navem, 
Quae vogat totum octo remis ducta per orbem, 
Humanae spinae suffìmigat inde medullam. 
En docet ut magici 8 cappam sacrare susurris, 
Quam sacrando fremunt plorantque per aera turbae 
Spiritimi, quoniam verbis nolendo tiramur. 
Hanc quicunque gerit gradiens ubicunque locorum 
Aspicitur nusquam, caveat tamen ire per album 
Solis splendorem, quia tunc sua cernitur umbra. 

11. 

Satchells, History of the Right Honouràble Name of 
Scott (citato da Gualtiero Scott, nella nota 11 al 
canto II del Lay of the last Minstrel). 

He said the book which he gave me 

Was of Sir Michael Scot's historie; 

Which historie was never yet read through, 

Nor never will, for no man dare it do. 

Young scholars have pick'd out something 

From the contents, that dare not read within. 

He carried me along the castle then, 

And shew'd his written book hanging on an iron pin. 

His writing pen did seem to me to be 

Of hardened metal, like steel, or accumie ; 

The volume of it did seem so large to me, 

As the book of Martyrs and Turks historie. 

Then in the church he let me see 

A stone where Mr. Michael Scott did lie; 

I asked at him how that could appear, 

Mr. Michael had been dead above five hundred year? 

He shew'd me none durst bury under that stone, 

More than he had been dead a few years agone; 

For Mr. Michael's name doth terrify each one. 



ARTU NELL'ETNA 



f éi 



AJRTU NELL'ETNA 



I. 



Per secoli fu creduto che Artù, mortalmente ferito in 
battaglia, non fosse mai morto, ma vivesse in luogo in- 
cantato e recondito, d'onde sarebbe, una volta o l'altra, 
per far ritorno e prender vendetta de' nemici del suo po- 
polo e suoi. Si sa quale luogo tenesse nella coscienza dei 
Brettoni vinti, ma non caduti di animo, si fatta credenza; 
come intimamente si legassero ad essa i ricordi loro più 
dolorosi e le più accarezzate speranze; come tutto il sen- 
timento loro di nazione trovasse in essa una consacrazione 
ed un simbolo. Alano de Insulis (m. 1202) ricorda come 
ai tempi suoi quella credenza fosse ancora cosi viva e 
comune in Armorica che il contraddirla avrebbe portato 
pericolo di lapidazione '. Fra le genti d'altra stirpe la 
lunga e paziente aspettativa diede il tema a locuzioni 
proverbiali notissime; e Arturum expectare tanto venne 
a dire quanto aspettar ciò che non può ne deve avvenire a ; 
e speranza brettone fu sinonimo di speranza vana ed as- 
surda. A sì fatta speranza sono frequenti accenni nei tro- 
vatori di Provenza 3 , e dai trovatori di Provenza, se non 
da altri, avrebbero gl'Italiani potuto averne agevolmente 
contezza. Arrigo da Settimello, nel suo poema latino De 
diversitate fortume et philosophiae consolatione , com- 
posto circa il 1192, la rammenta due volte: 



304 artiì nei i.'etna 

Et prius Arturu» veniet vetua iUe Britanna*. 

Quain f < ■ r:i t iidvcrsia iulsus amieus opera. 
Qui cupìt auferre natiiram seminai herbam 

Cujub in Artnri tempore fructus erit*. 

Nel 1248 quei di Parma, assediati da Federico IT, colta 
un giorno l'occasione che l'imperatore era andato a cac- 
ciare, uscirono fuori con grande ìmpeto, e presero e di- 
strussero la città di Vittoria, dai nemici edificata quasi 
sotto le loro mura. Non molto dopo, l'avvenimento fu 
celebrato in tre carmi, nel terzo de' quali l'anonimo poeta, 
accennando alle vane minacce dell'imperatore, dice: 

Cominatur impius, dolena ile iacturia, 
Cura buo Brìtonibua Arturo venturi» '. 

Secondo l'antica tradizione brettone raccolta da Gal- 
fredo di Monmoutli, Morgana aveva trasportato Artù ferito 
in quella paradisiaca isola di Avalon, altrimenti detta 
Insula pomorum, o Fortunata, detla quale è sì frequente 
ricordo in croniche e in poemi del medio evo a ; ma non 
era possibile che, o prima o poi, la finzione non variasse 
su questo punto, specie migrando fuor di patria, pren- 
dendo ad allignare fra nuove genti, incontrandosi con altre 
finzioni, offerendosi a esplicazioni e connettimene nuovi. 
Come Orlando, fatto cittadino di altre patrie, ebbe mutato 
il luogo della sua nascita e il teatro delle prime sue 
gesta, così Artfi ebbe mutato il luogo della sua miraco- 
losa segregazione. 

Ed ecco farcisi innanzi una tradizione, la quale sembra 
abbia smarrito ogni ricordo dell'isola di Avalon, e pone 
la incantata dimora di Artù nell'interno dell'Etna. Ger- 
vasio da Tilbury, primo fra gli scrittori di cui abbiamo 
notizia, la riferisce nel modo che segue: « In Sicilia è 
il monte Etna, ardente d' incendii sulfurei, e ; 






ARTI.' NELL'ETNA 305 

alla città di Catania, ove si mostra il tesoro del glorio- 
sissimo corpo di sant'Agata vergine e martire, preserva- 
trice di essa. Volgarmente quel monte dicesi Mongibello; 
e narran gli abitatori essere apparso ai dì nostri, fra le 
sue balze deserte, il grande Arturo, Avvenne un giorno 
che uà palafreno del vescovo di Catania, colto, per essere 
troppo bene pasciuto, da un subitano impeto di lascivia, 
fuggì di mano al palafreniere che lo strigliava, e, fatto 
libero, sparve. Il palafreniere, cercatolo invano per dirupi 
e burroni, stimolato da crescente preoccupazione, si mise 
dentro al cavo tenebroso del monte. A che moltiplicar le 
parole? per un sentiero angustissimo ma piano, giunse 
il garzone in una campagna assai spaziosa e gioconda, e 
piena d'ogni delizia; e quivi, in uu palazzo dì mirabil 
fattura, trovò Arturo adagiato sopra un letto regale. Sa- 
puta il re la ragione del suo venire, subito fece menare 
e restituire al garzone il cavallo, perchè lo tornasse al 
vescovo, e narrò come, ferito anticamente in una battaglia 
da lui combattuta contro il nipote Modred e Childerico, 
duce dei Sassoni, quivi stesse già da gran tempo, rincru- 
dendosi tutti gli anni le sue ferite. E, secondochè dagli 
indigeni mi fu detto, mandò al vescovo suoi donativi, 
veduti da molti e ammirati per la novità favolosa del 
fatto » T . 

Esaminiamo un po' questo curioso racconto. Gervasio 
lo dà per genuino ed autentico, e diffuso tra i Siciliani, 
almeno tra quelli di Catania e della rimanente regione 
circostante all' Etna. Intorno a ciò si potrebbe muovere 
un primo dubbio, e sospettare che il tutto sia invenzione 
di Gervasio; e il sospette non sarebbe certo irragionevole. 
Negli scrittori siciliani che trattano deH'Ktna o dell'altre 
singolarità dell'isola, non si trova cenno di così fatta no- 
vella. Oltre di ciò Gervasio fu inglese; compose per un 
principe inglese il suo Liber facetiarum, ancora inedito, 

Sur. ■«<>'. l<'w'n:l', ecc., >. 11. no 










*I V. i suoi Offa: 
cosi che si pno dire ch'egli dorasse essere trasònit 
■amie, in un libro tatto piena di bride, anche qualche 
nuora fàvola di Artà. « non troraadone alenila che gii 
non fosse nntraìnw, inwntarì*. Altri scrittori, io piccioi 
Domerò, l'avrebbero, pio tardi, minta da lai. Ma a queste 
considerazioni altre se ne possono opporre, che conducono 
a diverso giudizio. Gervasio passa per ano degli scrittori 
pia bugiardi del medio ero; ma tale opinione, se non 
Tool esaere ingiuriosa ed erronea, deve ridnrsi in piii 
giusti termini, Genrasio è bugiardo perchè riferisce molte 
cose non vere; non già perchè se le inveii:: 
parlar rettamente egli è favoloso e non bugiardo; e come 
scrittore favoloso appunto ha, in questi ultimi tempi. 
acquistato importanza notabile agli occhi di quanti atten- 
dono allo stadio dei miti e delle leggende medievali. 
Gervasio viaggiò pressoché tutta l' Italia s , e negli Otia 
molte cose racconta imparate per lo appunto ìu Italia: 
fu in Sicilia, ai servigi di re Guglielmo, innanzi al 1190, 
ed ebbe agio di conoscere direttamente. per informazioni 
immediate, molte particolarità di quella terra, delle quali 
dà conto nel capitolo stesso in cui narra la leggenda tra- 
scritta pur ora. E nel racconto di tale leggenda sono alcuni 
accenni a cose vere e reali, che, mentre rivelano nell'au- 
tore un testimone di veduta, o un ripetitore bene infor- 
mato, confermano il carattere tradizionale di esso. Dei 
miracoli operati dal corpo di Sant'Agata in guardar la 
città di Catania dagl' incendii dell'Etna, è frequente il 
ricordo nelle croniche siciliane. Ciò che si dice del ca- 
vallo del vescovo è pure conforme al vero; giacché sap- 
piamo, non solo che su quelle pendici del vulcano si al- 
levavano cavalli di molto pregio e vigore, non meno agili 
che animosi; ma, ancora, che per la troppa ubertà dei 
paschi, gli animali d'armento o di greggia ci venivano 



ARTÙ NELL'ETNA 307 

soverchio gagliardi e baliosi, cosicché a certi tempi del- 
l'unno bisognava trar loro sangue dalle orecchie. Subito 
dopo aver narrata la leggenda siciliana, Gervasio ne narra 
un'altra, diffusa per le due Brettagne, e dove Artù si 
presenta sotto l'aspetto del cacciatore selvaggio; e questa 
seconda leggenda è sicurissimamente popolare . Final- 
mente, un po' più. oltre, ricorda come, secondo la volgare 
tradizione dei Brettoni, Artù fosse stato trasportato nel- 
l'isola di Davalim (sic), e come quivi Morgana lo custo- 
disse e curasse ,0 . Poiché entrambe queste leggende ap- 
partengono notoriamente alla tradizione, noi abbiamo una 
ragione di più per credere che alla tradizione apppar- 
tenga anche la prima. 

E che vi appartenga davvero cel prova, oltre a quanto 
dovrò dire più innanzi, anche il fatto del trovarla narrata, 
in forma alquanto diversa, da uno scrittore di poco po- 
steriore a Gervasio, e da lui indipendente; Cesario di 
Heisterbach, che la racconta in tal modo. « Nel tempo in 
cui l' imperatore Enrico soggiogò la Sicilia, era nella 
Chiesa di Palermo un decano, di nazione, secondo ch'io 
penso, tedesco. Avendo costui, un giorno, smarrito il suo 
palafreno, che ottimo era, mandò il servo per diversi 
luoghi a farne ricerca. TJn vecchio, fattosi incontro al 
servo, gli chiese: Dove vai? e che cerchi? 1 
quello che cercava il cavallo del suo padrone, 
il vecchio: Io so dov'è. — E dove? — Nel monte Gyber 
(sic), in potere del re Arturo, mio signore. Quel monte 
vomita fiamme come Vulcano. Stupì il servo in udire tali 
parole, e l'altro soggiunse: Di' al tuo padrone che da oggi 
a quattordici dì venga alla corte solenne di lui ; e sappii 
che tralasciando di dirglielo, sarai punito aspramente. 
Tornato addietro, il servo espose, non senza timore, quanto 
aveva udito. Il decano si rise di quell'invito alla corte del 
re Arturo ; ma, ammalatosi, morì il giorno prestabilito » ". 



308 ARTÙ NELL'ETNA 

Il racconto è, in parte, quello stesso di Gervasio, e, in 
parte, è diverso. 11 cavallo smarrito, il servo che ne va 
in traccia, la misteriosa dimora di Artù, sono comuni ad 
entrambi, mostrano che i due hanno, quanto alla sostanza, 
la medesima origine; ma, da altra banda, quello di Ce- 
sario differisce tanto da quello di Gervasio che, ragione- 
volmente, non si può supporre ne sia derivato. Nel Dia- 
logus miraculorum non è neppure un indizio che Cesario 
abbia avuto conoscenza degli Otta. Si potrebbe, gli è vero, 
pensare che Cesario, togliendo il racconto a Gervasio, lo 
alterasse e foggiasse deliberatamente a quel modo, per 
meglio accomodarlo air indole della distinzione XII del 
suo libro; ma contro questa congettura sta il fatto che 
Cesario è, nel narrare, coscienzioso e fedele sino allo scru- 
polo; che ripete esattamente, senza aggiungervi di suo, 
gli altrui racconti; e che sempre, quando può, cita i 
nomi di coloro da cui gli ebbe, o i libri onde li trasse 12 » 
Oltre di ciò, non si vede che di quell'alterazione egli po- 
tesse molto giovarsi per i suoi fini, dacché il racconto, 
quale egli lo reca, è, fra quanti ne novera la distinzione XII, 
il più povero di significato, quello di cui meno s'intende 
T insegnamento. Altre cose poi son da notare, le quali 
accennano a fonti diverse e di più torbida e tortuosa vena. 
Cesario parla di un decano di Palermo, e sembra ponga 
Palermo dov'è Catania, alle falde dell' Etna. La forma 
Paternensi, usata da lui, non è né latina, né italiana, 
ma francese, trovandosi spesso ne' testi francesi Paterne 
per Palerme (Guillaume de Paterne ecc.). Può ciò ba- 
stare per supporre una fonte francese ? gli è poco, ma gli 
è pur qualche cosa. Alcuna considerazione vuol pure quel 
monte Gyber. Il nome di Mongibello fu fatto capriccio- 
samente derivare da Muteibero, da Mons Cybeles, da 
Monte Bello, e persino da Monte di Beel; ma esso è 
veramente nome composto di due nomi comuni e d'egual 



ARTÙ NELL'ETNA 309 

significato, italiano l'uno, monte, arabico l'altro, gibel, 
che non vuol altro dire che monte; e trovasi non di rado 
scritto disgiuntamente, come appunto in Cesario l3 . Monte 
I Gibero sì ha in testi italiani; perg Gt/fers o Givers in 
1 testi tedeschi. Per quell'avvertimento che si dice dato 
I dall'incognito vecchio al servo, e concernente il decano, 
I il racconto di Cesario si raccosta a una intera e nume- 
I rosa famiglia di racconti esemplari, di cui dirò fra poco, 
e nei quali i vulcani hanno parte cospicua. In fondo il 
1 racconto di Cesario è quello stesso di Gervasio, ma alte- 
rato alquanto, per infiltrazioni penetratevi, come pare, da 
un gruppo d'altri racconti, molto più antichi, e d'indole 
affatto diversa. I due sì accordano inoltre abbastanza 
quanto al tempo. Gervasio dice il fatto accaduto nostris 
temporibus; Cesario eo tempore quo Henricus imperator 
subjugavit sili Sycìliam. Nulla vieta di riferire la espres- 
sione di Gervasio agli ultimi tempi del soggiorno di lui 
iti Sicilia; e quanto alla conquista di Enrico VI, si sa 
che avvenne nel 1294. 

11 racconto di Cesario rivela, come diceva testé, certe 
infiltrazioni che in quello dì Gervasio non appajono. Pe- 
netra in esso un elemento pauroso e tetro, alcun che di 
infernale e di diabolico che certamente fu estraneo alla 
tradizion primitiva e più genuina. In esso la leggenda 
epica non è ancor trasformata, ma tende già a trasfor- 
marsi in leggenda ascetica: in un altro racconto, poste- 
riore di poco a quello di Cesario, la trasformazione si 
vede compiuta. Stefano di Borbone, morto circa il 1261, 
narra il fatto a questo modo. « Udii narrare a un frate 
di Puglia, per nome Giovanni, il quale diceva esser ciò 
avvenuto dalle suo parti, che cert'uomo, andato in traccia 
del cavallo del suo signore su pel monte presso a Vul- 
cano (sic), ove si crede sia il purgatorio, vicino alla città 
di Catania 1 *, trovò secondo gli parve, una città, che 



310 ARTÌ NELL'ETNA 

aveva una postierla di ferro, e a colai che la custodiva 
chiese notizia del cavallo che andava cercando. Il custode 
gli rispose che n'andasse sino alla corte del principe, il 
quale, o gliel farebbe restituire, o gliene darebbe notizia; 
e richiesto dall'altro, in nome di Dio, di alcuna norma 
circa quell'andata, soggiunse badasse bene di non man- 
giare di nessuna vivanda che potesse essergli offerta. Parve 
al cercatore di vedere per le vie di essa citta tanti uomini 
quanti ne sono nel mondo, di ogni generazione e condi- 
zione. Passando per molte sale, giunse ad una, ove scorse 
il principe circondato da' suoi. Ecco gli offrono molti cibi, 
ed ei non vuole gustar di nessuno: gli mostrano quattro 
letti, e gli dicono che l'uno d'essi è apparecchiato pel 
suo signore, gli altri tre per tre usurai. E gli dice il 
principe che al signor suo e ai tre usurai assegnava certo 
giorno come termine perentorio a comparire, e che man- 
cando, sarebbero menati a forza; e gli dà un nappo d'oro, 
con coperchio d'oro, e lo ammonisce che non l'apra, ma 
lo rechi in segno della cosa, al padrone, perchè questi 
beva della sua bevanda; e, di giunta, gli fa restituire il 
cavallo. Se ne torna il famiglio; adempie il precetto: 
s'apre il nappo e ne schizza fiamma; si getta il nappo 
nel mare e il mare si accende. Quei quattro , sebbene 
confessi (per timore solo, e non per penitenza 15 ) il di 
assegnato sono rapiti sopra quattro cavalli neri » ls . 

Qui abbiamo, in sostanza, il fatto stesso narrato da 
Gervasio e da Cesario, ma con particolarità nuove, che 
mostrano un crescente infoscamento della leggenda, e la 
preponderanza presa dagli elementi infernali e diabolici. 
Secondo Gervasio, Artù mandò regali al padrone del ca- 
vallo, né in modo alcuno gli nocque: secondo Cesario, un 
ministro di Artù impose, per mezzo del servo, al padrone 
del cavallo di presentarsi a giorno fisso alla corte del 
principe: secondo Stefano, il principe assegnò il giorno 



ART1J NELL'ETNA 311 

del comparire al padrone del cavallo e a tre usurai ad 
un tempo. Nel racconto di Cesario non s'intende il perchè 
di quell'assegnazione; ma ben s'intende nel racconto di 
Stefano, dove la coppa ignivoma, che parrebbe un simbolo 
del vulcano, e la compagnia de' tre usurai, e quei quattro 
letti, che non dovevano essere Ietti di rose, e, più che 
tutto, i quattro cavalli negri rapitori, lasciano subito in- 
tendere di che cosa si tratti. Quella città è una città 
infernale: quel principe, se non e Satanasso in persona, 
e uno de' suoi maggiori ministri; e perciò non si chiama 
pili Artìi, sebbene sia stato Artù in origine. Anche quella 
particolarità di non dovere accettare cosa che sia offerta, 
si trova in numerose leggende diaboliche. Stefano di Bor- 
bone compose il libro ove questo racconto ai legge negli 
ultimi anni di sua vita, e conobbe gli Olia di Gervasio 
e H cita; ma alla narrazion di costui preferi, egli che 
andava in traccia di esempii predicabili, la narrazion più 
opportuna dell'ignoto frate di Puglia. 

Vedremo or ora che questa gradualo alterazione della 
leggenda, lungi dall'essere capricciosa e arbitraria, era in 
certo qual modo ragionevole e necessaria; ma devesi, in- 
nanzi a tutto, insistere sul fatto che la version primitiva 
non è quella di Stefano, e nemmeno quella di Cesario; 
ma bensì quella di Gervasio; anzi una in cui l'elemento 
romanzesco e cavalleresco doveva essere assai più copioso 
che nel racconto di Gervasio non sia. Tale prima versione 
dovette essere affatto serena, affatto consentanea alle forine 
e allo spirito dell'altre Unzioni brettoni; e noi possiamo 
credere di rintracciarla, o di rintracciarne una che poco se 
ne discosti, in un vecchio poema francese intitolato Florian 
et Fiorate, e pochissimo noto |; . 

Questo poema, composto già forse nel secolo XIII, ma 
più probabilmente nel successivo, è di pochissimo pregio, 
rileva assai poco nella storia delie finzioni brettoni, e non 



312 ARTÙ NELL'ETNA 

avrebbe anzi, rispetto ad esse, importanza alcuna, se non 
fosse per quella leggenda arturiana che ci si vede intes- 
suta. Qui la leggenda non è, come nei racconti di Ger- 
vasio, di Cesario e di Stefano, una immaginazione slegata 
e smarrita, ma si allaccia a un'azione epica, qual ch'essa 
sia, e fa corpo con altre leggende e immaginazioni del 
ciclo. È questa una prima ragione che il rende meritevole 
d'attenzione e di studio; ma ce ne sono dell'altre. Nei 
racconti di Gervasio e di Cesario (lasciamo in disparte 
ora quello di Stefano) si narra un fatto particolare, occorso 
ai tempi di quegli scrittori; ma fanno difetto le ragioni 
e i presupposti del fatto stesso. La leggenda in essi nar- 
rata rimanda necessariamente ad un'altra più antica, nella 
quale doveva dirsi come e perchè Artù fosse capitato Del- 
l' Etna. Ora, quelle ragioni e quei presupposti, e quella 
più antica leggenda, noi troviamo per l'appunto, almeno 
in parte, nel romanzo francese, la cui azione si svolge 
mentre il re Artù è ancora nel suo regno, a capo de' suoi 
cavalieri. Qui l'Etna è una specie di regno fatato, dimora 
consueta della sorella di Artù, Morgana, e del numeroso 
suo séguito : è quello che nei romanzi francesi del medio 
evo si chiama comunemente Faerie, ossia paese o città 
delle fate: c'estoit leur maistre chastel, dice il poeta, 
parlando di Morgana e delle sue compagne. In esso Mor- 
gana conduce Floriant, figliuolo di un re Elyadus di Si- 
cilia, il quale era stato ucciso dal traditore Maragot, e 
ve lo fa educare. Il luogo è assai piacente, e ci si mena 
vita giojosa, e non ci si può morire. Floriant torna poi 
nel mondo, e incontra molte avventure; ma la buona 
Morgana, quando conosce ch'egli è prossimo alla sua fine, 
lo attira di nuovo nell'incantato soggiorno, e ci fa venire 
anche la moglie di lui, Florète. Artù, che si suppone 
ancora sano e fiorente, ci andrà poi ancor egli a suo tempo, 
come annunzia la stessa Morgana (vv. 823840) : 



ARTU NELL ETNA 313 

Li rois Artus, au defenir, 
Mes freres i ert amenez 
Quant il sera a mort menez. 

Quando poi Artìt ci fu andato, s'intende che ogni occa- 
sione poteva esser buona a fare ch'egli palesasse in qualche 
modo la sua presenza; e s'intende pure ch'egli dovesse 
diventare il personaggio principale di quella corte fatata, 
e respinger nell'ombra, se non far dimenticare, tutti gli 
altri. Così la leggenda si circoscriveva e si addensava, 
diventando più particolarmente la leggenda di Artù nei- 
VEtna. E in vero, nei due racconti di Gervasio e di Ce- 
sario, Morgana non è neppur nominata: in o/iello del 
primo, il monte è la curia, o corte, di Artù; in quello 
del secondo, Artù è signore del monte. Ora io credo che 
la cagione prima del trasponiiuento della Faerie di Mor- 
gana nell'Etna, sia appunto Artu, e ciò per ragioni che 
vedremo alquanto più oltre. 

Ecco dunque uno scrittore inglese, uno scrittore tedesco, 
due scrittori francesi, porgere documento di una leggenda 
medesima, variata, dirò così, nella buccia, ma rimasta 
pur sempre quella nel nocciolo e nel midollo. E le testi- 
monianze non finiscono qui, potendosi alle forestiere ag- 
giungerne una nostrana, assai scarsa ed asciutta a dir 
vero, ma non però meno significativa. In una rozza e biz- 
zarra poesia, appartenente, come pare, al secolo XIII, e 
pubblicata son pochi anni 18 , due cavalieri, interrogati 
dell'esser loro da un misterioso personaggio che si fa chia- 
mare Gatto Lupesco, rispondono: 

Cavalieri siamo di Bretangna, 
ke Tengnamo de la montagna, 
ke ll'oiuo apella Mongibello. 
Aenai vi aemo stati ad ostello 
per apparare ed i 




arti' 1 mu/snu 

hi Tttitade 'li no«tro «ir*!. 
In n.' Art i"i k' iv(nm perduto 
e tton superno ke «U venuto. 
0* in.' torniamo in nostra terra 
ne lo reame dt^Mltom. 

'jui si allude, senz'aleuti dubbio, a una credenza se- 
condo la quale Artit sarebbe nell'Etna; ma non si afferma 
già ch'eì ci sia veramente. La cosa rimane in dubbio. 
I cavalieri se ne tornano indietro senz'essersi potuti ac- 
certare del vero (e non superno ke sia venuto), e da tutto 
il passo sembra traspaja qualcosa della solita incredulità 
italiana in fatto di meraviglioso 1 *. Oltre che a quella 
credenza, vi 6 accennato, ma in modo indiretto, all'antica 
opinione die Arttt dovesse tornare. 

Da ciò che precede rimane, parmi, provata l'esistenza, 
noi Becoli XIII e XIV, di una vera e propria leggenda 
(non di una semplice e scioperata immaginazione indivi- 
duale), la quale poneva nell'Etna la dimora di Artù, e 
rimali provato che tale leggenda fu cognita a molti allora 
in Sicilia, su pur non fu popolare. Ma il tema nostro non 
e per anche esaurito, e alcuni dubbi! che nascon da esso, 
o alcune particolarità che in esso si notano, riehiedon ora 
la nostra attenzione. 



II. 



Come mai, e per quale ragione, ed a chi potò venire 
primamente in pensiero di strappare Arth all'isola di 
Avalon per porlo nell'interno di un vulcano, in Sicilia? 
Diibbìam noi credere che inventori della strana finzione 
steno siati quo' Siciliani medesimi tra cui Gervasio, se- 
condo attesta, la trovò divulgata? Dobbiam per contrario 
credere che altri uomini ne siono stati inventori ? Il dubbio, 




ARTU NELL'ETNA 315 

credo, sarà chiarito se si riesce a dimostrare: 1° che i 
Siciliani non avevano ragione di aorta, né quasi possibi- 
lità d'immaginarla; 2° che la finzione stessa, specie nella 
forma che veste in Gervasio, ha in sé tutti i caratteri di 
una finzione, non italica, ma germanica, rimanda a un 
vero e proprio mito germanico. 

Cominciamo dal primo punto. 

Ohe i Siciliani non dovessero avere nessuna ragione, e 
quasi nemmeno la possibilità d'immaginar la finzione, 
s'intende assai agevolmente. La finzione stessa presuppone 
sentimenti, credenze, fantasie, che i Siciliani non avevano 
e non potevano avere: uà ricordevole affetto per Artù; 
un desiderio immaginoso dì raccostarsi in qualche modo 
all'eroe; una vaga speranza dì vederlo tornare, quando 
che fosse, nel mondo. Chi poneva Ariti nell'Etna doveva 
sentirsi legato a lui da vincoli particolari, da vincoli di 
cui nessuna ragione potrebbe trovarsi nella storia, nelle 
costumanze, nelle aspirazioni del popolo di Sicilia; e se 
la finzione fosse stata frutto naturale e spontaneo della 
fantasia di quel popolo, noi dovremmo, sembra, trovarne 
vestigio in alcuna delle sue croniche, laddove non ce r.e 
troviamo nessuno. 

Fatto sta che ai Siciliani l'Etna ricordava altre mera- 
viglie e suggeriva altre immaginazioni: fatto sta che 
anche in Sicilia, come per tanti esempii si vede essere 
avvenuto nella rimanente Italia, la memoria e la fantasia 
tornavano ostinatamente alle storie e ai miti dell'antichità 
classica, ne' quali, come in cosa lor propria, si compia- 
cevano. Nelle croniche dell'isola si trovano ricordati i Ci- 
clopi, i giganti fulminati da Giove, il ratto di Proserpina, 
la fine di Empedocle, ecc.; e si può credere che nella 
coscienza popolare questi fossero più che semplici ricordi 
di tradizioni e di favole antiche, fossero anzi, alcuni di 
essi, miti tuttora viventi. Di un'apparizione dei Ciclopi 



316 ARTÙ NELL'ETNA 

e di Vulcano si fa ricordo ancora nel 1536, poco prima 
di una grande eruzione dell'Etna 20 . Come in antico, si 
credeva che il monte ignivomo (e altrettanto dicasi degli 
altri vulcani, non escluso quello d'Islanda) fosse uno spi- 
racolo dell'inferno ; e le leggende che più facilmente do- 
vevano accreditarsi in Sicilia e diffondersi, erano le leg- 
gende monacali ed ascetiche, le quali appunto si confor- 
mavano a quella credenza, e narravano di anime dannate, 
portate a volo entro il monte dai diavoli, e d'altre me- 
raviglie paurose. Di queste leggende è grande il numero, 
e qui basterà ricordare quelle di Eumorfio e di Teodorico, 
narrate da Gregorio Magno 21 , e quella del re Dagoberto, 
narrata dallo storico Aimoino 22 . Subito dopo aver narrata 
la storia del decano di Palermo, Cesario racconta 23 quella 
di Bertoldo V, duca di Zàhringen, a cui i diavoli prepa- 
rano nell'Etna il meritato castigo. Secondo certo racconto 
riferito da Pier Damiano nella Vita di Odilone, dentro 
l'Etna si udivano le querele delle anime purganti, tor- 
mentate da infiniti demonii u . Nel nome stesso dell'Etna 
si trovava indicata la condizione sua. Isidoro da Siviglia 
dice : « Mons Aetnae ex igne et sulphure dictus, unde et 
Gehenna 25 ». Gotofredo da Viterbo raccoglie la comune 
opinione : 

Mons ibi flammarum, quas evomit, Aetna vocatur: 
Hoc ibi tartareum dicitur esse caput. 

In Sicilia queste credenze dovevano essere assai divul- 
gate. Parlando della grande eruzione del 1329 Nicola 
Speciale dice: « Parecchi, nelle vicinanze del monte, fu- 
rono portati via dai diavoli, che assumendo varii corpi, 
predicavano nell'aria terribili menzogne » 26 . Quand'anche 
non si voglia far conto della trista esperienza che i Sici- 
liani avevano della natura del loro vulcano; quand'anche 
s'immagini ch'essi avessero perduto il ricordo dei danni 



ARTU NELLETNA 317 

sofferti per esso, e poco o niun pensiero si dessero dello 
sue perpetue minacce, la opinione ch'essi ne avevano, come 
di una bocca spalancata dell'Inferno, doveva bastare a 
vietar loro di fingervi dentro il regno incantato di Mor- 
gana e il soggiorno di Artù; mentre a finger tai cose 
potevano essere tratti assai più facilmente uomini venuti 
d'altronde, i quali non ben conoscessero la natura del 
monte, e ai quali men tetre fantasie potessero essere sug- 
gerite a primo aspetto da quella tanta feracità di campi 
e giocondità di aspetti, cui già gli anticbì non s'erano- 
stancati di ammirare e di celebrare 27 . 

Veniamo ora al secondo punto. 

La leggenda di Artù tiell'Etna non È, come s'è già 
notato, una leggenda nuova; e una leggenda variata; ma 
nella variazione sua sono alcune particolarità che meri- 
tano d'essere considerate attentamente. Secondo la leg- 
genda brettone originale, Artù vivo, ma ferito, dimora in 
Avalon, la quale è veramente un'isola del fiume Bret, 
nella contea di Somerset, e antica sede dei druidi. La 
poetica fantasia abbellì quest'umile isola, e ne fece un 
luogo di delizie da porre a riscontro delle famose Isole 
Fortunate. Goffredo di Monmouth dice di essa, nella Vita. 
Merlini : 

Insula pomorura qnae fortunata vocatur. 

Secondo la leggenda derivata, che, per comodità di espres- 
sione, seguiteremo a dir siciliana, Artù dimora nell'in- 
terno dell'Etna. 

Questa innovazione non incontrò molto favore; e noi 
vediamo altri eroi, come, per esempio, Uggeri il Danese 
e Rainouart, andare a raggiungere il buon re Artù nel- 
l'isola e non nel monte; ma non però si può dire ch'essa 
fosse al tutto arbitraria e illegittima. Circa il 1139 av- 
venne un fatto che avrebbe potuto a dirittura tagliar le 






318 ARTU NELLETNA 

radici alla leggenda della miracolosa sopravvivenza di 
Àrtù: si credette d'aver trovato, o si disse d'aver trovato, 
appunto nell'isola di Avalon, presso l'abbazia di San 
Dnustano, il corpo di Artù, morto e sepolto da secoli 28 . 
Ma tale ritrovamento, cui non fu, sembra, estranea la 
politica, non valse a togliere certe dubbiezze, che forse 
già da gran tempo si avevano circa il vero luogo del ri- 
fugio di Artù, e circa alcune altre particolarità della sua 
leggenda. Di tali dubbiezze abbiamo parecchi indizii, oltre 
a quello contenuto nei versi italiani riportati di sopra. 
Il trovatore Aimeric de Peguilain (1205-70) dice in un 
suo serventese (Totas honors): 

Part totz los monz voill qu'an mon sirventes 
E part totas las mars, si ja pogues 
Home trobar que il saubes novas dir 
Del rei Artus, e quan deu re venir. 

In un codice di Helmstadt, contenente il già citato poema 
De diversitate Fortunae di Arrigo da Settimello, si trova 
una nota ov'è detto che Artù, combattendo contro certa 
belva, perdette i suoi cavalieri, e avendo ucciso la belva, 
non fece più ritorno a casa; onde i Brettoni lo aspettano 
ancora. Del luogo ov'egli possa essere andato non v'è pur 
cenno 29 . Ma, secondo l'autore del Lohengrin, Artù è in 
un monte dell'India, insieme coi cavalieri del Santo Gral 30 ; 
e nel Wartburghrieg si dice che Artù dimora entro un 
monte, insieme con Giunone e con Felicia, figliuola di 
Sibilla 31 . Da tutto ciò si rileva che, fuori di Brettagna, 
la tradizione era alquanto vaga e malsicura, se non circa 
la rimozione e la vita soprannaturale di Artù, almeno 
circa il luogo di sua dimora; e che per tempo una opi- 
nione era sorta, la quale poneva quella misteriosa dimora 
nell'interno di un monte. 

Ora, qui, noi ci troviamo in presenza di una finzione 



ARTÙ NELL'ETNA 319 

essenzialmente germanica. L'immaginazione dell'eroe ri- 
mosso dal mondo, serbato miracolosamente in vita, e de- 
stinato a futuro ritorno, è comune a molte e svariate 
genti; ma la immaginazione di un si fatto eroe (o dio) 
chiuso nel cavo dì un monte è, più specificatamente, ger- 
manica 32 . Nella mitologìa settentrionale ne sono parecchi 
esempii. 11 dio Wodan abita nell'interno di un monte ; 
in monti hanno stanza, insieme con le loro famiglie, Frau 
Holda e Frau Venus; in monti stanno rinchiusi, aspet- 
tando il giorno del loro riapparire nel inondo, Carlo Magno, 
Federico II 33 , Carlo V. Questi misteriosi rifugi non sono 
inaccessibili agli uomini. Abbiam veduto, nel racconto di 
Gervasio, il servo del vescovo di Catania penetrare nel 
meraviglioso soggiorno di Artù ; ma, similmente, Tanhauser 
penetra nel monte ove alberga Frau Venus; un pastore 
penetra in quello ove Federico aspetta l'ora segnata, ecc. 
Nel racconto di Gervasio il servo riceve da Artù doni pel 
suo signore, ed è questa un'altra particolarità che ha nu- 
merosi riscontri in miti affini germanici. Non sarà fuor 
di luogo notare a tale proposito che Artù si trova, in 
modo abbastanza strano, involto in un altro concetto mi- 
tico germanico, il quale ha stretta relazione con quello 
del trasferimento in un monte, il concetto, cioè, della 
imprecazione ( Verwiinschung) M . Leggesi nella Vita Pa- 
terni^ che questo santo, il quale fu vescovo di Vannes, 
e morì circa il 448, minacciato da Artù, imprecò contro 
di lui, dicendo: « Possa la terra inghiottirlo! » le quali 
parole profferite, tosto la terra si aperse, e inghiottì Artù 
sino al mento, e noi lasciò fino a che non si fu pentito 
ed ebbe chiesto perdono. 

Esaminata e discussa attentamente ogni cosa, parmi sia 
questa la conclusione più ragionevole: essere sommamente 
improbabile che i Siciliani abbiano immaginata una leg- 
genda, la quale, per una parte, contraddice a quanto essi 





arti; veli, stsa 
sapevano, o congetturavano, della natura del loro vul- 
cano, e involge, per l'altra, un mito germana 
sommamente probabile che essa leggenda sia stata imma- 
ginata da uomini venuti di fuori, i quali, mentre col vul- 
cano avevan poca pratica, potevano recar seco il ricordo 
di quol mito germanico, o aver conoscenza di alcuna va- 
riazione gii introdotta nella leggenda di Artù. 

Che uomini poteron essere quelli? non gli Arabi, certo; 
dunque ì Normanni. Vediamo quali fatti e quali ragioni 
si possano addurre a sostegno di tale congettura. 



nt 

Come e in che tempo penetrarono e si diffusero prima- 
mente in Italia le immaginose leggende ondo s'intreccia 
il ciclo brettone? Quali sono tra noi le loro più antiche 
vestigia? Quando si tratta delle finzioni del ciclo caro- 
lingio, rispondere a così fatte domande riesce molto più 
agevole. Noi vediamo anzitutto le ragioni storiche, e diciaro 
pure morali, che dovevano, in certo modo, tirar di qua 
dall'Alpi la leggenda carolingia: Carlo Magno, campione 
della fede e della Chiesa, vincitore dei Saraceni infedeli, 
non era solamente un eroe franco, era un eroe universale 
cristiano; e questo eroe cristiano aveva, in Italia, fiaccata 
per sempre la potenza dei Longobardi; aveva, in Roma, 
cinta la corona del rinnovato impero. Oltre di ciò, noi 
possiamo seguitar le tracce di quei giullari vaganti, di 
quei cantores francigenarum, e di quei pellegrini o romei, 
che ce la recavano in casa, la rinarravano nelle castella 
e nelle corti nostre, la propagavano tra i nostri volghi se . 
Poi vediamo com'essa metta radici e propaggini nelle cro- 
niche nostre; poi vediamo come divenga quasi cosa nostra, 
ripetuta da prima in quella lingua stessa con che 



con che era 



ARTO NELL'ETNA 32i 



giunta fra noi, o in tale che vorrebbe a quella ri 
gliarsi; ripetuta poi in volgare nostro, accomodata all'in- 
dole e al sentimento di nuovi poeti e di nuovi uditori, 
cresciuta, variata, rimaneggiata in piti modi. Per le fin- 
zioni del ciclo brettone la cosa procede altrimenti. Non 
solo la diffusione loro tra noi non fu provocata e solleci- 
tata da quelle ragioni che tanto favorirono la diffusione 
delle finzioni carolinge, ne da altre equivalenti od affini; 
ma le vie stesse ed i gradi per cui quella diffusione si 
venne pure compiendo non ci si lasciano mai vedere di- 
stintamente. Esse erano cognite fra noi sin dai prìmordii 
della nostra letteratura: è questo un fatto innegabile ; ma 
quando vogliamo intendere e spiegare il fatto, ci è forza 
ricorrere alle congetture, appagarci degl'indizi]. 

Che la poesia provenzale abbia largamente contribuito 
a far conoscere e diffondere tra di noi quelle finzioni, è 
cosa di cui non si può dubitare. Nei trovatori, i perso- 
naggi e i fatti principali che occorrono in esse sono ri- 
cordati con molta frequenza, e nei loro ensenhamen esse 
tengon luogo cospicuo fra le molte che il giullare, solle- 
cito di sua arte, non deve ignorare. Passando in Italia, 
la poesia dei trovatori doveva non solo recarvi la notizia 
sommaria di quelle finzioni, ma, ancora, stimolare effica- 
cemente la curiosità, suscitare il desiderio di conoscerle 
alquanto più a fondo. I primi trovatori vennero in Italia, 
per quanto se ne sa, sul cadere del secolo XII, quando 
l'epopea brettone (chiamiamola così) già sorta, anzi già 
famosa e d Sfigatissima in Francia, stava per ricevere 
l'ultima mano, ed esser levata a quel più alto grado di 
perfezione a cui allora potesse attingere, dal suo maggiore 
poeta, da Cristiano da Troyes. I più antichi, della cui ve- 
nuta fra noi si abbia certo ricordo, sembrano essere stati 
Pietro Vidal e Rambaldo di Vaqueiras 37 ; e nelle loro 
poesie accenni alle leggende brettoni non fanno difetto. 

Gnu, HtU, leggmdf, ecc.. v. II. £1 



322 ARTU nell'Etna 

Le poesie di Rambaldo in cui se ne trovano furono com- 
poste in Italia fra il 1192 e il 1202. L'uso di tali ac- 
cenni passò certamente dai trovatori provenzali ai trovatori 
italiani che rimarono in provenzale, e poscia a quelli che 
rimarono in italiano. In una delle sue canzoni Bartolomeo 
Zorzi ricorda gli amori di Tristano e d'Isotta; in una 
sestina ricorda un fatto della storia di Perceval 88 . Ma 
assai prima che ce la recassero i trovatori di Provenza, 
si dovette aver contezza in Italia delle finzioni onde 
ebbero materia, nella seconda metà del XII secolo, i ro- 
manzi francesi, che non si potrebbe intendere, senza di ciò, 
come nomi di persona, tolti alla gesta brettone, compajano 
per entro all'onomastica italiana sino dai primi anni del 
secolo XII, e compajano in modo da lasciar credere che non 
sia quello il primo tempo del loro introdursi in essa 89 . 
Molt'anni innanzi che ci venissero i trovatori, dovettero 
recar la materia brettone in Italia i Normanni. 

Si pensi alla parte che i Normanni ebbero nella diffu- 
sione della materia brettone. E per ragioni geografiche, e 
per ragioni storiche, essi diventarono i naturali promotori 
e propagatori di quelle immaginazioni, di quella poesia. 
I Brettoni del continente assai per tempo strinsero con 
loro legami di salda amicizia; e nel 1066, combatterono 
in buon numero, alla battaglia di Hastings, sotto le vit- 
toriose bandiere di Guglielmo il Conquistatore. I Brettoni 
insulari poi accolsero come liberatori i Normanni, la cui 
vittoria diede termine all'odiato dominio anglosassone. Più 
tardi, Enrico II, non solo cercò, per propria soddisfazione, 
le vecchie leggende di Artù, ma fece ancora il poter suo 
perchè fossero largamente diffuse e gustate. Il troverò 
G-aimar, che primo mise in versi la Historia Britonum 
di Goffredo di Monmouth, fu normanno, e normanno fu 
quel Wace che ne imitò con più fortuna l'esempio, a ta- 
cere di altri 40 . Leggende brettoni e leggende normanne 



ARTU NEI.LETNA 323 

s'innestarono, si fusero insieme, come può vedersi nel 
Roman de Rou dello stesso Wace. A gente d'indole av- 
venturosa, quale in tutta la vita loro si danno a divedere 
i Normanni, la storia poetica d'Àrtù doveva piacere na- 
turalmente; e le guerre combattute con gli Anglosassoni, 
e le vittorie riportate sopra di essi, dovevano esser cagione 
che quella storia poetica fosse dai Normanni considerata 
quasi come cosa lor propria. Innamorati di quelle colorite 
leggende, le quali non narravano solamente, ma vaticina- 
vano ancora, movevano da un passato glorioso e mettevan 
capo in un più glorioso avvunire, essi, avidi d'avventure 
e di gloria, dovevano recarle con sé dovunque andassero, 
come un suffragio poetico ai loro ardimenti, dovevano ri- 
peterle e propagarle dovunque fermassero stanza. Con sé 
certamente le recarono essi in Napoli, in Puglia, in Si- 
cilia, e in grazia loro dovettero le leggende brettoni esser 
conosciute per la prima volta in Italia. 

Di sì fatta introduzione noi non abbiamo, gli è vero, 
prove dirette. Nessuno dei cronisti (e non son pochi) i 
quali narrano le gesta dei Normanni in Italia, fa il più 
lieve accenno alle leggende brettoni, o lascia intendere in 
qualsiasi modo che i Normanni avessero recato dalla patria 
loro un ciclo dì tradizioni o di favole, e si adorassero a 
diffondere le une o le altre. Ma, dopo quanto s'è uotato 
pur ora circa lo spirito delle croniche nostre, a quel si- 
lenzio non è da badar troppo come argomento in contrario; 
il valor positivo della verosimiglianza vince, in tal caso, 
quello tutto negativo del silenzio. 

Torniamo al soggetto nostro particolare. 

Gervasìo, nel suo racconto, parla di una pianura assai 
spaziosa e gioconda, e di un palazzo di mirabile struttura. 
Non si può credere che i Siciliani immaginassero si fatte 
cose nel monte; ma non parrà troppo strano che ce le 
immaginassero i Normanni, i quali avevano nella fantasia 



324 arti: nelletna 

la deliziosa e incantata isola dì Avalon, e credevano for* 
di riconoscere alcune delle proprietà di essa nella ubertosa 
campagna in mezzo a cui sorge arduo e maestoso il vul- 
cano. Si sa che Ì primi Normanni che approdarono alle 
coste dell'Italia meridionale, tornati in patria, narrarono 
meraviglie di quelle terre sorrise dal sole, e recaron con 
sé il desiderio di ritornarvi, come poi fecero, cresciuti di 
baldanza e di numero. Forse l'isola di Sicilia tutta intera 
assunse agli occhi loro l'aspetto della paradisiaca isola di 
Avalon, stanza di Morgana e di Artù. 

Pongasi mente ad un altro fatto. 

Mentre in Sicilia, come in altre parti d'Italia, sono fre- 
quenti i nomi di luoghi e le locuzioni proverbiali derivate 
dalle leggende del ciclo carolingio, la qual cosa prova che 
tali leggende erano veramente passate nella letteratura 
orale e nella coscienza del popolo, nulla di consimile ai 
vede essere avvenuto rispetto alle leggende del ciclo bret- 
tone; e ciò prova che il popolo non ebbe gusto alle leg- 
gende brettoni, o che se l'ebbe, fu sì debole e scarso da 
escludere affatto l'ipotesi ch'esso potesse lavorarvi intorno 
di suo* 1 . Una eccezione vuol farsi in favore della fata 
Morgana. Ho già detto che costei dovette penetrare nel- 
l'Etna insieme con Artù. Ora e noto che col nome di fata 
Morgana si designa un fenomeno ottico (ciò che i Fran- 
cesi chiamano mirage) solito a lasciarsi vedere con maggiore 
frequenza e perspicuità appunto nello stretto di Messina. 
Quel nome designa presentemente il fenomeno stesso, e 
non accenna più ad alcuna individuata e soprannaturale 
potenza che ne sia cagione; ma in origine non dovette 
essere così. Si credette allora alla reale presenza della fata 
in quei luoghi, e il fenomeno si considerò come un'opera 
dell'arte sua, forse com'uno dei giuochi o degli alletta- 
menti ond'ella abbelliva l'ore e il soggiorno a' suoi com- 
pagni di faerie * 2 . 



ARTÙ NELL'ETNA 325 

Non è, né può esser provato, ma è molto probabile che 
assai prima di approdare in Sicilia i Normanni avessero 
cognizione di una leggenda che poneva Artù nell'interno 
di un monte : approdati in Sicilia, essi non ebbero a fare 
un grande sforzo di fantasia per porre l'eroe entro il mas- 
simo monte dell'isola. Può darsi ancora che, prima d'ap- 
prodarvi, essi avessero una generale notizia della possibile 
rimozione e dimora degli eroi nell'interno di un monte, o 
una particolare notizia di alcuno eroe in tal modo rimosso 
e dimorante, e che, trovatisi in presenza del meraviglioso 
vulcano, pensassero senz'altro di trasporvi il re Artù. Se 
parecchi poemi francesi pongono la scena della loro azione 
in Sicilia; se in molti altri la Sicilia è ricordata; se di 
parecchi si può ragionevolmente congetturare che sieno 
stati composti nell'isola 43 , noi dobbiamo esserne grati, 
soprattutto, ai Normanni ; e dai Normanni dobbiam rico- 
noscere la leggenda arturiana che Gervasio da Tilbury fu 
primo a raccogliere e a tramandare. 



NOTE 



1 K.rpìiiiiiitif! in pro/ihelms Merititi, 1. Ili, e. 
ÌA-rat, Glossariniit medine et infiiH, 
. Arturum expectare. 



i latimfatitt, ediz. 



Heni-i'hnl, 

3 Vedi Raynouabd, Choi.r dm p'ji'nies vrii/intilex tlt'S troubadourn, 
Parigi, 1816-21, t. U, p. 129, col. B"J p. 255, col. 2*; Bibch- 
Hihschfelp. Ucber din di'» prui:en;idÌKi'Iitn Trnubadours dei XII. 
itnd XIII. Jalirb under! x liekaniitcn t'pischett Stoffe, Halle a. S., 
1878, pp. 53-4. Vedi inoltre, intorno alla credenza, Ah. Thikery. 
Histoire de lo- l'ompiìii dt l'Ani/li'ierre par li'* Xormunds, 3' ediz., 
Parigi, 1880, voi. I, p. 22; De la Rite, Essai s hixtoriques sur leu 
bardes, leu jongleiirs ,-t Ics triture-re,* normands et (int/lo-normands, 
Caen, 1834, t. I, p. 73; Sah-Maeie, Gottfried'* von Monmouth 
IHetoria reijum lirilamiiae, 600. Halle, 1854, pp. 417 sgg. 

' Arrighettn, ovvero trattalo contro all'-ine.rsitii della Fortuna. 

edizione del Manni, Firenze, 1730, pp. 9, 23. 

5 Ap. pEit'is-., Serìptores rerum i/ernmiiieurniii, t. XVIII, p. 796. 

' Vedi San-Marte, Op. cit., pp. 423 sgg. Descrizioni dell'isola 
ai hanno, per esempio, nella Botatile Loquifer e in una delle 
rame dell'Onta-. 

1 Ecco le parole sterne di Sarvuio, le quali, date le fioret- 
tature di cui id dilettava, troppo più del bisogno, l'autore, dif- 
ficilmente, e con danno del senso, si potrebbero tradurre alla 
lettera: " In Sicilia est mons Aetna, cujus exustn sulphurea 
tiunt incendili, in <ujus coritìnio est civ-itas Catanensis, in qua 
gloriosissimi corpovi* B. Aj^ii t.lmc viruini- in- niurtyris thesaurus 
ostenditur, suo beneficio cìvitatem illam servnns ab incendio. 
Hunc nutein monterà vuljniresi Mnngihel appellant. !n hujus de- 
serto narrant indigenite Ai-turum Magnum nostris temporibun 






330 ARTU NELL'ETNA 

appartasse. Cum enim uno aliquo die custos palefredi episcopi 
Catanensis commissum sibi equum depulveraret, subito impetri 
lascivae pinguedinis equus exiliens ac in propriam se recipiens 
libertatem, fugit. Ab insequente ministro per montis ardua prae- 
cipitiaque quaesitus nec inventus, timore pedissequo succre- 
scente, circa montis opaca perquirìtur. Quid plura? arctissima 
semita sed plana est inventa; puer in spatiosissimam planitiem 
jucundam omnibusque deliciis plenam venit, ibique in palatio 
miro opere constructo reperit Arturum in strato regii apparatus 
recubantem. Cumque ab ad vena et peregrino causam sui ad- 
ventus percontaretur, agnita causa itineris, statini palefridum 
episcopi facit adduci, ipsumque praesuli reddendum, ministro 
commendat, adjiciens, se illic antiquitus in bello, cum Modredo 
nepote suo et Childerico duce Saxonum pridem commisso, vul- 
nerìbus quotannis recrudescentibns, saucium diu mansisse, quin- 
imo, ut ab indigenis accepi, xenia sua ad antistitem illum de- 
stinavi^ quae a multis visa et a pluribus fabulosa novitate 
admirata sunt „. Otta imperialia, secunda decisio, ap. Lbibnitz, 
Scriptores rerum brunsvicensium, t. I, p. 921; Liebrkcht, Dea 
Gervasius von Tilbury Otia imperialia, Hannover, 1856, pp. 12-13. 
A questo racconto accennò G. Paris in un suo scritto intito- 
lato La Sicile dans la littérature francaise, in Romania, t. V, 
p. 110, e lo ricordò di nuovo il Pitbjè, Le tradizioni cavalle- 
resche popolari in Sicilia, in Romania, t. XIII, p. 391. 

8 Per la vita di Gervasio vedi la prefazione del Leibnitz nel 
volume citato ; Wbight, Biographia britannica Uteraria, parte 2*, 
Londra, 1846, pp. 283-90; Wattenbach, Deutschlands Geschichts- 
quellen im Mittelalter, Berlino, 4 a ediz., 1877-8, voi. II, p. 375. 

9 Pagg. 921-2 : u Sed et in sylvis Britanniae majoris aut mi- 
noris consimilia contigisse referuntur, narrantibus nemorum 
custodibus, quos forestarios, quasi indaginum ac vivariorum 
ferinorum aut regiorum nemorum, vulgus nominat, se alternis 
diebus circa horam meridianam et in primo noctium conticinio 
sub plenilunio luna lucente, saepissime videre militum copiam 
venantium et canuum et cornuum strepitum, qui sciscitantibus, 
se de societate et familia Arturi esse dicunt „. È questa la 
leggenda del xvilde Jàger, della mesnie Hellequin ecc., sparsa 
pressoché per tutta Europa, e nella quale compariscono, oltre 



Artù, lincile Teodorico, Carlo Magno eil nitri. In Iscozia essa 
tra ancor vìva nella ^ei-onda moia ilei secolo scorso, ed e forse 
tuttavia. 

10 Pag. 937. 

11 * Eo tempore quo Henrieus iruperator subiugavit sibi Sy- 
L'iliam, in Ecclesia Paleruensi quidniii eiat Decamis, natione ut 
puto Theutonicus. Hic eum die quadam suum qui optimus e rat. 
perdidieaet palefredum, servimi suum ad diversa loca misit ad 
investigandum illuni. Cui homo senex occurens, ait: Quo vadis, 
aut quid quaeris? Dicente ilio, cqimm domini mei quaero; sub- 
iunxìt homo : Ego novi ubi sit. Et ubi est? inquit. Respondit; 
In monte Gyber; ibi eum habet dominila meus Hex Arcturus. 
Idem mons flainmas evomii sicut Viileanus. Stupente servo ad 
verba illius. aubiunxit: Die domino tuo ut ad dies quatuordechn 
illue veniat ad euriam eius sollemnera. Quod si ei dìeere omi- 
seris, gravitar punieris. Reversus servns, quae audivit. domino 
suo expoauit eum timore tamen. Decanus ad euriam Areturi se 
invitatum audiens et irridens, infirmatus die praefìxa mortiius 
est ,. Dialogus nii/acttloriim, ediz. Strange. Colonia, Bonn e 
Bruxelles, 1851, diat. XII, cap. 12. Il racconto di Cesario fu 
noto a Ottavio Gaetani, siracusano (15o6-1620), che lo ricorda 
nella sua Isugoye mi hktiiri'im xinifam i/htstrmidam, cap. XII, 
ap. Graeviijs, Thumiii fu.i imli'/iiiloliiin Sicilia*, t, li, col. 52. 

" Kai/fmann, Camarilla von ttèitterbatk, Ehi BeitrOj) zur Kul- 
turgeschichte des zu-3lften unii &r t U th nt m Jakrhvmltrtt, Colonia. 
1850, p. 46. 

13 Bbusf.tto Latini scrive (Li lAvre don Treno?, edré. Cha- 
baille, Parigi, 1863, p. Si): m-rnl liihel, qui teajert yitte ftrtt ecc. 

" Per errore, nel testo: pfCf$ fVWMafaw CWl«tam, 

11 Parole aggiunte in margine nel manoscritto. 

" " Item audivi a quodam fratre Apulo, .lobanne dicto, qui 
hoc dicebat in par ti bug suis accìdisse, quod, cum quidam monte 
juxta Vnlcanum, ubi dicitur locus purgatori], prope civitatem 
Cathenam, quereret equum domini aui, inveniret, ut sibi visura 
est, civitatem quauidam, cujus erat hostiolum ferreum, et que- 
aivit a porti toro de equu ■jiioiil ijiiort'Lat: qui respondit quod 
iret usque ad aulam domini sui, qui vel redderet eum vel do- 



332 ARTÌ' NELL'ETNA 

ceret ; et adjuratus ab eo portitor per Deum quod diceret ei 
quid ageret, dixit ei portitor quod caveret ne comederet de 
aliquo ferculo quod ei daretur. Videbatur ei quod videbat per 
vico8 illius civitatis tot homines quot sunt in mundo, de omni 
gente et artificio. Transiens per multas aulas, venit in quamdam, 
ubi videt principem suis circuinvallatum; offerunt ei multa fer- 
cula: non vult de eis gustare; ostenduntur ei quatuor lecti, et 
dicitur ei quod unus eorum erat domino suo paratus, et alii 
tres trium feneratorum. Et dicit ei princeps ille quod assignabat 
diem domino suo talem peremptoriam et tribus dictis fenera- 
toribus, alioquin venirent inviti; et dedit ei ciphum aureum, 
coopertum cooperculo aureo. Dicit ei ne illuni discooperiret, 
sed illum in hujus rei intersignum presentaret domino suo, ut 
biberet de potu suo. Equus suus ei redditur; reddit, implet 
jussa: cifus aperitur, fiamma ebullit, in mari cum cifo proicitur, 
mare inflammatur. Hi quatuor, licet confessi fuissent (ex timore 
solo, et non vere penitentes) die sibi assignata, rapiuntur super 
quatuor equos nigros „. (Anedoctes historiques, Ugendes et apo- 
logues tirés du recueil inédit d'Etienne de Bourbon dominicain du 
XIII* siede, publiés par A. Lecoy de la Marche, Parigi, 1877, 
p. 32). 

17 Pubblicato da Francisque Michel pel Roxburghe Club, Edim- 
burgo, 1873. Non fu posto in commercio, ma se ne ha un'ana- 
lisi abbastanza minuta nell' Histoire littéraire de la France, 
t. XXVIII, pp. 139-79. Di essa mi giovo. 

18 Da T. Casini nel Propugnatore, voi. XV, parte 2 a , pp. 335-9. 
La rammentò il Pitrè, nello scritto citato, p. 392. 

19 Questo scetticismo italiano da taluni si esagera, specie in 
riguardo al medio evo, ma non può essere negato, e ad esso 
in parte si deve la scarsezza della nostra produzione leggen- 
daria. Chi ha qualche dimestichezza con le croniche nostre e 
con le forastiere sa quanto il meraviglioso sia più abbondante 
in queste che in quelle, e come in molte di quelle, o manchi 
affatto, o si lasci scorgere appena. Il primo ad avvertire ciò fu 
il Muratori, il quale dice nella dissertazione XLIV (Antiquitates 
italicae medii aein y t. Ili, col. 963) : tf Temperatiora vero in ejus- 
modi studio inani fuisse Italicorum ingenia, mihi persuadeo, 
quuin raros hanc in rem foetus ab eorum calamo profectos Bi- 



NOTE 333 

bliotheeae nobis otferant. Immo Guilielmua Ventura Historicus 
in Clironica Astenni, ti uni postremaa tabulaa Anno MCCCX, con- 
deret, inter alia nionita lìberis auis relieta, hoc etiam prò tuli t. 
Tomo XI, pag. 22H. Rer. Il ali nini ni : Fabulas fcriptas in Libri*, 
qui Romanzi vocantur, rilavi' ilebraid. yiiim semper odio habuì „. 

K Li horrendi et «paventosi prodigi W fuochi «parsi in Sicilia 
nel Monte de Ethna o vero Mongibelio ecc., a. 1. ed a. Cfr. Prae- 
TomtrK, Antìtrojioiti'inu* jiliiliìnirim, Miìtfiìeburgo, 1606, voi. I. 
p. 266. 

" Dialogorum 1. IV, ce. 30, 35. 

a Bis to r ta Franeorum, 1. IV, cap. 34. Vedi inoltre il mio 
libro, Roma nella memoria e nelle imwiujinaìinni del medio ero, 
Torino, 1882-3, voi. II. pp. 360-2. 

53 Disi. XII, cap. 13. 

* Cf. Gervasio, Olia, decis. Ili, pp. 965-6. 

as Etyiiiologiarutn 1. XIV, cap. 8. Vikceszo BELLovAcRNaE ri- 
pete. Speculai» naturale, 1, VII, eap. 22. 

" " Plurea etiam in confinibua montis a daemonibus, qui tnne 
diversa corpora sumentea in nEra terribilia mendacia praedi- 
cabant, arrepti sunt ,. Bistoriae, 1. VIII, cap. 2, ap, Mdhatobi, 
Scrìptores, t. X, eoi. 1079. Anche in monti non vulcanici, del 
resto, ai miaero ad abitare i diavoli. Veggio per esempio, ciii 
che del monte Cavagum, o Convagum, nel cui interno era un 
palazzo popolato di demonii, dice Gebvamo, Olia , decis. HI, 
pp. 982-3. 

" A questo proposito dice il Boro nel suo dialogo De Aetna: 
" Hic amoeniaaimu loca cireumquao,ne, hie fluviì personantes, 
hie obatrepentea rivi, hio geUÓUaoiBM rontiutn perennitatea, hic 
prata iu floribua semper et omni verna die, ut facile quilibet 
puellam Proaerpinam hinc fuiaae raptam putet, hic arbonim 
multijugae species, et ad umbram creseentium, et ad foecun- 
ditate in ; ìli quìi et inni t ani uni l'XrrlluiH i.-ìiì'I'TUs oiiiiich nrlinres. 
ut mihi quidem magia buie loco convenire videantur ea, quae 
de Alcinoi hortie finxit Homerus quam ipai Feaciae ,. 

™ Molte notizie circa il fatto reca l'UsBEHitrs, Britannicarum 
ecctesiarum antirjuitates, seconda edizione, Londra. l!>8T,pp.61 sgg. 



334 ARTI NELLETNA 

*• Ap. Letseb, Historia poetarum et poematum medii aevii, 
Halae Magdeb., 1721, p. 459. 

30 Lohengrin, fin altteutsches Gedicht ecc., Eidelberga, 1813. 
p. 179: 

hoch eia gebirge Ut 
In tadern Yadia, daz ist niht wit, 
ben gral roit ali d.»n helden ez bealenzzet, 
Die Art us praht mit im dar. 

Non ho potuto riscontrare l'edizione critica e più recente del 
Rueckert, Quedlimburgo e Lipsia, 1858. 

3i Felicia, Sibilleo kint, 

und luno, die mit Artus in dera berge sint, 
die haben vleisch, sani wir, unde ouch gebeine 
Die vraget'ich, wie der kiinik lebe, 
Ecc. 

Vox deb Hagen, Minnesinger, Lipsia, 1838, parte III, p. 182. 

32 Vedi J. Grimm, Deutsche Mythologie, 4* edizione, Berlino, 
1875-8, cap. XXXII (voi. II, pp. 794 sgg.). 

33 E non Federico Barbarossa, come fu immaginato e scritto 
più tardi. 

34 Grimm, Op. cit., pp. 794-5. 

35 Cap. 2, in Ada Sanctorum, 15 aprile. 

36 Vedi il bello e succoso scritto del Rajna, Un 1 iscrizione ne- 
pesino, del 1131, nell'Archivio storico italiano, t. XIX (1887), 
scritto pieno di fatti e d'induzioni ingegnose. 

37 Che prima di Pietro Vidal facesse dimora in Italia Ber- 
nardo di Ventadorn, asserirono, anche ultimamente, parecchi; 
ma non pare sia vero. Vedi Carducci, Un poeta d'amore del se- 
colo XII, in Nuova Antologia, serie 2% voi. XXV (1881), pp. 15-6. 
Che un altro trovator di Provenza, Uggero del Viennese, sia 
stato in Italia sino dal 1154, è semplice supposizione dell'im- 
maginoso Fauriel, non suffragata da prova alcuna. 

38 La canzone Atressi cum lo carnei; la sestina En tal dezir 
mos cors intra. Vedi Émil Levy, Der Troubadour Bertolome Zorzi, 
Halle, 1883, pp. 44, 68. 



NOTE 335 

39 Vedi in proposito le preziose notizie procurate dal Rajna, 
Oli eroi brettoni nell'onomastica italiana del secolo XII, nella 
Romania, t. XVII, 1888, pp. 161-85, 355-65. 

40 Cf. G. Paris, La littérature francaise au moyen-àge, 2 a edi- 
zione, Parigi, 1890, § 54, pp. 88-90. 

41 Vedi il citato scritto del Pitrè, pp. 380-3, 391-2. Intorno 
al ciclo brettone, in Italia, si lavora molto di fantasia; ma non 
si può dire che esso metta radici in terra nostra e dia fuori 
nuove propaggini, fatta eccezione per quel tanto che si è ve- 
duto di Artù, e che, volendo, si potrebbe veder di Merlino. 
Nell'Appendice II do notizia di alcun'altra immaginazione, ove 
si scorge il desiderio di legare in qualche modo leggende bret- 
toni con tradizioni nostrane. 

42 Lo prova uno scrittore siciliano del secolo XVII, Placido 
Reyna, con le seguenti parole : u Haec vero de sirenibus fabula 
aliam vulgi de saga quadam cui nomen Morgana, narrationem 
aeque fabulosam in memoriam mihi revocat, quoniam et haec 
ad delicias tractus Peloritani declarandas inventa videtur. For- 
mosissimam hanc esse sagam narrant, quae terram nostrani in- 
coiai ac saepennumero, qua potentia praedita sit, admirabili 
ratione demonstrat „ {Ad notitiam historicam urbis Messanac 
Introductio, col. 36, ap. Graevius, Thesaurus, t. IX). Non sembra 
del resto che il Reyna sapesse altro intorno alla fata Morgana. 
Questo, e il ricordo che, come ho notato innanzi, Ottavio Gae- 
tani fa della leggenda narrata da Cesario, sono i soli accenni 
a leggende brettoni che io abbia potuto trovare nei molti ed 
eruditi illustratori della storia e della topografia della Sicilia. 

43 Vedi G. Paris, La Sicile dans la littérature frangaise, già 
cit., pp. 110, 112. 



APPENDICI 



<}raf, Miti, leggende, ecc., v. II. 22 



APPENDICE I 



ACCENNI A PERSONAGGI E LEGGENDE BRETTONI 
NEI POETI ITALIANI DELLE ORIGINI. 



Arrigo da Settimello, di cui abbiam notato due allusioni al 
presunto ritorno di Artù f , allude pure alle storie ultime venute 
nel ciclo, alle storie cioè di Tristano, in un luogo ove dice: 

Quis ille 
Tristanus, qui me tristia plura tulit?* 

Se Arrigo dovesse la sua cognizione dei casi di Tristano al 
perduto poema di Cristiano da Troyes, o ad altra storia in 
verso o in prosa, è dubbio che certamente non tenterem di 
risolvere, tanto più che egli può bene aver preso quegli ac- 
cenni, passati ormai in uso proverbiale, dai trovatori, senza 
avere cognizione diretta dei romanzi francesi. E questo stesso 
dubbio può esser mosso per ciascuno degli accenni particolari 
che noi troviamo nei lirici nostri dei primi due secoli, dove 
essi occorrono accompagnati con quelle solite allusioni a miti 
dell'antichità classica, a proprietà di animali ecc., che forma- 
vano anche in Provenza un frasario d'obbligo nella lingua d'a- 
more. Ciò nondimeno non si può non credere che a quegli ac- 
cenni, presi in generale, non corrispondesse una cognizione diretta 
dei romanzi francesi della Tavola Rotonda, che, com'è noto, pas- 
sarono ancor essi agevolmente le Alpi e si diffusero per l'Italia. 
Gli accenni in parola, del resto, non sono assai numerosi, ed 
io non credo di far cosa inutile riportando qui quelli che m'è 



1 Vedi indietro, pp. 303-4. 

* Arrighetto, ecc., ediz. cit., p. 6. 



:*40 ARTÙ NELL'ETNA 

avvenuto di raccogliere, e a cui altri più se ne potrebbero ag- 
fungere facilmente. 

Tristano ed Isotta sono i personaggi delle storie brettoni che 
pajono avere destata in più particolar modo l'attenzione e la 
sollecitudine dei nostri poeti d'amore, e quelli a cui si riferi- 
scono ancora gli accenni più antichi. La meravigliosa storia dei 
loro amori spiega una tal preferenza, della quale porge esempio, 
del resto, anche la poesia dei trovatori. Messer lo re Giovanni, 
chi» sarebbe, secondo la opinione universalmente ammessa, Gio- 
vanni di Brienne (n. nel 1158) suocero di Federigo II, nella 
canzone che comincia Danna, audite corno, dà a dirittura nei 
versi seguenti l'argomento del romanzo di Tristano 3 : 

Quella c'amo più *o cielato 
Che Tristano non faci a 
Isotta, com'è cantato, 
Ancor che le fosse zia ; 
Lo re Marco era 'ngannato, 
Perchè [*n] lui si confldia. 
Elio n'era smisurato, 
E Tristan se ne godia 
Dolo bel viso rosato 
Ch'Isaotta blonda avia. 

Quelle parole com'è cantato (se pur non s'ha a leggere com'è 
contato: vedi Monaci, Crestomazia italiana dei primi secoli, fasci, 
Città di Castello, 1889, p. 71) non possono riferirsi che a un 
racconto in verso. Altri accenni sono più compendiosi. Notar 
Giacomo (discordo: Dal core mi vene): 

Tristano ed Isalda 
Non amar si forte. 

Giacomino Pugliese, o Pier delle Vigne (canzone: La dolcie 

ci era pi aliente) : 

E non credo che Tristano 
Isotta tanto amasse. 



Quandi) non indico altrimenti s'intende che cito secondo la lezione del 
c<>d. Vaticano 3793, edito a cura del D'Ancona e del Comparstti Le antichi 
rimo volgari ecc., Bologna, 1875-88. 



APPENDICE I 341 

Inghilfredi Siciliano (?) (canzone: Del meo voler dir V ombra): 

La mia fede è più casta 



E più lealtà serva 

Ch'en suo dir non conserva 

Lo bon Tristano al cui presgio s'adasta. 

Dante da Majano (sonetto: Rosa e giglio e fiore aloroso) k : 

Nulla bellezza in voi è mancata; 
Isotta ne passate e Blanzifiore. 

Canzone anonima: (Piacente viso adorno angelicato) 5 : 

per te patisco doloroso affano 

più che non fé' per Isotta Tristano. 

Bonaggiunta Urbiciani (canzone : Donna vostre bellezze) 8 : 

Innamorato son di voi assai 

Più che non fu giammai TrUtan d'Isolda. 

•Garbino Ghiberti (canzone: Disioso cantare): 

Credo lo buon Tristano 
Tanto amor non portàra. 

Jacopo da Lentino (?) (sonetto: Fino amor di fin cor ven di 

valenza) : 

E di ciò porta la testamonanza 
Tristano ed Isaotta co' ragione, 
Che non partir giamai di lor amanza. 

Domenico da Prato (canzonetta a ballo): 

Cantando un giorno d'Isotta la bionda 
Mi ricordai di mia donna gioconda 7 . 



4 Nannucci, Manuale, H* ed., voi. I, p. 310. Non tengo conto dei dubbii 
sollevati intorno a Dante da Majano dal Borgognoni, perchè credo che il 
Novati sia riuscito a dissiparli. 

5 Casini, Le rime dei poeti bolognesi del secolo XIII, Bologna, 1881 (Se. di 
cur. leu., disp. CLXXXV), p. 107. 

6 Nannucci, Manuale, voi. I, p. 150. 

7 Trucchi, Poesie italiane inedite di dugento autori, Prato, 1846-7, voi. II, 
p. 358. 



342 ARTÌJ NELL'ETNA 

Bruzio Visconti, descrivendo le bellezze di Madonna (canzone : 
Mal d'amor parla chi d'amor non sente) 8 : 

sicché la mano fu ganza magagnia, 
qual ti legge d'Isotta di Brettagnia. 

L'Orcagna, in uno di quei suoi guazzabugli di sonetti senza, 
senso, ricorda, fra molte altre cose, l'ampolla di Napoli, fab- 
bricata da Virgilio, secondo la leggenda, e la reina Isotta*; e- 
Frate Tommasuccio, ricorda nella sua nota Profezia, non so con 
quale intenzione, Tristano 10 . 

Qualche volta Tristano ed Isotta sono ricordati insieme con 
altri personaggi appartenenti al ciclo. Brunetto Latini (Teso- 
retto, cap. 1): 

Lancielotto e Tristano 
Non valse me* di voe. 

Bonaggiunta Urbiciani (discordo : Oi amadori intendete l'affanno): 

E messere Ivano 
E '1 dolze Tristano, 
Ciascuno fue sotano 
Iover me di languire. 

Saviozzo da Siena (canzone: Donne leggiadre e pellegrini amanti) 11 : 

Io non so se giammai gli uomini erranti, 

r dico di Tristano o Lancilotto, 

O quel che fu più dotto 

Da 1 colpi suoi sapesse or dichiararmi. 

Frate Stoppa de' Bostichi (ballata: Se la fortuna e 'l modo) i2 t 

Tristano e Lancialotto, 

Ancor nel mondo la ior fama vale? 

Li altri di Cammellotto 

Per la fortuna fecer l'altrettale. 



Dov'è la gran bellezza 

Di Ginevra, d'Isotta e d'Ansatone? 



8 Liriche edite ed inedite di Fazio dboli Ubarti per cura di R. Renier r 
Firenze, 1883, p. 233. 

9 Trucchi, Op. cit., voi. II, p. 29. 
w Id. t voi. II, p. 134. 

11 Saktkschi, Poesie minori del secolo XIV, Bologna, 1867 (Se, di cu,\ 
Utt., disp. LXXVII), p. 46. 

» Carducci, Cantilene e ballate, strambotti e madrigali nei secoli Xlll 
e XIV, ecc., Pisa, 1871, pp. 107, 103. 



APPENDICE I 343 

In una delle canzonette a ballo inserite nel Pecorone, Ser 
Giovanni Fiorentino fa memoria dei molti che per amor far di 
vita privati; ma non nomina se non due, Tristano ed Achille: 

Lo specchio abbiam de' famosi passati, 
Del bon Tristan, del valoroso Achille M . 

Gli altri personaggi sono ricordati assai più di rado. Guittone 
d'Arezzo ricorda Lancilotto (sonetto: Ben aggia ormai la fede, 
e l'amor meo) u : 

Siccome a Lancillotto uomo simiglia 
Un prode cavalier 

Lo ricorda anche Folgore da San Gemignano (sonetto: Alla 
brigata nobile e cortese) 15 : 

Prodi e cortesi più che Lancilotto; 
Se bisognasse con le lance in mano 
Fariano torneamene a Camelotto. 

Di Morgana fanno menzione parecchi. Guido Giudice (canzone: 
La mia gran pena e lo gravoso afanno) : 

Che se Morgana — fosse infra la giente, 
In ver Madonna non parìa neiente. 

Canzone anonima : (Quando la primavera) : 

Tu c'avanzi Morgana. 

Chiaro Davanzati (canzone : Madonna, lungiamente agio portato): 

E ave più valere — e 'nsengnamento 
Che non ebe Morgana ne Tisbia. 

(E canzone: Di lontana riviera): 

Che non credo Tisbia, 

Aléna né Morgana 

Avesson di bieltà tanto valore. 



13 È la canzonetta che seguita alla nov. 2* della giorn. VII. 

u Le rime di Guittone d'Arkzzo, ed. Valeriani, Firenze, 1828, voi. II, p. 86. 

15 Navone, Le rime di Folgore da San Gemignano e di Cene da la Chi- 
tarra, Bologna, 1880 {Se. di cur. leu., disp. CLXXII), p. 3. Nel verso che 
immediatamente precede ai riportati si troverebbe ricordato il re Dano, 
padre di Lancilotto, secondo il testo di altre edizioni ; secondo il testo di 
quella del Navone é ricordato il re Priano, cioè Priamo. 



344 ARTÙ NELL'ETNA 

Incerto (sonetto : Lo gran valor di voi, donna sovrana) : 

Più ini rilucie che stella diana 
A voi sotana — ò tutto valimento, 
Ne Blanzifior, ne Isaotta [o] Morgana 
Non eber quanto voi di piacimento. 

Chiaro Davanzati (sonetto): 

Ringrazio Amore de Paventurosa 
Oioja et allegrerà che m'à data, 
Che mi donò a servir la più amorosa 
Che nom fu Tisbia o Morgana la fata. 

Merlino figura, sia in compagnia dei grandi sapienti, sia in 
quella degl'ingannati dalle donne. Leonardo del Guallaco (ser- 
ventese: Siccome il pescie a nasso}: 

Se lo scritto non mente 
Da femina treciera 
Sì fue Merlin diriso. 
E Sanson malamente 
Tradilo una lederà. 

Sonetto anonimo: (Qual uom di donna fusse chunoscente) H ': 

Merlino e Salamone e lo s[accen]te 
e Aristotile ne fu inghannato. 

Monte (canzone: Donna di voi si rancura): 

Che Troja andò im perdizione 
Mirllino e Salamone. 

Lapo Saltarello (sonetto : Considerando ingegno e pregio fino) I7 : 

Che Salomon, Sanson e '1 buon Merlino, 
David divino hai vinto per sentenza. 

Paolo Zoppo da Castello (sonetto : Maestro Pietro lo vostro ser- 
mone) 18 : 

Davit, Merlin o ver lo buon Sansone. 



m Propugnatore, voi. XV, parte 2», p. 339. 

17 Valbriani, Poeti del primo secolo, Firenze, 1816, voi. II, p. 434. 

18 Casini, Le rime ecc., p. 125. 



APPENDICE I 345 

In una frottola dubbia attribuita a Fazio degli Uberti (O pel- 
legrina Italia) Merlino è nominato dopo Giovanni, Matteo, Da- 
niele, Gioele, Abacuc, Salomone, l'abate Gioacchino 19 . 

Guittone d'Arezzo ricorda Perceval (canzone : Amor tanf alta- 
mente) : 

Se 'n Atendendo alasso 

Poi m'avenisse, lasso ! 

Che mi trovasse in fallo 

Sicome Prese vallo — nom cherere. 

Al ritorno di Artù allude Fazio degli Uberti (sonetto: Non 
so chi sia, ma non fa ben colui) w : 

Né Re Artù, nò altro tempo aspetto. 

E poiché siam giunti all'enciclopedico Fazio, non lo lasciam 
così subito. Fazio allude al ritorno di Artù anche nel Ditta- 
mondo* 1 : ricordato Uterpendragon e Merlino, detto come Artù 
succedesse al padre, soggiunge: 

Tanto da* suoi fu temuto ed amato, 
Che lungamente dopo la sua morte 
Ch'ei dovesse tornar fu aspettato. 

Né gli accenni finiscon qui. Nel cap. 23 egli ricorda la torre in 
cui Ginevra difese il suo onore, il castello espugnato da Lan- 
cilotto, 

L'anno secondo che a prodezza intese, 

Camelotto disfatto, il petron di Merlino, e altro e altro. Nel 
cap. 22 ricorda i casi della donzella Dorens, e come Artù ucci- 
desse Flores, e come Tristano uccidesse l'Amorotto ed Klia di 
Sassogna, e si sofferma con particolar compiacenza nulla h tori a 
dell'ellera che usciva dalla tomba di Tristano e penetrava in 
quella d'Isotta, storia allora famosa. Questi passi meriterebbero 
d'essere riportati per intero e assoggettati a più minuto dame; 



19 Liriche, ediz. cit., p. 193. 

40 Liriche, ediz. cit., pp. 159-60. Cfr. p. ccxc, 

« Lib. IV, cap. 84, ed. del l'Anton. Ili, Venezia, 18%. V, anche 1, J j, cap. I&. 



346 ARTÙ NELL'ETNA 

ma per far ciò bisognerebbe restituirne il testo, corrotto come 
tutto il poema 22 . 



** Sopra un caso particolare credo opportuno di richiamar qui l'attenzione 
del lettore. L'edizione milanese del 1826, e la veneziana testé citata, e l'altra 
veneziana dell'Andreola (Parnaso italiano, voli. IX-XI, 1820) leggono a 
questo modo (non curando alcune differenze di niun rilievo) la terzina 34 del 
cap. 22, 1. IV: 

Intanto ivi udii contar allora 
D'un'ellera che dello avello uscia 
Là dove il corpo di Tristan dimora. 

QxitììV Intanto ivi è certamente un errore, nato dal non sapere intendere ciò 
che il testo recava veramente. Nella edizione del 1501 il primo verso del 
terzetto si legge così: 

Intintoli udì contare al bora. 

Similmente nel Cod. N. I, 5 della Nazionale di Torino (altre edizioni e co- 
dici non posso ora consultare): 

Intintoil udi contar allora, 

e senza dubbio si vuole scrivere: 

In Tiutagoil udii contar allora; 

oppure, senza mutar nulla: 

In Tintoil udii. contar allora. 

Tintaguel, Tintagel, Tiutajoil in francese (v. Francisque Michel, Tristan, 
Recueil de ce qui reste des poè'ines r^latifs à se» aventures, Londra, 1835, 
voi. I, pp. 15, 44, ecc.), Tintagoil in provenzale, Tintajoele in tedesco (Gott- 
fhied von Strasbourg, Ti istan und Isolde, Breslavia, 1823, v. 476 ecc.), era 
il nome della residenza del re Marc, dove appunto sorgevano le tombe dei 
due amanti. Nel Roman de Brut è il castello in cui è rinchiusa Igierna, 
madre di Artù. Nel Roman de Flamenca, edito da P. Meyer, Parigi, 1865, 
si ricorda, vv. 591-2, un lais de Tintagoil : 

L'uns viola [1] lais del Cabrefoil 
E l'autre cel de Tintagoil. 

É questo un altro saggio delle infinite correzioni che il testo del Dittamondo 
richiede. Non voglio lasciare l'argomento senza recare una curiosa nota che 
Guglielmo Capello appose qui per l'appunto, e che dice cosi: « Questa parte 
di questo capitolo, signor mio marchese, non chioso, pero che de queste historie 
francesi sono ignorante quasi, e pochi libri francesi ho veduti nonché lecti. 
E per lo simile in la. 2». cantica supra, ove fa menti one di vterpendragon, 
lasciai a chiosare; et anchora perchè voi, signore, site copioso e docto delle 



AFPHNMCB [ 



Nella poesia dialettale dell'Italia ■ 1 1- 1 settentrione non trovo 
accenni a personayiri o legende brettoni, il che non vuol punto 
dire che quelle leggende e quei personaggi non ci fossero noti. 
11 poeta anonimo (probabilmente Giacomino da Verona] che in 
un componimeli! i> sopra l'aiuoi'c ili (ifjii ri' orda Rolando, Oli- 
viero, Carlo Magno e Uggeri il Danese * conosceva anche, 
Henna dubbio, Artii e Laneilotto e Tristano; e tra le fobie i- ditti 
de buffoni, dì cui parimi'! con tanto disprezzo lo stesso frate Gia- 
comino e Uguccione da Lodi e l'ignoto untore di un poemetto 
sulla passione di Cristo, dovevano essere comprese certamente 
anche le favole di Brettagna 2 ". Tali tavole dovevano avere a 
mente e recitare quell'Osuiondo da Verona, ricordato in una 
poesia delle lodi della Vergine, e quegli altri giullari, cui il 
poeta accusa di gran folia e gran meaeogiut quando ardiscono 
chiamar giglio e tiore altra donna che non aia la Vergine Sli , e 
quelli similmente che si ricordano in una delle poesie genovesi 
pubblicate dal LaguiìiiiL'iviorc -'. Una prova notabile della lor 
diffusione si ha nel poema tedesco di un autore italiano, il 
M'Slsche Gast di Tommasino de' Cerchiar] friulano (Thomasin 



blic; 



irLu Jei mudici 



a Barn 



I. II. 



i nel ne, XV, pub- 



™ Liriche, • 

« Musufii, Monumenti antichi di dialetti Italia 
titr h. AMUmtl der WifSenschaften, pliiiot.-hitl. 
1WM. p. 162. 

» Dt Bitetlunia citarne infirmiti, ap. Hjaint, 
Dai Buch dei Ugucon ila Lendini, verso 197, Abita 
é. Win. tu Berlin, philos.-hia. CI-, ISSI; La pa 
posmetlo veronesi del secolo XIII, pubblicato intcj 
Tolta da L. Bi.otNE in Sf'dj di fitoloyia remante, 

" KDttim, Op. cit., pp. 191-5. 

« Archivio glollotoijico ilùliano, voi, II, p. Ì31, 



348 ARTÙ NELL'ETNA 

von Zerclar, Zerclaere, Zirklere, ecc.) M . Questo poema fu com- 
posto circa il 1216, come si rileva dalle parole stesse dell'au- 
tore che dice di averlo scritto 28 anni dopo che il Saladino 
ebbe presa Gerusalemme (1187). Parecchi sono i luoghi di esso 
in cui si ricordano fatti e personaggi della epopea brettone 89 ; 
ma il più importante è un lungo passo del primo libro, passo 
che comprende non meno di 38 versi 30 . In esso il poeta parla 
della educazione che si vuol dare ai giovani, dopo aver parlato 
nei versi che immediatamente precedono di quella che si con- 
viene alle fanciulle. Le fanciulle, egli dice, debbono leggere le 
storie di Andromaca, di Enida 31 , di Penelope, di Enone, di 
Galiana 3a , di Biancofiore, di Sordamor 33 . I giovani poi debbono 



n Der welhische Gast, pubblicato dal Rubckkrt, Quedlimburgo e Lipsia, 185?. 
Intorno al poema vedi più particolarmente Gervinus, Geschìchte der deut- 
schen Dichtung, 5" ed., voi. II, pp. 9 sgg. 

» Vv. 77-8, 1033, 1011 sgg., 3535, 3539, 6325 sgg. 

so Vv. 1041-78. 

31 Verso 1033. Certamente la Enide de* cui casi fece un poema Cristiano da 
Troyes, il quale dice di sé stesso nel primo verso del Cligés (pubblicato per 
la prima volta da W. Fourstkr, Christian von Troyes tamiliche Wtrlte; 
voi. I, Halle, 1884): 

Cil qui flst d'Erec et d'Enide. 

Un'altra Enide (Inida) si ha neìì'Ugone a" Alvernia; ma il perduto originale 
di questo romanzo fu, senza dubbio, di molto posteriore a Tommasino. 

3 * Probabilmente non la Galiana presunta moglie di Carlo Magno, la quale 
non dà troppo buon esempio di sé nel Garin de Monglane, ma l'altra, che 
figura nel Roman de Fregus et Galienne, o Roman du Chevalier au bel 
escu, di Guillaume clerc de Normandie. Vedi un'analisi di questo poema in 
Di la Rue, Op. cit., t. Ili, p. 13-7. 

33 Soredamors, sorella di Gauvain nel Cligès cit., v. 445 ecc. Coma si vede, 
in fatto di educazione femminile, Tommasino aveva criterii molto più larghi 
e più liberali che non Francesco da Barberino, il quale nel libro suo Del 
reggimento e costumi di donna, cosi dice della fanciulla, la quale abbia già 
passata l'età del maritaggio (e a maggior ragione si deve intendere di ogni 
altra) : 

Fugga d'udir [e] tutti libri e novelle, 
Canzoni, ed anchor trattati d'amore: 
Ch'elgli è agievole a vincier la torre, 
C'a dentro dassè l[o] nimico mortale. 
Onde colei che el nimico cacciar 
Non può dassè, almen[o] nolgli de' dare 
Tal nodrimento che '1 faccia ingrassare. 

Parte HI, ed. di C. Baudi di Vesme {Collezione di opere inedite e rare), 
Bologna, 1875, p. 83. 



APPENDICE I 349 

a dirittura formarsi sui romanzi e prendere esempio dai cava- 
lieri della Tavola Rotonda. Tommasino si fa un gran concetto 
del valore educativo di quei romanzi, o, com'egli li chiama alla 
tedesca, avventure (atentiure). Le avventure, egli dice, conten- 
gono sotto velo di menzogna, buone verità e utili insegna- 
menti 34 . I giovani debbono conoscere le istorie di Galvano, di 
Cligés, di Erec, d'Ivano; debbono agli esempii del buon Gal- 
vano conformare la vita loro; debbono seguitare Artù, Carlo 
Magno, Alessandro, Tristano, Sagremor, Calogran, ma non il 
maligno Keu, il quale ha pur troppo molti seguaci, e che tanto 
è diverso dall'ottimo Perceval. Tommasino ricorda come sì fatti 
ammaestramenti avesse già dati in un suo libro Della Cortesia 38 ; 



3 * Vv. 1131-4 



sint die àventiur niht wàr, 
si bezeichent doch vii gar 
waz eia ieglìch man tuon sol 
der narh vriimkeit wil leben wol. 



« Vv. 1173-5: 



also ich hàn hie vor geseit 

an mfin buoch von der hiiffcheit 

daz ich welhschen hàn gemacht. 

Due libri dice Tommasino di aver composto prima del Wàlsche Gast, l'uno 
Della Cortesia, già citato, l'altro Djlla Falsiti. In che lingua erano com- 
posti questi due libri? Dice il Ruckert nella Prefazione al poema, p. ix : 
« Merkwiirdig ist es, dass er, der sich ausdrticklich auch als Dichter in 
wiilscher Sprache, d. h. in nordfranzosischer, auffUhrt, doch keine grosseren 
Einwirkungen der Formengesetze einer fremden Verskunst zeigt, als sie 
iiberhaupt die ganze daraalige deutsche Poesie in den hotìschen Reimpaaren 
aufweist ». Ma che ragion c'è di credere che quei libri fossero scritti in 
francese ? Tommasino usa welhsch sempre in significato d'italiano e non di 
francese. Egli si chiama da sé stesso Mcelhsehe gast, cioè ospite italiano; egli 
dice (vv. 34-6) di non voler mescolare parole della sua lingua (welhische worte) 
nella lingua del suo poema. Quei libri erano certamente scritti in italiano, 
e però sarebbero tra i più antichi monumenti della nostra letteratura vol- 
gare. Del libro Della Cortesia non s'è potuto sin qui trovar traccia; ma 
potrebbero forse avere qualche parziale attinenza con esso la poesia di Bon- 
vesin da Riva, De quinquaginta curialitatibus ad mensam, e l'anonima di 
affine argomento pubblicata dal Babtsch, Rivista di filologia romanza, v. II, 
p. 43. Quanto all'altro, il Grion credette potessero esserne frammento alcuni 
veni volgari pubblicati dal Mussafiv, Analecta aus der Marcusbibliotheh, 
Jahrbuch fùr romanische und eng lische Litteratur t v. Vili (1867), p."21l 
(Grion, Fridan-, in Zeitschrift fur dediche Philologie, v. II [1870], p. 432). 



350 ARTI NELL'ETNA 

e a far maggiormente intendere quanto avesse in pregio le 
storie di Brettagna, ringrazia coloro che le avevan recate in 
tedesco 36 . Ma certamente egli era in grado d'intendere anche 
gli originali francesi e li conobbe 37 . 

Un'altra prova, e molto importante, del favore onde gode- 
vano nel secolo XIII in Italia, tra le persone colte, le storie 
brettoni, l'abbiamo nel fatto che un poeta latino celebre di 
quei tempi, il Padovano Lovato 38 , di cui fa tante lodi il Pe- 
trarca, compose un poema sugli amori di Tristano e d'Isotta. 
Di questo poema, probabilmente latino, non si fa ricordo da 
nessuno storico della nostra letteratura ; ma il prof. Novati mi 
avverte che un'allusione ad esso si trova nelYEcloga che al 
Mussato indirizzo Giovanni del Vergilio. Ecco i versi che la 
contengono " : 

Ipse Lycidas cantaverat Isidis ignes 

Isidis, ibat eoim flavis fugibundula tricis, 
Non minus eluso quain sit zelata marito, 
Per silvas totiens, per pascua sola reperta, 
Qua simul beroes decerta vere Britanni 
Lanciloth et Lamiroth et nescio quis Palamedes. 

Le glosse spiegano : Isidis, Isottae. Flavis tricis dicitur eo quod 



Questa congettura, o, piuttosto, questo semplice dubbio, parve dal tutto 
infondato al Bartsch (August Kobkrstki.n's Qrundrie* der Geschichte 
der deutschsn Natiunalliteratur, fiinfte umgearbeitele Anflage voti Karl 
Bartsch, Lipsia, 1872-4, v. I, p. 245, n. 5). Il prezioso codice Saibante, d'onde 
lo Zeno trasse quei versi pubblicati dal Mussafla, si credette lungo tempo 
perduto ; ma, com'è noto, esso riapparve, non ha molto, fra i manoscritti 
della collezione Hamilton, e trovasi ora a Berlino. Il prof. Tobler ha già pub- 
blicato di su quel codice una versione veneta dei Disticha Catonis, il libro 
di Uguccione da Lodi già citato, il libro di Girarlo Pateg, e certi Proverbia 
que dicuntur super natura fe/ninarum, ove quei versi per lo appunto ricor- 
rono. L'autore di questi Proverbia rimane ignoto perora: esso non fu cer- 
tamente Toramasino de' Cerchiari (Zeitschrift fiir romanische Philologie, 
voi. IX [1885], p. 288). 
»« Vv. 1135-7. 

87 Nota il Foerster nella Introduzione al Cligè* cit. p. xxv, che le allu- 
sioni che nel Wàlsche Gast si trovano fatte a questo romanzo, riferisconsi 
al poema francese, essendo posteriori di tempo i rifacimenti tedeschi. 

88 Vedi intorno ad esso Tiraboschi, Storia della leti. Hai., ed. dei Classici, 
t. V, pp. 877 sgg. Il Vbdova, nella sua Biografia degli Scrittori Padovani, 
non ne registra nemmeno il nome. 

89 Bandini, Catalogue codicum latinorum etc, t. II, col. 19. 



APPENDICE I 351 

dicebatur Isotta la bionda. Fugiens regem Marcum maritum smini 
et Palamedem. Dall'ultimo verso pare peraltro che Giovanni 
confondesse le storie di Tristano con quelle di Lancilotto; e in 
quel nescio si fiuta un certo disprezzo di latinista per le fa- 
vole romanze. 

Quando avrò detto che nel poema delV Intelligenza tutta la 
materia della Tavola Ritonda è accennata in pochi versi 40 , e 
ricordate le note allusioni di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, 
avrò, non esaurita, ma chiusa questa breve rassegna ; non tut- 
tavia senza prima richiamar l'attenzione sopra un cronista ver- 
seggiatore, il quale ci porge uno dei più antichi documenti che 
della diffusione delle leggende brettoni si riscontrino nella 
nostra letteratura. È questi Gotofredo da Viterbo, nel cui 
Pantheon, alla particola XVIII, si narrano le storie di Uter e 
di Aurelio, di Vortigerno, della regina Anglia, di Merlino, della 
duchessa Jerna (Ingerna), sino al concepimento di Artù 41 . Per 
tutto questo favoloso racconto Gotofredo si accorda, in sostanza 
con Goffredo di Monmouth; ma presenta pure alcune lievi dif- 
ferenze particolari, le quali si possono spiegare, o con dire 
ch'egli alterò così di suo arbitrio il racconto dello storico in- 
glese, o con supporre eh' egli abbia avuto dinanzi un libro 
molto affine a quello di costui, quale, secondo l'opinione dello 
Scheffer-Boichorst, sarebbe il caso per Alberico delle Tre Fon- 
tane 4S . Asserire senz'altro ch'egli attinse da Goffredo di Mon- 
mouth, come fanno l'Ulmann 43 , il Wattenbach u , e il Waitz 45 , 
non si può. Checchessia di ciò, Gotofredo da Viterbo fu assai 
probabilmente il primo ad introdurre mediante uno scritto in 



<o st. 287-8, 294. 

41 Ap. Strcvio, Scriptores, t. II, parte 2*, pp. 357 sgg. ; Muratori, Scrip- 
tore$, t. VII, coli. 469 sgg. 
« Vedi Pbrtz, Scriptores, t. XXIII, p. 689. 

43 Gotfrid von Viterbo. Beitrag zur Historiographie de» 'Miltelalters, 
Gottinga, 1863, pp. 73-5. 

44 Deutschlands Qeschichtsquellen im Millelaller, 4» ed., Berlino, 1877-8, 
voi. II, p. 228. 

45 Ap. Pbrtz, Scriptores, t. XXII, p. 8. Circa una Hi$toria Britannica, 
pretesa intermediaria, secondo il Db la Bordbri* (L'Historia Bri tonum at- 
tribuì ò Nenniu» etc, Parigi, 1883) fra la Hisloria Britonum di Nennio e 
ì'Historia regutn Britanniae di Goffredo di Monmouth, v. G. Paris, in Ro- 
mania, voi. XII, p. 371-5. 



352 



ARTI N'EI.I. ETNA 



li. ili. i jiiirtc ile II il li 'pendìi brettone. Egli non finì di lavorare 
intorno al lìmthetm se non nel 1191; magia nel 1186 avi? vii 
dedicato una prima redazione del libro al papa Urbano IH. 
Con quesiti data si risale ai tempi delln venuta dei primi 
trovatori fra noi. Ma non solamente il Pantheon fu composti' 
in Italia : (ìotofredo fu egli stesso italiano ; e questa. BOB 
qualità MCmct pe» noi l'importanza di quella parte dalli BOI 
-.liiria nniversult 1 . I.'opiiiioiit' i-li'ofjli fosse tedesco fu messa in- 
u.iii,i in ['.■l'in,! iUi)>itìitìvii |irinii! mente dui Hìimuiri, poi -.^rAv- 
nuta con tutta risolutemi dal Fieker ", e ad essa tuttavia si 
nifi, ■in' il Watli'iiliiii-n " : : tntt l'opinione contraria, professata, 
dagli ìatoriogiafl pii antichi, Eh, panni, dairuimaun dimostrato 



» iir*fuU>n» »' Carmi* de -jislit Frlder 



APPENDICE H 



DI ALCUN RIMESSITICCIO ITALIANO 
DI LEGGENDA BRETTONE. 



Galvano Fiamma (prima metà del sec. XIV) inserisce nel suo 
Opusculum de rebus gesiis Azonis Vicecomitis il seguente rac- 
conto * : 

" Anno supradicto scilicet in MCCCXXXIX, stantibus supra- 
dictis concurrentiis Johannes Brusatus de Brizia factus est Po- 

testas Mediolanensis, et coepit regere die penultimo Madii 

Eodem anno sub castro Seprii in Monasterio de Torbeth flante 
quodam vento terribili, quaedam magna arbor divinitus est 
evulsa radicitus, subque inventa fuit sepultura ex marmore 
multae pulchritudinis : in hoc sepulcro jacebat Rex Galdanus 
de Turbet Rex Longobardorum, in cujus capite erat corona ex 
auro in qua erant tres lapides pretiosi, scilicet Carbunculus 
pretii mille fior eno rum, et iinus adamans pretii II. millium flo- 
renorum, et unus achates pretii D. florenorum. In manu sinistra 
habebat unum pomum aureum, a latere erat unus ensis habens 
dentem in acie satis magnum, qui fuerat Tristantis de Lyonos, 
cum quo interfecerat Lamorath Durlanth. Unde in pomo ensis 
sic erat scriptum: Cel est Vespée de Meser Tristant, un il ocist 
VAmoroyt de Yrlant. In manu sinistra habe[b]at scripturam con- 
tinentem hos Versiculos: 

« Zetu. Saldi da Turbigez 
Roy de Lombari incoronaz 



1 Ap. Muratori, Scriplore», t. XII, coli. 1027-8. Questo racconto fa già 
riferito altre due volta, prima da Gualtiero Scott, Sir Tri»lrem % ed. 1810 
p. 208, poi dal Michel, Tris tati, già cit., voi. II, pp. 163-4. Cfr. anche Da 
Castro, La gloria nella poesia pop. mil. t Milano, 1879, p* 32. 

Geaf, Miti, leggende, ecc., r. II. 23 



354 ARTU NELLETNA 

Soles altres Barons aprexiés 

Zo ohe vos véez emportés 

Per Deo vos pri no me robez ». 

Questo strano racconto è riferito parola per parola nel Flos 
florum, cronaca del secolo XIV, attribuita, ma senza prove, ad 
Ambrogio Bossi 8 . Alcune lievi differenze si hanno nei luoghi 
in francese e vogliono essere notate. L'iscrizione del pomo della 
spada è data nel Flos Florum così (cod. Braidense A. G. IX, 35, 
f. 211, t): 

Gii est le spee de raiser tristant 
unde il ocisse lamorath de xilant; 

e i versi della scriptum nel seguente modo : 

Za qui galdi de turbigez 
Roy de lombars incoronez 
Soles autres barons aprisiez 
Zo che vos veez ne portez 
por dio vo» pri ne me robez. 

Il testo di questi versi, tanto nel Fiamma, quanto nel Flos 
Florum, è abbastanza corrotto, ma si potrebbe restituir facil- 
mente. Il Zesu del primo si risolve in un Je suy; il Soles altres 
in Sor les altres. Il verso Zo che vos véez emportés, vuol esser 
corretto col riscontro dell'altro testo in Qo que vos veez n'em- 
porteZf come richiede anche il senso. Ma la restituzione si ferma 
poi dinanzi ad un dubbio: questi versi son essi schiettamente 
francesi, alterati da trascrittori italiani, o non sono piuttosto 
franco-italiani sin dalla origine? A questa e a parecchie altre 
interrogazioni che spontaneamente si affacciano, è impossibile 
dare risposta soddisfacente. Nella iscrizione della spada si ac- 
cenna a un noto personaggio e a un noto fatto delle istorie di 
Tristano : queir Amoroyt è il Morhault dei racconti francesi : ma 
a che altra favola si alluda nei versi che vengon poi, confesso 
di non sapere. Seprio è ora un villaggio sulla destra dell'Olona, 
in provincia di Milano, comune di Gallarate. Turbigo, che cer- 
tamente è da riconoscere sotto il Turbeth latino e il Turbigez 



Vedi Ghiron, Bibliografia lombarda, Catalogo dei manoscritti intorno 
alla storia della Lombardia esistenti nella Biblioteca Nazionale di Brera, 
Milano, 1884 (estratto dall'Arca, stor. lomb.), p. 89. 



APPENDICE II 355 

francese, e mi altro paesello di quella stessa provincia, Seprio 
ebbe nel medio evo assai più importanza, che non abbia ora, e. 
fu. capoluogo dì un contado di abbastanza larghi confini, come 
si puh vedere dallo Rtesao Galvano Fiamma, che ne parla nel 
.-no Munì puìus. fiorini '. Ma di quel Ualdanus, o Galdi (Sa (di' è 
un error di scrittui'iO re rùnmato dei Lombardi, non so in. ve- 
' rità che mi dire. La forma QaltlimuK riduce alla niente Gal- 
vanus (llanvain, Gaveìu eoe), il magno eroe delia Tavola Ro- 
tonda; ma Galvano non fu mai, ch'io sappia, incoronato re dei 
Lombardi. Gahii sugjjeri-<te (jiilflimi/i, noiiie t'ivi piente in Lom- 
bardia; ma con questo nome trovo bensì un san Galdino, arci- 
vescovo di Milano nel 11IJ6, e altre persone di conto, non un 
re dei Lombardi. Non so pertanto se noi ci troviamo qui di- 
nanzi ad una vera e propria leggenda, oppure dinanzi ad una 
semplice finzione autogeni-tic a e slegata. Propendo tuttavia per 
questa seconda opinione, giacché l'intero racconto m'ha l'aria 
di una di quelle storielle inventate, per uno scopo pratico de- 
terminato e speciale. Si sa quale lavoro fu tatto durante tutto 
il medio evo attorno a certe armi famose e, direi, storiche; a 
quante l'avole di ritrovamenti inopinati diedero i-.^c argomento; 
come spesso si collegarono ad esse diritti, prerogative e pri- 
mazie. Le spade di Costantino, di Attila e di Carlo Magno fi- 
guravano tra lo insegne dell'impero*; per le diligenze di En- 
rico II, fu ritrovata Calibourne, la famosa spada di Artù n . Nel 
racconto del Fiamma quel ritrovamento della spada di Tristano 
nella tomba del re lombardo Galdano o Galdino, rimanda in- 
dubitatamente, a mio credere, a qualche aspirazione o preten- 
sione di caratteri? politico; ma a quale, propriamente, non sono 
in grado di dire. Giova inoltre notare che il racconto del 
Fiamma viene ad urtare contro un altro racconto, secondo il 
quale la spada di Tristano, molto tempo innanzi sarebbe pas- 

5 Ap. Mdiatoki, Scriutoms, t. XI, col. 65*. 

* Veiii per lo insane deH'iuipero e fusi- la importuni» <it><: loro si attribuirà, 
ii gii e Ulto mio libro, Kui«a ittita memoria e ntile immaginaiitmi iti 
m*M§ ivo, voi. II, pp. 456 su;g. 

' Di ritrovamenti coi! fatti oi sono nal madlo svo esempli assai antichi. 
Narra Piolo Di tornio {Hiitorla LanguòardoniM, 1. [I, e. 28), ooma Gìsel- 
perto, duca ili Verona, aprisse la. tomba Hi Alboino e no togliesse la spada 
e altr« cose di valore r qui »« ob Itane caujam vani ht(* «olila apuli l *tet to i 



356 ART» NELL'ETNA 

sata dalla Germania nella Gran Brettagna, fra le mani di Gio- 
vanni Senza Terra (1 199-121(5) *. cui certo non mancavano ragioni 
per procacciarti a ogni modo un'arme di tanto predio e ili tanta 
virtù. Ma checchessia di ciò, il racconto del cronista milanese 
ci porge un curioso esempio dell'innesto di una leggenda bret- 
tone nelle cose nostre, e in ciò sta la capitale se non unica 
importanza sua. 

Ad esso un'ultra finzioni 1 può esseru rftc-eostiìtji, la quale pone 
eroi della leggenda brettone in relazione con cose nostre. Si su 
che uno dei endici della Hisloriti fni/tfriaìis di Giovanni Dia- 
cono si conserva nella Capitolare di Verona '. In calce alla 
Uintorìa, dopo la epistola del Petrarca sull'officio dell'impera- 
tore, si trova una breve descrizione dell'Arena, ossia anfiteatro 
di Verona, scritta, come si può giudicare dalla l'orma della let- 
tera, sul cadere del secolo XIV ', e già ricordala dal Tartarotti *. 
Di essa ebbe a giovarsi, oltre al Saraina e al Panvinio '", anche 
l'iinoninio autore di unii dc--crizioin' delle città. d'Italia, la quale, 
in carattere del secolo XV ex., leggesi in un altro codice di 
quella stessa Biblioteca Capitolare ": l'anonimo anzi la trascrive, 
solo con qualche rimaneggiamento nella forma, e l'attribuisce 
allo stesso Giovanni Diacono, stranamente confondendolo, per 
giunta, con l'Arci diacono Pacifico, il quale visse nell'VIII e IX 
secolo. Ecco ora questo breve testo nella sua genuina barbarie: 

* Qoomodo preliaverunt lancelotus de lnchu. et malgarete* 
regis groonc filius ad invicem in eivitate marmorea in antro 
arene. Set ut ulterius non procedam uolo declarare locum uiji 
isti malgaretes mundi preliaverunt ad invicem. Nam rocatua 
fuit arena ab antiquo. Erat enim locus iste rotundus per totum 
magnis sassis undique prefilatus cum cubali* multila intus, multi» 






1 [. xvil | .Iella Raccolto d'ofuueoii tenni ifici i lUotoaM 
iella, 1738, pp. 137-8. 



APPENDICE II 357 

l'ormis redimitila. Iti (?)-eius (Vi u rotti udì tate scalea (sic) magni» 
saxis erant apposite, i't si'i-iimbiiii quod in altitudine veniebant 
tanto plus in rotunditate videntur ampliare. Nam scale iste 
sunt infinite, et .seciindum dietimi prò maiori parte plus quam 
.1. cubitus erant in altitudine. Emnt enim in circuitu a latere 
rotunditatis atrij huius multa loca nobilia, in cuius Burnitati: 
quidam loeus magmi" et nobilia multi» formis laboratua ala- 
bastro lapidi' oiri.'ui)!i|iiiir.|iir.> redimitus erat. In quo loco pomerius 
nobilis erat. In quo pomerio barones et nobìles solacium ca- 
piebant. Et propter diversitati-iii tt'inpori-- plumbeo metallo un- 
dique erat cohopertus si'ciindum V'itmuiitntis grmlum. In cuius 
rotunditatem in i ufi. 1 rimi ]tarte de snjitiis tirai spatium magnum, 
in quo «pardo, ri anguio. magnates i.-ti, prelium ad invicem 
fecerunt. Et peni in In iti dietimi nubi 1 in in, <| ni' Li in imbiba prineeps 
romanus nomine imirchus metili.! de metellis, feeit hoc atrium 
edifficare, et vocatur arena ,. 

Così finisce in tronco la scrittura, e, come pare, propriamente 
nel luogo dove avrebbe dovuto cominciare l'annunciata descri- 
7.n. in- del L'Oinballiini.'nlci, Mainando il meglio, essa no» pub 
dare argomento a osserva /.ioni ili qualche rilievo. La civitaa 
marmorea e la stessa città di Verona, così denominata nel 
medio evo dalla copÌB de' suoi marmorei edifirii (secondo trovasi 
notato), o dai marmi che si cavavano nel suo territorio. Gio- 
vanni Diacono dice in un luogo della sua Htetoria: * Haec 
civitaa ab origimbns prius Marmor dieta est a copia mar- 
morum „. Di qui il nome di Marmorina che, per citare un 
esempio, ai vede naato dui Hoircaccio m*l FHorolo 1 '. Clii possa 
esaere quel Malgaretea. figlio del re Groonz. veramente non so; 
ma notisi che mentre il nome di Malgaretea è dapprima usato 
come nome proprio di singola persona, poco dopo fa ufficio di 
appellativo comune, dato ad entrambi i prodi combattenti, mal- 
garttea muniti, quasi dicesse per figura di lode magarìtae mundi. 
La immaginazione di quel combattimento non ai può dire in 



» V, Ndvati, Suilo campali. 
romanza, t. III, p, 1SÌ-3, dovi 
e Soulmkho, Sulla corografia 



3o8 ARTU NEL1. ETNA 

tutto scioperata, perche fe un fatto che pia di una volta n 
l'anfiteatro di Verona si combatterono, durante il medio evo, 
duelli giudiuarii; ma, ad ogni modo, non mi venne fatto di aco- 
vrirne vestigio altrove. 11 Maftei dice, parlando dell'Avena nella 
t'erotta illustrata:" " Fole ai raccontano, e in supposti docu- 
menti ai leggono, di battaglie fattevi da Lancellotto dtl Lago 
e dagli eroi romanzieri „. Quali rime questi supposti documenti 
non so, e il Matte) non lo dice. 

E poiché siamo a parlar dell'Arena, non credo inutile accen- 
nare ad un'altra leggenda, non so veramente quanto antica, 
che in altro modo la connette con le finzioni brettoni. In un 
carme in lode della città di Verona, carme che il Cremonese 
Domenico Bordigallo inserì nella sua Cronica ", si leggono 
questi due versi: 



n(« B | 






Nella Carminimi i-rp'/siri'/ reritmque sensits 
intrlliiieiiliam che segue, il Bordigallo, venuto 
tati, narra che, a testimonianza del vescovo Sicardo e di Gì 
vano Fiamma, l'Arena fu edificata dal mago Meri: 
aua immagine si vede tuttavia scolpita a cavallo, i 
in mano, un cane e un cervo vicino e i versi Ileorm ntiiìtitm i.>te. 
sulle porte di S. Zenone. Come sì vede, qui Merlino & sostituito 
nella leggenda a Teodorico. Di una tale sostituitone che cosa 
si deve pensare? Il Bordigallo componeva in Verona stessa il 
auo carme nell'ottobre del 1522, col proposito di celebrare 
quella città, di rammemorare tutte le glorie sue favolose a 
reali ". Raccolse egli quella favola da una tradizione già for- 
mata, o l'inventò di pianta? Non è possibile risolvere con si- 
curezza il dubbio, ma confesso ohe mi aento propendere per la 
seconda congettura. Ami tutto Sicardo e Galvano Fiamma, 
tati come testimoni, non dicon verbo di quest'opera di Merlini 
poi par difficile ad ammettere che i Veronesi potessero in leg- 







APPENDICE II 359 

genda di tanto rilievo scartar Teodorico, sì strettamente legato 
alla storia della loro città, per porre in suo luogo Merlino, che 
con quella storia non aveva relazione di sorta; da ultimo è da 
notare che di quell'attribuzione della fabbrica dell'Arena a 
Merlino non appar segno altrove. Ad ogni modo, anche ammesso 
che il Bordigallo non l'inventasse, nulla prova che questa fa- 
vola fosse antica. 



UN MITO GEOGRAFICO 



(IL MONTE DELLA CALAMITA) 



UN MITO GEOGRAFICO 



(Ir, Monte della Calamita) 



I. 



Il terzo calendero, figliuolo dì re, narra, nelle Mille e 
una Notte, come dopo aver corso, con dieci navi, moltis- 
simo mare, e sostenuta una furiosa procella, egli ed i suoi 
smarrissero per sì fatto modo il cammino, che nessuno 
sapeva più dov'è' fossero. Un giorno, dall'alto dell'albero 
maestro, un marinajo, che stava in vedetta, grido che 
non vedeva, tutto all'intorno, se non acqua e cielo, meno 
che dalla parte di prua, dove appariva una gran macchia 
nera. A tale annunzio il nocchiero mutò colore, buttò il 
turbante sul ponte, si picchiò il viso, e piangendo gridò: 
mio re, noi Siam tutti perduti! Sollecitato a spiegarsi, 
disse quella macchia nera non essere altro che il Monte 
della Calamita, il quale ormai traeva a sé irresistibil- 
mente le navi, per cagion dei chiodi e dell'altre ferra- 
menta ch'erano in esse, e palesò a tutti ciò ch'era per 
seguire, ciò che in fatto seguì. Le navi s'andarono sempre 
più approssimando alla formidabil montagna, e il di se- 
guente, a certo punto, le ferramenta loro, sbarbate dal 
legname, volarono ad essa, e con ispaventoso rumore ade- 
rirono alla sua superfìcie, la quale d'altre infinite ferra- 
menta vedevasì ingombra. In un sùbito le navi si sfascia- 



4 







954 US MITO GEOGRAFICO 

rono. e quanti erano in esse furon sommersi nel mare, 
ch'era ivi di profondità smisurata. Tutti perirono, meno 
il principe. Costui potè raggiungere il monte, e per una 
angustissima gradinata salire fin sulla cima, dove, sotto 
una cupola, vede vasi un cavaliere di bronzo, sopra un 
cavallo similmente di bronzo; opera magica, da cui veniva 
alla rupe la sua perniciosa virtù, e che doveva essere 
distrutta perchè quel mare tornasse sgombro d'ogni peri- 
colo ai naviganti. Istruito da un vecchio, durante il sonno, 
di ciò ch'ei dovesse fare, il principe disseppellì un arco 
e tre frecce, saettò il cavaliere, e lo fece precipitare nel- 
l'onde, le quali presero a gonfiare ed a crescere, tanto che 
raggiunsero la cima del monte. Allora venne dal largii 
una navicella, condotta da un navicellaio di bronzo, e 
dentr'essa il principe potè allontanarsi e scampare. 

È questo un racconto che potrebbe direi secondario e 
composito, nel quale un tema originale, semplice e schietto, 
appare sformato e adulterato da sovrapposizioni più tarde 
e allatto disacconce. 11 tema originale (altrove leggermente 
variato) noi lo abbiamo in quel Monte di Calamita che 
trae a sé e ad irreparabile perdizione le navi ; le sovrap- 
posizioni le abbiamo in quel cavaliere e in quel cavallo 
dì bronzo, in quell'artificio magico, il quale, o appar esso 
superfluo, quando sì lasci (come qui si lascia) alla cala- 
mita la sua propria e naturale virtù, o, per contro, fa 
apparire superflua la calamita. 

Il tema originale ci si appalesa in parecchi racconti, 
di cui dirò or ora, e in una doppia tradizione geografica 
e romanzesca, orientale per l'ima parto, occidentale per 
l'altra; ma giova, nondimeno, avvertir subito, che l'adul- 
terazione dì cui porge esempio il racconto delle Mille e 
una Notte, appare, in qualche modo, anche altrove. 

La tradizione occidentale è assai antica. Plinio fa men- 
zione dì due monti, prossimi al fiume Indo, di cui l'uno 



ON MITO GEOGRAFICO 365 

ha virtù di attrarre il t'erro, l'altro dì respingerlo, per 
modo che chi abbia calzari con bullette di quel metallo 
non può dall'uno staccare il piede, né fermarlo nell'altro 1 . 
Tarlando delle isole dell'India, Tolomeo ricorda le dieci 
Maniole, dalle quali dicevansi trattenute le navi le quali 
fossero, in qualche modo, munite di ferramenta; per la 
qual cosa le navi che frequentavano quei mari usavansi 
compaginare di solo legname 2 . Questa favola riappare in 
un trattatello De Brachmanibus, composto da un Pal- 
ladio, che certamente non fu Palladio da Metone, sofista 
fiorito ai tempi di Costantino Magno, e nemmeno, secondo 
è più ragionevole credere, Palladio vescovo di Blenopoli 
(388-407), ma fu, probabilmente, un uomo che visitò 
l'India, e quivi intese narrare parecchie delle cose che 
riferisce 3 : riappare, inoltre, in un opuscolo De morihts 
Brachmanorum, malamente attribuito a Sant'Ambrogio, 
e dipendente dal trattatello di Palladio *, d'onde la deriva 
lo Pseudo-Cai! istene, o un interpolatore del romanzo che 
va sotto tal nome 5 . Costantino Africano, il celebre medico 
e monaco cassinense, il quale, nella seconda metà del se- 
colo XI, viaggiò gran parte dell'Oriente e si spinse sino 
nell'India, narra, in una delle numerose sue opere, su per 
giù le medesime cose, ma senza far ricordo di quelle isole 
Maniole, e citando un libro De lapidibm di Aristotele, 
che lo Stagirita mai non iscrisse, e che a lui fu proba- 
bilmente attribuito dagli Arabi 6 . Alberto Magno parla 
del fatto succintamente 7 . Vincenzo Bellovacense attinge, 
parlando della calamita, da Plinio e da Isidoro da Si- 
viglia, e riferisce anche il passo di Costantino; ma, sosti- 
tuendo al vecchio un nuovo errore, attribuisce quel libro 
De lapidibus a Galeno 8 . Il Mandeville, che tanti mira- 
eoli vide, ebbe a vedere anco questo; e poiché la relazion 
del suo viaggio fu una delle più divulgate scritture del 
medio evo, e molto giovò, senz'alcun dubbio, a diffondere 



<: 



366 UN MITO GEOGRAFICO 

vie più la notizia che del miracolo già s'aveva in Europa, 
non sarà inopportuno riferire, nell'antica versione italiana, 
le parole con cui egli lo vien descrivendo. * Ad Ormes 
sono le nave di legnio sanza chiovi di ferro per li ea&i 
della calamita, della quale nel mare è tanta quantit.i. 
che è una maraviglia. K se per questi confini passaci 
una nave che avessi ferro, di subito perirebbe ; però che 
la calamita tira a sé per natura el ferro. Per la quale 
cagione tirerebbe a sé la nave, ne più di là si potrebbe 
partire »... « in quel mare (il mare che bagna il regno 
del Prete Gianni, in India) in molti luoghi, sono molli 
scogli, e assai sassi di calamita, che tira a sé il ferro co 
la sua propietà; e per questo non passa nave ove sia 
chiovi o bandelle di fero. Questi sassi di calamita, per 
sua propìetà, tirono le nave, e mai più di lì non si po- 
sono partire, lo medesimo vidi in quel mare, di lungi a 
modo d'una isoletta, ove erano alberi, spine e pruni in 
quantità; e dicevono e marinai, che ciò erano nave, cbe 
quivi erono restate pei sassi de la calamita; e perche 
erono marcite, li erono cresciuti questi alberi, spine, pruni 
e altre erbe, che vi sono in gran quantità. Questi sassi 
vi sono in molti luoghi in quele parte, e però non v'usano 
passare mercatanti, se egliono non sanno molto bene la 
via, o se e' non hanno buono guidatore » *. Pietro Ber- 
chorio e Felice Faber ridicono su per giù le medesime 
cose 10 , e sul finire del secolo XVI, Simone Majolo ripete 
ancora la divulgatissima favola u . 

La qual favola non poteva non variarsi in più modi; 
onde abbiamo udito alcuni parlare d'intere isole di cala- 
mita, altri di singoli monti, altri di scogli sparsi pel 
mare; né mancarono alcuni che, come Giovanni di Hese, 
dissero il fondo stesso del mare, in certi luoghi, formato 
di calamita, per modo che le navi, le quali vi passavano 
sopra, erano irresistibilmente inghiottite l *. 






UN MITO GEOGRAFICO 



3tì7 



Né farà meraviglia che monti e rupi di calamita, si- 
mili a quelli che s'immaginavano in mare, s'immaginas- 
sero pure entro terra. I monti ricordati da Plinio non 
sembra fossero in mare. Giovanni del Pian dei Carpini parla 
di una spedizione di (Jengis Chan, la quale non sortì 
l'esito sperato, perchè certi monti di calamita attrassero 
a se tutte le armi de' suoi soldati > 3 . 

La tradizione orientale fu, senza dubbio, assai più co- 
piosa dell'occidentale; ma noi non la conosciamo se non 
in piccola parte. So Sung, scrittore cinese dell'Xl secolo, 
parla in un suo Erbario, citando certe Memorie delle 
cose meravigliose che si vedono nei paesi ìneridionali, 
di pietre di calamita giacenti nei bassifondi del mare 
che bagna le coste del Tonchino e della Cocincina, pietre 
che fermano le navi armate di lastre di ferro 1 *. Nel 
libro arabico sulle pietre attribuito ad Aristotele, e ci- 
tato da Bailak Kibgiaki, si legge: « A detta d'Aristo- 
tele, si trova nel mare una montagna di calamita. Se le 
navi le si accostano, tutti i chiodi e l'altre ferramenta 
sono sconficcati dal legno, e volano come tanti uccelli 
verso il monte, senza che il legno li possa trattenere; e 
per tale ragione le navi che corron quel mare non hanno 
chiodi dì ferro, ma sono tenute insieme da corde fatte 
con le fibre dell'albero di coco, fermate con caviglie di 
legno molle che gonfia nell'acqua. I popoli del Jeraen 
legan pure le nari loro con liste staccate dalle palme. 
Dicesi inoltre che una Bimile montagna di calamita si 
trovi sulle coste del mare d'India, ecc. » 15 . Parlando 
dell'Africa orientale, Edrìsi fa ricordo di una montagna 
per nome Agiud, la quale attrae a sé le navi che troppo 
le si avvicinano ,s : Abulfeda pone il Monte della Cala- 
mita in prossimità dell'Indo. 

E nei mari d'India, o della Cina, lo pongono più ge- 
neralmente coloro che ne parlano; ma nel 



tedesco 



CN MITO GEOGRAFICO 



di Gudrtma esso è trasposto agli estremi confini dell'Oc- 
cidente, e Gnido Guinizelli scrisse: 



In quelle [.Mirti sotto tramontana. 
Sono li monti della calamita, 
Che dan vii-tute all'a're 
Di trar lo ferro ", 



u. 






Che questa immaginazione del Monte della Calamita 
(parlo solo del monte, perchè gli è quello che si trova 
ricordato piti spesso) sia orientale di origine, e passata 
d'Oriente in Occidente, non si può, cred'io, dubitare. Ma 
come e quando passata la prima volta nessuno può dire. 
Non sarebbe forse troppo irragionevole congettura quella 
che la facesse giungere in Europa coi reduci della spe- 
dizione di Alessandro Magno, sebbene in Arriano, e negli 
altri narratori delle imprese del Macedone, e descrittori 
dell'India, non se ne trovi cenno. Ben si può tener per 
sicuro che l'antica memoria, raccolta da Plinio, fosse in 
varii modi, e a più riprese, rinfrescata, oltreché da notizie 
di viaggiatori, da racconti giunti nei tempi di mezzo fra 
le genti cristiane per quelle medesime vie per cui giun- 
sero, dal remoto Oriente, tanti altri racconti. Di ciò ve- 
dremo, tra breve, alcuna prova complessa; ma non sono 
da trascurare, per questo rispetto, certi parallelismi e ri- 
scontri che difficilmente si posson credere casuali e spon- 
tanei. 

Ho notato nel racconto delle Mille e una Notte som- 
mariamente riferito in principio, la sovrapposizione di un 
elemento estraneo ed eterogeneo a quello che senza dubbio 
dovette essere il tema primitivo e genuino. 



. Per esso, il 



UN MITO OEOURAFICO 369 

Monte della Calamita, perduta quasi la sua virtù natu- 
rale, diventa mezzo e strumento di magico potere. Une 
dìrem noi quando, in racconti occidentali, vedremo questo 
medesimo accoppiamento del Monte della Calamita con 
alcun magico artificio, ovvero il Monte tatto dimora di 
maghi e di fate? Nel poema tedesco anonimo intitolato: 
Reinfrit voti Braunschweù/ ia , e composto sul finire del 
secolo XIII, o sul principiare del seguente, si narra una 
strana storia di un gran negromante per nome Zàbulon, 
il quale, dimorando sul Monte della Calamita, aveva letto 
nelle stelle la venuta di Cristo ini lied ugento anni prima 
che accadesse, e per impedirla aveva scritto parecchi libri 
di negromanzia e di astrologia, delle quali scienze era 
inventore. Poco tempo prima che Cristo nascesse, Virgilio, 
uomo di gran sapere e di singolare virtù, avuta notizia 
di questo mago e delle male sue arti, navigò alla volta 
del Monte della Calamita, e mercè l'ajuto di uno spirito, 
riuscì a impadronirsi dei tesori e dei libri di lui. Venuto il 
termine prescritto, la Vergine potè dare alla luce Gesù. 
Enrico di Mùglin narra in una sua poesia 19 come Vir- 
gilio, in compagnia di molti nobili signori, partisse da 
Venezia sopra una nave tratta da due grifoni, giungesse 
al Monte della Calamita, trovasse quivi, chiuso in una 
fiala, un demonio, il quale, a patto d'avere la libertà, 
gl'insegne come potesse impadronirsi di un libro di magia, 
eh* era dentro una tomba. Avuto il libro ed apertolo, 
Virgilio si vide comparir dinanzi ottantamila diavoli, ai 
quali comandò subito di costruire una buona strada, dopo 
di che se ne tornò tranquillamente co' suoi compagni a 
Venezia. Queste fantasie fan capolino anche nel Wart- 
burgkrieg ao . Di un magnifico palazzo, sorgente sul Monte 
della Calamita, e abitato da cinque fate, si narra nel 
séguito dell' Hìiori de Bordeaux in prosa 81 , ed è senza 
dubbio tutt'uno collo cìiastel d'aimant descritto in una 

»uf, Miti, bmmdi me., t. II. 24 



:t70 [JN MITO GEOGRAFICO 

redazione tarda dell' Ogier 22 , In un romanzo francese n 
prosa, composto probabilmente nel secolo XV, il Monte, 
o piuttosto lo Scoglio di Calamita è abitato da maghi e 
incantato, e per potersene allontanare, dopo esserne stati 
attirati, bisogna, conformemente a quanto è detto in certa 
iscrizione, gettar nel mare un anello, ch'è in cima alla 
rupe 2:i . Non è ciò singolarmente conforme a quanto si legfte 
nel racconto del terzo calendero? S'avverta inoltre che nei 
lapidari], dove molte immaginazioni si trovano venuteci 
dall'Oriente, la calamita è messa in istretta relazione con 
l'arti magiche. In quello attribuito a Marbodo si legge: 

Deendor magos In.".- l'/upùlr) jiriiinnii ilici tur usua, 
Conacius in magii/ii. nilu] esse ìmtentius arte. 
Post illuni ferini' fiiniijsn venefica Circe 
Hoc in j>rni'*ti<jiis miliari* ipecuiliter usa". 

Alberto Magno ed altri parlano ancor essi delle virtù 
magiche della calamita 25 . 

Uopo quanto abbiam veduto non ci parrà cosa troppo 
fuori del ragionevole che il Monte della Calamita diven- 
tasse il beato soggiorno, oltre che delle fate, anche di 
Artù, come si vede essere avvenuto in un vecchio ro- 
manzo francese intitolato Roman deMabrian 26 , e ci sarà 
meo difficile intendere come e perchè, nel poema di Su- 
druna, il Monte della Calamita s'identificasse col monte 
Gìvers, o Mongibello, dove una leggenda, di cui discorro 
in questo stesso volume, pose per l'appunto la dimora 
di Artù, e divenisse stanza di un popolo felice, che vive 
nell'abbondanza, ed abita in palazzi d'oro 27 . A immagi- 
nare così fatta stanza e così fatto popolo, sollecitava anche, 
in certo qual modo, la credenza che le infinite navi tratte 
da ogni banda inverso il monte, vi recassero e 
ricchezze tutte della terra. 

Che l'idea di porre in relazione col Monte i 



■o copia delle 
te della Cala- 



UN MITO OBOORAFICO 371 

mìta i grifoni, facendo di questi un mezzo di scampo per 
alcuni naufraghi più ingegnosi e più arditi, sia ancor 
essa orientale di origine, panni cosa, come vedremo tra 
breve, più che probabile. Beniamino da Tudela parla di 
certe, com'egli le chiama, angustie del mar della Cina, 
dalle quali le navi che ci si smarrivano più non pote- 
vano districarsi, onde, venendo a mancare le vettovaglie, 
conveniva che i naviganti si morissero di fame. Perciò i 
meglio avveduti portavano con sé pelli di buoi, e quando 
non rimaneva loro altro scampo, sì avvolgevano in e3se, 
e si lasciavan rapire da certe aquile grandi, che li por- 
tavano a terra; e cosi molti se ne salvavano 28 . Fra quelle 
angustie del mare si cela di sicuro il Monte, o si celano, 
per lo meno, gli scogli, o i bassifondi di calamita, e quelle 
aquile grandi sono i ruc o roc delle novelle orientali, di- 
venuti poi, in Occidente, grifoni. 

In racconti occidentali il Monte della Calamita è posto 
spesso nel bel mezzo del Mare coagulato M : cosi nel 
Herzog Ernst, di cui dirò or ora, nel Jitngere 27- 
turel, ecc. 30 . 11 poema di Gudruna lo pone nel Mar tene- 
broso 31 . Glie sì fatti collegamenti fossero già prima avve- 
nuti in Oriente, panni probabile; ma vuoisi per altro 
avvertire che la fantasìa doveva essere, non meno qua che 
laggiù, naturalmente inclinata a raccogliere insieme i 
pericoli tutti del mare; e gli è per ciò che, in parecchi 
racconti occidentali, al Mare coagulato, al Monte della 
Calamita, vanno a tener compagnia le sirene. 



Come in Oriente, cosi in Occidente, il Monte della 
Calamita non doveva figurare soltanto nelle relazioni più 
e men verìdiche dei viaggiatori e nei trattati dei geografi 




UN MITO GEOGRAFICO 

naturalisti, ma, come quello che poteva dare argo- 
mento a descrizioni fantasiose e poetiche, e occasione a 
strane avventure, doveva, o prima o poi, figurare anche 
in racconti d'indole romanzesca, e, più particolarmente in 
quelli che narravano di lontane peregrinazioni, di favolose 
imprese. Non era quasi possibile ch'e3so non trovasse 
luogo in quelli che, con nome appropriato, si potrebbero 
dire i romanzi del mare: se l'antico poeta, che narrò i 
lunghi errori e i patimenti d'Ulisse e de' compagni suoi, 
ne avesse avuta contezza, il Monte della Calamita sarebbe 
apparso probabilmente nell' Odissea, fuori dall'onde di 
alcun remoto ed incognito mare. 

Dire a qual tempo risalga la prima redazione del rac- 
conto del terzo calendero nelle Mille e una Notte gli v 
impossibile ora; ma si può, per contro, indicare, se non 
altro con sufficiente approssimazione, il tempo in cui fu 
composto il più antico racconto romanzesco occidentale 
dove si parli del Monte della Calamita. Tale racconto 
è quello tedesco, ricordato pur ora, del Duca Ernesto, 
Hergog Ernst. La primitiva redazione latina di questa 
storia cavalleresca non s'è potuta rintracciare sinora; ma, 
da essa derivò, tra il 1170 e il 1180, un poema basso 
renano, di cui rimangono solo frammenti, e la cui sostanza 
passò nell'anonimo poema tedesco (tra l'XI e il XII secolo) 
dal quale io trarrò, ridotto in breve, il racconto che si 
riferisce al Monte della Calamita; in un altro poema, a 
torto attribuito a Enrico di Weldecke (composto tra il 
1277 e il 1285); nel poema latino di un Odone (prima 
del 1230); in un racconto prosastico latino; in un rac- 
conto prosastico tedesco e popolare. 

Nel più antico poema pervenuto intero sino a noi, il 
racconto procede nel modo che segue 3a . Dopo lunga e 
faticosa navigazione, il duca Ernesto e i compagni suoi 
giungono in vista di un arduo monto, alle cui falde 






UN MITO GH5O0RA.F1GO 



373 



spesseggia come una gran selva di alberi di nave. Uno 
dei nocchieri, avendo riconosciuta la natura del monte, 
il quale s'alza fuori dalle onde pigre del mare coagulato, 
annunzia al duca e agli altri la rovina irreparabile. Alla 
fona attrattiva della calamita non è possibile di resistere: 
tutti quegli alberi sono di navi naufragate; la morte per 
fame attende i naufraghi. Udito cos'i tristo annunzio, il 
duca senza smarrirsi, parla amorevole ai suoi, li esorta 
a innalzar l'anima a Dio, a pentirsi d'ogni errore com- 
messo, a prepararsi ad entrare, con la divina grazia, nel 
regno dei cieli. Tutti si conformano alle sue esortazioni, 
ed intanto la nave, con impetuosissimo corso, s'approssima 
al monte, e a guisa di un cuneo si caccia tra 1' altre 
navi, molte delle quali sono, per vetustà, marcite, e con 
ispaventevole fragore, sfondando fianchi e travolgendo rot- 
tami, passa oltre, e cozza alla rupe. Le riochezze perdute 
che s'offron quivi agli sguardi dei naufraghi son tali e 
tante che non si posson descrivere. Ma a che giovano? 
Il monte sorge in mezzo a remotissimo oceano e da nes- 
suna banda si scorge la terra. A poco a poco vengon meno 
le vettovaglie; Tun dopo l'altro quei valorosi periscon di 
fame; soppraggiungono i grifoni e ne rubano i corpi, per 
pascerne i loro nati. Da ultimo rimangon vivi solo il duca 
e sette compagni, e delle provviste più non avanza se 
non mezzo pane. Allora il conte Wetzel, illuminato da 
una miracolosa idea, propone ai soci di avvolgersi in pelli 
di bue e lasciarsi rapir dai grifoni, non essendovi, fuor 
di questa, altra speranza di scampo. Il consiglio è accolto 
con applauso e con giubilo. Vestiti di tutte l'armi, si 
fanno, primi, cucir nelle pelli il duca ed il conte: ven- 
gono a volo steso Ì grifoni, li levano in aria, li portan 
di là dal mare. Quando si sentono sul sodo, i due fen- 
dono con le spade le pelli, balzan fuori, son salvi. E nella 
stessa maniera si salvano gli altri, meno uno, che rimasto 






I^M 



3.4 OS MITO OBOOBAV1GO 

ultimo, non Ita chi lo ajuti ad avvolgersi nell; 
muore di fame. Ma, per partirsi dal luogo dov 
li hanno deposti, i superstiti debbono abbandoni 
una zattera, al corso impetuoso di un fiume se 
il cui letto è tutto sparso di preziosissime gen 

Ugone da Bordeaux, il noto eroe della gesta e 
corse gli stessi pericoli, si salvò nel medesimo 
tra il racconto che narra di lui e quello che 
duca Ernesto non sono, per questa parte, se noi 
differenze e di poco rilievo 33 . Ugone sopravviv 
suoi compagni di sventura, e perciò bisogna ci 
rapir dal grifone senza ravvolgersi in una peli 
e il grifone lo trasporta in un'isola paradisiaca, 
turisce una fonte e maturandomi che hanno 
ridare ìa giovinezza, e d'onde l'eroe non può a 
partirsi che affidandosi al corso di un fiume so 
in tutto simile a quello descritto nel poema 
Ernesto. La differenza maggiore si nota, non t 
venture dei due cavalieri, ma tra i due cavali! 
simi. Ernesto affronta impavido il periglio e 
incuora e sorregge i suoi: Ugone piange, si dispei 
è confortato dai suoi, scambia i grifoni per dia 1 
è di quella picciola schiera di eroi, non meno 
e piagnucolosi che prodi, a cui appartengono anc 
d'Alvernia e Guerino il Meschino. 

Non è chi non avverta subito la somiglianza 
sima che questi racconti occidentali, oltreché co' 
del terzo calendero, hanno con quello del sest< 
di Sindbad il navigatore, quale si legge pur i 
Mille e una Notte. Anche la nave di Sìndbac 
irresistibilmente verso un monte le cui radici 
gombre di rottami di navi naufragate e d'in 
chezze: anche Sindbad, solo sopravvissuto ai 
periti di fame, scampa, lasciandosi trascinare, i 



DN MITO GEOGRAFICO 375 

zattera, da un fiume copioso di gemme, che scorre sot- 
terra. E io credo che i racconti occidentali porgano, se 
non una prova, un indìzio, che il racconto orientale è, 
in certo punto, difettoso o alterato, e dieno anche modo 
di restituirlo alla integrità e sincerità primitiva. Sindhad 
non dice che il monte ov'ei naufragò sia il Monte della 
Calamita; ma che tale fosse veramente in origine parmi 
si possa argomentare dalle particolarità stesse della de- 
scrizione, e dai collegamenti che hanno i vani racconti 
tra loro. Per le ragioni medesime credo s'abbia ad iden- 
tificare col Monte della Calamita la montagna smisurata, 
e lucida come se fosse di acciaio forbito, verso la quale 
è trascinata la nave di Abulfauaris nei Mille ed un Giorno. 
A questo proposito un riscontro curioso e notabile. Nella 
storia prosastica latina del duca Ernesto si dice che il 
Monte della Calamita sorgeva tutto corrusco dall' onde, 
come se fosse di fiamma viva M , 

Molti altri eroi, oltre al duca Ernesto e ad Ugone da 
Bordeaux, corsero questa memorabile e gloriosa avventura. 
Ho già accennato a racconti intessuti nella Gudruna, 
nel Reinfrit voti Braunschweig, nel Jungere Titurel, 
in una tarda redazione ieWOgier, ecc.: ricorderò ancora 
la storia tedesca di Enrico il Leone, e una redazione, pure 
tedesca, del viaggio di quel San Brandano cui nessuno 
dei miracoli del mare doveva rimanere occulto as . La mol- 
teplicità e varietà di sì fatti racconti mostrano quanto 
diffusa e celebre fosse in europa l'antica favola nata in 
Oriente, la favola che il Goethe ricordava d'avere udito 
narrare quand'era ancora fanciullo. 



I 



NOTE 



1 Ristoriti na/urttlis, 1. Il, cap. 98 (ediz. Lemaire, Parigi, 
1827-32): * Duo sunt montesjuxta tìunien Indura: alteri natura 
est, ut ferram orano teneat, alteri ut respuat. Itaque si aint 
davi in caliamento, vestigia avelli in altero non posse, in 
altero sisti „. Nel 1. XXXV!, eap. 25, lo stesso Plinio, parlando 
della calamita, diti 1 : t Murrina appellatus est ab inventore (ut 
auctor est Nicander) in Ida repertus: namque et passim inve- 
nitur, ut in Hispania quoque. Invenisse autem fertur, olaviw 
crepidaruni et bacilli cuspide Ini'i nitibus, quum armenta pa- 
seeret „. Può nascer dubbio se '[ue.-da seconda notizia non si 
riferisca all'uno de' monti a cui si riferisce la prima. Alcuni 
codici della Historia recano in India anziché in Ida, e in India 
deve aver letto Isidoro da Siviglia, il quale nel 1. XVI, eap. i 
delle Etymoloijiae scrisse: * Magncs, lapis indims, ali inventore 
voeatus. Fuit autem in India ita primum repertns: clavis cre- 
pidarum, bnculique cuspidi hacrciis, quum arnn'iila idem Magiies 
pasceret: postea et paesini inventus „. I versi dì Hicandro, che 
potrebbero sciogliere il dubbio, andarono perduti; ma notisi 
che nei lapidarli, e in altri trattali la calamita e comunemente 
ricordata coinè pietra dell'India. 

1 Geographia, 1. VII, cap. 2. 

3 Versione latina: " Mille vero, aut eo circiter, insulae (nisi 
falsuni est quod fertili*) isli insulac (Tapvoiianae) circumjacenf, 
quas Mare rubrum interfluit : ibique, in insulìs quae vocantur 
Maniolae, niagnes lapis naseifur, ferri attraetor, apud quus 
siqua navis t'erreis urinata clavis advenerit, virtute lapidìs il- 
lieo adducitur et in cursu sistitur. Ideoque in Taprobanem pto- 
fecturi, navigiis in eum specialiter usuni clavis lignei» coin- 
pactis utuntur ,. Palladiub, De yentibws Indine et Itragmattibttn; 



380 UN MITO GEOGRAFICO 

S. Annuo» irs. De morìbus Brachmaiiorum; Akonvml's, 1 

manibus t Londra. 166ó, p. 4. 

' " Hic illi-. qiieni MaL'ii^ri'-m iipjx.'IKint, reperitur lapis, q 
ferri naturami ad ae vi sua trainare dici tur. Cum ergo natii 
aliqua flavo? habens ferreos illic applicuerit, illieo retinetur. 
nec quoquam ire pemiittitur, vi nescin qiiivliun lujriilia occulta 
impediente, ob id nave-; ibi lignei* rinvi* constniì ilicelmt ,. 
P. 59. Cib si dice a proposito delle isole Maniole. trasformate, 
forae per error di scrittura, in Mammole, e sulla fede di un 
Tebeo Scolastico, il quale sarebbe stato in India. 

1 T„ III. cup. 7, ediz. di Carlo Moller, Parigi, 1846, p, 103. 

' Liber de grodìbus, De teiiio gradii, Opera, Basilea, 158t>, 
p. 378: * Arie tot. disit eBse lapidem in ripa marie Indìae in- 
ventura. Cuius natura cai. et aie. in 3. gradu. Disit etiam in 
libro de lapìdibns quod nautae non audent transire cum naves 
ferreon clavos habentes, auf aliquod artificìum ferri in ea du- 
cere. Navi etiam ìllis montanis appropinquante, omnes davi, 
et quicquid es ferro aedituni a montanis attrahitur cum prò- 
prietate quam habet ,. 

7 De lapidibus nominati* et eorum virtutibua: " Magne* «ve 
niagnetes lapis est ferruginei colorie, qui secundum plurimum 
in mari Indico invenitur, et infantimi nbumbire dicitur, quod 
periculoaum est in eo navicai-'? uavihus quae superiore» clavoa 
babent „. 

8 Speeulum naturale, I. VII, cap. 2h. Egli dice pure, ne ao 
d'onde attinga: ' Magnes gignitor circa li tua oceani, apud Tro- 
gloditaa magnaa habena virtù tea .. . „. Nel Liber lapidum at- 
tribuito a Mabbodo, § 19, si legge: 

Magnates lapi» ■>! invanii» spitf TroglgdyCM, 
Quam lapidimi tfonelni nibilaaiaui Udii miltit. 

Ediz. di Giovanni Beekmanti, Gottinga. 1799. p. 42. Le testi- 
monianze di Plinio, di Tolomeo, dello Pseudo Sant'Ambrogio, 
d'Isidoro da Siviglia, di Costantino, di Vincenzo Bellovacense, 
aono ricordate dal Kufrotii, Lettre à M. le baron de Humboldt 
tur l'imeention de la boussoie. Parigi, 1884. ma assai in confuso, 
e non Renza qualche errore. 

w 



NOTE 381 

l viaggi di Giovassi uà Mandavills, rolgurizsaiiiento anlko 
Bologna, 1870 (&. di air, leti., disp. CXIII-CXIV), 
toì. II, pp. 81, 151-2. I paesi corrispondenti della redazione la- 
tina e della inglese mi provano la fedeltà della versione ita- 
liana. Del rimanente gli e noto che il testo del Mandeville tu 
rimaneggiato e interpolato in più modi, e che parecchie ver- 
sioni presentano, col tento originale e Ira loro, diversità di 
rilievo. 

10 Premo Beih'iuhshi. Rt>iltirU>rìi<in ninfali; Wiiczia, 1575, 1. XI, 
cap. 94, p. 482 (per errore 484): " In aliquìbus partis mari* 
sunt montes et scopuli de lapidibus magnetis, et ideo tanto 
impetunaves al traini li I propter ferrimi quod ihi est, quod contra 
eos frangi] ii tur, i-t peuit uh diri»iilvmit.iir, «esumili m Isklo. et Dione. „. 
Non so se il Berehorio sìa debitore ad altri di questa assai 
poco opportuna citazione d'Isidoro e di Dioscorido. Felice Fabbb, 
Evngatorium in Terrae Sanvtae, Ambine et Aegypti percgi-imi- 
tionern, voi. Il, Stoccarda, 1843 (Bibì. d. littev. Ver.), pp. 409-70, 
parlando del porto di Thor, detto già Beroniee, o Ardeeh, nel 
Mar Rosso: " Ille enim est ultiinus ( >t-ient-ÌK portila nobis notus, 
in quo semper sunt multae et magnae naves indianae, quae 
tamen ita compact ae et falirioatae sunt, ut. nullum ferrum in 
eia sit, nec audent hahere anchoras ferrea» nec aecures nec 
bipennesnec aliquod terremo instrumentum. Ratio autem huiua, 
est quia in littore maria indici aunt scopuli et montee lapidosi 
de lapidibua magnetum, per quoa naves in Arabiam ire volente» 
tranaire oportet. Si ergo navis ferramenta aliqua continena ibi 
veniret, statini magnea propter ferrum navem attraheret et 
illideretur navis in scopulos et frangeretur. Est enim magnea 
mirabilia raptor ferri. Si cui placet legere. videat in Spec. Nat. 
L. X. C. 20 „. 

11 Dies caniculares, Roma, 1597, p. 729: * Narrant nautae 
nostratea in ima India eaae maritimas cautes inagneticas, quae 
medio eurau navigia, ai quid sit in eis ferri, vel elavua unua, 
sistant, detineant, attrahant, Idcirco qui illac sunt praetemavi- 
gatari, postes naviam lìgneis clavis solitos compingere ,. 

" Peregrinati» (Zarncke, Der 1'rienter Johannes, Abhaitttt. il, 
philol-hist. CI. d. k. SBcMmAm Ge.ielhrhafl d. Wiss., voi. Vili, 
1876, p. 164): " Et mare iecoreum est talis naturae qaod 



m 



382 UN MITO GEOGRAFICO 

trahit naves in profundum propter ferrum in navibus, quia 
fundu8 illiu8 maris dicitur quod sit lapideus de lapide adamante, 
qui est attractivus „. 

13 Johannis de Plano Carpini Antivariensis Archiepiscopi Hi- 
storia Mongolorum quos nos Tartaros appéllamus, in Recueil de 
voyages et de mémoires publié par la Société de Géographie, t. VI, 
Parigi, 1839, p. 659 : * Chingis can etiam, eodem tempore quo 
divisit alios exercitus, ivit in expeditione contra Orientem per 
terram Kergis, quo bello non vicit: et ut nobis dicebatur, 
ibidem usque ad Caspios montes pervenit; montes autem illi 
in ea parte ad quam applicuerunt, sunt de lapide adamantino: 
unde eorum sagittas et arma ferrea ad se traxerunt „. Per la 
confusione tra il diamante e la calamita cfr. Diez, Etymolo- 
gisches Worterbuch dei' romanischen Sprachen, terza edizione, 
Bonn, 1869-70, s. v. diamante. Strano che Giovanni ponga i 
Monti Caspii all'oriente dei Tartari mentre sono a occidente. 
(Vedi l'osservazione del D'Avezac, pp. 565-6). Cfr. Majolo, Op. 
cit., p. 730. 

14 Klaproth, Lettera cit., pp. 116-7. 
13 Id„ ibid., pp. 121-2. 

16 Géographie cZ'Édrisi, traduite de V arabe en francate d'après 
deux manuscrits de la Bibliothèque du roi et accompagnée de notes 
par P. Amédée Jaubert, Parigi, 1836-40, voi. I, p. 57 (Recueil 
de voyages et de mémoires publié par la Société de Géographie). 
Il traduttore nota: " L'auteur veut probablement parler des 
courants qui peuvent porter sur la còte (Voy. D'Herbelot, Bibl. 
or. au mot aguird); peut-ètre aussi fait-il allusion aux pré- 
tendues montagnes d'aimant (Hartmann, Edris. Afr., pag. 101) „. 
Questa seconda supposizione sembra a me essere la vera. Av- 
verto che non in tutte le edizioni della Bibliothèque orientale si 
trova il passo qui citato. 

17 Canzone : Madonna il fine amore ch y eo vi porto, 

18 Pubblicato dal Bartsch, Stoccarda, 1871 (Bibl. d. liter. Ver.). 

19 Pubblicata primamente dallo Zingerle nella Germania del 
Pfeiffer, voi. V, pp. 369 sgg.; riprodotta dal Comparetti in ap- 
pendice al voi. II della sua opera Virgilio nel medio evo, Li- 
vorno, 1872, pp. 221-4. 



NOTE 383 

20 Edizione di Cariò Simrock. Stoccarda ed Augusta, 1858, 
pp. 195, 201, 209. Quivi è detto, tra l'altro, che Aristotele ebbe 
contezza del Monte della Calamita. 

21 Dus lo p- Li kbrecht, Geschichte des Prosadichtungen, Berlino, 
1851, pp. 128-9, 532-3. 

88 Del secolo XIV, inedito. Codice della Nazionale di Parigi 

num. 2985, p. 633: 

« 

Tant ala le Danois dont je fais mencion 

Qae raiamaot sacha teUement son dromoo 

Que les marooniers virent le plus noble doongon 

Qui onques fenst veus eo nulle region. 

Ila ont dit a Ogier: Ves la noble maison 

Qu'onques mais n'en veismes noi de telle facon, 

Ne savons a qui s*est, ne coment a a non. 

lfoult en fu liei Ogier qui cuor ot de lioo. 

Mais droit a une roche d'aimant tout en son 

Arriva li vaissel dont je fai menQon, 

En ausai bien s'atacha la endroit, ce dit on, 

Qu'il y feust joins acolé entour et einmon. 

Di questo poema diede particolare notizia il Renier, Ricerche 
intorno alla leggenda di Uggeri U Danese in Francia, Memorie 
della R. Accademia delle Scienze di Torino, serie IT, t. XLI (1891). 

23 La description forme et histoire du noble chevalier Berinus, 
et du vaillant et très-chevalereux champion Aigres de VAimant 
son fils, età, Parigi, per Giovanni Bonfons, s. a. Vedine una 
minuta analisi nella parte V, sez. 2* (Romans du seizième siede) 
dei Mélanges tirésd f une grande biMiothèque, Parigi, 1780, pp. 225-77. 
In questo romanzo sono molte fantasie e novelle tratte di qua 
e di là, alcune dal Libro dei Sette Sa vii. 

24 L. cit. In quel Deendor incognito è forse un ricordo della 
biblica maga d'Endor? 

25 Alberto Magno, Op. cit. : " In magicis autem traditur, quod 
phantasias mirabiliter commovet, principaliter seu precipue, si 
consecratus obsecratione et caractere sit, sicut docetur in ma- 
gicis „. 

* " Sire, dist le Chevalier, au dessus de laiement, en la 
vallee, y a un chasteau nompareil qu'on appelle Faé, parceque 
Artus et les Fayes y habitent, abondance y a de vivres qui y 



384 



CN MITO GEOGRAFICO 



pourroit entrer : mais avant qne parvenir a l'entrée il convient 
durement combatre, non pas à deus ny a troia eacuyera, mais 
à quinze ou vingt meilleurs Chevaliers dn monde, qui pur 
Fafirie ont là esté mis pour garder ledict chasteau Faé ,, 
Gbaebse, Leli'-burh einer allgemeinen I.iterSrgeHchicJtie, Dresda e 

Lipsia, 1887 sgg., divis. Ili, parte I», p. 339. 

17 Kudrtin, Avventura XXII, at. 1126 agg. Vedi lo scritto che 
u, questo precede, intitolato Artù nell'Etna. 

is Itinerarium, Anversa, 1575, pp. 97-8. 

" Vedi, intorno al Mure coagulato, il voi. I, p. 1( 

3,1 Vedi la prefazione del Baetsch all'edizione da lui curata del 
Herzog Ernst, Vienna, 1869, pp. CXLVII-CXLVIII, e Sohboedbb, 
Sanet Bramitili. Erlaugi'ii, 1871, p. 111. Cf. il passo già citato 
di Giovanni di Hese. 

31 Intorno al Mar tenebroso vedi il voi. I, p. 106. 

" Edizione citata del Bartach, vv. 3883-4481. 

appendice, e l'analisi del roniunzo in prosa, 






33 Vedi il testo 
i Dcnlop-L: 



0p. . 

s * Testo pubblicato da Maurizio Haupt. nella Zeit>t<-hrift far 
deutschex Alterthum, voi. VII (1849), p. 223. 

3! Muschi» filr altdeutseht Literntur unii Kunst, voi. I (1809), 
p. 298. R, Scbbokdks, riportando alcuni versi de! Giti de Bonr- 
gogne, dove si parla di acque ohe cavalieri armati non possono 
attraversare perchè impediti da pietre di calanuta, dice [Glauhe 
and Aberglaube in den «Itfranzììsisehett Diclitungen, Erlaugen. 
1886, p. 124) che la favola del Monte della Calamita non ni 
trova nella lettera-tura francese del medio evo, perchè i Fran- 
cesi, in quel tempo, ai curaron poco del navigare. Lasciando 
stare la ragione al tutto immaginaria da lui recata, si vede 
che la opinion sua è molto lungi dal vero. Chi fosae vago di 
qualche altra notizia e citazione intorno a questa favola, vegga, 
oltre alla prefazione del Bartsch e al luogo del Graesse già 
ricordati, Dusior-Lr* Brecht, Op. cir., p. 477, ] 



" 



APPENDICE 



Gbat, Miti, Uggt*d$ % ee\, ▼» II. 



APPENDICE 



Séguito ieWHuon de Bordeaux in versi, nel cod. L, II, 14 
della Nazionale di Torino, f. 360 v., col. 1», a f. 362 v., 
col. 2\ 

Giuda, l'apostolo traditore, dannato a perpetuo castigo in 
mezzo a un gran- vortice del mare \ annunzia ad Ugone la vi- 
cinanza della calamita e l'imminente naufragio. 

" Tu ies perdus „, ce li a dit Judas; 

* Car ens u gouffre a l'aymant en bas „. 
Li maronniers et Hues se seigna; 
Tenrement pleurent, car cascuns s'esmaia. 
Ili jours siglerent puis c'ont laissié Judas: 
Li maronniers remonte sor le mast, 
Devant lui garde tant que bos veu a. 

Li maronniers, quant le bos ot coiai, 
Moult liement l'a dit a Huelin: 

* Je voi la bos a .xx. liues de chi „. 

" Vrais dix „, dist Hues, " je vous en rench merci! 

Moult a Ione tans que jou terre ne vi. 

Quant bos i a, de la terre ist il „. 

Atant s'en vont et ont sigle tous dis, 

Tant qu*a .iij. liues li maronniers pres vint: 

Dont choizi mas et grans callans gentis, 

Nes et dromons et grans callans de pria. 

Adont s'escrie: * He las, je suis traisi 

He bons quens Hues, or nous convient morir! 



» Vedi voi. I, pp. 853-4. 







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ti _ciii_ bobbc il «iÉufa aanriereat: 
Dna* le paitùes*. a Hao* l*oa* lime: 

Tm ave parrà ieri ai vie Mliée. 
Dea* il •» tene fai e—ca i regrettée. 



Et E*efaraMMde ««"il araci eapoasée 
* Saar faace aaate. à a prrief dettxnée. 
Je vena arate de ro tene jetée ; 

Rojne fnwfi de fin or couronée, 
En porerté toos ai miie et pocée. 
He, quens Raoul, mal de fame b> 



: 

pere! 



APPENDICE 389 

Par toi sui jou caci$s de ma contrae. 

Auberon sire, ma foia iert parjurée. 

A vous devoie aler la tierce anée; 

Mais jou voi bien que ma vie iert outrée ? . 

Dont se pasma; sa gent pour lui plorerent: • 

Au redrecier moult bel le conforterent. 

Quant Hues fu de pasmisons levés, 
Tenrement pleure, ne se puet acesser. 
Li maronier l'qnt moult reconforté: 
41 He, Hues sire, que vaut vostres plourers? 
Ains pour duel faire ne vi riens conquester „. 
* Seignour „, dist il, * jou le lairai èster, 
Car je voi bien ne le puis amender „. 
II moys et plus ont iluec sejorné; 
Mais a court terme les converrà fìner, 
Car lor vitaille ne puet plus lor durer. 
Quant Hues voit ses homes empirer, 
Et de famine et morir et enfler, 
De sa vitaille lor commence a doner: 
Tant lor depart li gentis adoubés 
Qu'il n'en a mais qu'a .iiij. jours passer. 
Et non pourquant sunt tout mort et outré, 
Fors que Huon n'en a plus demoré. 
L'un apres Tautre les voit Hues fìner; 
Dont les commence Hues a regreter: 
14 He las „ fait il, u frane chevalier membré, 
moi venistes par si grant amisté; 
Or estes mort et a vo fin ale ; 
Or ait Jhesus de vos ames pité „. 
Dont se perchoit Hues qu'ftl] est esseulés, 
N'il ne set mais a cui il puist parler. 
a He las „, dist il, " con poi me doi amer 
Quant chi me voi en si grant pò vertè, 
Ne je ne pui de cest liu escaper. 
Auberon sire, or m'as tu oublié: 
Malabron frere, je ne t'os apeler. 
En tante painne as pour mon cors eajbé, 
Li cuers du ve^tre me deyeroit creyer n . 
Entra se^ mors s'est ^uelins clinés: 



DN MITO GEOGRAFICO 
N'est hom vi vana, s'il l'oist dementer, 
Et Eselarmonde sa femme regreter, 
Et les barone qu'o lui ot amenée, 
Que grant merreillea n'en euet grant pité. 

Moult parfu Hues li quens en grant freour 
i.ju.'n! iJ se voit enclos en mer maijour. 
* Sainte Marie ., dist Hues li trans hom, 
' Tant ai eu et grietés et dolora, 
Aida n'en eut tant nus caitis a nul jour. 
Oublié in'-.i li bona rovs Auberon», 
Et sa inaiarne et li preus Malabrons. 
Or voi je bien jamaiB ne me verront. 
Mort tìant mi home, dont j'ai au euer dolour, 
Car pour .i. poi que li cuera ne me font. 
Pucelle dame, mere nu creatour, 
Tante miracle a Jheaus fuil pour voua ; 
Je voua redaìmme con una hom peuruus. 
Destroit de mort est ìorment soufraitoua; 
Vo douleh enfant, cui je tieng a seignor, 
Voellies priier qu'il m'oste de dolour, 
La ou je sui en si grant tenebrour. 
Tres douee dame, tant avea de valour; 
Qui vous reclaimme bien doit avoir aecours. 
Tant crierai aprea voua nuit et jour, 
Que a'il vous plaiat voua en area tenrour .. 
Ensi que Huea crioit sa garison, 
Une noìae ot venir par mer majour, 
Et avolant voit venir ,i. griffon, 
Qui est plus grana e'uns deatrier de valour. 
Tant a volé par la mer a bandon, 
Que pour .i. poi que en l'aigue ne font. 
Envers lea naves venùit a garison; 
Dea mors avoit aentu la flairison; 
Si lea vient querre pour porter sbb faona. 

Quant li quens Hues voit le gritfon venir, 
Qui plua eat grana c'una deatrier arrabia, 
De sor le mast de aa nef est assia; 
Tout le co ii plot e du grant branle qu'il fiat. 



APPENDICE 

Tnnt ot volé que moult fu amatia, 

Car pour .i. poi qu'en la mer n'eat flatis :. 

Fora de la goule li langue li sali; 

Le bec ot Ione bien .ij. pica et demi; 

Grana ot les onglea, u ruast les enbati, 

Toue li plus eours ot bien piét et demi- 

Or mille Hues uè soit unii anemia : 

N'est pas mei-velie s'il ot paour de lui. 

II le regarde; tonfi li sane li bouli: 

Repua estoit pour le gritfon veia: 

Ln mere dieu reclama de cuer fin; 

* Trea douce dame, royne genitris, 

Je v!.ii- aour mi aoir et au matin, 

Et voua reclaimme de vrai cuer enterin, 

Secourea moì, a'il eat vostrea plaiaira, 

Laa, je croi bien qii'il m'a assenti! , 
Et li griffone: qaant son repoa ot pria, 
Tonine sa teste et regarda son pria: 
Moult se hirece; en la nef deseendi; 
.1. des mora hoinnie a aes ongles aaìzi, 
Sor le maat monte, a voller s'eacuelli. 
Huea ae aaigne, a regarder le prist, 
Et li oiaiax s'en vola aans detri, 
A sea faons liéa et joians s'en vint: 
Chaseun jour va pour les mora Huelin. 

Li bona quens Huea forment a'eamerveilla 
Pour le griff'on qui sa gent emporta. 
" Vraia dix ,, diat HueB, * qui le monde fon 
En a il terre la ou eia oisiax va? » 
D'une mervelle quena Huea a'apensa, 
Qu'en aventure le oors de lui metra; 
A tei oizel son cors abandonra; 
S'il plaist a diu a terre le metra. 
A dameldiu de cuer se confessa, 
Dame Esclarmonde de bon cuer regreta, 
Et Clarissette, sa lille qu'engenra; 
En ploiant dist que mais ne les verrà. 
Bien a'eat arméa; .ij. haubers endoeaa, 




CN MITO 9EOQRAFIC0 
l'in- '.lini'ii !'. '.-!'■■.•. pres de lui In aaeha; 



Son hiìiume laee, i 



1 cief le ferma; 



Elitre lea mora en piourant ne concha. 

Et li grittotia par la mer avoli», 

Gnmt bruit demaùine, si a 'assist sor le un 

Huea le voit. toro li sani li mua, 

Et li oisiai vollentiera l'e-garda, 

Aina dea armurex formcnt a'esraervilla. 

Li oisiax penae eia est ti gros et cras, 

A se» faons, «'il puet, remporter». 

Repoiéa fu, a Huon s'adreeha, 

Ses tre neh sui.- onglea n haubert li enbat, 

Toutea ses armes erramment li percha, 

Demie paume li fieri, dedena le char. 

Huea le seni ne mais crier n'osa, 

Lea dena catramai pour l'angoiase qn'il a, 

Et li oiaiaua a tout lui ai a'en va, 

Deseur la mer li griffona a'aridele, 
De sea .y. elles moult duiement yentele, 
Huon a» onglea detrenee le char bele, 
Li sana li foilc, entour lui s'aclotele; 
Souapirer n'oze, le chief ot desoua l'elme, 
Aina diat cmbaa : * Sainte Marie belle, 
Secoures moi; je croi que jou voi terre ,. 
Une montaigne acoiste moult bele; 
Chou eat une ille a l'amirant de Perse. 
Maia ains nua bom ne monta en la terre 
Pour lea oisiax qui i font tei moleate; 
Iluecques aont et ai ont lor repere. 
Saina eat li lix et la montaigne bele; 
Aina n'i vit nula orage ne tempeste. 
La repozsa Jlieaucria noa aalverea; 
Si le aaigna de sa mairi digne et bele. 
De tous les fruis c'on a veu aor terre 
La piente gisant aunt deaor l'erbe: 
Bel aont li arbre gent et haut et honestt'. 
En la montaigne ot une fontenele 
Qne din: i tisi qiiant il alla par terre. 
Contre soleil ot une ente moulte bele, 



APPENDICE 393 



Les brances vont tout entour dusc'a terre; 
La est li fruis de jovent par ma teste: 
Sous ciel n'a home, pucelle ne ancelle, 
Que s'il avoit .m. ans vescu sor terre, 
S'ele en mengast ne sainblast jovencele. 
Iluec descent li griffons desor l'erbe; 
Huon met jus, n'i a fait Ione arreste, 
Qu'il avoit pria a l'aymant rubeste. 



GIUNTE E CORREZIONI 



VOLUME L 

Pagina 5. — Quando scrissi quella pagina io credeva assai più 
che ora non creda all'autenticità del trattatello De 
aqua et terra attribuito a Daxte. Vedi nel Giornale sto- 
rico della letteratura italiana, voi. XX (1892), pp. 125 sgg. 
un importante scritto del Luzio e del Rehikr, intito- 
lato Il probabile falsificatore della " Quaestio de aqua 
et terra „. 

Pag. 71. — Il poemetto La Fenice, da me ricordato come cosa 
che stia da sé, non è se non parte della Quinta Gior- 
nata del Mondo creato del Tasso, parte che fu anche 
impressa separatamente; onde Terrore. 

Pag. 98. — Intorno ai manoscritti della Navigatio Brendani 
vedi Steihweg, Die handschriftlichen OestaUungen der 
lateinischen Navigatio Brendani, in Romanische For- 
schungen, voi. VII, fase. 1 (1 decembre 1891), pp. 1 sgg. 

Pag. 166, n. 54. — I&ah significa donna in ebraico. 

Pag. 182, n. 40. — Cf. il libro di A. Middlbton Beevbs, The 
finding of Wineland the good, the history of the icelandic 
discovery of America, edited and translated from the 
earliest records, Londra, 1890. 

Pag. 185, n. 58. — Intorno alle versioni italiane della Navi- 
gatio Brendani vedi Novati, La u Navigatio Sancii 
Brendani „ in antico veneziano, Bergamo, 1892. 

Pag. 236, n. 29. — Non e esatto il dire che l'isola di Papi- 
manie, descritta dal Rabelais nel 1. IV, ce. 48 e sgg. 
del Pantagruel somigli molto al Paese di Cuccagna. In 



INDICE 



La leggenda di un pontefice pag. 3 



Note . 
Appendice 



Demonologia di Dante 
Note . 



Un monte di Pilato in Italia 
Note .... 



Fu superstizioso il Boccaccio? 
Note .... 



San Giuliano nel Decamerone e altrove 
Note 



Il rifiuto di Celestino V 

Note . 



La leggenda di un filosofo 
Note . . . . 
Appendice . 



43 
51 

79 
115 

143 
159 

169 
199 

205 
217 

223 
233 

239 

277 
291 



308 IHMCS 

Artù nell'Etna pag. 303 

Note ,329 

Appendice I „ 339 

Appendice II „ 353 

Un mito geografico „ 363 

Note ,379 

Appendice „ 387 

Giunte e correzioni , 395